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giovedì 7 luglio 2022

Il pacifismo italiano e la guerra ucraina

In Italia in questo momento ci sono almeno quattro fronti del movimento per la pace che guarda all’Ucraina. Danno il segno di una vitalità eccezionale così come, purtroppo e in onore a un vecchio mantra che sembra una condanna, del fatto che il movimento fatica a trovare una voce sola nonostante la strada sia comune. Tutti la pensano infatti e a grandi linee allo stesso modo: dialogo, no alle armi, non violenza, pressione sui governi, società civile. Ma ognuno va un po’ per la sua strada. Proveremo a darne conto pur con tutti i limiti di una conoscenza, tanto è vasto questo movimento assai poco raccontato, per forza di cose limitata e forse anche lacunosa.

L’aspetto forse più interessante sembra quello che riguarda la coalizione StoptheWarNow, nata grazie soprattutto alla spinta dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, nota anche per il suo impegno all’estero come “Operazione Colomba”. In pochissimo tempo la sigla ha agglutinato formazioni assai diverse: grandi e piccole, prettamente umanitarie, sindacali, laiche e cattoliche. La coalizione ha già organizzato due carovane a Leopoli e a Odessa trasportando tonnellate di generi di prima necessità e spesso riportando in Italia persone (nell’ordine delle centinaia) con fragilità. Ha aperto una base a Odessa e pianifica di aprirne altre due fisse a Kiev e Leopoli in modo da strutturare un lavoro di costruzione di relazioni al momento ai suoi inizi. Una terza carovana è prevista per fine agosto. Al suo interno si muovono progetti diversi come, per esempio, quello che Un ponte per sta costruendo con le realtà associative ucraine di Kiev o l’adesione alla manifestazione nazionale indetta da Europe for Peace per il 23 luglio per una conferenza internazionale di Pace .

Una seconda iniziativa si chiama Mean e Angelo Moretti e Marco Bentivogli l’hanno spiegata così su Repubblica: “è nato un ponte di dialogo straordinario ed inedito tra la cittadinanza attiva italiana e quella ucraina” da cui è nato il progetto di un “Movimento Europeo di Azione nonviolenta” con l’obiettivo di collegare le società civili europee, ucraine e russe. L’idea è di un’azione “corale e civica” che si trasformerà l’11 luglio in un’andata “in massa a Kiev” così che “i leader della società civile italiana ed ucraina prenderanno parola insieme per parlare della pace possibile”. E ancora: “La costruzione della pace è un valore da coltivare ogni giorno… La pace non è una bandiera di posizionamento. Non può essere strumentale”. Discorsi sacrosanti - forse un po’ enfatici - anche se il numero dei marciatori previsto si è realisticamente ridotto dai 5mila iniziali a un più saggio “limite di 150 attivisti, come la legge marziale prevede” (e anche la capienza dei rifugi anti aerei). Quel che stupisce è che non si sia stabilito un legame con StoptheWarNow, se non altro per essere stata la prima iniziativa e soprattutto per aver raccolto nella sua variegata coalizione, a oggi, 176 associazioni. Hai ormai un'esperienza importante di cui far tesoro. C’è stato uno scambio di lettere ma alla fine nessun accordo.

C’è un’altra assenza molto rilevante nella coalizione StoptheWarNow ed è quella della Tavola della Pace o, per dirla in altri termini, del coordinamento della Marcia Perugia Assisi, di cui tutti conosciamo numeri e importanza. Assenza pesante e forse difficile da capire per chi marcia tutti gli anni da Perugia ad Assisi. Ed è proprio a questo popolo di “cani sciolti”, che non fanno parte di nessuna associazione, organizzazione, chiesa o sindacato, che resta da dedicare il finale di questa breve sintesi. Nel seguire le carovane e in diversi incontri in giro per l’Italia sulla guerra, non solo abbiamo registrato un desiderio (specie tra giovani e giovanissimi) di partecipare “fisicamente” ad azioni concrete, ma abbiamo toccato con mano più di una realtà, fatta magari di quattro ragazzi che, affittato un pulmino e riempitolo di pasta e pelati, son partiti per Kiev. Con grande entusiasmo (come ai tempi della guerra nei Balcani) e racimolando fondi qui e là e spesso anche mettendosi in rete con i propri Comuni. Ma senza guida o un’agenda che vada oltre la solidarietà umanitaria. Senza, insomma, un percorso politico che richiede tempo, ricerca, organizzazione. Facciamo nostro il commento di una grande testimone del pacifismo italiano: “Il movimento per la pace è la parte migliore della società italiana – dice Lisa Clark - ma se non si parte assieme, non si costruisce nulla”.

Questa analisi è uscita stamattina su ilmanifesto in edicola

sabato 6 ottobre 2018

Un appello afgano alla Perugia Assisi

Oggi a Ferrara, al Festival di Internazionale  al banchetto di Msf,  e a  Perugia, nell’ambito dei seminari che si tengono alla vigilia della Marcia della pace Perugia Assisi, viene divulgato un messaggio dei marciatori afgani che, a partire dal maggio scorso, hanno percorso 700 km a piedi da Lashkargah nel Sud sino a Kabul, dove sono arrivati in giugno per poi proseguire sino a Mazar-e-Sharif nel Nord.

La marcia, autorganizzata e accolta con favore nei territori attraversati, chiede il cessate il fuoco immediato a tutte le parti in conflitto. In occasione della Perugia Assisi i marciatori hanno affidato ad “Afgana” un loro messaggio per chi vuole la pace in Afghanistan in Italia e in Europa. Eccolo


Lasciate l’Afghanistan agli afgani
Messaggio dei marciatori a piedi nudi da Helmand fino a Mazar Sharif
per i marciatori italiani della Perugia Assisi

Dopo l`11 settembre 2001 gli Americani e i loro alleati hanno deciso di combattere il terrorismo e dal 2003 i talebani sono stati sconfitti e con loro il terrorismo. Tutti dovevano quindi rientrare a casa. Ma il processo politico non e` finito e l’Occidente ha permesso la riorganizzazione dei talebani con l`aiuto dei pachistani attraverso la riorganizzazione di campi e consentendo alla guerriglia di sopravvivere. E’ ricominciata una guerra sanguinosa che uccide migliaia di persone innocenti. Una guerra tuttora in corso.

Il processo di ricostruzione e sviluppo economico sono bloccati ed è ricominciata l`emigrazione e la fuga degli afgani dal nostro Paese. La coltivazione dell`oppio è cresciuta sotto un governo debole e corrotto che non ha nessun sostegno dalla popolazione e in questo modo i talebani hanno potuto crescere e conquistare villaggi e distretti. Poi è arrivato anche l`Isis che ha dato una scusa all`Occidente per rimanere in Afghanistan. Alcuni vogliono che l`Afghanistan diventi un campo di battaglia permanente e senza futuro come la Siria. Tutto ciò per giustificare la loro presenza.

Noi afgani siamo stanchi e non possiamo più sopportare il peso della guerra. Non ce la facciamo più. Chiediamo a tutti gli italiani e agli europei di aiutarci e mettere sotto pressione Nato e americani che non devono permettere la riorganizzazione della guerriglia e devono lasciare a noi come esseri umani il diritto di vivere in pace e avere un governo che sia scelto solo dagli afgani altrimenti questa situazione continuerà. E continuerà a coinvolgere anche tutti voi occidentali.

L’Associazione di promozione sociale “Afgana”, con sede a Levico Terme (Tn) ed erede della Rete Afgana – soggetto informale nato nella società civile italiana nel 2007 – ha continuato a svolgere in questi anni attività di ricerca e sostegno a favore dell’associazionismo indipendente dell’Afghanistan. Il taglio del contributo pubblico ad attività della società civile italiana in Afghanistan ha rallentato il nostro lavoro ma non ci ha impedito di continuare a tenere un legame con l'associazionismo locale, sempre più sotto tiro, sia da parte della guerriglia sia da parte del governo per il suo ruolo insostituibile di soggetto critico e indipendente. In Italia “Afgana” cerca di tener viva – con articoli, conferenze, convegni - la memoria di un conflitto sul quale i riflettori della cronaca si sono attenuati e che continua però a mieter ogni anno più vittime civili (1692 morti e 3.430 feriti nei primi sei mesi del 2018 secondo l’Onu) con un aumento dell’attività militare sopratutto in termini di raid aerei.
Facendo proprio il messaggio che i “marciatori a piedi nudi” afgani hanno rivolto ai marciatori della Marcia Perugia Assisi per il 7 ottobre, Afgana chiede una revisione della politica italiana in Afghanistan, l’inizio e un calendario del ritiro delle nostre truppe come segnale inequivocabile che il nostro Paese è favorevole, non solo a parole, al processo negoziale interafgano. Il che non deve impedire al nostro governo di lavorare in sede multilaterale per sostenere la popolazione civile, la tutela dei diritti umani, il diritto alla salute, all’istruzione e al lavoro di donne e uomini. Afgana è inoltre favorevole alla riconversione della spesa militare in Afghanistan (185.343.173 milioni nel 2018) in un aumento dell’investimento in cooperazione civile (nel 2018 di soli 20 milioni).
Afgana auspica infine che il governo italiano riveda interamente la sua strategia di “missioni di pace” all’estero e che si impegni per un rafforzamento, anche dal punto di vista militare, delle operazioni di interposizione sotto la bandiera delle Nazioni Unite.




sabato 23 giugno 2018

Pacifismo: ripartire da Assisi

Aldo Capitini padre nobile
Se restare umani è ormai un imperativo categorico del movimento pacifista, “restare uniti” sembra il messaggio più forte uscito ieri dalla giornata di incontro tra una cinquantina fra le associazioni che il 7 ottobre si ritroveranno alla marcia “Perugia Assisi”, la storica camminata nata nella mente di Aldo Capitini negli anni Sessanta. Il luogo ospitante è il sacro convento dei francescani che sovrasta un paesaggio mozzafiato. Son stati i frati, pressati da alcuni gruppi, a farsi anfitrioni di un incontro che par suggellare la fine di un periodo di freddezza, scontri interni, divisioni che – se non hanno messo a tacere il movimento – lo hanno in parte disgregato e per di più in tempi difficili, approdati a un governo che vuole schedare i rom, criminalizzare le Ong, abbandonare in mare chi sta affogando. Ma le cose cambiano anche in positivo come racconta proprio la storia del sacro convento che, negli anni Sessanta, chiuse le porte ai marciatori di Capitini ma che, vent’anni dopo, ospitava il segretario del Pci Berlinguer rompendo un tabù. Bergoglio ha fatto il resto.

Alla riunione, per altro solo vagamente rappresentativa di una realtà complessa e diffusa assai più che non si creda sul territorio nazionale, ci son cattolici, come i Focolarini o Sant’Egidio, ma anche una solare rappresentante dei Giovani musulmani oltre alle associazioni storiche come la Tavola della pace o la Rete della pace e, ancora, gli Scout, Rete disarmo, Arci… La riunione sceglie di non avere una presidenza né un documento già preparato da votare ma propone un percorso per ridefinire un’agenda, una nuova organizzazione liquida che faccia da contenitore e riassembli gli spezzoni di un movimento che altrimenti rischia di sembrare in affanno più di quanto non sia.

domenica 9 ottobre 2016

Oggi la Marcia Perugia Assisi per la pace: il programma

Marcia PerugiAssisi

della pace e della fraternità
9 ottobre 2016

PROGRAMMA

Ore 7.00 – Perugia, Messa alla Basilica di San Pietro

Ore 7.30 Perugia, Giardini del Frontone
Accoglienza dei partecipanti

Ore 8.30 Perugia, Porta San Girolamo





domenica 11 settembre 2016

Sabato notte di pace tra Perugia e Assisi

"Non sarà facile ma lo faremo. Questa notte* marceremo da Perugia ad Assisi sfidando il buio e il
sonno. A mezzanotte, ciascuno accenderà una torcia e ci metteremo in cammino. La meta è certa e la strada è già stata tracciata nel 1961 da Aldo Capitini, ma l’oscurità della notte rende tutto più incerto. E’ la prima volta che un gruppo di persone decide di fare la PerugiAssisi di notte. Lo facciamo perché sentiamo il dovere di reagire al buio che sta ricoprendo la coscienza e l’umanità di tante persone..."


* La marcia "tradizionale" si tiene il 9 ottobre sempre da Parugia ad Assisi

martedì 21 ottobre 2014

La vitalità del movimento pacifista

Se la voglia di pace si misura anche numericamente, la scorsa domenica sembra confermare che questo sentimento rimane importante nel cuore profondo dell'Italia. Centomila secondo gli organizzatori, ben oltre per Andrea Ferrari, presidente degli Enti locali per la pace, sarebbero stati i partecipanti della 40ma Marcia della pace Perugia Assisi, percorso di 16 chilometri che dal 1961, quando Aldo Capitini lanciò la prima camminata simbolica con la bandiera a strisce colorate, ricorda che in questo Paese la Costituzione ripudia la guerra. Agenzie e televisioni confermano. Così le nubi che si erano addensate su un evento che compie 53 anni – tra distinguo, polemiche e addirittura dissociazioni – si dissolvono in una giornata solare a conferma che anche la ritualità ha un suo perché e che dentro quella marcia ci stanno le varie posizioni che si legano al pacifismo italiano.

Anche il lavoro (nella foto gli operai delle acciaierie
ternane) alla marcia per la pace
In effetti il timore che qualcosa andasse storto c'era: alla vigilia il Movimento Nonviolento si sfila contestando una ritualità senza contenuti e lo stesso fa l'Agesci, la maggior associazione degli scout italiani che lascia così il campo al Masci, un movimento scoutistico di sola matrice cattolica. Infine c'è una crisi che attraversa il movimento per la pace e una crisi economica che forse rende difficile anche metter la benzina. E, per dirla tutta, c'è anche un governo che dovrebbe tradursi nella sinistra al potere dove però balenano fulmini bellicisti – come dimostra la recente polemica tra il ministro della Difesa Pinotti e L'Espresso che paventa un ritorno dei nostri soldati in Irak - e l'Italia sembra andare nella direzione opposta a quella indicata dall'articolo 11. Ma forse, proprio per questo malessere diffuso tra “missioni di pace”, F-35 e spese militari sempre in aumento, la gente si muove, esce di casa, cammina. I numeri, ancora un volta, sono confortanti.

domenica 19 ottobre 2014

Perugia-Assisi: la marcia, le polemiche e una storia di altri tempi

Mi trovo ad Assisi ad aspettare che - 53 anni dopo la prima - i marciatori della 40ma Marcia della pace arrivino da Perugia dove son partiti stamane alle 9. Come molti sanno la marcia di quest'anno è stata funestata da diversi distinguo quando non da vere e proprie prese di distanza (Agesci, Movimento nonviolento etc). Nondimeno la marcia conta su 873 adesioni: 117 scuole, 277 enti locali, 479 associazioni di cui 80 sono nazionali. Partecipano 526 città, tutte le Regioni italiane e 97 Province.

Aldo Capitini, il Gandhi italiano, grande
ispiratore della Perugia-Assisi. Sotto la prima
bandkiera della pace portata alla marcia
A vedere il bicchiere mezzo vuoto (polemiche, distinguo, dissociazioni) si fa presto. Quello pieno conta invece con le adesioni ma anche con un piccolo aneddoto che vorrei riferire. Proprio ieri dicevo a Goffredo Fofi, uno dei grandi protagonisti della cultura italiana (eravamo al Salone dell'Editoria sociale, bella iniziativa tra gli altri de GliAsini e de Lo Straniero), e gli dicevo della mia imminente partenza per l'Umbria. Lui alza le spalle, sbuffa e poi mi racconta: “Ero con Capitini quando si diede inizio alla prima marcia (il 24settembre 1961 ndr) ma tre anni dopo ne presi le distanze quando capii che il Pci ci voleva mettere il cappello e non era proprio quello lo spirito della Perugia Assisi. Così io e altri due decidemmo di organizzare una contromarcia Assisi Perugia che poi però non realizzammo. Volevamo andare incontro alla Perugia Assisi con dei cartelli e dire che la vera marcia eravamo noi”. Difficile mettere il guinzaglio a Goffredo Fofi.

giovedì 22 settembre 2011

IL COLORE VERDE DELLA PERUGIA ASSISI

Domenica parte da Perugia sino ad Assisi la storica marcia della pace pensata da Aldo Capitini. Cinquanta anni fa

A dar risalto al verde dei colori che compongono la bandiera della pace ci pensa Vittorio Cogliati Dezza. Siamo alla presentazione, ieri a Roma, della tre giorni pacifista che culminerà, domenica, nella Marcia Perugia Assisi che quel giorno compirà 50 anni. Cogliati Dezza ricorda che i temi della pace e quelli dell’ecologia sono strettamente legati e che non è solo la battaglia sul clima o il degrado delle periferie urbane che spinge chi ha a cuore l’ambiente a una marcia per la pace: c’è il tema dei diritti, ricorda il presidente di Legambiente, che si coniuga con l’attualità stretta di queste ore a Lampedusa, dove si trovano centri di detenzione per minori: un’aberrazione giuridica – dice - contro cui ha senso fare quella passeggiata che non ha dunque solo uno scopo commemorativo. E’ un punto su cui battono in tanti, come Paolo Beni dell’Arci, quello di cinquant’anni da festeggiare tutt’altro che in termini celebrativi.

E questa marcia lunga mezzo secolo – un terzo della storia d’Italia potremmo dire – sembra riempirsi ogni anno di più di contenuti – lavoro, risorse, beni comuni, conflitti – e soprattutto di azioni. Una marcia non per celebrare ma per fare. A cominciare, spiega Flavio Lotti della Tavola della pace, da quel meeting con 4mila ragazzi che aprirà questa “edizione speciale” della Perugia Assisi. Quattromila giovani, sottolinea Roberto Natale del sindacato dei giornalisti, che corrono il rischio, tanto per cambiare, di essere ignorati da una stampa distratta che magari osserverà la marcia solo per vedere (con le dovute eccezioni come lo speciale di Rai3 del prossimo 3 ottobre) se c’è il tal politico e di che partito e che, se non c’è, perché non c’è?

In un Paese che ha bisogno di risorgere da un cumulo di macerie – ambientali, economiche, sociali – la marcia della pace è un tassello ineludibile di una forza che per farsi sentire deve scendere in strada: quella della società civile. Molti forse non ci faranno caso a quelle 200mila persone che si prendono la briga di fare 24 chilometri a piedi. Io si.

Anche su Terra

domenica 16 maggio 2010

AL VIA LA PERUGIA-ASSISI

Parte stamattina da Perugia la 18ma edizione della marcia per la pace Perugia Assisi, storica camminata di 24 chilometri che si tenne per la prima volta il 24 settembre 1961.

Le polemiche non sono mancate, come sempre, quando il popolo della pace si mette in marcia: qualche distinguo e anche mancate adesioni, qualcuno che nemmeno ci verrà. E non per il rischio pioggia. Flavio Lotti, il coordinatore della Tavola della pace che ogni due anni organizza la marcia, butta acqua sul fuoco e snocciola i numeri: 1130 adesioni, 635 città, 135 enti locali, 130 associazioni e reti nazionali, 518 associazioni locali, 125 scuole, 5mila studenti e decine di migliaia di cittadini attesi per oggi. E rilancia proprio su un punto polemico, la mancata presenza di Emergency: “Lanciamo un appello per l'apertura dell'ospedale di Emergency a Lashkargah. Deve riaprire i battenti e restituire agli afgani il diritto a utilizzarne i preziosi servizi resi disponibile dal grande lavoro della Ong italiana. L'ospedale, dice, non è solo un problema di Emergency: riguarda tutti. Noi e gli afgani, vittime da trent'anni di una guerra che solo l'anno scorso ha ucciso 2500 civili”. E si però, Emergency non viene. Lotti glissa: “Abbiamo bisogno di camminare assieme e di continuare a camminare. Ecco perché la Marcia questa volta non finirà ad Assisi”.

L'anno prossimo, nei cinquant'anni della marcia ideata da Aldo Capitini, si tornerà a marciare. Anche per superare divisioni e distinguo in quella che non è una passeggiata, dicono gli organizzatori, ma un “laboratorio di riflessione politica” che, ad ogni marcia “costruisce un'agenda che suggerisca alla politica, se non le soluzioni, il metodo per affrontare le crisi che attraversano l'Italia e il mondo”.

Italia e mondo, politica e guerra. Sono questi i temi affrontati nella due giorni, conclusasi ieri, di preparazione della marcia: seminari, laboratori in uno dei quali i politici si sono affacciati. Pochi, per la verità. Sembra che dalla segreteria di Nicola Zingaretti (Provincia di Roma) abbiano prima chiesto “chi c'era”. Zingaretti poi non è arrivato, forse domani. Sono venuti invece Rosy Bindi, Nichi Vendola, Savino Pezzotta, Leonluca Orlando. Ma a chi ha assistito, l'incontro di venerdi sera non ha detto granché. Via via molti hanno abbandonato la sala. Delusi? Annoiati? Vendola si prende gli applausi maggiori ma non la standing ovation ricevuta al Congresso della Cgil. La Bindy viene contestata da fondo sala quando chiede ai presenti di votare Pd: come la mettiamo, chiedono, se quando eravate al governo non avete nemmeno affrontato il conflitto d'interessi? Anche a Perugia la politica non ce la fa, segno di una crisi della distanza che non si riesce a colmare.

La politica è drammaticamente assente anche sulle responsabilità che riguardano guerre, conflitti, e vittime civili di cui una folta rappresentanza aprirà domani la marcia. “Le vittime in testa”: alla testa del corteo e nella testa di chi marcia. E ci sarà anche un'enorme ruspa ad aprire le danze. Con un cartello arrampicato in cima: “I diritti umani non si sgomberano”.

Dalla due giorni intanto emergono analisi, indicazioni, riflessioni: come l'appello alla “sanità mentale” per israeliani e palestinesi, fatto da Avraham Burg, ex presidente della Knesset: “La maggior parte della gente non vuole la guerra, è a favore della pace e del dialogo, ma le minoranze hanno conquistato i cuori. Israele è ormai ostaggio dei coloni, la Palestina è stata sequestrata da Hamas. Le due società stanno vivendo la sindrome di Stoccolma e si sono innamorate del proprio sequestratore”. La delegazione afgana mette il dito nella piaga sulla totale mancanza di sintonia tra americani e governo Karzai che pure sarebbero alleati: gli uni preparano una grande offensiva, gli altri parlano di negoziato. Dettano invece la loro agenda a cominciare proprio dalla Loya Jirga, assemblea tribale di pace, organizzata a Kabul per fine maggio: “Ci deve partecipare, dice Najila Ayubi, anche la società civile, soprattutto le donne”. E rivendica anche per gli afgani una Perugia Assisi: “Da Kabul a un'altra città”.

Desiderio, chissà, per dire che nel mondo tutti la invocano quella parola multicolore. Che si pronuncia in modo diverso ma si declina in un'unica maniera.

sabato 15 maggio 2010

TACCUINO DALLA PERUGIA ASSISI



Il convitato di pietra, come sempre, è il governo italiano, anzi i governi del pianeta, responsabili di guerre, violenze, soprusi, crisi economiche. Il protagonista assoluto invece è il tempo meteorologico che definire incerto appare un eufemismo. E non è una bella premessa quando mancano poche ore alla marcia per la pace di 24 chilometri, la diciottesima nei quarantanove anni di storia della Perugia Assisi, che porta dal capoluogo umbro alla città di San Francesco (si può seguire su www.perlapace.tv/).
L'edizione di quest'anno si sintetizza in una locuzione densa: “un'altra cultura”. Quale? Quella della pace e va bene, ma non solo. Un'altra cultura, spiegano gli organizzatori, per ricostruire un paese agonizzante e una politica assente dai grandi teni se non per mettere una pezza al conflitto di turno. Ma se la due giorni che anticipa la passeggiata pacifista per eccellenza si configura come altrettante giornate di laboratori e seminari (decine, iniziati ieri mattina col “Forum della pace” aperto con un messaggio di Napolitano sul diritto di cittadinanza e da un video in cui Scalfaro ricorda il valore della Costituzione), le polemiche non mancano. Tanto da aver originato qualche distinguo e alcune defezioni, tra cui campeggia quella di Emergency.

Ma di questo abbioamo già parlato ieri. Oggi e in proprosito, vorrei dar conto conto del fatto che l''incontro, martedi scorso nella sede di “Libera”, l'associazione contro le mafie, ha innescato una bomba che è esplosa con una serie di mail al sito perlapace.it (molto visitato, in questi giorni, fino a 40mila contatti quotidiani) nelle quali i pacifisti più “duri e puri” promettono: quest'anno non veniamo. Polemica che, sulle piste del web o nel salotto buono di chi da anni lotta contro l'export delle armi e le guerre italiane all'estero, ha attraversato la Rete disarmo o fatto prendere carta e penna a pacifisti doc come Massimo Paolicelli, presidente dell'Associazione Obiettori Nonviolenti. Fino ad Emergency che ha vietato ai suoi rappresentanti perugini persino di mettere un banchetto in cui vendere gadget, pubblicazioni e la famosa maglietta “Io sto con Energency”. Che invece con la Marcia non ci vuole stare.
Sul sito di perlapace è così partita l'idea di un sondaggio i cui risultati sono in divenire: alla domanda “Fanno bene i costruttori di pace a dialogare con i militari”? il 74% risponde che bisogna parlare con tutti e il 9% che potrebbe fare senso. Ma un 6% ritiene che coi militari non di deve proprio parlare mentre un altro 10% pensa che sia un'impresa senza costrutto. Un sondaggio su Internet vuol dire poco, ma è l'indicazione che qualcosa è successo e che l'incontro di “Libera” non è stato esattamente digerito. Chissà se la camminata di domenica riuscirà a metabolizzarlo.

martedì 11 maggio 2010

IL GENERALE E IL PACIFISTA


Che il generale Vincenzo Camporini, capo di stato maggiore della Difesa, vada nella sede di Libera, l'associazione contro le mafie di Don Ciotti, non è cosa che accada tutti i giorni. Ma c’è un’altra più importante notizia. Ci andrà per incontrare, alla vigilia della marcia Perugia-Assisi, il direttivo della Tavola della pace, l'associazione più nota tra i pacifisti italiani, quella che organizza da qualche lustro la camminata pacifista forse più nota al mondo. Il diavolo e l'acqua santa? Una provocazione? O semplicemente il segno che i tempi stanno cambiando?
Aver accettato l'invito dei pacifisti italiani, o almeno di una rappresentativa parte di quel mondo, indica che qualcosa è cambiato, che due mondi fino a ieri diversi e antagonisti si annusano e si vogliono conoscere. Quel che ne verrà fuori – se scontro o dialogo – si vedrà.

L'incontro di oggi è solo un segno dei tempi. Se i pacifisti italiani si interrogano sui militari, è evidente che anche i soldati non sono più quelli di un tempo. Lo rivela l'inchiesta che inizia con questo articolo.
Tutto è nato da uno zaino. Lo zaino di un soldato in partenza per l’Afghanistan. Lo aveva aperto davanti a noi in aeroporto per tirarne fuori guide, romanzi, saggi sul paese che stava per raggiungere in “missione di pace”. Quello zaino rompeva uno schema e cancellava uno stereotipo. Chi lo portava non era il militare rozzo e incolto che avevamo visto in tanti film di guerra, carne da macello e inconsapevole esecutore di scelte tragiche, inviato in un paese di cui non conosceva nulla....

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