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domenica 24 aprile 2016

C'è una lacrima nel mio tè/ 1

Lo Sri Lanka è uno dei grandi produttori mondiali di tè. Adesso in crisi perché l'oro nero in tazza segue l'andamento dei prezzi del petrolio e i suoi profitti sono in caduta libera. E chi lo comprava ne sta acquistando meno


Kandy (Sri Lanka)- Il baracchino lungo la strada apre alle sei del mattino. La gente passa per le frittelle e un tè nero o col latte. Ma è una piccola delusione il primo sorso del prodotto che, con la bellezza della sue coste, ha reso nota la Lacrima dell'Oceano indiano. Il tè che si beve a Sri Lanka è solo una cattiva imitazione di quello che, con un ampio gesto del braccio, viene miscelato al latte da una tazza all'altra nei cay shop indiani da Peshawar a Calcutta. E' scadente persino a Kandy, la capitale del tè, una cittadina di 100mila abitanti arrampicata su colline di un verde intenso e affacciata su un lago. Ci si arriva in treno o con qualche autobus mal in arnese dove la costante di ogni fermata è la tazza di oro nero. Sì, perché Kandy è famosa per due cose: un dente del Budda, conservato con religiosa attenzione in un enorme palazzo sul lago, e il tè. Un tempo era anche un buen retiro, prima che il turismo di massa, impennatosi dopo la fine della guerra civile nel 2009, portasse orde di viaggiatori e il relativo lavorio di ruspe e betoniere. Oggi, un albergo con vista lago – nella parte alta della città - è un hotel con vista albergo: uno davanti all'altro con una gara a quale sarà più alto.

Se la città ha perso un po' della sua magia, come per altro accade ad altri luoghi del sogno cartolina del subcontinente - da Goa a Kovalam Beach per citare i più noti - i dintorni riscattano la fama di una città che da antica capitale del Paese è diventata la capitale del tè del pianeta. Benché si possa comprare nel caotico bazar della città, un piccolo edificio a due piani compresso da negozietti che vendono spezie e tè a prezzi esorbitanti, vale al pena di andare a cercarlo nelle colline dove nel 1867 il britannico James Taylor impiantò la prima piantagione. E gli disse bene. Oggi si coltiva su quasi 200mila ettari: la qualità per l'estero è famosa e Sri Lanka è tra i primi produttori ed esportatori del pianeta. Circa un milione di persone lavorano nell'industria del tè, un capitolo torbido della sua Storia passata e recente.

giovedì 10 aprile 2014

Il giorno dopo la strage al mercato. Islamabad respinge l'ipotesi beluci

Il ministro dell'Interno Nisar.
 E' il fautore della linea dura
Il ministero dell'Interno non crede alla rivendicazione beluci dell'attentato di ieri al mercato di Islamabad. E' l'ultimo aggiornamento su una vicenda nella quale era già salito a 24 ieri sera il numero delle vittime dell'ennesima strage in Pakistan. Oltre cento i feriti Una strage che non ha eguali, nella capitale, dai tempi di quella avvenuta all'Hotel Marriot di Islamabad nel 2008. Ma l'episodio non si può ascrivere alla routine cui le vicende del Paese dei puri ci hanno abituato. La strage di ieri mattina, particolarmente odiosa perché avvenuta in un affollato mercato nella zona di Sabzi Mandi, tra Islamabad e Rawalpindi, avviene infatti mentre è in corso un faticoso negoziato di pace tra il governo e il Ttp, la sigla dei talebani pachistani, entrati in guerra con gli empi governi di Islamabad nel 2007 sulle orme e su ispirazione dei confratelli afgani. E' una guerra civile che esce dai confini delle aree tribali e dilaga nelle altre province e che, in soli sei anni, uccide 50mila persone. Poi, con l'arrivo del premier Nawaz Sharif al governo, la svolta. Seppur faticosamente inizia un negoziato, già prima tentato e più volte fallito. E' la volta buona?

mercoledì 9 aprile 2014

Strage a Islamabad. Quando il gioco si è fatto troppo duro

E' una strage* a grandi numeri che richiama ala memoria quella all'Hotel Marriot di Islamabad nel 2008. Ma allora non era in corso un negoziato di pace, ora si. Quindi la strage di stamattina (oltre venti morti e un centinaio di feriti), prodottasi in un affollato mercato della verdura nella capitale (area Metro Shopping center a Sabzi Mandi, tra Islamabad e Pindi), è una pessima notizia cinque volte. Una volta perché a pagare sono sempre i civili, una seconda volta perché c'è una scelta deliberata di terrore, che colpisce nel mucchio in un luogo pubblico e affollato di poveracci (i ricchi vanno al supermarket). La terza perché dimostra come il Ttp, i talebani pachistani impegnati in trattative col governo, non controlli più i suoi polli e i suoi sodali. La quarta riflessione è che il Pakistan ha tollerato e spesso incoraggiato l'estremismo radicale giocandolo in chiave interna ed esterna (Afghanistan). Ora quel mostro è così cresciuto da essere divenuto incontrollabile persino dai “duri” del Ttp (che hanno condannato la strage e smentito un loro coinvolgimento). E c'è anche un quinto aspetto.