Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta Ttp. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Ttp. Mostra tutti i post

sabato 15 gennaio 2022

Giallo alla frontiera: la morte di un mediatore talebano


C'
è un giallo nato qualche giorno nella provincia afgana di Nangarhar lungo la Durand Line, la frontiera maledetta tra Pakistan e Afghanistan. Riguarda l’uccisione di uomo che rischia di complicare la già fragilissima trattativa tra i cosiddetti “talebani pachistani” e il governo di Islamabad, in stallo ormai dalla fine della tregua il 9 dicembre scorso. Un giallo e uno stallo cui stanno cercando di rimediare proprio i Talebani con la t maiuscola, i fratelli pashtun che ormai comandano a Kabul (è di lingua pashto la comunità di riferimento dei talebani sia in Afghanistan sia in Pakistan, dove sono chiamati pathan).

Il giallo comincia il 10 gennaio quando inizia a circolare la notizia dell’assassinio di  Khalid Balti, meglio conosciuto come  Mohammad Khorasani e già portavoce del Tehreek-e-Taleban Pakistan (Ttp), cartello di gruppi jihadisti pashtun a geometria variabile. Khalid Balti, che sarebbe stato ucciso da uno sconosciuto almeno il giorno prima, non è un personaggio qualunque: tanto per cominciare, come dice il nome, viene da un’area non pashtun e dove la maggioranza non è omogenea, con un mix di culture religiose tra le più diverse in Pakistan, tra cui  sciiti e ismaeliti. Ma l’uomo del Gilgit Baltistan viene probabilmente accettato perché è un mufti, ossia un giurista cui compete anche emanare fatwa, pareri non vincolanti ma di rilievo in materia di sharia. Tra l’altro, benché la regione non sia turbolenta, confina pur sempre con l’Azad Kashmir, zona di guerra e base di attività guerrigliere.

Khalid Balti diviene portavoce del Ttp in sostituzione di Shahidullah Shahid (nel 2014 espulso per le sue simpatie con lo Stato islamico e poi ucciso), ruolo in seguito attribuito ad altri. Il 2014 è anche l’anno dell’operazione Zarb e Azb, che l’esercito di Islamabad scatena in giugno nel Waziristan, e Balti se ne deve andare. Passa in Afghanistan da dove svolge un ruolo di coordinamento delle azioni in Pakistan ma presumibilmente anche un lavoro importante di relazioni con i Talebani afgani.
Sulla sua morte hanno aperto un’inchiesta sia il governo sia il Ttp (che  l’ha confermata e aveva già chiarito che il portavoce attuale, pur sempre con nome de guerre Khorasani, è vivo e vegeto). Non sapendo chi lo ha ucciso ci si domanda a chi possa servire la sua morte in un momento tanto delicato: la trattativa tra Ttp e Islamabad, favorita da Kabul.

Non è la prima volta che il Ttp parla col governo ma la trattativa del febbraio 2014 si arena presto. L’operazione Zarb e Azb fa il resto (a luglio ha già creato un milione di sfollati). A sorpresa, nell’ottobre scorso i colloqui riprendono e arrivano a una tregua che scatta l’8 novembre per scadere dopo un mese ma senza essere rinnovata. Le accuse reciproche si sprecano e le armi tornano a cantare. Ma gli artefici del negoziato, i Talebani afgani,  non restano con le mani in mano. Per Kabul una tregua tra Ttp e Islamabad significa guadagnare punti e restituire favori. Ma anche controllare un movimento pachistano ancora più eterogeneo di quello afgano, con schegge impazzite alcune delle quali passate allo Stato islamico mentre altre si sono associate al progetto di Al Bagdadi per poi far ritorno nel Ttp. Non è un dietro le quinte: l’'inviato di Kabul per il Pakistan, sardar Ahmed Khan Shakib, ha appena dichiarato che i Talebani stanno facendo il possibile per riattivare il tavolo negoziale in uno stallo pericoloso. Della vicenda si occupano commissioni paritetiche dei due governi che, oltre al dialogo col Ttp, hanno sul tavolo anche l’annoso contenzioso sulla frontiera. E sul loro territorio, i Talebani sono stati chiari, non permetteranno santuari esterni che possano mettere in difficoltà Kabul.

martedì 25 luglio 2017

Strage senza fine

Dopo qualche settimana di apparente tranquillità la guerra afgana torna nella capitale con un’autobomba che il suo guidatore scaglia contro un autobus che sta portando al lavoro – sono le 6.45 del mattino – alcuni impiegati del ministero per le miniere e il petrolio. Non è una tecnica nuova e a farne le spese sono già stati lavoratori dei media o di altri ministeri. Ma non son certo gli alti papaveri dei dicasteri a perdere la vita in un attentato che avrebbe ucciso almeno 36 persone e ne avrebbe ferite altre quaranta anche se nel quartiere abita anche un alto dignitario del governo: Mohammad Mohaqiq, un mullah integralista che sta però dalla parte “giusta” della barricata. La responsabilità viene attribuita ai talebani che non sono comunque rimasti con le mani in mano nei giorni scorsi: la guerra in Afghanistan è pane quotidiano in tutto il Paese e non solo per la guerriglia. E’ di qualche giorno fa una polemica su “fuoco amico” americano che per errore avrebbe colpito militari afgani. Intanto c’è attesa sulla nuova strategia promessa da Trump che prevede un nuovo “surge” nel Paese dell’Hindukush. Ma il presidente fa melina tra indiscrezioni e speculazioni sul numero di soldati da inviare (4mila?) e se è vero che darà carta bianca anche a qualche società di contractor.

Dall'altra parte del confine intanto i talebani del Tehreek-i-Taliban Pakistan, i “cugini” pachistani della guerriglia afgana, hanno messo a segno l’ennesima strage a Lahore, città del Punjub, dove un attacco suicida che voleva colpire la polizia locale si è trasformato in una carneficina con almeno 26 vittime tra cui nove poliziotti.

In un caso e nell’altro – e così nella maggior parte delle azioni della guerra sui due fronti caldi – i civili continuano a pagare il prezzo più alto: in Afghanistan, secondo la missione Onu a Kabul, nei primi sei mesi del 2017 il numero di civili uccisi o feriti continua a rimanere elevato. Dal primo gennaio al 30 giugno ci sarebbero stati 1662 civili uccisi e 3581 feriti. I morti raccontano di un aumento del 2% rispetto allo stesso periodo nel 2016. Il 40% sarebbero imputabili alla guerriglia talebana o allo Stato islamico mentre si ricorda che il solo attacco a Kabul del 31 maggio (senza paternità) ha ucciso 92 civili e ne ha feriti 500 conquistando il primato dell’attacco più stragista dal 2001. I talebani hanno preso le distanze dai dati di Unama contestandone i numeri e le responsabilità: citando le azioni delle milizie di villaggio (Arbakis) o i raid dei droni i cui effetti sono coperti da segreto militare.

mercoledì 22 febbraio 2017

Pakistan contabilità del terrore

Jinnah, il fondatore del Pakistan.
 Musulmano ma non integralista
Il bilancio dell’ultimo attacco terroristico in Pakistan è ancora incerto: cinque le vittime secondo alcune fonti, sette secondo altre. Quel che è certo è che i tre attentatori della Jamaat-ul-Ahraar (JuA) – una fazione che si è scissa nel 2014 dal fronte dei talebani pachistani del Tehreek-e-Taleban (Ttp) – volevano compiere una strage e ci sono riusciti solo in parte.

L’obiettivo, come già in passato, è un tribunale di Charsadda, una cittadina capoluogo di distretto a una trentina di chilometri da Peshawar, capitale della provincia del Khyber Pakhtunkhwa, e vicina al confine con l’Afghanistan. Secondo le prime ricostruzioni, i tre attentatori si sono avvicinati come normali cittadini al tribunale ma appena il primo militante è stato fermato dagli agenti, ha lanciato una granata. E’ stato ucciso subito dopo. Stressa fine per il secondo, freddato sull’ingresso mentre il terzo è riuscito a farsi esplodere. In totale i kamikaze hanno potuto comunque lanciare sei granate ma senza riuscire però a mettere a segno la strage che dovevano avere in animo se fossero entrati nella corte di giustizia, affollata di avvocati e civili.

Bacha Khan con Gandhi. Pacifisti
Sotto: arte del gandhara
Charsadda non è nuova ad attacchi terroristici: un’altra corte di giustizia era entrata nel mirino nel marzo scorso quando un suicida – sempre di Jamaat-ul-Ahraar - era riuscito a farsi esplodere dentro il tribunale. Nel gennaio 2016 invece, l’Università Bacha Khan di Charsadda era stata l’obiettivo dell’attacco di un commando che aveva gettato nel panico i duecento studenti dell’ateneo dedicato a una nobile figura del pacifismo pashtun (Bacha Khan, appunto, noto anche come “Il Gandhi della Frontiera”). Allora i morti furono 22 e l’attacco venne rivendicato dalla Tariq Geedar Afridi, una fazione del Ttp, il cui vertice aveva però poi smentito di aver dato luce verde alla strage.

Charsadda è uno dei tanti luoghi simbolo di un Paese con una storia complessa e antica alle spalle: non solo Charsadda ha dedicato una scuola a un pacifista che usava il Corano come strumento di pace ma è anche il luogo che ospita le rovine dell’antico sito di Pushkalavati – la Città del loto – capitale del regno del Gandhara dal sesto secolo Ac al secondo Dc. Secondo il Ramayana, testo sacro hindu, il nome deriva dal fondatore Pushkala, figlio di Bharat e nipote di Rama. Fu una città zoroastriana, animista e in seguito buddista. E’ una delle culle – con l’Afghanistan - della civiltà greco-buddista e cioè dell’antichissimo legame tra Oriente e Occidente. Ha dunque tutti i requisiti per essere in odio all’islamismo più radicale che, per non farsi mancare nulla, ha aggiunto la supposta apostasia di Bacha Khan, un uomo che forse solo i soldati britannici avevano odiato di più (era contrario tra l’altro alla spartizione del Raj tra India e Pakistan).

Tutto farebbe pensare a un’azione dello Stato islamico cui la JuA (Assemblea della fede) aveva inizialmente garantito il suo sostegno nell'agosto del 2014 salvo poi nel marzo 2015 – ma è difficile seguire le geometrie variabili della galassia jihadista - tornare sotto il cappello del Ttp. E’ invece da imputarsi allo Stato islamico – che l’ha rivendicata - la strage di giovedi scorso al tempio sufi di Lal Shahbaz Qalander, a Sehwan, nel Sindh, con un bilancio che potrebbe arrivare a contare 90 morti e che ha fatto reagire con veemenza gli alti comandi dell’esercito, ora sotto la guida del generale Qamar Javed Bajwa che, tanto per cambiare, ha accusato l’Afghanistan di essere il retrovia per le operazioni del Califfo. La reazione si è risolta anche nella chiusura della frontiera afgano pachistana con l’ordine di “sparare a vista” e in un momento di altissima tensione tra i due Paesi, dal momento che Islamabad sta espellendo un milione di afgani “indocumentati” (ma in molti casi con lo status di rifugiati) e ne ha già mandati in Afghanistan 600mila. Quanto al quadro interno, la cronaca racconta di oltre cento morti nel solo giro di dieci giorni: il 13 febbraio un kamikaze del Ttp uccide a Lahore 13 persone. Lo stesso giorno due sminatori vengono uccisi a Quetta. Il 15 JuA firma un attentato kamikaze nell'agenzia tribale di Mohmand uccidendo cinque persone mentre a Peshawar il Ttp cerca di uccidere un giudice ma fredda il suo autista. Il 16 febbraio, govedi, è la volta del tempio sufi di Lal Shahbaz Qalandar, nel Sud del Paese mentre un Ied (bomba sporca) uccide nel Belucistan tre agenti della sicurezza. Ieri Charsadda.

Vale la pena di notare, al di là dei numeri, che la violenza politica (non sempre e solo attribuibile ai talebani e ai loro sodali più o meno alleati) si è ormai espansa a macchia d’olio in tutto il Paese e che la promessa del pugno di ferro con i gruppi islamisti – a lungo coccolati da governi e servizi – è tardiva. Dopo una macabra luna di miele forse definitivamente tramontata.

Questo articolo è uscito oggi su il manifesto

sabato 3 settembre 2016

Duplice attentato in Pakistan: con Al Qaeda o Daesh?

Un duplice attacco suicida in Pakistan nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, al confine con l’Afghanistan, ha segnato ieri l'ennesima giornata di violenza nel Paese dei puri. Entrambi gli attacchi, il cui bilancio è sinora di 13 morti tra poliziotti e civili oltre a diverse decine di feriti, ha preso di mira una corte di giustizia a Mardan, distretto a una cinquantina di chilometri da Peshawar. E nei sobborghi della capitale provinciale, poco prima, era stata presa di mira una Christian Colony, una comunità di cristiani. Tutti e due gli attentati – condotti da kamikaze armati - portano la stessa firma: Jamaat ul-Ahrar, un gruppo jihadista a geometria variabile che si è staccato nel 2014 dal cartello madre dei talebani pachistani (Tehrek-e-Taliban Pakistan o Ttp) per poi farvi ritorno nel 2015. Aveva espresso il suo sostegno a Daesh e al progetto del Grande Khorasan che dovrebbe segnare l’espansione a Est del califfato di Raqqa.

mercoledì 13 luglio 2016

Un drone ha ucciso l'ideatore delle ultime stragi in Pakistan (aggiornato)

Secondo la stampa pachistana un drone americano avrebbe freddato in Afghanistan, nella provincia orientale di Nangarhar, Umar Mansur e Qari Saifullah, due militanti chiave dei talebani pachistani (Tehreek-i-Taliban Pakistan/Ttp). In particolare Umar Mansur, alias Khalifa Mansur, alias Umar Naray – a capo della fazione Tariq Geedar del Ttp - sarebbe l’ideatore di almeno tre recenti stragi avvenute nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, al confine con l’Afghanistan: la prima è il massacro di oltre 140 persone (in maggioranza studenti) alla Army Public School di Peshawar avvenuto nel 2014. La seconda si deve a un attacco contro una base militare dell’aviazione nel 2015 sempre nella zona di Peshawar (29 vittime). L’ultima, nel 2016, riguarda sempre un’università, la Bacha Khan di Charsadda, dove i morti sono stati 18.

Per ora non ci sono conferme ufficiali e il Ttp smentisce. Ma fonti militari hanno detto al quotidiano Dawn, uno dei più autorevoli del Paese, che la notizia è credibile. Umar era stato catalogato in maggio dal Dipartimento di stato americano “terrorista globale”. L’obiettivo sarebbero ora Abdul Wali, alias Omar Khalid Khurasani, and Maulvi Fazlullah, leader del Ttp.

Aggiornamento: la notizia è stata confermata dal capo delle forze armate pachistane

martedì 29 marzo 2016

Strage di Pasqua in Pakistan

Il giorno dopo la strage di Pasqua, tutto il Pakistan manifesta la sua solidarietà ai funerali delle vittime dell'attentato in Punjab, ben oltre la religione di appartenenza dei morti: tre giorni di lutto nazionale, dichiarazioni istituzionali forti contro l'islamismo radicale e il via libera a un' “Operazione Punjab” che è stata decisa ieri dal generale Rahel Sharif, l'uomo forte del Pakistan, a capo dell'esercito e il personaggio che sta facendo piazza pulita nel Waziristan, sul confine con l'Afghanistan, con un operativo militare contro la guerriglia (nell'immagine sotto a sn).

I fatti di Pasqua sono atroci anche se perfettamente in linea con la logica stragista e terroristica che insanguina il Paese ormai da oltre quindici anni: un gruppo islamista di recente formazione e dai contorni confusi, mette a segno nel giorno di Pasqua un attentato suicida che si consuma in un parco pubblico di Lahore. Il primo bilancio dava già almeno settanta morti (ieri saliti a 72) con centinaia di feriti di diversa età, estrazione sociale e confessione religiosa anche se il comunicato di rivendicazione di Jamaatul Ahrar puntava l'indice sui cristiani, colpiti nel mucchio di un luogo di ricreazione che di per sé una fede non ce l'ha. L'attentatore suicida che entra senza difficoltà nel parco, innescando l'inevitabile polemica sull'assenza di forze di sicurezza, appartiene a una formazione dai contorni incerti che oltre un anno fa si è scissa dal Tehreek Taleban Pakistan (Ttp), l'ombrello jihadista per eccellenza che si rifà al verbo di mullah Omar e alla scuola islamista Deobandi ma che ha declinato il suo jihad in modo brutale e scegliendo di colpire soprattutto il governo di Islamabad, apostata e asservito agli Stati Uniti. JA è governata tra l'altro da quell'Ehsanullah Ehsan che del Ttp è stato a lungo portavoce. Le cronache dicono che la scissione ha poi portato il gruppo a sostenere Daesh ma che in seguito JA avrebbe fatto marcia indietro, rientrando nelle file del Ttp. Vero o non vero, è JA a firmare l'attentato di Pasqua e questo è il primo dato: un dato che dice che il Ttp è ancora in crisi e una nuova guerra per bande – forse anche per controllare la cupola del vecchio network jihadista – è in corso.

domenica 31 gennaio 2016

Terrorismo: la sfida pachistana

Tra tre colossi: India, Iran e Cina
E'vero che Islamabad ha cambiato strategia e politica nei confronti dei gruppi jihadisti a lungo coccolati sin dai tempi di Zia Ul Haq? La decisione sembra presa e i fatti in parte lo dimostrano. Un'analisi del nuovo corso pachistano. Tra mille difficoltà e una scomoda eredità.

Il 15 gennaio, dopo il discorso di Barack Obama sullo Stato dell'Unione, i pachistani hanno risposto con sdegno. La frase che non è piaciuta a Islamabad riguarda il futuro di instabilità nel quale il presidente americano ha incluso Afghanistan e Pakistan ma in realtà anche altre parti del pianeta come, evidentemente, il Medio oriente. La risposta piccata, affidata a Sartaj Aziz, il consigliere per la sicurezza del premier Nawaz Sharif e uno dei più influenti funzionari del Paese, dimostra chiaramente il grado di sensibilità che il Pakistan ha in tema di terrorismo. A molti il discorso di Obama può aver dato fastidio. Nei pachistani ha suscitato una reazione persino eccessiva. Proprio perché il problema esiste anche se il Pakistan sta effettivamente tentando di fare della lotta al terrorismo una priorità.

Nelle stesse ore, l'Amministrazione americana trascriveva una nuova sigla nella lista (Fto) delle organizzazioni terroristiche: Isil-K (Isil Khorasan) che, spiega il sito del Dipartimento di Stato, ha annunciato la sua creazione il 10 gennaio 2015. «Il gruppo – argomenta il DoS - ha sede nella regione Afghanistan/Pakistan ed è composto principalmente da ex membri del Tehreek e Taliban Pakistan e da talebani afgani. La leadership di Isil-K ha giurato fedeltà ad Abu Bakr al Bagdadi, il capo di Isil. Questo impegno è stato accettato a fine gennaio 2015 e da allora Isil-K ha effettuato attentati suicidi, attacchi armati minori e rapimenti nell'Afghanistan orientale contro i civili e l'esercito afgano. Ha inoltre rivendicato gli attacchi contro civili a Karachi, Pakistan, nel maggio 2015». Isil-K, una formazione di cui non si conosce esattamente la forza numerica e la capacità operativa, sarebbe dietro anche al recente assalto contro una missione diplomatica pachistana in Afghanistan. E' solo l'ultimo atto di una saga infinita cominciata diversi decenni fa.

giovedì 21 gennaio 2016

Pakistan, ancora una strage a scuola

Simbolo pacifista: Abdul Ghaffār Khān,
 detto anche Fakhr-e Afghān (orgoglio degli afghani),
 noto col nomignolo di Bāchā Khān (re dei capi)
 e conosciuto anche come
 Gandhi della frontiera o Gandhi musulmano
A distanza di poco più di un anno da quando un commando talebano ha attaccato una scuola militare a Peshawar uccidendo oltre 140 persone, lo scenario si ripete. Questa volta siamo alla Bacha Khan University di Charsadda, sempre nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa di cui Peshawar è la capitale. L’università è intitolata al pashtun della Frontiera del Nord Ovest (così si chiamava la provincia nel Raj britannico): un uomo che, alla fine degli anni Venti del secolo scorso, aveva fondato un movimento non violento ancor prima di Gandhi, anche se è ricordato come il “Gandhi musulmano”. Gli studenti stanno proprio commemorando il personaggio che è dunque un simbolo anche della lotta pacifista e di un islam non combattente. Il commando entra nell'ateneo: sarebbero in una decina a scalare le mura dell’edifico. Hanno armi automatiche e cinture esplosive (quest'ultima ipotesi è poi stata smentita dalle autorità: i guerriglieri volevano fuggire dopo l'attacco). Il massacro va in onda poco dopo anche se assai più contenuto rispetto alle aspettative. I morti tra chi era nell'istituto sarebbero (finora) almeno 21 ma non è chiaro se nel conto ci siano quattro guerriglieri che l’esercito sostiene di aver ucciso.

venerdì 15 maggio 2015

La guerra infinita sulla frontiera dell'Afpak

L'Aga Khan, figura di riferimento
della comunità ismaelita
Quella degli ismailiti è una piccola minoranza nella minoranza sciita del Pakistan. Ma pochi o tanti, poco importa ai gruppi che hanno fatto della guerra agli apostati la loro religione. L'ultimo attentato, 43 morti e 23 feriti, avvenuto mercoledi a Karachi in pieno giorno dove un commando ha assaltato un autobus carico di fedeli, colpisce la piccola setta presente anche in Afghanistan e, in maggior numero, in India. Mentre ieri si sono svolti i funerali per la strage, si fanno i conti con le rivendicazioni che puntano dritte allo Stato islamico. O meglio, al gruppo Jundallah, organizzazione settaria che come altre prende da sempre di mira chi devia dalla retta via e che, fino a novembre scorso, faceva parte del Ttp (Tehreek Taleban Pakistan), l'ombrello talebano pachistano in odore di scissione da mesi e dal quale molti gruppi si staccano per aderire al progetto dello Stato islamico che prevede un Khorasan (area che nella testa di Al Bagdadi comprende Afghanistan e Pakistan) affiliato al Grande Califfato.

Jundallah (soldati di Allah) è di formazione abbastanza recente e si è fatto notare per diverse azioni con risonanza anche all'estero: quella nel giugno 2013 nel Gilgit-Baltistan dove fa strage di un gruppo di alpinisti di diverse nazionalità. A settembre due kamikaze fanno invece saltare la chiesa di Ognissanti a Peshawar: 127 morti e 250 feriti. A ottobre 2014 se la prendono con un jihadista “moderato” - maulana Fazlur Rahman della Jamiat Ulema-e-Islam (F) – che però riescono solo a ferire. Dopo l'adesione all'Is (di cui forse c'è già un'avvisaglia nell'attentato a un musulmano “deviato” come Fazlur Rahman), attaccano la parata dell'esercito pachistano al posto di frontiera di Wagah con l'India: 60 morti. Da gruppo anti sciita, sono passati a uccidere turisti, cristiani e soldati pachistani, una deriva che li avvicina molto all'Is. Ultimo colpo a gennaio:49 morti in una moschea sciita. Il governo però getta acqua sul fuoco.

giovedì 18 dicembre 2014

Peshawar, il giorno dopo

La bandiera del Ttp, i talebani pachistani
La mattina dopo il massacro della scuola militare a Peshawar che si è chiuso con un bilancio di oltre 130 studenti e una decina di insegnanti uccisi, non è solo una giornata di dolore, cortei funebri e bandiere a mezz'asta nel primo dei tre giorni di lutto nazionale. Molto si muove: tra le intelligence, i capi militari, gli esponenti politici pachistani e internazionali. E l'onda lunga di Peshawar muove anche gli americani a prestar maggior attenzione a quel che avviene nel quadrante dove si incastrano le vicende afgano-pachistane: Obama ha convocato ieri una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza nazionale per valutare «potenziali minacce». Preoccupazioni diffuse dopo una delle stragi più clamorose della storia del Pakistan. Per gli americani del resto, Islamabad è un alleato scomodo ma fondamentale, una pedina sulla quale ogni anno il Pentagono gioca un chip milionario. Per l'anno fiscale 2014 sono stati chiesti al Congresso 766 milioni, la metà dei quali sono per assistenza militare il che fa del Pakistan il quarto beneficiario dell'aiuto Usa dopo Afghanistan, Israele e Irak.

Ma se a Washington qualcosa si muove, molto di muove anche a Islamabad – dove il premier Nawaz Sharif ha decretato la fine della moratoria sulle esecuzioni capitali in caso di terrorismo – e tra Islamabad e Kabul dove ieri è volato Raheel Sharif, il capo dell'esercito pachistano, che ha incontrato il neo presidente Ashraf Ghani e il comandante Nato John Campbell. Questa volta, anziché assistere all'ennesima reprimenda di Kabul per l'ospitalità concessa ai talebani afgani, le parti si sono invertite. Raheel ha chiesto aiuto a Kabul proprio per i santuari afgani che ospitano i talebani pachistani tra cui il capo del Tehreek-e-Taleban Pakistan (Ttp), mullah Fazlullah (noto come Radio mullah). Secondo Raheel gli ordini per la strage di martedì sarebbero partiti proprio dall'Afghanistan: dal cellulare di Umar Naray (alias Umar Khalifa Adinzai, comandate della piccola fazione Tariq Geedar con base nella zona di Darra Adam Khel e già responsabile di un attacco contro un aereo della Pakistan Airlines a Peshawar in giugno). Anche lui è rifugiato sulle montagne afgane. La sua fazione ha anche mostrato immagini del commando stragista: sei uomini tra cui il comandante Omar Mansoor, tutti uccisi nell'operativo nell'esercito per liberare la scuola.

martedì 11 novembre 2014

Reclutamento pachistano per Daesh

La smentita ufficiale il governo di Islamabad l'ha affidata al ministro dell'Interno Chaudhry Nisar Ali Khan, secondo il quale non esiste in Pakistan nessun gruppo che si chiami Is, Stato islamico o Daesh. Ci son voluti un po' di giorni dopo che il quotidiano The Dawn ha pubblicato un rapporto top secret del 31 ottobre firmato dal governo provinciale del Belucistan (estremo occidente al confine con l'Afghanistan e l'Iran). Il documento (a destra nell'immagine) metteva in guardia su un possibile reclutamento di 10-12mila miliziani avvenuto nelle agenzie tribali (Kurram e Hangu) dove l'Is avrebbe offerto lavoro in particolare a due gruppi radicali - Lashkar-e-Jhangvi (LeJ) e Ahl-e-Sunnat Wai Jamaat (Aswj), già Sipah-e-Sahaba - il cui mandato, non a caso, è la persecuzione degli sciiti, motivo per il quale sono considerati gruppi simpatizzanti con l'Arabia saudita, uno dei primi sponsor dell'Is.

martedì 4 novembre 2014

Wagah, gli scissionisti firmano la strage

“Flag off” è la cerimonia della bandiera che si svolge ogni sera al tramonto alla frontiera indo pachistana di Wagah, dove i Punjab Ranges pachistani, in divisa nera, e il personale di sicurezza indiano in kaki, danno sfoggio di una sorta di “passo dell'oca” in sincronia. Si è tenuta anche ieri nonostante domenica scorsa la frontiera sia stato teatro di una strage che ha visto lievitare il suo macabro bilancio a 60 morti, tra cui sette donne e dieci bambini; oltre un centinaio i feriti.



Una bomba, forse insaccata nel corpo di un kamikaze, è esplosa alla porta di in un ristorante che dista pochi metri da un checkpoint paramilitare a 500 metri dal luogo dove si accalcano non solo transfrontalieri e viaggiatori, ma anche centinaia di persone che, come a Londra, a Mosca o al Quirinale, assistono alla piccola parata militare che rende persino simpatico uno dei confini più caldi del mondo. Lungo la frontiera che dal 1947 divide i due Paesi, scaramucce e persino vittime non mancano mai di punteggiare le cronache delle turbolente relazioni tra le due nazioni sorelle uscite dalla fine del Raj britannico.

domenica 7 settembre 2014

I travasi della guerriglia e i nuovi fronti jihadisti

In un momento in cui ci si sforza di capire com'è composto il nuovo fronte jihadista e mentre diversi organi di stampa sostengono che sia in atto un travaso di “stranieri” dalle aree del Pakistan e dell'Afghanistan verso i nuovi vecchi fronti qaedisti (ormai ex qaedisti in gran parte) di Siria e Iraq, alcune notizie provenienti dal Pakistan meritano di essere osservate.

Come forse i lettori ricorderanno, nel marzo scorso il Ttp, l'ombrello dei pachistano talebani – ha dovuto fare i conti con una faida interna per il controllo dei Meshud, la potente tribù che ha dato i natali a gran parte dei capi del Ttp. La faida è scoppiata tra i seguaci di Sheryar Mehsud (che si rifà al leader Hakimullah ucciso nel novembre 2013) e un gruppo capitanato da Khan Said Sajna (sempre un meshud). La faida aveva messo in difficoltà mullah Fazlullah, capo fino ad allora riconosciuto dell'intero Ttp. Ma alcuni giorni fa Fazlullah ha assistito a un'altra assai più vasta scissione interna del movimento con la formazione di un nuovo gruppo che si chiama Jamatul Ahrar che, secondo il suo portavoce Ehsanullah Ehsan (già portavoce ufficiale del Ttp), godrebbe del sostegno di 7-8 comandanti talebani su dieci. Un colpo duro per “Radio Mullah” cui ora se n'è aggiunto un altro.

martedì 10 giugno 2014

Strage a Karachi

A 24 ore dall'ultima strage pachistana avvenuta poco dopo la mezzanotte di domenica all'aeroporto internazionale di Karachi, le vittime sono salite a 29 e i feriti si contano a decine. Ma non è l'unica cattiva notizia che arriva dal Pakistan, anche se la rilevanza dell'obiettivo focalizza l'attenzione sull'attacco armato allo scalo intitolato ad Ali Jinnah, il fondatore del Paese dei puri: altre 24 persone sono state infatti uccise, sempre domenica, in un ristorante a Taftan, città al confine con l'Iran, dove un kamikaze si è fatto esplodere all'interno del locale e altri tre hanno sparato a raffica sui passeggeri di un autobus, aggiungendo nuove vittime alle ripetute stragi consumate ai danni di pellegrini sciiti, minoranza nel Pakistan sunnita oggetto di una vera e propria persecuzione settaria.

Un Paese sbigottito davanti a tanta furia omicida si interroga, per strada o dalle colonne dei giornali, sul senso di un negoziato con gli islamisti radicali del Tehrek-e-Taleban Pakistan (Ttp) iniziato da oltre quattro mesi ma costellato di violenze di cui l'attacco all'aeroporto non sembra certo l'ultimo capitolo. Per gli scettici è anzi la conferma che con i miliziani di Dio non si può trattare. I bombardamenti nelle aree tribali per altro non sono mai cessati: l'ultimo è di stamane nella zona di Khyber. 

La ricostruzione della dinamica è ricca come sempre di notizie a volte molto diverse tra loro, ma quella che appare come la più attendibile racconta di una messa in scena con abiti delle guardie di sicurezza, indossate dai talebani per entrare nell'aeroporto accompagnati da passi falsificati. I terroristi erano una decina e hanno attaccato in due punti allo scopo, come ha poi spiegato un messaggio del Ttp, di distruggere un certo numero di aerei per vendicare la morte del loro capo Hakimullah, ucciso mesi fa da un drone, e per rispondere ai raid aerei e di terra messi a segno dall'esercito del Pakistan nelle ultime settimane. Impadronitosi di due aree, tra cui un vecchia zona dell'aeroporto adibita all'accoglienza dei Vip e a operazioni logistiche per i cargo, il commando avrebbe iniziato a far fuoco cercando di mettere in atto il piano per cui era stato preparato un vero arsenale di bombe. Tre di loro si sono fatti esplodere, gli altri sette sono stati uccisi dalla sicurezza che ha però pagato un prezzo altissimo per isolare (in sei ore) il commando. Quel che è certo, secondo tutti gli osservatori, la polizia e l'intelligence, è che il piano era tanto organizzato quanto complesso e,secondo alcune fonti, sarebbe stato preparato, con l'aiuto di esperti stranieri, addirittura prima dell'inizio del negoziato di pace che risale, tra continui “stop and go”, a fine gennaio.


La rivendicazione talebana arrivata ieri non chiarisce comunque le dinamiche interne alla vasta galassia jihadista. Tanto per cominciare il consiglio (shura) talebano del Nord Waziristan che fa capo ad Hafiz Gul Bahadur (clan waziri dei Madda) ha esteso la tregua col governo di altri venti giorni. E' una fazione “talebana” che non sempre si riconosce nelle scelte del Ttp (ombrello di formazioni locali non del tutto omogenee) e che è più favorevole alla trattativa. Di fatto nel Ttp le faide stanno aumentando: mullah Fazlullah, il capo eletto dopo la morte di Hakimullah, ultimo leader meshud (una tribù molto importante del Waziristan), ha dovuto recentemente affrontare una scissione: un gruppo capitanato da Khan Said Sajna (un meshud) ha accusato Fazlullah di aver tradito la causa ma, a quanto si dice, il dissidio riguarderebbe proprio la strategia nei confronti della trattativa col governo cui Sajna sarebbe più favorevole (il suo gruppo si chiama Tehrek Taleban Sud Waziristan). Ma lo stesso capo meshud ha i suoi guai con un parente, Sheryar Mehsud, con cui proprio recentemente è scoppiata una faida armata. L'effetto delle prese di distanza avrebbe portato Fazlullah (anche noto come mullah Radio per le sue trasmissioni radiofoniche e famoso per la conquista della valle di Swat poi ripresa dal governo) a stingere i ranghi. L'attentato allo scalo potrebbe essere un segnale del fallimento del negoziato ma anche di contraddizioni in seno ai talebani che sembrano produrre una cesura che, a colpi di kalashnikov, potrebbe essersi approfondita proprio con l'inizio del negoziato. 

sabato 24 maggio 2014

Nawaz dice si a Modi

Mentre Islamabad ha finalmente deciso di rispondere positivamente all'invito di una visita a Delhi lunedi prossimo, nel Paese dei puri la guerra infuria.

I talebani del Pakistan (Ttp) son tornati a farsi sentire nella capitale dopo che da aprile (strage al mercato della verdura) la città era in stato di massima allerta ma rimasta scevra da attacchi terroristici. Mentre scriviamo non c'è una rivendicazione ufficiale, ma appare abbastanza chiaro che le due esplosioni di stamane nel cuore della città simbolo del potere, pur se hanno fatto poche vittime poiché sono avvenute nelle primissime ore del mattino, sono la reazione a tre giorni di intensi bombardamenti dall'aria e da terra accompagnati da operativi di terreno nel Nord Waziristan, il cui bilancio supera le ottanta vittime. Il governo chiarisce che non ci sarà tregua finché il Ttp non annuncerà un cessate il fuoco e ha puntato gli obici principalmente sulle bande di “stranieri” alleati del Ttp (soprattutto uiguri dell'East Turkestan Islamic Movement o Etim, secessionisti del Turkestan cinese che Pechino chiama Xinjiang e su cui Islamabad ha recentemente ricevuto pressioni dal potente vicino). Ma la notizia importante di oggi è un'altra.


Anche la stampa internazionale riporta con evidenza il fatto che il premier pachistano Nawaz Sharif ha accettato di partecipare all'evento che lunedi celebrerà l'insediamento di Narendra Modi a primo ministro dell'Unione. Un passo importante e distensivo (da ambe le parti).

martedì 20 maggio 2014

Faida nel Ttp blocca in Pakistan il processo di pace

Una rara immagine di Fazlullah
Comanda davvero lui i talebani pachistani?
Sulla carta mullah Fazlullah è il capo dei talebani pachistani, eletto dalla shura del Tehreek-e-Taliban Pakistan (Ttp) dopo la morte (per drone nel novembre scorso) di Hakimullah Mehsud, l'uomo che ha rappresentato negli anni la continuità del comando nel gruppo e la supremazia della tribù dei meshud – luogo di nascita del Ttp - originaria del Waziristan del Sud. Ma oggi il disomogeneo pianeta del Ttp è in movimento e tutt'altro che unito.

 Dopo che in febbraio le stesso Fazlullah aveva dato via libera al negoziato tra Ttp e governo, i conciliaboli sono andati avanti a strappi anche perché diversi sottogruppi e comandanti locali, o altre formazioni della galassia jihadista, si sono opposte ai colloqui e non hanno rispettato la tregua decisa dal vertice del Ttp.

giovedì 10 aprile 2014

Il giorno dopo la strage al mercato. Islamabad respinge l'ipotesi beluci

Il ministro dell'Interno Nisar.
 E' il fautore della linea dura
Il ministero dell'Interno non crede alla rivendicazione beluci dell'attentato di ieri al mercato di Islamabad. E' l'ultimo aggiornamento su una vicenda nella quale era già salito a 24 ieri sera il numero delle vittime dell'ennesima strage in Pakistan. Oltre cento i feriti Una strage che non ha eguali, nella capitale, dai tempi di quella avvenuta all'Hotel Marriot di Islamabad nel 2008. Ma l'episodio non si può ascrivere alla routine cui le vicende del Paese dei puri ci hanno abituato. La strage di ieri mattina, particolarmente odiosa perché avvenuta in un affollato mercato nella zona di Sabzi Mandi, tra Islamabad e Rawalpindi, avviene infatti mentre è in corso un faticoso negoziato di pace tra il governo e il Ttp, la sigla dei talebani pachistani, entrati in guerra con gli empi governi di Islamabad nel 2007 sulle orme e su ispirazione dei confratelli afgani. E' una guerra civile che esce dai confini delle aree tribali e dilaga nelle altre province e che, in soli sei anni, uccide 50mila persone. Poi, con l'arrivo del premier Nawaz Sharif al governo, la svolta. Seppur faticosamente inizia un negoziato, già prima tentato e più volte fallito. E' la volta buona?

venerdì 28 marzo 2014

Pakistan, se el Pibe de oro fa ombra al negoziato

Dopo uno scambio a distanza di battute al calor bianco tra Diego Armando Maradona e Sardar Naveed Haider Khan, personaggio di spicco della Pakistan Football Federation, il Pibe de oro pare abbia in mente una visita in Pakistan, chissà mai per allenare la squadra della mezzaluna in vista delle prossime sfide nei catini mondiali. La vicenda ha una sua rilevanza tanto che la notizia, se non ha oscurato la conclusione del primo round negoziale tra il governo di Islamabad e i talebani del Ttp (Teheerek-e-Taleban Péakistan), certo le ha fatto una bella concorrenza.

domenica 2 marzo 2014

Colpo su colpo. Nuova incursione nelle Fata

Un elicottero Cobra con mitragliere
in dotazione all'esercito pachistano
La stampa pachistana dà notizia stamane di un nuovo attacco con elicotteri armati nelle aree tribali. Secondo The Dawn, sono stati colpiti diversi rifugi dei talebani del Ttp: del comandante mullah Tamanche a Bara (agenzia di Khyber) e altri obiettivi a Kalanga, sempre nelle Fata (area tribale). Il primo bilancio assicura che sarebbero cinque i militanti uccisi. L'azione sarebbe infine la risposta simmetrica all'uccisione di una decina di paramilitari ieri che assistevano un team di vaccinatori antipolio nel Jamrud.

giovedì 27 febbraio 2014

Pakistan, pronto l'attacco di terra contro i talebani

Raheel Sharif, a capo
dell'esercito pachistano
«Il governo pachistano è in procinto di lanciare una grande offensiva militare nella regione tribale del Nord Waziristan dopo gli attacchi brutali dei talebani nelle ultime settimane e l'apparente fallimento dei colloqui di pace con i militanti , secondo un funzionario pachistano di alto livello. "Potrebbe accadere in uno dei prossimi giorni ", ha detto il funzionario, aggiungendo che i piani militari sono stati condivisi con alti funzionari degli Stati Uniti , che hanno a lungo sollecitato un'offensiva». Così il  Washington Post in un articolo che cita fonti anonime pachistane ripreso oggi con evidenza dalla stampa pachistana. L'attacco in forze potrebbe svolgersi utilizzando i 150mila soldati già presenti nell'area, prosegue il quotidiano americano che spiega come l'operativo avverrebbe nella pausa che da tre mesi ha visto un alt degli attacchi con i droni americani. L'ipotesi del giornale conferma le supposizioni sul fatto che un'operazione su larga scala non solo aerea contro i talebani pachistani sarebbe stata preparata da mesi.