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sabato 26 marzo 2016

Afghanistan / La guerra infinita e l'allarme di Emergency

A Kabul è appena finito un incontro tra membri del governo e inviati della comunità internazionale con un titolo che appare persino sarcastico: “Addio al conflitto, benvenuto allo sviluppo”. Nelle stesse ore, l'ospedale di Emergency a Kabul rendeva noto che sono in aumento i pazienti che arrivano all'ospedale per ferite connesse al conflitto. L'ospedale, che l'anno scorso ha curato 3mila pazienti, dice che le sue statistiche non mentono. La guerra è tutt'altro che un addio. Su un altro fronte, nella provincia di Baghdis, un gruppo di guerriglieri in turbante fedeli a mullah Rassul – il comandante che si è staccato dal movimento talebano guidato da mullah Mansur dopo la morte di mullah Omar - ha dichiarato guerra al nuovo capo talebano ritenuto l'usurpatore del trono che fu del fondatore del movimento. A detta dell'ennesima fazione, Mansur non solo è colluso con i servizi pachistani ma sta ammazzando i comandanti che non seguono il dettato del nuovo leader della shura di Quetta.

domenica 6 marzo 2016

Negoziati afgani: mullah Mansur dice no

L'annunciato avvio del negoziato di pace tra governo afgano e talebani sembra nuovamente lettera morta. Con una nota ufficiale,  pubblicata ieri sul sito del movimento guerrigliero fondato da mullah Omar e ora capeggiato da mullah Mansur, i talebani respingono al mittente l'offerta del tavolo negoziale che solo due giorni fa era dato per apparecchiato sia da Islamabad sia da Kabul. Persino con una data: una prima riunione da tenersi in Pakistan entro venerdi prossimo.

Come fonti dei talebani avevano comunque già fatto sapere, la nota di ieri reitera che «l'Ufficio Politico dell'Emirato islamico (che si trova a Doha, in Qatar, e che è l'organismo deputato alla trattativa ndr) non è stato tenuto informato in merito ai negoziati», motivo per cui sono prive di fondamento «le voci in circolazione sul fatto che delegati dell'Emirato islamico parteciperanno agli incontri con il permesso dello stimato Ameer ul Momineen, Mullah Akhtar Muhammad Mansoor (che Allah lo salvaguardi). Respingiamo tutte queste voci e inequivocabilmente affermiamo che il leader dell'Emirato islamico non ha autorizzato nessuno a partecipare a questo incontro né lo ha fatto la leadership del Consiglio dell'Emirato». I talebani chiariscono che nessun negoziato è possibile finché non verranno rispettate le precondizioni poste dalla guerriglia a fine gennaio durante una riunione informale promossa dall'Ong internazionale Pugwash: «fine dell'occupazione dell'Afghanistan, eliminazione delle liste nere, liberazione dei prigionieri». La guerriglia accusa infine governo e Stati uniti di utilizzare una doppia condotta: da una parte compiono raid ed espandono l'attività militare, dall'altra fanno propaganda sui risultati positivi del Comitato quadrilaterale, una commissione formata da emissari di Islamabad, Kabul, Washington e Pechino che avrebbe dovuto stendere la “road map” per predisporre l'avvio del negoziato ufficiale. Che per ora sembra nuovamente congelato.

domenica 28 febbraio 2016

Ecco quanto vale la vita di un afgano

Quanto vale la vita di un afgano? Quanto costa un cadavere della nazionalità respinta in questi giorni alle eurofrontiere? A giudicare da quanto gli Stati uniti hanno offerto per compensare le vittime dell'ospedale di Kunduz, che agli inizi di ottobre venne fatto segno di un bombardamento mirato che lo ridusse in cenere, la morte di un afgano – anche se con laurea – vale seimila euro. Tremila se è stato solo ferito, anche in modo grave. Lo hanno raccontato all'Associated Press i parenti delle vittime dell'attacco al nosocomio di Msf di Kunduz e la risposta dei Medici sena frontiere, che l'ospedale gestivano con personale soprattutto locale, non si è fatta attendere: Guilhem Molinie, portavoce di Msf in Afghanistan, definisce «ridicolo» il cosiddetto pagamento di “sorry money”. Insufficiente per molte famiglie che avevano nei loro morti l'unico salario con cui sopravvivere. Il Paese della guerra infinita è intanto alle prese col tentativo di rinegoziare l'ennesimo incontro tra governo e talebani mentre ieri due attentati della guerriglia (uno a Kabul, l'altro nella provincia orientale di Kunar) hanno ucciso oltre venti persone, in gran parte civili. Il che rende il negoziato - messo in piedi da una “Commissione quadrilaterale” formata da afgani, pachistani, americani e cinesi - estremamente in salita.
 Guilhem Molinie di Msf: compensazione ridicola

La vicenda di Kunduz e del bombardamento dell'ospedale di Msf è una delle tante vicende della guerra infinita e uno dei capitoli più bui per militari afgani e internazionali, responsabili di mezze ammissioni, scuse e reticenze fustigate anche da un recente rapporto dell'Onu. A quanto si sa, gli americani – che chiamati dagli afgani fecero il raid sull'ospedale - dopo aver espresso le loro condoglianze a oltre 140 famiglie e individui hanno reso noto che la ricompensa sarà per tutto lo staff. Ma al di là dei numeri (14 morti tra il personale, 24 tra i pazienti, 14 altri civili) la cifra sembra per ora quella lamentata dalle vittime - e ritenuta inadeguata e offensiva - quando in altre occasioni (come nel caso del militare “impazzito” che fece una strage nel 2013 andando di casa in casa da solo a fare giustizia sommaria) gli Stati Uniti sborsarono fino a 50mila dollari per ogni vittima. E non c'è solo la questione dei soldi. Secondo l'Ap, un documento congiunto Nato-Usa che l'agenzia ha potuto visionare ammette che un Ac-130 sparò con 211 colpi per mezz'ora prima che ci si rendesse conto del disguido. Il documento dice anche che, contrariamente a quanto sostennero inizialmente le autorità militari di Kabul, non c'era nessuna evidenza che nell'ospedale vi fossero dei guerriglieri. Il raid avrebbe anzi dovuto colpire un edificio a poca distanza: un tragico “errore”. Sarebbe anche pronta l'indagine condotta in proprio dagli americani: un dossier di 3mila pagine che però non è ancora stato reso pubblico. Quanto alla commissione indipendente che Msf ha chiesto per far luce sulla vicenda, niente è successo poiché sarebbero necessarie alcune procedure di indagine che devono ricevere luce verde da Washington e Kabul.

martedì 23 febbraio 2016

L'asso nella manica della Quadrilaterale

L'asso di ora nella briscola
 è un'immagine a due teste. Quelle del nagoziato
afgano sembrano molte di più
Devono avere un asso nella manica i quattro cavalieri della Quadrilaterale, che in rappresentanza di Afghanistan, Pakistan, Cina e Stati uniti han  fatto sapere ieri che il negoziato di pace è vicino, che al tavolo sono invitati ufficialmente i talebani per discutere col governo di Kabul e che c'è anche una data possibile: i primi di marzo. Dove? In Pakistan. Non filtra molto altro per ora: la Quadrilaterale si è incontrata diverse volte tra Kabul e Islamabad e sembrava avesse finora partorito un topolino. Difficile dire quanto sia certa la partecipazione dei talebani (e di quali) ma l'ann8ncio c'è e se è stato fatto è forse qualcosa in più di un manifesto di intenzioni. Per certo c'è che Islamabad ha fatto il possibile per convincere almeno una parte della guerriglia che bisogna negoziare. Ai turbanti armati. che hanno comunque fissato delle precondizioni piuttosto difficili da raggiungere, il momento può forse apparire favorevole: sul terreno hanno una buona posizione di forza e inoltre il movimento attraversa un brutto periodo tanto che forse è meglio serrare i ranghi. Kabul ha fatto la sua parte: ha sostituito il vertice dell'Alto consiglio di pace, cui compete il negoziato, piazzando un vecchio imprenditore  pashtun, religioso, rispettato e considerato a un tempo moderato e nazionalista ancor prima che islamista: Pir Sayed Ahmad Gailani, dove "pir" indica il rango di questo sufi la cui famiglia ha una lunga storia teologica alle spalle. Ha già detto che va coinvolto il clero e questa sembra la direzione su cui Pak e Afg convergono. Era un uomo fedele alla monarchia di Zaher e considerato, all'epoca della lotta contro l'Urss, talmente moderato che il Pakistan gli preferì, tra i gruppi armati pashtun, quello di Gulbuddin Hekmatyar. Ma ora le cose sono cambiate e Gailani può andar bene un po' a tutti.
 Il processo di pace in Afghanistan ha davvero una storia complessa e forse per ora conviene stare alla finestra con occhio cauto. E vedere se davvero l'asso nella manica c'è o è solo un bluff.

mercoledì 3 febbraio 2016

L'altro fronte

La “Voce del califfato”, neonata emittente di Daesh nel Paese dell'Hindukush, sarebbe stata distrutta da un raid aereo americano. La notizia, che cita fonti militari statunitensi e locali, la rilancia la Bbc ma il condizionale resta d'obbligo. E' ormai da settimane che infuria la polemica sulla radio clandestina che trasmetteva dalla provincia di Nagharar (alla frontiera col Pakistan) da metà dicembre. La stampa afgana non sembra considerarla una notizia degna della prima pagina e per ora non ci sono prove definitive che Daesh sia stato almeno zittito. Quel che merita un posto importante nella gerarchia delle notizie è invece la decisione di Kabul di aderire alla Global Coalition against Daesh che ha già messo insieme una sessantina di Paesi. La preoccupazione di un'espansione delle mire califfali su quel che Daesh chiama già Vilayet Khorasan, “provincia” dai contorni incerti ma che comprende certamente Afghanistan e Pakistan, è forte nonostante i problemi che la leadership di Raqqa incontra fra talebani afgani e pachistani. Non di meno, alcune frange dei due disomogenei movimenti (le varie fazioni afgane e il Therek Taleban Pakistan o Ttp) hanno aderito al progetto insinuando nella guerra infinita un nuovo elemento di disturbo. Altri elementi confondono un quadro sempre più violento e dove si muovono ormai una miriade di protagonisti con agende diverse: un altro fronte oltre a quello mediorientale e libico.

martedì 2 febbraio 2016

Strage di civili (l'ennesima) a Kabul

Arg, il palazzo presidenziale di Kabul
Il bilancio delle vittime non è ancora definitivo ma è sicuro che si tratta in gran parte di civili. Nell'attacco di ieri i morti (almeno una ventina) e i feriti sono in gran parte cittadini di una capitale che ormai quasi ogni giorno vede una strage. Ieri pomeriggio verso le due, poco dopo l'ora di pranzo, un guerrigliero si avvicina a un posto di polizia nel quartiere di Deh Mazang (Forze di ordine pubblico e di frontiera) e cerca di entrare nella base ma viene fermato sull'ingresso. Si fa esplodere e trasforma Kabul nell'ennesimo palcoscenico di una strage. I talebani la rivendicano. E il conto delle vittime continua a crescere: soltanto tra agosto e ottobre 2015 si sono verificati più di 6mila incidenti con un bilancio di 3600 civili uccisi o feriti. Dati ormai superati e che continuano a crescere come quelli degli sfollati interni che – ha denunciato l'Onu appena qualche giorno fa durante un appello per almeno 400 milioni di dollari in aiuto umanitario per il 2016 – nel solo anno passato sono stati almeno 300mila.

Ma nel mirino del terrore non c'è solo la gente comune (benché i talebani abbiano dichiarato di seguire un “codice di condotta” per evitare le vittime civili): in ballo c'è il tentativo – l'ennesimo – di un negoziato di pace. Che non riesce a decollare nonostante i tentativi di Pugwash e quelli della  cosiddetta "Quadrilaterale", un comitato (Afghanistan, Pakistan, Usa e Cina) che sta cercando di mettere in piedi un'agenda per possibili colloqui. Ma oggi il presidente Ghani ha chiarito che non si tratta con gli stragisti

martedì 12 gennaio 2016

Il processo di pace "must go on" (per ora senza i talebani)

Pace in salita. La scalata
la guida il Pakistan
Per adesso la montagna ha partorito un topolino ma non era immaginabile andare oltre. Riunitosi ieri per la prima volta a Islamabad, il Quadrilateral Coordination Committee, che comprende Afghanistan, Pakistan, Cina e Usa, ha fissato il suo secondo incontro a Kabul fra una settimana e ha sopratutto messo nero su bianco che il negoziato di pace coi talebani deve andare avanti. Come? Si vedrà.

Alla riunione c'erano per il Pakistan il ministro degli Esteri Aizaz Ahmad Chaudhry e Sartaj Aziz, ascoltato consigliere del premier Nawaz Sharif, per l'Afghanistan il vice ministro degli esteri Hekmat Khalil Karzai, e gli inviati speciali americano e cinese: Richard Olson e Deng Xijun. Dietro le quinte, il potentissimo capo delle forze armate pachistane Raheel Sharif, l'architetto di questa nuova stagione negoziale. Tutti favorevoli al processo di pace ma, per ora, senza i talebani, rimasti il convitato di pietra di questo incontro quadrangolare dove erano presenti i principali protagonisti della guerra afgana. Un incontro (il primo) tra governo e talebani si era tenuto in Pakistan in luglio ma tutto era poi collassato sia per l'annuncio della morte di mullah Omar sia per le polemiche interne ai talebani sull'opportunità di parteciparvi. Infine, ai colloqui era seguita un'ondata di attentati e stragi, spesso senza rivendicazione, che avevano fatto montare un fortissimo sentimento anti pachistano negli afgani: clima che ha richiesto mesi per ricucire lo strappo.

L'inviato speciale per l'Afghanistan
ambasciatore Deng Xijun.
I cinesi stanno giocando la partita
Per ora dunque c'è almeno un accordo di principio e una “road map” da negoziare il 18 gennaio assieme forse a una lista top secret in cui il Pakistan avrebbe messo i nomi dei talebani disposti al dialogo. Tra loro ci sarebbe anche il capo, mullah Mansur, che viene considerato più malleabile di Omar.
 Ma sono solo illazioni e per ora restano una notizia  senza conferme da parte del movimento in turbante.

Alla vigilia dell'appuntamento di Islamabad ha intanto visto la luce l'ennesimo rapporto sulla situazione militare. Si tratta, ha scritto il magazine tedesco Der Spiegel, di un dossier “segreto” della Nato di cui il settimanale è venuto in possesso. Il rapporto, in totale controtendenza rispetto a quello del Pentagono presentato al Congresso americano a fine anno, non risparmia nulla alle forze di sicurezza afgane, incapaci, secondo la Nato, di far fronte alla minaccia talebana. Spiegel scrive che secondo l'Alleanza solo uno dei 101 battaglioni di fanteria è “pronto per il combattimento” e che dieci battaglioni non sarebbero nemmeno in grado di essere operativi. Benzina sul fuoco poi ce la mette proprio un americano, il generale John Campbell che dall'agosto 2014 è al comando della missione Resolute Support che ha sostituito Isaf con soli compiti di addestramento. I talebani avrebbero il controllo di fette di Paese sempre più vaste mentre – aggiunge il rapporto – e continua a salire il numero dei morti: nel solo 2015 oltre 8mila vittime militari afgane (una media di 22 al giorno) con perdite aumentate del 42% rispetto all'anno prima.

Alla Nato non sono soddisfatti: mirano
a far crescere Resolute Support?
I conti non tornano se il rapporto del Pentagono era assai più moderato nel giudizio e se la stessa missione di sostegno e formazione della Nato finisce, indirettamente, per ammettere di non essere in grado di fornire l'addestramento necessario. Viene da chiedersi se dietro al dossier “top secret”, che è però finito sui giornali, non ci sia il desiderio di aumentare Resolute Support chiedendo ai Paesi aderenti di far crescere i propri contingenti. Certo il problema esiste: proprio ieri il presidente della Commissione sicurezza dalla Camera, Mirdad Nejrabi, ha accusato il governo di non essere in grado di gestire la guerra. Accusa accompagnata dalle rivelazioni di Karim Atal a capo del Consiglio provinciale dell'Helmand del Sud secondo cui il 40% dei soldati di stanza nell'area sarebbero “fantasmi” i cui salari andrebbero nelle tasche dei comandanti. E ce n'è ancora per il presidente Ghani, sotto schiaffo perché accusato di mettere in piedi commissioni di indagine che non approdano a nulla, come nel caso della caduta di Kunduz in mano ai talebani l'anno scorso sulla quale ancora si aspetta un rapporto dettagliato. Inverno difficile e una primavera che rischia di portare, con la stagione secca, nuovi guai sul piano militare e su quello politico.