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domenica 17 aprile 2022

Sri Lanka fallisce ma i Rajapaksa restano


La ricorrenza del nuovo anno il 14 aprile, festeggiato giovedì da singalesi e tamil nello Sri Lanka, si è trasformata nell’ennesima protesta di piazza contro presidenza e governo della famiglia Rajapaksa. Una famiglia indicata come la responsabile della peggior crisi economica del Paese in oltre mezzo secolo e che ha portato l’esecutivo a dichiarare default: fallimento. Nonostante le proteste di piazza, seguite alla svalutazione della rupia e all’aumento dei prezzi, i due fratelli Rajapaksa – Gotabaya (presidente) e Mahinda (premier), dinastia locale in sella da decenni – sono però rimasti al loro posto nonostante le dimissioni in massa dei ministri (tre dei quali sempre della stessa famiglia). Le elezioni sono ancora lontane e sperano forse di riguadagnare terreno benché la loro popolarità sia ormai inversamente proporzionale all’aumento del costo della vita.

Benché a lungo contrario alle ricette del Fondo monetario, il clan Rajapaksa ha ora chinato la testa. Ma i sacrifici che il Fmi richiede, su base come minimo triennale, porteranno a una nuova emorragia di consensi. Come i Rajapaksa gestiranno il dossier, sempre che riescano a restare in sella, appartiene alle speculazioni sul futuro. Ma intanto sarà bene dare un’occhiata al passato per capire cosa abbia fatto del boom srilankese, nato dopo la fine di 26 anni di guerra civile contro il separatismo tamil, un buco nero senza fondo.

«Verso la fine della guerra, nel 2006, il governo – spiega l’economista Vidhura Tennekoon su The Conversation – ha cercato di far ripartire la crescita prendendo prestiti e attirando capitali. A breve termine la strategia ha funzionato. L’economia è esplosa, facendo salire il Pil pro capite da 1.436 dollari nel 2006 a 3.819 nel 2014. Ciò ha fatto uscire 1,6 milioni di persone dalla povertà e ha dato origine a un’ampia classe media. Nel 2019, lo Sri Lanka saliva ai ranghi dei Paesi a reddito medio-alto». La designazione tuttavia durerà solo un anno perché tutta quella crescita aveva un costo. «Il debito estero dello Sri Lanka era triplicato dal 2006 al 2012, portando il debito pubblico totale al 119% del Pil».

Nel 2015 il governo frena la sua politica ma il debito continua ad aumentare mentre, qualche anno dopo, l’arrivo del Covid colpisce il turismo, uno dei maggiori introiti di valuta (con le rimesse) del Paese. Nel 2020 il solo servizio del debito aveva svuotato le casse di oltre il 70% delle entrate del governo, spingendo la Banca centrale a stampare moneta: evitando il default ma alimentando l’inflazione. Rifiutando le ricette del Fmi il Paese ha così continuato a chiedere prestiti agli amici (cinesi soprattutto) mentre inflazione e penuria di beni di prima necessità andavano di pari passo. La crisi ucraina, con l’aumento dei prezzi dell’energia e la forte riduzione del turismo russo, ha sancito il collasso. Il 12 aprile scorso lo Sri Lanka ha annunciato uno stop del rimborso del debito estero, sia dei prestiti bilaterali sia di quelli ottenuti dalle istituzioni internazionali ma, nell’annunciare il default, ha dovuto accettare che la ristrutturazione del debito venga gestita dal Fondo monetario. Se per ora la fine del rimborso – lunedì si dovrebbero pagare 78 milioni di dollari di interesse sui titoli sovrani internazionali – può garantire beni acquistabili in valuta, la crisi non potrà che aggravarsi e costare lacrime e sangue ai 22 milioni di abitanti della Lacrima dell’Oceano indiano.

Quanto al sostegno dei Paesi amici, lo Sri Lanka se la deve vedere con India e Cina, i principali creditori: due Paesi che però si guardano in cagnesco e i cui prestiti sono finalizzati per Pechino a conservare i privilegi e per Delhi a recuperare i vantaggi in parte perduti con l’arrivo massiccio di investimenti cinesi. Le rivalità regionali e globali complicano anche il modo in cui lo Sri Lanka può far fronte al debito, spiega su Foreign Affairs, l’economista Dushni Weerakoon: «Fare affidamento su relazioni bilaterali può essere pericoloso nel contesto di rivalità geopolitiche. La Cina è il più grande creditore bilaterale dello Sri Lanka e i suoi investimenti sono aumentati negli ultimi dieci anni ma Pechino non ha ancora risposto all’appello per la cancellazione del debito… sebbene la quota dell’India sia inferiore, quel Paese continua a esercitare un’influenza formidabile sullo Sri Lanka in virtù della sua influenza politica ed economica». E ora New Delhi, che è stata danneggiata in passato dagli accordi con Pechino, prima di mettere mano al portafogli, chiede garanzie.

Pubblicato nell'edizione del 17 aprile 2022  del manifesto

martedì 19 novembre 2019

La vittoria dei fratelli Rajapaksa

Se le parole hanno un senso, un senso hanno anche gli aspetti cerimoniali. Soprattutto se si tratta dell’investitura di un presidente. E se Gotabaya Rajapaksa, fresco di vittoria elettorale, nel discorso inaugurale ha parlato di unità del Paese, la scelta cerimoniale sembra dire il contrario. Avviene nel cuore dello Sri Lanka ad Anuradhapura, una delle vecchie capitali. E’ qui che si trova il Ruwanweli Seya, enorme stupa bianco che fa da sfondo alla cerimonia d’insediamento. Fu costruito nel 140 a.C. da Dutugamunu, re “compassionevole” venerato dai buddisti anche perché sconfisse Ellalan, principe tamil di Chola, che aveva invaso il regno di Rajarata. Poco prima, per non farsi mancare nulla, Gotabaya aveva visitato lo Sri Maha Bodhi, il sacro fico che, di talea in talea, sarebbe il discendente diretto dell’albero indiano sotto cui Siddhartha Gautama Budda arrivò all’illuminazione.

Con oltre l’80% di partecipanti al voto, Gotabaya Rajapaksa ha preso il 52,25% delle preferenze dei 16 milioni di aventi diritto sgominando il suo principale rivale Sajith Premadasa (41,99%). Voto polarizzato dove non è difficile capire per chi abbia votato la maggioranza singalese buddista e dove sia andato quel 22% di voto che appartiene a tamil e musulmani, due comunità vessate che hanno buoni motivi per temere sia Gotabaya sia suo fratello Mahinda, già presidente due volte e ora possibile futuro premier. I due fratelli erano assieme nel 2009 quando l’esercito srilankese sgominò la secessione dei tamil nel Nord utilizzando modi che sono andati sotto il capitolo “crimini di guerra”. Gotabaya, pur se ora si dice un ferreo propugnatore dell’Agenda 2030 dell’Onu, in campagna elettorale aveva detto di non riconoscere la risoluzione del Consiglio per i diritti umani dell’Onu, approvata dallo Sri Lanka nel settembre 2015 (dopo che il fratello aveva perso le elezioni in gennaio) che impegnava Colombo a soddisfare una serie di misure relative a diritti umani e giustizia, inclusi quindi ulteriori possibili passi sui fatti del 2009. Quanto ai musulmani, i pogrom dei buddisti radicali contro la sparuta minoranza, sono un pezzo delle attività di monaci e attivisti ultranazionalisti appoggiati dai Rajapaksa e loro base elettorale.

Gotabaya, oltre alle promesse di rito (sviluppo, equità, giustizia, corruzione) si è anche proclamato neutrale in politica estera. Lo sarà davvero? I cinesi, che si son precipitati a felicitarsi con lui, vedono di buon occhio il ritorno dei due fratelli che dopo qualche anno di disgrazie sono ora di nuovo al comando. Gli indiani (e gli americani) invece sono cauti. Su The Hindu, l’analista Suhasini Haidar ha ricordato un messaggio inviato nel 2014 dal governo Modi ai fratelli Rajapaksa quando Mahinda era presidente e Gotabaya titolare della Difesa. A Delhi non piaceva che Colombo avesse autorizzato l’attracco di navi da guerra cinesi nello Sri Lanka. Ma una settimana dopo, un sottomarino nucleare Changzheng (Lunga Marcia) e la nave di supporto Changxingdao erano comunque arrivati a Colombo per una visita di cinque giorni. “Con Gotabaya ora in carica – conclude Haidar - per Nuova Delhi tornano le preoccupazioni”. Non è solo una questione di navi da guerra ma di… perle.
Filo di perle è il nome esotico che la Rpc ha scelto per disegnare la mappe delle rotte marittime della Via della seta. Una delle perle è Sri Lanka dove i cinesi stanno lavorando con la China Harbour Engineering Company Ltd, il braccio d’oltremare della China Communications Construction Company, al porto di Hambatota, operazione miliardaria non ancora conclusa che ha indebitato fortemente il Paese. E che non piace né a Delhi né a Washington.

sabato 16 novembre 2019

Le strane elezioni oggi a Sri Lanka

Incombe su 16 milioni di elettori e su 35 candidati alla presidenza il ricordo ancora vivo delle bombe di Pasqua nello Sri Lanka che colpirono chiese e alberghi di lusso uccidendo più di 250 persone e ferendone diverse centinaia. Per forza di cosa, l’eredita di quella vicenda oscura – col suo corollario di scontri tra comunità in un Paese dominato dai singalesi buddisti ma con importanti minoranze musulmane e indù (tamil) - ha guidato la campagna elettorale all’insegna della sicurezza, un mantra diffuso e facile da sventolare nelle strategie della propaganda. L'altro tema è la povertà, malattia atavica, e lo sviluppo in un Paese che non cresce e il cui debito estero – oltre 34 miliardi di dollari – vale quasi il 40% del Pil. Sono debiti soprattutto con la Cina contratti dal presidente Mahinda Rajapaksa che nel 2015 fu defenestrato – al netto di un tentato golpe per rimanere in sella – da Maithripala Sirisena, l’uomo che ha dovuto affrontare le bombe rivendicate dallo Stato islamico e su cui una scia di polemiche e controversie si sono accompagnate a una campagna securitaria sottolineata da scontri tra comunità soprattutto a danno dei musulmani.

Sirisena e Rajapaksa non si presentano alle elezioni ma uno dei due candidati favoriti è un “loro” uomo: Gotabaya Rajapaksa, fratello di Mahinda e controverso ministro della Difesa durante la sconfitta della guerriglia del partito armato delle “Tigri Tamil” nel maggio del 2009 . Il paradosso è che Sirisena, acerrimo nemico dei Rajapaksa e uomo dello Sri Lanka Freedom Party (Slfp) – un partito fondato dal socialista Solomon Bandaranaike – ha poi cambiato bandiera durante il suo quinquennato: scegliendo proprio il vecchio Mahinda come premier con cui sostituire l’attuale – Ranil Wickremesinghe - che poi l’ebbe vinta per decisione della Corte suprema. Sirisena si dice neutrale ma il suo partito appoggia di fatto Gotayaba del quale già si sa che come premier vorrebbe suo fratello Mahinda. I due, che pure vengono in origine dallo Slfp, sono ora nello Sri Lanka Podujana Peramunama (o Sri Lanka People’s Front): rappresentano l’ala più nazionalista e identitaria singalese-buddista dello schieramento.

In questo quadro confuso di amici-nemici, con sullo sfondo il rapporto complesso con la Cina (di cui i fratelli Rajapaksa sono gran fautori) e con l’India e gli Stati Uniti (che videro con favore la vittoria di Sirirsena nel 2015 proprio sperando di scalzare l’influenza di Pechino), anche l’altro candidato che potrebbe essere letto superando il 50% dei voti è una vecchia conoscenza dell’establishment srilankese. Si chiama Sajith Premadasa, classe 1967, del United National party (Unp), partito liberal conservatore che ha avuto, col fratello di Sajiit - Ranasinghe Premadasa – un premier e un presidente fino al 1993 quando Ranasinghe fu ucciso dalle Tigri. Adesso l’Unp ha il premier Ranil Wickremesinghe che già abbiamo ricordato essere detestato sia da Sirisena sia dai Rajapaksa. Ma anche Sanjit, se eletto, potrebbe cambiare cavallo. Anche se comunque il presidente, cui spetta la nomina del premier, dovrà pur sempre aspettare le parlamentari del prossimo febbraio.

Intanto, in un Paese semi presidenzialista, vincere lo scranno più alto è importante. Se lo vince Gotayaba, col beneplacito di Sirisena e l’ombra del fratello alle spalle, cambierà completamente il quadro politico e la famiglia Rajapaksa tornerà a regnare, al netto delle accuse di nepotismo, corruzione e violazione dei diritti umani di cui han fatto scorta in questi anni. Se invece la vittoria andrà a Sanjit, che sembra meno propenso di loro a cavalcare la bandiera identitaria, rafforzerà l’Unp aiutandolo a vincere anche le elezioni politiche. Sullo sfondo resta la tensione nei rapporti internazionali: con un vicino potente come l’India che ha sempre considerato Colombo una sorta di provincia d’oltremare e un lontano competitor – la Cina – che ha nella “lacrima dell’Ocenao indiano” una delle gemme della sua “collana di perle”, la Via della seta per via marittima che passa proprio da Sri Lanka.

domenica 19 maggio 2019

Sri Lanka, arriva lo strongman

C’è una novità nella politica srilankese a pochi giorni dalla prima ricorrenza delle bombe di Pasqua che il 21 aprile uccisero oltre 250 persone in uno degli attentati recenti più sanguinosi. E’ una novità che ha in realtà un sapore antico poiché si riferisce non solo a un personaggio del passato ma anche a un uomo di cui è lecito dubitare proprio per il suo passato. Si chiama Gotabaya Rajapaksa ed è un fratello dell’ex presidente Mahinda – due mandati alle spalle – che qualche mese fa aveva tentato, con il bizzarro appoggio dell’attuale capo dello Stato suo ex rivale, di tornare in pista come premier. Le presidenziali si avvicinano e Mahinda aveva pensato di sfidare la legge correndo per un terzo mandato (vietato nello Sri lanka) ma dopo la sua recente e sfortunata avventura da premier (cancellata dal tribunale), deve averci ripensato. E così si fa avanti Gotabaya, l’uomo che dal novembre 2005 al gennaio 2015, quando Mahinda perderà le elezioni contro l’attuale presidente Sirisena, ha ricoperto l'incarico di segretario generale alla Difesa. Non è un titolo qualsiasi e non fu un decennio qualsiasi....continua su atlanteguerre.ithttps://www.atlanteguerre.it/sri-lanka-si-fa-avanti-luomo-forte/

Questo articolo è uscito oggi anche su il manifesto

martedì 23 aprile 2019

Quattro scenari per una strage

Il governo dello Sri Lanka punta l’indice sull’estremismo islamico mentre continua a salire il bilancio delle vittime della Pasqua di sangue

Il giorno dopo la strage che ha stravolto lo Sri Lanka è la pista islamica quella che sembra essere nelle corde del governo e della maggior parte di commentatori, analisti e di pezzi da novanta come il segretario di Stato americano Pompeo che promette guerra al terrore. Mentre il lunedi si chiude con coprifuoco e stato di emergenza – che consegna il controllo della sicurezza al presidente - e mentre la giornata sconta l’ennesima bomba vicino alla chiesa di Sant'Antonio a Colombo (dove resta lievemente ferito l’inviato di Repubblica, Raimondo Bultrini) si fanno i conti della Pasqua di fuoco: quando l’esplosione quasi simultanea di autobombe e kamikaze ha colpito quattro alberghi di lusso della capitale e tre chiese a Colombo, Negombo (poco più a Nord) e Batticaloa nell’Est.

Il bilancio cresce di ora in ora e sfiora quota 300 morti. Diverse centinaia i feriti. In assenza di rivendicazioni, l’indice è puntato su un gruppo radicale locale, la National Thowheed Jamath, un’associazione minore estremista e nota al più per atti vandalici non a caso contro obiettivi buddisti (le due comunità si sono spesso scontrate con gravi incidenti come nel marzo scorso). Il ministro della sanità Rajitha Senaratne ha confermato ieri che i sette kamikaze apparterrebbero a questo gruppo anche se è difficile capire dal corpo martoriato di un attentatore la sua provenienza. Sono presumibilmente di questo gruppo anche gli arrestati che già in parte domenica sera erano stati ammanettati dalla polizia. Senaratne è andato oltre, accusando il presidente Sirisena di non aver dato credito – e di aver nascosto al premier Wickremesinghe – le allerta dei giorni scorsi. Sirisena, presidente dal gennaio 2015, è anche a capo delle forze di sicurezza e forse ha sottovalutato l’allarme. Ma la vicenda riporta allo scontro interno alla politica locale tra presidenza e parlamento, tra Sirisena e Wikremesinghe. Forse è da qui che si può partire per disegnare almeno il contesto in cui le stragi sono avvenute e prima di avventurarsi nell’indicare questa o quella pista.

Il quadro politico

Maithripala Sirisena si presenta come l’uomo nuovo della politica srilankese quando a sorpresa si candida contro Mahinda Rajapaksa, il padre padrone del Paese. Rajapaksa è l’uomo che ha represso le rivendicazioni tamil nel Nord e distrutto – con stragi che non risparmiano civili – la struttura delle Tigri tamil, gruppo secessionista autore di numerosi attentati terroristici (i primi, dopo i giapponesi, a utilizzare kamikaze). Rajapaksa è accusato di essere un autocrate che, circondato da fratelli e parenti, ha garantito un piccolo miracolo economico ma “venduto” il Paese alla Cina. Alla fine del voto, il dittatore – che ha perso nelle urne – tenta un golpe che fallisce in poche ore. Sirisena sale sullo scranno applaudito dal popolino e benedetto dalle ambasciate di Delhi e Washington. Ma qualche anno dopo, nell’ottobre scorso, sconfessa – sorprendentemente - il premier Wickremesinghe e al suo posto insedia proprio l’ex nemico. C’è un braccio di ferro, qualche scontro e qualche vittima. Poi la Corte suprema delegittima l’azione del presidente e Wikremashinghe torna in sella. Il tutto ha un sapore oscuro, con un balletto bizzarro di personaggi e una crisi – che come dimostrano queste ore – perdura.... (segue su atlanteguerre.it)

venerdì 9 marzo 2018

Dietro le violenze a Sri Lanka

Il governo dello Sri Lanka ha ordinato nuovamente ieri dalle sei di sera il coprifuoco nell’intero distretto di Kandy, nello Sri Lanka centrale. La misura, già presa dopo un week end di violenze ai danni della comunità musulmana, era stata rinforzata con lo stato di emergenza e l’invio di soldati, ma un’ennesima ondata di violenza ha preso di mira mercoledi alcuni villaggi nei sobborghi di Kandy – la capitale di distretto - mettendo a ferro e fuoco alcune zone della periferia di Akurana, ampio sobborgo che dista da Kandy una decina di chilometri. L’intero distretto e la stessa città di Kandy - che conserva un dente del Budda e che è meta di turisti e commercianti di tè la cui produzione l’ha resa famosa nel mondo - sono nell’occhio del ciclone. Il bilancio dell’ennesima giornata di violenze ha portato a oltre ottanta arresti mentre non è ancora chiaro il bilancio di vittime e feriti. Sono stati incendiati negozi e bruciate case di musulmani mentre sono stati colpiti, seppur sommariamente, alcuni templi buddisti. Tutto comincia a fine febbraio quando, dopo un incidente stradale, un autista singalese viene bastonato da un gruppo di musulmani. Sabato 3 marzo muore. I responsabili vengono arrestati e così alcuni singalesi che cominciano a vendicarsi. Ma il loro arresto viene contestato e da lì sarebbero scattate le violenze del week end scorso.

L'inviato Onu Feltmn
L’episodio ricorda da vicino quanto accadde nelle isole Molucche dell’Indonesia nel 1999: un banale incidente dette la stura a un conflitto settario tra musulmani e cristiani che durò dal 1999 al 2002. Ma quel fatto banale nascondeva una strategia del caos che mise in crisi la neonata democrazia indonesiana che si era appena liberata della dittatura di Suharto. Dietro agli scontri, più che l’odio tra comunità delle Molucche, c’era la pianificazione di una crisi che doveva colpire Giacarta.

domenica 25 gennaio 2015

Colombo-Milano: luci e ombre del nuovo e del vecchio corso

L'ultima notizia sulla bufera scatenata dalle notizie sulla notte del voto, quando Rajapaksa avrebbe convocato il consigliere giuridico del presidente e i capi di polizia ed esercito per tentare un golpe, riguarda il ministro della Giustizia ormai in punta di dimissioni Mohan Pieris. Accusato di aver tradito il suo mandato di super partes per essere stato presente alla riunione in cui Rajapaksa voleva ribaltare il risultato, chiede ora che lo si lasci uscire dal Paese. Ma con un'uscita onorevole. Un posto all'Onu, a Londra...o a Milano.

Il sipario strappato. Un manifesto elettorale di Rajapaksa
Intanto il nuovo governo di Maithripala Sirisena ha levato l'odiosa domanda di permesso necessaria per visitare i distretti del Nord a maggioranza tamil. Non è molto in realtà mentre molte sono le aspettative sui prossimi passi, il primo dei quali riguarda il 13mo emendamento della Costituzione che, secondo il parlamento, avrebbe il compito di garantire un decentramento dei poteri sinora rimasto sulla carta e minacciato dalla scure con cui Rajapaksa avrebbe voluto decapitarlo, sottraendo alle province poteri da delegare invece al ministero dello Sviluppo economico, retto dal fratello Basil.

mercoledì 14 gennaio 2015

Aspettando sua santità/1

Girando in bicicletta per le strade di quella che fu per un certo periodo la capitale delle Tigri del
Tamil Eelam -la guerriglia separatista attiva per trent'anni nell'area settentrionale e nord occidentale dello Sri Lanka – il numero di chiese che si incontrano è abbastanza impressionante, considerato che questa regione è abitata quasi esclusivamente da induisti. Eppure, benché il tempio di Nallur sia considerato forse il più importante luogo di culto indù dell'intera isola di Sri Lanka, la cattedrale bianco candida di St Mary lo batte in ampiezza e altezza. Proprio a fianco sorge il San Patrick's College dove la buona borghesia tamil studia prima che i prescelti siano spediti nei collegi romani a imparare, con l'italiano, l'arte del servizio ecclesiastico. Quasi tutti i vescovi srilankesi fanno questo percorso prima che venga loro attribuita una delle dodici diocesi locali, tra cui quella di Jaffna è, con l'arcidiocesi della capitale, la più importante.

Ma ieri l'alta gerarchia di una minoranza piccola ma colta e agguerrita (6-7%) era tutta a Colombo dove il papa è sbarcato di prima mattina per una visita pastorale e di Stato che oggi lo porterà proprio qui, in terra tamil, nel santuario mariano di Madhu, a qualche chilometro dalla città di Mannar, un'ottantina di chilometri e tre ore di autobus a Sud di Jaffna. La visita del papa accende molte
speranze in una terra martoriata da una guerra di cui si vedono ancora i segni nei muri di alcune case non più ricostruite e che sembrano essere rimaste a monito della follia umana. La piccola ma potente chiesa cattolica potrebbe svolgere un ruolo importante nel distendere le tensioni che esistono soprattutto tra buddisti singalesi e induisti (e in parte musulmani) della comunità tamil. Eppure le chiese sono così tante qui a Jaffna – cattoliche, metodiste, avventiste e chi più ne ha ne metta – e tutte col loro oratorio, il college o la casa famiglia, che forse a Francesco non deve mancare – come altrove – anche la preoccupazione di una penetrazione sempre più capillare degli evangelici. Anche tra coloro che aspettano il papa c'è chi - come ci fa capire Philip mostrandoci la Bibbia dei testimoni di Geova sul tavolo del suo ufficio – al Dio cristiano arriva in altro modo.

Il papa ieri a Colombo, nel suo incontro con i leader religiosi locali, ha detto comunque chiaramente che il dovere di responsabilità dei sacerdoti deve evitare «equivoci» che la fede non deve produrre in violenza e che solo la riconciliazione può seppellire gli orrori della guerra. Francesco vuole certo rafforzare l'energia che promana dall'intellighenzia cattolica locale - colta, aperta e pacifista (con qualche significativo distinguo su cui torneremo) - e che certamente riprenderà slancio con le sue parole sentendo vicino il lontano Vaticano; e sperando che lo sforzo serva a far guadagnare terreno al dialogo interreligioso, che fatica non poco in un'isola dove i due partiti buddisti – una DC locale che non disdegna l'incitamento all'odio – hanno accenti fortemente nazionalistico identitari preoccupanti.
Monaci combattenti: Gnanasara
leader del Bbs

Proprio ieri, forse sentendosi chiamato in causa e fiutando un possibile nuovo corso, il segretario del Bodu Bala Sena (Bbs) - Galagoda Aththe Gnanasara, un monaco che non vorreste incontrare in autobus se aveste segni di evidente laicismo o di altre fedi – ha detto che la sua organizzazione (considerata invece la più oltranzista) si è sempre ben guardata dal promuovere l'odio e la violenza contro i musulmani. Mentre è noto che proprio l'appoggio dei buddisti (radicali) all'ex presidente Rajapaksa aveva fatto del suo regime un autoritario ed esasperato conservatore sia dell'unità nazionale sia dell'identità buddista e singalese in chiave anti tamil e anti islamica.
Nell'attesa del suo più che simbolico arrivo oggi a Mannar, la capitale del Nord si è svuotata ieri nel pomeriggio proprio in vista dell'appuntamento al santuario della madonna di Madhu. «Stiamo andando incontro al papa!», ci dice persino il nostro albergatore di Jaffna concludendo frettolosamente la trattativa sul prezzo della stanza. E c'è un autobus che parte proprio dal vicino collegio John Bosco, dove l'immagine del fondatore dei salesiani benedice col nome tradotto in inglese coloniale ma l'eterno sorriso declinato in srilankese.

Sull'ex presidente Rajapaksa intanto si addensano nubi sempre più nere. Le voci di un tentativo di golpe bianco da parte del candidato sconfitto alle urne nel voto dell'8 gennaio (di cui vi abbiamo dato conto domenica scorsa) sono diventate un rumore tanto assordante da aver mosso il nuovo governo del vittorioso Maithripala Sirisena ad aprire un inchiesta. Il Telegraph di Colombo, giornale indigesto all'ex presidente, la racconta così: quando Rajapaksa si accorge verso l'una del mattino che il voto volge al peggio, convoca – su consiglio del ministro della Giustizia – il procuratore generale, il capo dell'esercito e quello della polizia proponendo un blitz nei seggi per bloccare il conteggio a fronte di carte preparate ad hoc che provano un pericolo per la democrazia srilankese. Ma i tre fanno fronte comune e gli dicono di no tanto che all'alba Rajapaksa già ammette la sconfitta che non sarà poi, per la verità, così clamorosa visto che Sirisena chiude con meno del 52%. Vero o falso il putsch (che lui smentisce decisamente)? L'inchiesta potrebbe stabilirlo e per l'ex presidente sarebbero tempi duri a meno che non vi sia un accordo tra i due. «Lo escludo – dice un professionista di Colombo che conosce bene la macchina del governo – ma è certo che Sirisena starà attento: Rajapaksa ha portato comunque a casa molti voti, specie nella campagne del centro Sud dov'è forte grazie a piccoli investimenti a favore degli agricoltori e grazie...alla generale ignoranza dei contadini». E il neo presidente, a capo di una larghissima intesa che lo sostiene, non vuole scontentare nessuno.
1/segue

domenica 11 gennaio 2015

Sri Lanka tra Pechino e Santa sede

 Mentre con una rapidità stupefacente il neo presidente Sirisena sta già formando il suo governo a
poche ore dall'insediamento e dalla clamorosa sconfitta di Mahinda Rajapaksa, Sri Lanka aspetta un altro grande evento: l'arrivo del papa. Non si tratta di una visita pastorale come tante e arriva in un momento complesso che non ha mancato, prima delle elezioni, di suscitare polemiche nella base e tra la gerarchia progressista dell'isola, dove i cattolici sono una minoranza piccola ma presente e a cui stava a cuore che Bergolgio non si prestasse a speculazioni politiche da parte del presidente. Adesso non è ben chiaro come sarà il cerimoniale: Rajapaksa aveva affisso manifesti con la sua immagine e quella del papa e forse sperava di poterlo accogliere da presidente eletto per guadagnarsene la benedizione. Ai cattolici, tutti con Sirisena, la visita ormai concordata prima dello strappo di novembre (quando Rajapaksa ha indetto le elezioni prima della scadenza naturale del mandato) sembrava un rischio così alto da far consigliare a molti un rinvio.

La struttura dove parlerà il papa, che parte da Roma domani per essere a Colombo martedi, non è ancora terminata e si corre ai ripari lavorando di buona lena: leve, gru, ponteggi metallici, operai che punteggiano il lungomare su cui si affaccia la capitale e, poco più avanti, il palazzo presidenziale in questi giorni oggetto di speculazioni e rumor. La velocità con cui Rajapaksa ha ammesso la sconfitta, ha lasciato di stucco chi credeva che comunque il vecchio presidente non avrebbe mollato: un giornale locale sostiene addirittura che avesse in realtà deciso di ribaltare il tavolo, chiedendo al procuratore generale di preparare le carte per sbarrare la strada a Sirisena, e che avrebbe cambiato idea dopo il suo rifiuto. Scenario di fantasia?

sabato 10 gennaio 2015

Sri Lanka the day after

Ribaltando ogni previsione il candidato dell'opposizione Maithripala Sirisena ha clamorosamente battuto – in elezioni considerate regolari e trasparenti – l'ormai ex presidente dello Sri Lanka Mahinda Rajapaksa, da dieci anni a capo dell'isola che costituisce la punta finale del subcontinente indiano. Un morto e qualche incidente minore da registrare: un record in positivo che ora costituisce un primato.

Opposizione in realtà è una parola grossa. E anche “ex presidente” potrebbe esserlo. Sia perché Sirisena fa parte dello stesso partito di Rajapaksa – lo Sri Lanka Freedom Party - e sino a qualche mese fa era ministro nel suo governo, sia perché non è ancora chiaro cosa sarà la“transizione morbida” appena promessa dal perdente. A cui va comunque reso un merito: aver riconosciuto la sconfitta sin dalle prime proiezioni che davano Sirisena sopra il 50% e lui appena oltre il 40. E averla accettata sin dalle prime ore del mattino, quando Colombo si è svegliata dopo essere andata a letto – a urne chiuse – col peso dell'incognita di una controversa elezione, voluta da Rajapaksa con due anni d'anticipo sulla scadenza naturale e dopo un emendamento costituzionale che gli ha consentito di correre per un terzo mandato.

venerdì 9 gennaio 2015

Rajapaksa ammette la sconfitta

A urne ormai chiuse c'era calma ieri sera davanti alla splendente magione del presidente della repubblica Mahinda Rajapaksa, che si trova a qualche metro dal mare appoggiata sulla lunghissima Galle Road e dirimpetto all'ambasciata americana in uno dei tanti “centri” un po' anonimi in cui la capitale dello Sri Lanka è divisa. Residenza che oggi il presidente ha detto di voler lasciare. Ha ammesso la sconfitta nella controversa elezione del nuovo presidente della repubblica che Rajapaksa stesso era riuscito a convocare per ieri con uno stratagemma parlamentare e due anni prima della scadenza naturale. La giornata è passata tranquilla ma con una novità importante: un'affluenza che sembra addirittura aver superato i due terzi degli aventi diritto e senza che si verificassero gravi episodi di violenza o intimidazione. A beneficiarne – avevano subito detto gli analisti – poteva essere il rivale del capo dello Stato - Maithripala Sirisena - suo ex ministro e addirittura segretario a lungo del partito del presidente (il Sri Lanka Freedom Party, che teoricamente sarebbe un'organizzazione progressista di ispirazione socialista) che lo ha sfidato proprio puntando sulla stanchezza di un elettorato che avrebbe dovuto riconfermare per una terza volta la poltrona che Rajapaksa si rifiuta di mollare. A quanto pare – e per stessa ammissione del presidente – ce l'ha fatta.