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mercoledì 8 giugno 2016

Il lavoro nero dei siriani in Turchia: adulti e bambini

Per gli studenti italiani oggi è l'ultimo giorno di scuola. Via libri e quaderni e grandi sorrisi verso le vacanze. Ma non è così per tutti. Non è così per chi da anni non va a scuola o non ci è mai andato. E non è così per chi ci andava e adesso non ci può andarci più anche se almeno è riuscito a mettere in salvo la propria vita. Il caso dei bambini siriani in Turchia, alle porte di casa nostra, racconta una realtà con numeri impressionanti: prima della guerra il 99% delle bambine e dei bambini siriani andava alle elementari e 8 su dieci fra loro proseguivano alle secondarie. Oggi, secondo l’Unicef, tre milioni di bambini siriani – fuori e dentro il Paese – a scuola non ci vanno più. Quella che era una grande conquista della Siria è oggi un cumulo di macerie come buona parte del Paese.

 I più “fortunati” sono in Turchia, nei campi profughi allestiti da Ankara grazie al buon cuore peloso degli europei che i siriani li vogliono vivi ma lontani dagli occhi e dal cuore. Almeno in teoria, tutti i profughi della guerra siriana avrebbero diritto all’accesso al sistema scolare nazionale (che comunque presenta problemi di inserimento, dalla lingua alla logistica, al costo del materiale didattico). Ma non è proprio così. Se è vero – dice Human Rights Watch – che nei campi profughi il 90% dei bimbi siriani va a scuola, il numero non è di per sé rassicurante. La maggior parte dei bambini siriani vive infatti fuori dai campi in una situazione dove anche le più elementari regole dell’asilo vengono violate con più facilità: secondo Hrw, tra il 2014 e il 2015 la stima poteva essere del 25%, ossia un bambino su quattro. Grosso modo, a fine 2015, andava a scuola meno di un terzo dei 700mila bambini in età scolare entrati in Turchia negli ultimi quattro anni: 215mila bambini. E gli altri?

martedì 7 giugno 2016

Bambini siriani, un'iniziativa a Milano l'8 giugno alla Camera del Lavoro

Si deve all'iniziativa personale di un'insegnante milanese che da anni si occupa di dialogo e integrazione tra i bimbi della scuola, l'invito a fare dell’8 giugno (domani) un giorno simbolico. Non solo  l’ultimo giorno di scuola per gli scolari italiani ma "il primo giorno di liberazione per questi bambini e bambine che hanno già perso tutto nella guerra". Sono i bambini siriani "prigionieri" della solidarietà pelosa dell'Europa e dell'aiuto interessato della Turchia nei campi profughi al confine col conflitto. Scrive Arcangela Mastromarco nell'invito (vedi sotto le adesioni*) che si rifà a quanto già rivelato dall’organizzazione no profit Business and Human Rights Resource (BHRRC) nel report Syrian refugees in Turkish garment supply chains: "Non possiamo accettare che ai piccoli profughi siriani, schiavi bambini che lavorano fino a 12 ore al giorno, venga rubata l’infanzia, il diritto di andare a scuola, di giocare, disegnare, correre, stare insieme agli amici". Il rapporto rivela che tra 250 e 400mila siriani lavorano illegalmente e senza diritti in Turchia (tra cui anche bambini) in una condizione che viene sfruttata anche da firme europee più o meno direttamente.

Le iniziativa sono in realtà due: un  incontro alla Camera del Lavoro di Milano (Corso di Porta Vittoria 43) mercoledì 8 giugno, dalle ore 18.00. E un'azione di mailbombing nei confronti dell’ambasciata turca e dei profili sui social con il seguente testo “Fermate immediatamente lo sfruttamento dei bambini profughi siriani nel vostro Paese”
– Ambasciatore a Roma Aydin Adnan Sezgin ambasciata.roma@mfa.gov.tr
– Console generale a Milano Hami Aksoy consolato.milano@mfa.gov.tr
– https://www.facebook.com/ambasciataturchia


*Albatros, Amici del Parco Trotter, Amnesty International, ANPI Crescenzago, Asnada, Associazione Fiorella Ghilardotti, Crinali, Codici, Comitato Genitori della Casa del Sole, Emergency Milano, Fa’ la cosa giusta!, Festival della Letteratura di Milano, Flc CGIL Milano, IBVA-Centro Italiano per Tutti, Insieme Adesso-Educatrici del Comune di Milano per Emergenza profughi, La Grande Fabbrica delle Parole, Libellula-libri per crescere, Mamme a scuola onlus, Mondo Aperto Piacenza, NonUnodiMeno, Orchestra di Via Padova, Progetto Integrazione, Retescuole, Tempo per l’infanzia, Terre di mezzo, Terrenuove, Villapallavicini

domenica 7 dicembre 2014

Frontiere porose: l'internazionale del jihad e il caso dell'Azerbaijan

Rischio di travasi della guerriglia jihadista?
Frontiere porose: l'internazionale del jihad e il caso dell'Azerbaigian*

Recentemente sono apparsi diversi articoli1 sulla città post industriale di Sumqayit, costruita alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso e divenuta un polo di attrazione interessante per la presenza di fabbriche siderurgiche, chimiche e petrolchimiche. La città non è mai stata un centro religioso importante e anzi non possedeva neppure una moschea sino al collasso dell'Urss, ma adesso Sumqayit, una trentina di chilometri a Nord della capitale Baku, sembra essere diventata la città del jihadismo azerbaigiano, o meglio la risorsa maggiore per partire alla volta dei luoghi dove il jihad, quello armato, si combatte davvero, come in Siria. La città ha una storia particolare, sia perché molte fabbriche hanno chiuso ed è in corso un processo di riconversione industriale e ambientale, sia perché è stata teatro di scontri violenti nel 1998 e in seguito anche il luogo di residenza di molti sfollati. Terza città del Paese dopo Baku e Ganja (oltre 300mila abitanti) è un agglomerato urbano che ha cambiato anima diverse volte – è stata per esempio completamente abbandonata dalla popolazione armena – e ha cercato un nuovo destino dopo essere stata classificata nel 2007 come una delle città più inquinate del mondo2. Degli oltre 600mila sfollati interni del Paese (Idp) censiti nel 2009 dal governo (oggi siamo attorno al milione), la maggioranza viveva nella zona di Baku e Sumqayit (fino a oltre 60mila nella città sita sull'omonimo fiume). Effettivamente, il processo di riconversione, le tensioni create dalla mancanza di lavoro e la residenza forzata di un numero in proporzione rilevantissimo di sfollati interni o rifugiati, sembrano le precondizioni ideali perché si crei un humus perfetto per il reclutamento di giovani ragazzi in cerca di occupazione o di un ideale eroico – il martirio - per cui combattere. Fonti di polizia citate negli articoli menzionati, attesterebbero oltre 200 residenti sotto stretta osservazione come possibile manodopera jihadista, il bilancio più alto di tutto il Paese.
C'è in Azerbaigian un pericolo jihadista? Quanto l'islam radicale è diffuso e quanto è stato ed è una risorsa per gruppi radicali all'estero? Quanto questi, a loro volta, hanno contribuito e contribuiscono, a creare un clima favorevole in Azerbaigian verso l'islam radicale? Gli incidenti a Sumqayit (furti, arresti per detenzione d'armi, colluttazioni e risse tra islamisti in luoghi pubblici) sono fatti occasionali o l'indice di un allarme da tenere in alta considerazione? Quanto il caso Azerbaigian infine testimonia della globalizzazione del jihad pur in tutte le sue diverse anzi diversissime declinazioni?

lunedì 29 settembre 2014

Le decapitazioni, i talebani e i metodi dello Stato islamico (Is)

Rimandando a domani il racconto dell'intensa giornata odierna a Kabul, dove con l'insediamento di Ashraf Ghani l'Afghanistan assiste al primo passaggio di poteri presidenziali in nuove mani (il quadro di riferimento lo trovate qui), c'è una piccola notizia su cui vorrei richiamare l'attenzione dei miei lettori. Qualche giorno fa i principali siti d'informazione hanno dato notizia di una lunga battaglia nel distretto di Ajirestan il cui bilancio sarebbe stato di 70 morti, intere abitazioni date alle fiamme oltre al taglio della testa di alcuni uomini. Il giorno dopo il sito dei talebani ha categoricamente smentito le notizie come prive di fondamento e  propaganda. Fin qui nulla più che due voci che si confrontano e per il momento non sappiamo chi sia dalla parte del torto. Ma c'è un elemento che va notato. L'articolo recita testualmente: "Today the cowardly enemy is spreading open lies after suffering heavily at the hands of Mujahideen by stating Mujahideen have killed over 70 civilians, burnt many homes, beheaded Arbaki militiamen, are escorted by foreigners and other such fabrications.
We categorically reject such enemy propaganda. Such claims are far from the reality as Mujahideen are busy engaged in clashes and don’t have extra time on their hands to behead Arbakis* when a bullet is a much easier, faster and in accordance to the guidance of the leadership".

domenica 7 settembre 2014

I travasi della guerriglia e i nuovi fronti jihadisti

In un momento in cui ci si sforza di capire com'è composto il nuovo fronte jihadista e mentre diversi organi di stampa sostengono che sia in atto un travaso di “stranieri” dalle aree del Pakistan e dell'Afghanistan verso i nuovi vecchi fronti qaedisti (ormai ex qaedisti in gran parte) di Siria e Iraq, alcune notizie provenienti dal Pakistan meritano di essere osservate.

Come forse i lettori ricorderanno, nel marzo scorso il Ttp, l'ombrello dei pachistano talebani – ha dovuto fare i conti con una faida interna per il controllo dei Meshud, la potente tribù che ha dato i natali a gran parte dei capi del Ttp. La faida è scoppiata tra i seguaci di Sheryar Mehsud (che si rifà al leader Hakimullah ucciso nel novembre 2013) e un gruppo capitanato da Khan Said Sajna (sempre un meshud). La faida aveva messo in difficoltà mullah Fazlullah, capo fino ad allora riconosciuto dell'intero Ttp. Ma alcuni giorni fa Fazlullah ha assistito a un'altra assai più vasta scissione interna del movimento con la formazione di un nuovo gruppo che si chiama Jamatul Ahrar che, secondo il suo portavoce Ehsanullah Ehsan (già portavoce ufficiale del Ttp), godrebbe del sostegno di 7-8 comandanti talebani su dieci. Un colpo duro per “Radio Mullah” cui ora se n'è aggiunto un altro.

domenica 31 agosto 2014

Come nasce l'Is e le nostre responsabilità

Maryam al Khawaja 
Mi è stata chiesta recentemente un'opinione sull'Is, lo Stato islamico, quel plotone di jihadisti sunniti che impazza in Iraq e Siria. La risposta, secondo me, la si trova in questo articolo di AlJazeera sull'arresto - al suo arrivo a casa (Bahrein) - di Maryam al Khawaja, condirettrice del Gulf Centre for Human Rights. Colpevole di aver insultato il monarca, Maryam non è soltanto un'attivista ma è anche sciita ed è la figlia di Abdulhadi Abdulla Hubail al-Khawaja,  dal 2011 in galera in Bahrein, ridente democrazia del Golfo a conduzione familiare  (come tutte le altre). Che c'entra, direte voi? Provate a seguire il mio ragionamento anche se, su questa materia, son solo un osservatore non certo un ferrato analista.

Ebbene nel 2011 in Bahrein scattò una rivolta. Era guidata dalla “minoranza” sciita in un Paese dove la casa regnante è sunnita, oltre l'80% della popolazione è di religione musulmana e gli sciiti sono circa due terzi, dunque una considerevole maggioranza. Sono anche i più poveri e si ribellarono sull'onda delle rivolta arabe. Li seguivano con attenzione anche quelle migliaia di immigrati che costituiscono la forza lavoro dei petroregni mediorientali. Ma, mentre gli occhi erano puntati su Tahrir, nel piccolo reame (1,2 milioni di abitanti) si scatenò una feroce repressione peggiore di quella egiziana. Di più, temendo che l'Iran approfittasse della svolta protestataria i sauditi, forti dell'appoggio del Consiglio del Golfo, inviarono i carri armati. La famiglia reale dei Khalifa era ovviamente d'accordo, perché soldati e polizia non erano in grado di contenere la rivolta. A parte qualche timido distinguo, lasciammo correre: nessuna condanna, nessuna sanzione. Un silenzio dorato come i petrodollari sauditi. Demmo il via libera. E cominciarono li anche le nostre responsabilità sulla non ancora imminente creazione dell'Is

Il generale presidente Abdel Fattah al-Sissi 
E si, perché la piccola vicenda del Bahrein rivela molto più di quanto non sembri e spiega perché i sauditi e gli emirati abbiano appoggiato prima i Fratelli musulmani (che poi Riad ha bollato di terrorismo) e adesso l'Is. Mai apertamente sia chiaro. In forma “privata”, come spiega bene una convincente ricostruzione dell'Independent. All'epoca delle rivolte arabe, il Golfo e Riad pensarono che l'unico modo di contenere le folle fosse puntare sui Fratelli musulmani. Ciò avrebbe contenuto le spinte rivoluzionarie e cambiato gli equilibri dando forza a chi da sempre ha sostenuto la Fratellanza. Ma a Riad poi non piacque più quel Morsi che, seppur in modo univoco e autoritario, diventava un modello di democrazia arabo islamica. Era stato eletto e la Fratellanza aveva sposato la nefasta idea di libere elezioni, nel bene o nel male. Riad abbandonò Morsi al suo destino e gli preferì un generale. I generali, si sa, sono sempre fedeli e chiudono la bocca a chi ha troppi grilli per la testa. Anche in quel caso restammo a bocche semicucite. Qualche timida condanna ma, in fondo, sempre meglio un generale di un islamista.

giovedì 29 maggio 2014

America/mondo. Il tutto e niente del discorso di West Point

Deludente discorso di Obama a West Point. Vago sulla Siria. Continua la lotta al terrore ma prima la diplomazia. Si aspetta il piatto forte: forse la Cina di cui si parlerà nei prossimi interventi messi in agenda per spiegare come l'America continuerà a governare il mondo: "America Must Always Lead" è infatti il titolo scelto dalla Casa Bianca per il primo di una decina di discorsi del presidente
Più soldi e diplomazia prima di mostrare
 i muscoli militari. Obama ribadisce la distanza
dalla politica di Bush ma con poche novità

C'è una certa abilità nel dire non-dire che ha sempre contraddistinto la politica estera del presidente Obama. Ieri il capo di Stato americano non si è smentito. In un discorso, che secondo la Casa Bianca è il primo di una serie di interventi pubblici nei quali il presidente renderà chiaro il futuro prossimo della politica statunitense verso il mondo nei mesi a seguire, ha messo a fuoco una fetta di pianeta non da poco: Medio oriente e Africa. Quanto all'Afghanistan, appena qualche ora prima aveva fatto il punto sulla permanenza americana nelle valli dell'Hindukush: i soldati diminuiranno ma 10mila resteranno a presidiare il campo. Almeno sino al 2016.


domenica 19 febbraio 2012

SIRIA, PERCHE' VADO ALLA MANIFESTAZIONE


Non se avete letto della diatriba sulla manifestazione per la Siria che si tiene a mezzogiorno oggi a Roma. Ho deciso di andarci. Ci sono mille buoni motivi e molti distinguo da avanzare e tutto quel che volete, ma una strage in atto è una strage in atto. Può darsi che sfilare non serva a fermarla ma, certo, stare a casa non la ferma di sicuro. Ci vado e spero che serva a qualcosa. Con tutto il tempo, dopo, per discutere come andare avanti.

A sinistra un'immagine della manifestazione: non moltissima gente e pochissimi italiani. Mi sono sentito a disagio nei confronti dei siriani e delle loro sofferenze

venerdì 10 febbraio 2012

UN APPELLO SULLA SIRIA

Le sottoscritte organizzazioni non governative umanitarie e a difesa dei diritti umani chiedono con forza alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale di agire immediatamente per fermare ogni tentativo di intervento militare straniero contro la Siria e di favorire una vera mediazione svolta in buona fede. Questa imperdonabile negligenza non può continuare.

Com’è noto, nei mesi scorsi c’è stata una crescente campagna mediatica internazionale sugli eventi in Siria, spesso basata su resoconti parziali e non verificabili, com’è già successo nel caso della Libia.
Quello che si sa è che sono in corso violenti scontri fra truppe governative e le truppe di insorti dell'autoproclamato Esercito di Liberazione della Siria, con basi in Turchia al confine con la Siria, e che questo crescendo di violenze ha già provocato enormi perdite anche di civili. I civili innocenti sono le prime vittime di ogni guerra. Entrambe le parti armate hanno dunque responsabilità.
Ma l'intervento militare esterna non è assolutamente il modo per proteggere i civili e i diritti umani.

AFFERMIAMO CON FORZA CHE:
1) Il cosiddetto “intervento militare umanitario” è la soluzione peggiore possibile e non può ritenersi legittimo in nessun modo; la protezione dei diritti umani non viene raggiunta dagli interventi armati;
2) al contrario le guerre portano, come inevitabili conseguenze, ad imponenti violazioni dei diritti umani (come si è visto nel caso della “guerra umanitaria” in Libia);
3) l'introduzione di armi dall’estero non fa che alimentare la “guerra civile” e pertanto dev'essere fermato;
4) non è tollerabile che si ripeta in Siria lo scenario libico, dove una “no-fly zone” si è trasformata in intervento militare diretto, con massacri di civili e violazioni dei diritti umani.
VI CHIEDIAMO CON FORZA DI FAVORIRE:
1) una mediazione neutrale tra le parti e un cessate il fuoco: ricordiamo che la proposta avanzata da alcuni paesi latinoamericani del gruppo Alba è gradita anche all’opposizione non armata;
2) un’azione per fermare l’interferenza militare e politica straniera, volta a destabilizzare il paese;
3) il reintegro della Siria nel Blocco Regionale;
4) lo stop a tutte le sanzioni che attualmente minacciano il benessere dei civili;
5) una missione d’indagine internazionale parallela da parte di paesi neutrali per accertare la verità;
6) l'invio di osservatori internazionali che verifichino fatti e notizie che circolano attualmente privi di verifiche e di verificabilità.

ADESIONI
Italiane: 1) Associazione PeaceLink; 2) Albassociazione; 3) US citizens for Peace and Justice-Rome; 4) Associazione Yakaar Italia Senegal; 5) Ialana Italia - International Association Of Lawyers Against Nuclear Arms; 6) Rete No War Roma; 7) Comunità Internazionale di Capodarco - CICa; 8) Contropiano; 9) Rete Disarmiamoli; 10) associazione Liberigoj; 11) Associazione nazionale di amicizia Italia Cuba - Circolo di Roma; 12) Fiom; 13) Centro Sereno Regis; 14) WILPF - Women's International League for Peace and Freedom - Italy; 15) Associazione Un ponte per; 16) Rete romana di solidarietà con la Palestina; 17) Ecoistituto del Veneto Alex Langer; 18) Comitato con la Palestina nel cuore; 19) Associazione per la pace; 20) Associazione Culturale Chico Mendes; 21) Associazione U.V.A; 22) Associazione Gattapelata; 23) Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e famiglie; 24) Ufficio Missionario diocesano Pinerolo; 25) Arci Arezzo; 26) Forum ambientalista; 27) Pgs-Agis; 28) Fucina per la nonviolenza; 29) Comunità di Sestu; 30) Pdci; 31) Rete dei Comunisti; 32) Coordinamento donne Trieste; 33) Afs Intercultura Ci Salerno; 34) Circolo Legambiente Alta valle del Tevere; 35) Ashram Santa Caterina Napoli; 36) Solidarité Nord-Sud-Onlus; 37) Comitato per la pace; 38) Associazione Germogli; 39) Auci-Rm; 40) Senza paura onlus; 41) Associazione Stelle cadenti; 42) Comitato Legamjonici; 43) Il Dialogo; 44) Casa della pace e della nonviolenza; 45) Comitato pace convivenza solidarietà Danilo Dolci; 46) Unacremona onlus; 47) Amici di Cuba gruppo "Italo Calvino" Piombino; 48) Amici della Mezza Luna Rossa Palestinese; 49) Coordinamento Donne Trieste; 50) AFS Intercultura C.L.Salerno; 51) Comitato per la pace Faenza; 52) Associazione Radda per l'Ecuador; 53) Circolo della Decrescita "Invertire la Rotta" e Cantieri Sociali del Chianti; 54) Associazione Terra Santa Libera; 55) Associazione La Strada; 56) Associazione Pellerossa Cesena; 57) Egerthe; 58) Centro Documentazione Manifesto Internazionalista; 59) Circolo culturale Popilia; 60) H.E.W.O.-Bagnoregio onlus; 61) Gap Parma; 62) Trentino Solidale; 63) associazione Giolli; 64) associazione di promozione sociale "Gli Amici della Filangieri"; 65) associazione Italia-Nicaragua circolo di Livorno; 66) Associazione Lo Sguardo di Andala;67) Liberacittadinanza; 68) Forum Begrado;
Non italiane: 69) Covempri (Venezuela); 70)International-Lawyers (Switzerland); 71) Centre de RecercaHumanismeEmergent(Spain); 72) Canadians for Action on ClimateChange (Canada); 73) Peace of the Action (USA); 74) Avalon International (USA); 75) HumanistAssociation (Hong Kong); 76) Filef Buenos Aires (Argentina);77) Asociacioncivil “LPG 2007” (Venezuela); 78) CirculoBolivariano Antonio Gramsci Caracas (Venezuela); 79) Palestine CivilRightsCampaign (Lebanon/Usa); 80) Plataforma "No a la Guerra Imperialista" de Madrid (Spain);81) Frevemun - FrenteVenezolanos del Mundo; 82) Action pour la Paix (Belgium); 83) Associazione La pierre et l’olivier (Francia); 84) Greeneducation (Canada).

I responsabili delle varie associazioni sono a disposizione.
La petizione è stata firmata finora anche da oltre milleseicento persone. Se vuoi firmare clicca QUI