Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta Is. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Is. Mostra tutti i post

martedì 9 dicembre 2014

I nostri migliori alleati


In questa foto pubblicata sul GulfNews (credit: Wam) da dx verso sinistra:
 His Highness Shaikh Mohammad Bin Rashid Al Maktoum, premier Uae
 e sovrano  di Dubai,  King Hamad Bin Eisa Al Khalifa (Bahrain);
  Salman Bin  Abdul Aziz,  (Arabia saudita); Shaikh Sabah Al Ahmad
Al Sabha,  Emiro del Kuwait;  Fahd Bin Mahmoud Al Said, vicepremier
 dell'Oman; Shaikh Tamim Bin Hamad Al Thani, Emiro del Qatar.
 Al summit dell'anno scorso in Kuwait


Eccoli qui schierati a Doha in nostri principali alleati nelle politiche energetiche e nella guerra la terrore. Peccato che siano proprio loro all'origine dei nostri problemi: non tanto energetici (visto che semmai ora il problema è la super produzione statunitense) ma politico militari: nella guerra al terrore una parte ce l'hanno e non perché hanno poi aderito alla nuova coalizione di volenterosi che combatte Daesh, lo Stato islamico che vuole il califfato e che ci spaventa da quando ha iniziato a tagliare teste a fotografi e umanitari occidentali dopo aver decapitato centinaia di iracheni e siriani.

domenica 7 dicembre 2014

Frontiere porose: l'internazionale del jihad e il caso dell'Azerbaijan

Rischio di travasi della guerriglia jihadista?
Frontiere porose: l'internazionale del jihad e il caso dell'Azerbaigian*

Recentemente sono apparsi diversi articoli1 sulla città post industriale di Sumqayit, costruita alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso e divenuta un polo di attrazione interessante per la presenza di fabbriche siderurgiche, chimiche e petrolchimiche. La città non è mai stata un centro religioso importante e anzi non possedeva neppure una moschea sino al collasso dell'Urss, ma adesso Sumqayit, una trentina di chilometri a Nord della capitale Baku, sembra essere diventata la città del jihadismo azerbaigiano, o meglio la risorsa maggiore per partire alla volta dei luoghi dove il jihad, quello armato, si combatte davvero, come in Siria. La città ha una storia particolare, sia perché molte fabbriche hanno chiuso ed è in corso un processo di riconversione industriale e ambientale, sia perché è stata teatro di scontri violenti nel 1998 e in seguito anche il luogo di residenza di molti sfollati. Terza città del Paese dopo Baku e Ganja (oltre 300mila abitanti) è un agglomerato urbano che ha cambiato anima diverse volte – è stata per esempio completamente abbandonata dalla popolazione armena – e ha cercato un nuovo destino dopo essere stata classificata nel 2007 come una delle città più inquinate del mondo2. Degli oltre 600mila sfollati interni del Paese (Idp) censiti nel 2009 dal governo (oggi siamo attorno al milione), la maggioranza viveva nella zona di Baku e Sumqayit (fino a oltre 60mila nella città sita sull'omonimo fiume). Effettivamente, il processo di riconversione, le tensioni create dalla mancanza di lavoro e la residenza forzata di un numero in proporzione rilevantissimo di sfollati interni o rifugiati, sembrano le precondizioni ideali perché si crei un humus perfetto per il reclutamento di giovani ragazzi in cerca di occupazione o di un ideale eroico – il martirio - per cui combattere. Fonti di polizia citate negli articoli menzionati, attesterebbero oltre 200 residenti sotto stretta osservazione come possibile manodopera jihadista, il bilancio più alto di tutto il Paese.
C'è in Azerbaigian un pericolo jihadista? Quanto l'islam radicale è diffuso e quanto è stato ed è una risorsa per gruppi radicali all'estero? Quanto questi, a loro volta, hanno contribuito e contribuiscono, a creare un clima favorevole in Azerbaigian verso l'islam radicale? Gli incidenti a Sumqayit (furti, arresti per detenzione d'armi, colluttazioni e risse tra islamisti in luoghi pubblici) sono fatti occasionali o l'indice di un allarme da tenere in alta considerazione? Quanto il caso Azerbaigian infine testimonia della globalizzazione del jihad pur in tutte le sue diverse anzi diversissime declinazioni?

martedì 11 novembre 2014

Reclutamento pachistano per Daesh

La smentita ufficiale il governo di Islamabad l'ha affidata al ministro dell'Interno Chaudhry Nisar Ali Khan, secondo il quale non esiste in Pakistan nessun gruppo che si chiami Is, Stato islamico o Daesh. Ci son voluti un po' di giorni dopo che il quotidiano The Dawn ha pubblicato un rapporto top secret del 31 ottobre firmato dal governo provinciale del Belucistan (estremo occidente al confine con l'Afghanistan e l'Iran). Il documento (a destra nell'immagine) metteva in guardia su un possibile reclutamento di 10-12mila miliziani avvenuto nelle agenzie tribali (Kurram e Hangu) dove l'Is avrebbe offerto lavoro in particolare a due gruppi radicali - Lashkar-e-Jhangvi (LeJ) e Ahl-e-Sunnat Wai Jamaat (Aswj), già Sipah-e-Sahaba - il cui mandato, non a caso, è la persecuzione degli sciiti, motivo per il quale sono considerati gruppi simpatizzanti con l'Arabia saudita, uno dei primi sponsor dell'Is.

lunedì 27 ottobre 2014

Califfato, da dove viene il buon esempio

Mastro Titta, il boia del Papa.
 La decapitazione è piaciuta anche a noi 
Opinione pubblica e giornali hanno seguito con apprensione e giustamente condannato l'esecuzione di Reyhaneh Jabbari, la donna iraniana che aveva ucciso l'uomo che la voleva violentare. L'Iran, un Paese dove la condanna a morte è buona regola (otto persone sono state appena impiccate a Shiraz e Kerman), ha perso un occasione di civiltà. Non di meno, tutti noi che abbiamo seguito così da vicino la vicenda iraniana, non solo ci dovremmo preoccupare anche degli otto impiccati, ma dovremmo andare a vedere cosa fanno i nostri principali alleati. L'Iran infatti è a tutti gli effetti considerato uno Stato canaglia, un membro della minoranza di Paesi paria con cui non si parla perché estremista e terrorista. Ma i nostri veri amici che fanno?

Alla viglia dell'esecuzione iraniana, in Arabia saudita sistemavano l'ennesima questione penale condannando a morte un pachistano reo di aver portato eroina nella monarchia del Golfo. A Riad non hanno la mano leggera. In quel Paese, dove i diritti umani e di genere sono un optional poco frequentato (dove, per dirne una, è vietato ai sauditi sposarsi con donne di Pakistan, Myanmar, Ciad e Bangladesh), Burtha Mushtaq è stato ucciso portando a tre i pachistani ammazzati su condanna per traffico di stupefacenti nelle ultime due settimane: rapidi e indolori.

E, per dirla tutta, dall'inizio dell'anno, Riad ha giustiziato 59 persone, un po' meno dell'ano scorso (78) ma, insomma, c'è ancora tempo.

lunedì 29 settembre 2014

Le decapitazioni, i talebani e i metodi dello Stato islamico (Is)

Rimandando a domani il racconto dell'intensa giornata odierna a Kabul, dove con l'insediamento di Ashraf Ghani l'Afghanistan assiste al primo passaggio di poteri presidenziali in nuove mani (il quadro di riferimento lo trovate qui), c'è una piccola notizia su cui vorrei richiamare l'attenzione dei miei lettori. Qualche giorno fa i principali siti d'informazione hanno dato notizia di una lunga battaglia nel distretto di Ajirestan il cui bilancio sarebbe stato di 70 morti, intere abitazioni date alle fiamme oltre al taglio della testa di alcuni uomini. Il giorno dopo il sito dei talebani ha categoricamente smentito le notizie come prive di fondamento e  propaganda. Fin qui nulla più che due voci che si confrontano e per il momento non sappiamo chi sia dalla parte del torto. Ma c'è un elemento che va notato. L'articolo recita testualmente: "Today the cowardly enemy is spreading open lies after suffering heavily at the hands of Mujahideen by stating Mujahideen have killed over 70 civilians, burnt many homes, beheaded Arbaki militiamen, are escorted by foreigners and other such fabrications.
We categorically reject such enemy propaganda. Such claims are far from the reality as Mujahideen are busy engaged in clashes and don’t have extra time on their hands to behead Arbakis* when a bullet is a much easier, faster and in accordance to the guidance of the leadership".