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domenica 11 novembre 2018

Quanto costa la guerra al terrore

Fort Snelling National Cemetery Usa. Costruito
nel 1939. Quanti ne continuano a seguire?
Quanti morti è costata e sta costando la guerra al terrore scatenata dopo l’11 settembre? Se il dolore ha un numero, nel novembre del 2018 questo numero ha superato quota 500mila. E solo in Afghanistan, Pakistan e Irak, i luoghi ormai iconici della guerra infinita. Lo dice un progetto della Brown University, università privata americana, che studia il costo umano delle guerre scatenate contro il terrore. Guerre iniziate e mai finite come se il crollo delle Torri gemelle avesse generato un mostro a più teste. Tra 480 e 507.000 persone – dice l’aggiornamento del novembre di quest’anno - sono state uccise dalle guerre scatenate dopo quella data fatidica in tre soli Paesi: Irak, Pakistan e Afghanistan (147mila nel Paese dell'Hindukush come già riferivamo ieri). Human Cost of the Post-9/11 Wars, curato da Neta C. Crawford, docente del Department of Political Science della Boston University and Co-Director del Costs of War Project della Brown University, non tiene infatti conto delle stime dei decessi della guerra in Siria (oltre 500mila) o di altre guerre (Yemen) o conflitti minori. Il documento, che si basa su fonti aperte, guarda a quanto fatto dagli Stati Uniti nelle sue guerre, per così dire, ufficiali. Cifre che in realtà hanno a che vedere anche con i loro alleati, dunque con l’Italia, ancora partecipe a pieno titolo della guerra afgana con il terzo contingente più importante presente in Afghanistan.

Nelle tre guerre citate i civili conquistano un triste primato: tra 244 e 266mila. Seguono - entrambi con oltre 100mila caduti - militari e forze di polizia locali assieme agli “Opposition Fighters” (per una volta non si usa l’odioso termine “insurgent”). Ma un dato abbastanza impressionante riguarda le forze statunitensi: a fronte di 6.951 caduti con la divisa stellestrisce, 7.820 sono i paramilitari (contractor) uccisi durante l’ingaggio per combattere o lavorare a fianco dei soldati “regolari”. Una novantina sono morti in Pakistan (dove formalmente la guerra non c’è) mentre quasi 4mila sono morti sia in Irak sia in Afghanistan, un Paese dove le compagnie private vorrebbero ora addirittura in appalto tutte le operazioni militari, uno scenario ricorrente e tenuto molto sotto traccia dall’Amministrazione. Gli alleati degli Usa hanno perso 1.464 uomini (tra cui oltre 50 sono soldati italiani) ma un tributo importante è stato pagato anche da operatori umanitari di Onu e Ong: 566 (di cui 409 in Afghanistan) e giornalisti: 362 (di cui 245 nel solo Irak).

Accanto alla fredda e drammatica aritmetica della guerra, non vanno dimenticati gli effetti dei conflitti sugli spostamenti di popolazione: al 2017, risultavano 4 milioni e 780mila gli afgani sfollati interni o con lo status di rifugiati. Tre milioni e 250mila gli iracheni e 12 milioni i siriani per un totale di 20 milioni di individui. Un bilancio inevitabilmente per difetto perché non tiene conto delle migliaia di “clandestini”, senza alcuno status, fuggiti dai conflitti per tentare il viaggio della speranza sulle rotte verso l’Europa.

Vedi le schede coi numeri sull'Atlante delle guerre

martedì 1 agosto 2017

Da Raqqa con furore

Il sito di Amq, voce del "califfato"
Colpire il nemico fuori dal teatro siriano iracheno. Punirlo per aver annunciato (alcuni giorni fa con un incontro stampa) la presa di Mosul. Attaccare un obiettivo che dia risalto mediatico all’azione esemplare. Sembra questo il ragionamento che ha portato ieri un commando dello Stato islamico, nella sua versione “Territorio del Khorasan”, ad attaccare l’ambasciata irachena a Kabul, nel cuore commercial diplomatico della capitale. Azione rapida e con meccanismi noti: un kamikaze vestito da poliziotto afgano si fa esplodere all’ingresso della legazione irachena; la porta si apre e un commando di tre uomini entra per fare strage. Ma le cose vanno male: un poliziotto viene ferito e mentre i guardiani dell’ambasciata impegnano il commando gli altri riescono a fuggire. Poi escono tutti mentre la legazione viene circondata e finisce sotto il fuoco incrociato della truppe speciali afgane. Dura circa quattro ore l’assedio al commando (dalle 11 del mattino alle 15), poi i tre vengono fatti fuori mentre l’agenzia Amaq, la sirena mediatica del califfato di Al Baghdadi, rivendica l’azione. Fortunatamente sfortunata. Il prezzo lo pagano soprattutto gli uomini del commando anche se due civili hanno perso la vita ed è sempre presto per sapere se non vi siano altre vittime. Le vittime civili della guerra, come ha appena denunciato il rapporto semestrale dell’Onu, sono quelle con i numeri più alti, in un conflitto che si è spostato sempre più nella capitale: degli 1662 morti nei primi sei mesi del 2017, il 20% ha perso la vita a Kabul.

lunedì 29 settembre 2014

Le decapitazioni, i talebani e i metodi dello Stato islamico (Is)

Rimandando a domani il racconto dell'intensa giornata odierna a Kabul, dove con l'insediamento di Ashraf Ghani l'Afghanistan assiste al primo passaggio di poteri presidenziali in nuove mani (il quadro di riferimento lo trovate qui), c'è una piccola notizia su cui vorrei richiamare l'attenzione dei miei lettori. Qualche giorno fa i principali siti d'informazione hanno dato notizia di una lunga battaglia nel distretto di Ajirestan il cui bilancio sarebbe stato di 70 morti, intere abitazioni date alle fiamme oltre al taglio della testa di alcuni uomini. Il giorno dopo il sito dei talebani ha categoricamente smentito le notizie come prive di fondamento e  propaganda. Fin qui nulla più che due voci che si confrontano e per il momento non sappiamo chi sia dalla parte del torto. Ma c'è un elemento che va notato. L'articolo recita testualmente: "Today the cowardly enemy is spreading open lies after suffering heavily at the hands of Mujahideen by stating Mujahideen have killed over 70 civilians, burnt many homes, beheaded Arbaki militiamen, are escorted by foreigners and other such fabrications.
We categorically reject such enemy propaganda. Such claims are far from the reality as Mujahideen are busy engaged in clashes and don’t have extra time on their hands to behead Arbakis* when a bullet is a much easier, faster and in accordance to the guidance of the leadership".

domenica 7 settembre 2014

I travasi della guerriglia e i nuovi fronti jihadisti

In un momento in cui ci si sforza di capire com'è composto il nuovo fronte jihadista e mentre diversi organi di stampa sostengono che sia in atto un travaso di “stranieri” dalle aree del Pakistan e dell'Afghanistan verso i nuovi vecchi fronti qaedisti (ormai ex qaedisti in gran parte) di Siria e Iraq, alcune notizie provenienti dal Pakistan meritano di essere osservate.

Come forse i lettori ricorderanno, nel marzo scorso il Ttp, l'ombrello dei pachistano talebani – ha dovuto fare i conti con una faida interna per il controllo dei Meshud, la potente tribù che ha dato i natali a gran parte dei capi del Ttp. La faida è scoppiata tra i seguaci di Sheryar Mehsud (che si rifà al leader Hakimullah ucciso nel novembre 2013) e un gruppo capitanato da Khan Said Sajna (sempre un meshud). La faida aveva messo in difficoltà mullah Fazlullah, capo fino ad allora riconosciuto dell'intero Ttp. Ma alcuni giorni fa Fazlullah ha assistito a un'altra assai più vasta scissione interna del movimento con la formazione di un nuovo gruppo che si chiama Jamatul Ahrar che, secondo il suo portavoce Ehsanullah Ehsan (già portavoce ufficiale del Ttp), godrebbe del sostegno di 7-8 comandanti talebani su dieci. Un colpo duro per “Radio Mullah” cui ora se n'è aggiunto un altro.

venerdì 28 febbraio 2014

Quanto costa il terrorismo al Pakistan

La nuova politica di sicurezza nazionale del Pakistan, approvata dall'esecutivo e ora al vaglio del parlamento, indica una svolta senza precedenti che sembra voler effettivamente dar luce verde a una nuova strategia contro il terrorismo  che mira a non dare quartiere prima di tutto al Teheerek-e-Taleban (Ttp), i talebani pachistani.

Il ministro dell'Interno Nisar Ali Khan
Il documento, per ora soltanto una bozza del National Internal Security Policy (Nisp) 2013-2018, intende rivedere e rivitalizzare la National Counter Terrorism Authority (Nacta) e allocare risorse (qualcosa come 12 miliardi di rupie)* per riformare e guidare una nuova strategia per l'antiterrrorismo nazionale. Il documento si basa su un'inchiesta che disegna il Pakistan come il “Paese al mondo più colpito dal terrorismo”, titolo scelto dalla stampa pachistana che ha pubblicato alcuni dati contenuti nel documento secondo il quale il Paese dei puri avrebbe subito più attentati dell'Afghanistan e (fatti salvi i numeri della guerra in corso il cui bilancio è elevatissimo) persino più dell'Irak.

“Dal 2001 al 2013 – dice il dossier - ci sono stati incidenti (terroristici) in Pakistan pari a 13.721 episodi, poco meno che in Irak. Dal 2001 al 2005 gli incidenti sono stati 523 ma dal 2007 (inizio delle attività del Ttp ndr) gli incidenti sono saliti a 13.198”. Il numero degli attacchi suicidi ha subito lo stesso trend: 15 tra il 2001 e il 2007 saliti a 358 da allora al novembre 2013, il numero più alto al mondo. Altre fonti lo confermano: il US National Consortium for the Study of Terrorism and Responses for Terrorism (Start), sostiene che il Pakistan guida la classifica degli attentati terroristici con 1.404. episodi nel solo 2012 sorpassando l'Irak (1.271) e l'Afghanistan (1.023). Dove sono accaduti? Il 33% nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, il 23% in Belucistan, nelle Fata (19) e nel Sindh (18%).

sabato 18 giugno 2011

SE LA GUERRA E' TROPPO CARA

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La censura del Congresso sulla guerra libica di Obama si può leggere in tanti modi. Certo non si sbaglia se alla lettura politica si affianca quella economica. Budget alla mano, i quattrini spesi nella guerra al terrore dall'11 settembre in poi hanno infatti superato persino le più funeree previsioni di The Three Trillion Dollar War, il libro di Joseph Stiglitz e Linda Bilmes che stimava il costo reale della guerra in Iraq. Un esercizio che era già costato la carriera al consigliere economico di Bush, Lawrence Lindsey che aveva osato parlare, già nel 2002, di una spesa possibile tra i 100 e i 200 miliardi di dollari.

Stimare il costo della guerra/e, e dunque il peso sul Pil e soprattutto la sua sostenibilità o un equilibrio tra costi e benefici, non è facile, Stiglitz allora sommò le spese derivate da “fonti aperte” ai costi “segreti” e vi aggiunse infine la spesa corrente del Pentagono che, in tempo di guerra, poteva essere considerata una delle voci di bilancio. Ma anche solo leggendo i dati del Crs (il servizio di ricerca del Congresso, considerato autorevole e attendibile anche perché tenuto a essere rigorosamente bypartisan) si impallidisce. Se non sono tre, nelle stime del Crs, il triliardo è ampiamente superato: a marzo 2011, per Operation Iraqi Freedom (Oif), quella per Operation Enduring Freedom (Oef) e Operation Noble Eagle (One, spese per la sicurezza delle basi americane) il Congresso aveva approvato 1,283 trilioni di dollari, il 63% dei quali (806miliardi) per l'Irak, il 35% (444 miliardi) per l'Afghanistan e 29 miliardi per le basi. Tutta spesa militare? Non esattamente: il 94% è andato al Pentagono , il 5% per aiuti e operazioni diplomatiche, l'1% in spesa sanitaria in favore dei veterani. In confronto la Libia sono noccioline.

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