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martedì 16 marzo 2021

10 cent a maglietta per pagare il giusto salario


Una coalizione di 200 organizzazioni chiede ai marchi e ai distributori della moda di pagare alle lavoratrici e ai lavoratori tessili quanto dovuto: rinunciando soltanto a 10 centesimi di profitto su ciascuna t-shirt venduta. Aziende come Amazon, Nike e Next potrebbero permettere a queste persone di sopravvivere alla pandemia. Sul nuovo sito della coalizione tutte le informazioni e le richieste ai marchi. Lo rende noto Abiti Puliti che fa sapere che si può firmare una petizione in appoggio alla campagna internazionale. (Clicca qui per firmare la petizione).
 
Milioni di lavoratori hanno lottato per sfamare le proprie famiglie da quando i marchi li hanno abbandonati lo scorso marzo. Le aziende hanno risposto alla crisi rifiutandosi di pagare gli ordini e utilizzando la diminuzione della domanda di abbigliamento per ottenere prezzi ancora più bassi dai fornitori. Questo ha comportato una diffusa perdita di posti di lavoro e di reddito, spingendo tante persone sempre più a fondo nella povertà e nella fame.
 
A un anno dall'inizio della crisi - ricorda la campagna italiana di Clean Clothes,  molti marchi sono tornati a fare profitti, raggiungendo persino traguardi record, mentre i lavoratori nelle loro catene di fornitura lottavano per sopravvivere.  La campagna #PayYourWorkers, che riunisce 200 sindacati e organizzazioni della società civile di 35 diversi Paesi, chiede ai marchi di fornire immediato sollievo ai lavoratori dell'abbigliamento e di sottoscrivere impegni vincolanti per riformare il loro settore in rovina.

giovedì 22 novembre 2018

La settimana della moda

Delhi, Washington, Zagabria ma anche Milano, Torino, Bolzano. Sono solo alcune delle città dove, con modalità diverse, lavoratori e attivisti della Campagna mondiale “Turn Around, H&M!”, mette nel mirino H&M, al secolo Hennes & Mauritz, colosso multinazionale svedese di abbigliamento e vendita al dettaglio nota per il fast-fashion. L’azienda (a sinistra un modello), che con consociate e marchi diversi opera in 69 Paesi con oltre 4.500 negozi reali e una diffusa attività sul web, impiega direttamente circa 160mila persone ma ha al suo servizio una manovalanza diffusa che conta almeno 850mila lavoratori e lavoratrici cui aveva promesso un salario dignitoso entro fine anno. La Campagna mira a diffondere consapevolezza, che riguarda anche ogni singolo compratore di ogni singolo capo di abbigliamento, sul mancato impegno di H&M su cui in settembre aveva già pubblicato un rapporto cui la società aveva risposto con sdegno ma senza in realtà poter esibire i salari dignitosi promessi e rimasti al palo.

Si tratta dunque di una nuova fase della Campagna che da oggi sino a fine mese cercherà di sensibilizzare soprattutto i consumatori. Si inizierà in due città europee: Londra e Milano – capitali internazionali della moda – per proseguire in almeno 24 città nei prossimi giorni. In molte di quelle città ci sono negozi o poli logistici di H&M, ma anche le teste di una filiera di fabbriche e fabbrichette sparse nelle pieghe della globalizzazione mondiale. Una rete fittissima che non esclude il nostro Paese. “Mai avrei immaginato che H&M mi avrebbe stravolto la vita”, ha scritto alla Campagna una lavoratrice che confeziona pacchi di abbigliamento per H&M nel polo logistico di Stradella, in Lombardia. “Nell’enorme magazzino in cui lavoro il turno iniziava alle 4,30 della mattina con nessuna certezza dell’orario di uscita. Tutto era possibile, 4 ore di lavoro come 12”. E’ una donna che ha chiesto l’anonimato per il semplice motivo che XPO, l’azienda che gestisce il polo logistico, ha intentato cause a 147 lavoratori e al sindacato per via delle lotte e delle proteste sulle condizioni di lavoro.

La famiglia di una lavoratrice tessile indiana.
Molto lontana dai vestiti che produce
La mobilitazione in Italia comincia da Milano con un flashmob con i delegati FILCAMS CGIL per raccogliere firme davanti a un negozio H&M del centro. Un altro flashmob con raccolta firme di fronte a un negozio H&M si terrà invece a Bolzano con il sostegno di OEW Organizzazione Per Un mondo solidale. A Torino infine, ci sarà un intervento aperto alla cittadinanza organizzato dall’associazione Hòferlab alla Casa della Cultura di San Salvario.

La settimana globale di mobilitazione – spiegano ad Abiti Puliti, una delle associazioni capofila della Campagna – segna il quinto anniversario delle promesse non mantenute fatte da H&M. L’azienda ribatte che “Con la nostra strategia di salario equo e solidale lanciata nel 2013, raggiungiamo più di 600 fabbriche e 930.000 lavoratori del settore abbigliamento, il che significa che abbiamo superato il nostro primissimo traguardo”. Ma secondo la Campagna, l’azienda non solo non ha rispettato l’impegno assunto ma non si capisce come possa affermare di aver superato i suoi obiettivi. “Chiunque può farlo, se rivendica anche il diritto di modificare l’obiettivo iniziale come meglio crede. Ma non permetteremo che tale ipocrisia passi inosservata”, risponde in una nota la ricreatrice e attivista slovena Neva Nahtigal dell’ufficio internazionale della Clean Clothes Campaign. “Il modello di business di H&M – aggiunge Deborah Lucchetti di Abiti Puliti - sta mettendo sotto pressione i lavoratori e le lavoratrici a diversi livelli della catena di fornitura. Ma chi cuce nelle fabbriche, chi smista i pacchi nei punti logistici e chi è impiegato nei negozi di distribuzione, tutti hanno diritto a un salario dignitoso e a giuste condizioni di lavoro”.

La raccolta delle firme è importante, sottolineano alla Campagna, perché è indice di consapevolezza, oltreché di solidarietà, da parte dei consumatori che così comprendono come funziona la catena di fornitura fino al prodotto finito: da chi taglia e cuce sino a chi impacchetta nei poli logistici o vende nei negozi. La petizione lanciata nell’ambito della campagna “Turn Around, H&M!” ha già raccolto oltre 135.000 firme.

giovedì 10 settembre 2015

Scarpe: il momento di cambiare passo

Le jutti indiane: diffusissime
ma sempre di meno
Al bazar di Bombay, un paio di jutti senza decorazione – la tradizionale scarpa di cuoio originaria dell'India del Nord – può costare un paio di euro. Si arriva a dieci se si compra il modello con plantare che si trova, seppur ormai con difficoltà, nei negozi di calzature di lusso. Anche molti indiani infatti hanno smesso di portarle per preferirgli copie di modelli stranieri o originali che hanno gli stessi prezzi delle vetrine italiane.

 Può sembrar buffo non trovare quasi più le jutti “base” (quelle istoriate per i matrimoni si comprano nei negozi specializzati) nel Paese che le ha inventate: ma anche questo è un effetto della globalizzazione che ha investito l'India, sino all'altro ieri la nazione più tradizionalista del mondo in fatto di moda. Il paradosso è poi che gran parte delle “originali” straniere vengono fabbricate proprio nell'Unione. A salari spesso ridicoli e con un ricarico per l'ideatore del modello che, grazie a una manodopera ampia e a basso costo, fa la sua fortuna su ogni stringa allacciata o sulle décolleté.

Nel mondo si fabbricano ogni anno circa 22 miliardi di paia di scarpe che per l’87% sono prodotte in Asia. La Cina fa la parte del leone e si stima che su tre paia di scarpe due siano Made in China. Quelle di buona qualità, quelle in cuoio come le jutti, sono sempre un patrimonio cinese: il 40% del totale. Poi ci sono Italia e Messico (col 6% di quota di mercato ciascuno), Brasile e, appunto, India dove si fabbrica il 4% delle scarpe del mondo. In termini percentuali vuol dire che l'Unione indiana produce poco meno di 900 milioni di paia di scarpe. E' chiaro che non sono fatte solo per il mercato interno, in una Paese dove nemmeno tutti le hanno ai piedi dove per lo più si sfoggiano infradito.