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sabato 15 agosto 2020

Il salario sempre più basso di chi ci cuce il vestito


Un nuovo rapporto di Abiti puliti fa il punto su pandemia, tessile e salari. Sempre più bassi. E' un tratto comune dall'India al Bangladesh, dalla Thailandia al Myanmar.  Il 29 marzo scorso, quando il Covid-19 iniziava a mordere, U Myint Soe, a capo della Myanmar Garment Manufactures Association, lanciava l’allarme. La Ue, che acquista il 70% della produzione tessile birmana, aveva fermato gli ordini di acquisto: “Non so come faremo”, era stato il commento al quotidiano in lingua inglese Myanmar Times. La risposta è stata semplice: fabbriche chiuse e salari bloccati. Le magliette made in Myanmar, Sri Lanka o Bangladesh smettono di far girare i telai. Poi si vedrà.

In tutta l’Asia il tessile da esportazione è uno dei settori economici export dipendenti che ha subito, col turismo, un contraccolpo formidabile dagli stop arrivati dall’Occidente. Per quanto diversi Stati Ue abbiano sospeso i pagamenti del servizio del debito del Myanmar per il periodo maggio-dicembre 2020 (98 mln di dollari) sarà dura riprendersi. Inoltre Yangon – per via della guerra negli Stati Chin e Rakhine - rischia (come già accaduto per la Cambogia) di perdere la clausola di nazione favorita nell’export verso la Ue, cosa che dipende da una missione di valutazione della Commissione in settembre. Sarebbe un altro danno incalcolabile. Chi lo paga? E’ una domanda che si può girare a tutti i Paesi del tessile asiatico da cui ci riforniamo per le nostre magliette.

Per 50 milioni di lavoratori nelle industrie globali dell'abbigliamento, del tessile e delle calzature, che guadagnano in media 200 dollari - e tra questi per 20 milioni di lavoratori nel solo settore delle esportazioni di abbigliamento - la pandemia è stata e ancora è un disastro salariale: oltre 13 milioni di lavoratori in Asia hanno registrato un divario salariale del 38,6% il che significa una perdita di quasi 6 miliardi di dollari nei primi tre mesi della pandemia. Quanto ai lavoratori nel solo settore delle esportazioni di abbigliamento la cifra viene valutata in oltre 3 miliardi di dollari di perdita salariale. Lo dice un rapporto di Abiti Puliti (Stipendi negati in Pandemia) che fornisce una stima del divario retributivo di 13 milioni di lavoratori in sette paesi per tre mesi: Pakistan, Bangladesh, India (le regioni intorno a Delhi, Tirupur e Bangalore), Indonesia, Sri Lanka, Cambogia e appunto Myanmar. Il rapporto esclude la Cina dove l’industria tessile è molto forte ma ha anche migliori garanzie per i lavoratori.

Il rapporto di Abiti Puliti contiene una sintesi del dossier Under(paid) in the pandemic della Clean Clothes Campaign internazionale con Worker Rights Consortium e Solidarity Center e fornisce stime sull'entità delle perdite salariali subite dai lavoratori della filiera tessile durante i primi tre mesi di pandemia. Con i distinguo del caso, imputabili a difficoltà di raccolta dei dati, i calcoli rappresentano il divario salariale per marzo, aprile e maggio 2020. Tuttavia – scrivono i ricercatori - poiché molti lavoratori non hanno ripreso a lavorare o a lavorare regolarmente - il divario salariale ha continuato a crescere dopo questi tre mesi. Un elemento che anche la Ue dovrà considerare al momento di decidere se è meglio punire le élite colpevoli di violazioni o i lavoratori delle industrie che fabbricano le nostre magliette.

venerdì 1 maggio 2020

Primo maggio col Covid-19 in Asia

Nel Myanmar dell’emergenza Covid-19 il governo sta facendo tornare a casa i suoi emigrati all’estero. Alcuni sono “ufficiali”, altri lavoravano più o meno clandestinamente in Cina nelle piantagioni di canna o banane e mille, scriveva qualche giorno fa il Myanmar Times, sono tornati a casa per vie altrettanto clandestine. Ma secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) sarebbero oltre 3 milioni i birmani che lavorano all'estero. Secondo Ong locali e straniere, i birmani più o meno stagionali sono nella sola Thailandia più di 2 milioni. Numeri impressionanti che l’emergenza ha portato alla ribalta e che dicono molto su cosa succede in caso di pandemia. Alla perdita del lavoro si accompagna l’espulsione e un futuro incerto nel proprio Paese da cui non si è certo partiti per turismo. Per quelli che restano - perché non vogliono o non possono tornare a casa – va anche peggio, perché all’estero non c’è la protezione della cittadinanza e men che meno la rete sociale dei villaggi.

Nella sola Malaysia, circa un milione di lavoratori migranti indonesiani soffrono la fame a causa del parziale lockdown in atto nel Paese, come hanno denunciato in aprile i volontari della Nahdlatul Ulama, la più grande organizzazione islamica d'Indonesia. Un inchiesta del South China Morning Post ha rivelato le condizioni drammatiche dei migranti nella ricca Malaysia che ne ospita temporaneamente 5,5 milioni, “dei quali - circa 3,3 milioni - privi di documenti”. Provengono principalmente da Indonesia, Bangladesh e Nepal.

Se gli indocumentati e i migranti stanno male, non se la passa bene nemmeno chi aveva un lavoro “sicuro” in qualche fabbrica. Nel tessile ad esempio che in Asia occupa decine di milioni di lavoranti. Cento nella sola India, oltre 3 e mezzo in Bangladesh. Nel continente il tessile calzaturiero su commissione è un architrave dell’export di molti Paesi. Un export che fa fare profitti soprattutto a chi utilizza la filiera del lavoro asiatico per abbassare i prezzi. Fabbriche in Thailandia, Cambogia, Vietnam, Myanmar. Sedi e negozi a Parigi, New York, Milano. Del resto quasi mezzo miliardo di persone nel mondo lavora oggi meno ore retribuite di quanto vorrebbe o non ha accesso a un lavoro a un salario equo, dice il rapporto Ilo World Employment and Social Outlook – Trends 2020: e nonostante l’Asia sia un continente che se la cava meglio di altri “la scarsa qualità del lavoro e gli alti tassi di informalità rimangono la sfida... Nel 2019 nonostante il progresso economico degli ultimi decenni, 79,1 milioni di lavoratori -il 4,2% - sono rimasti in estrema povertà e 277 milioni - il 14,6% - vive ancora in moderata povertà”. Il virus ha peggiorato le cose.

Quanto all’industria della moda, la pandemia l’ha travolta, minando le lotte per la protezione sociale e la sicurezza, i salari equi, la libertà sindacale. Anche perché molte “firme” non pagano ordini già eseguiti o ritirano quelli in produzione. Da sapere quando ci compriamo un vestitino o le scarpette. La situazione è così grave (alcune fabbriche riaprono ma lasciano a casa molti lavoranti) che a Dacca, domenica scorsa, ci sono state manifestazioni pubbliche per il salario nonostante il lockdown. Rischioso. Pagare il giusto le avrebbe evitate.

Una dichiarazione congiunta dell’Organizzazione Internazionale delle Imprese (IOE) e dei Sindacati Internazionali (GUF) lancia un appello per mitigare la perdita massiccia di vite, posti di lavoro e reddito. Si chiede ai marchi di sottoscriverlo ma finora in molti fan orecchie – è il caso di dirlo – da mercante: Arcadia, ASOS, Bestseller, C&A, EWM/Peacocks, Gap, JCPenney, Kohl’s, Mothercare, Next, Primark, Tesco, Under Armour, Urban Outfitters e Walmart/Asda non hanno ancora preso alcun impegno. In Italia la Campagna Abiti Puliti ha chiesto trasparenza a importanti firme della moda come Armani, Benetton, Calzedonia, Ferragamo, Geox, Gucci, Miroglio, Moncler, OVS, Prada, Salewa, Versace, Zegna. Al momento solo Prada e Salewa hanno fornito rassicurazioni sul fatto che rispetteranno gli impegni assunti prima del virus con i fornitori. Il network della Clean Clothes Campaign monitorerà gli impegni dichiarati dalle aziende e ne renderà conto pubblicamente. Nei giorni scorsi Abiti Puliti ha scritto a Conte e ai ministri responsabili del “Cura Italia”: “Riteniamo – dice Deborah Lucchetti responsabile della Campagna - che solo le aziende che dimostrino di saper proteggere sia i propri lavoratori sia quelli che appartengono all'intera catena di fornitura debbano poter contare su misure pubbliche di sostegno”.

giovedì 9 aprile 2020

Ho un virus nel mio vestito

In Myanmar quattro fabbriche si stanno rapidamente riconvertendo nella produzione di mascherine. Inutile dire che alcune sono della filiera del tessile, una delle industrie chiave nel Paese. E’ uno dei nuovi affari connessi al coronavirus. Affari sacrosanti (se i prezzi delle mascherine non lievitassero come la pasta del pane) ma che hanno puntato i riflettori sugli effetti che il virus ha su uno dei grandi settori dell’economia globale – il tessile/calzaturiero - che ha in Asia, dal Bangladesh al Vietnam, da Sri Lanka all’India la fucina dove le grandi firme fabbricano a prezzi super convenienti camice e scarpe, pret a porter e magliette della salute. In certi casi l’apparente disastro (la mancanza di materia prima, il crollo della domanda, i divieti sulla logistica) si trasforma persino in manna dal cielo. Molte aziende in Myanmar hanno approfittato della crisi per chiudere temporaneamente e licenziare sollevando scioperi e proteste in sordina a causa del virus. Ma altre han pensato bene di fallire per riaprire sotto altra forma. In questo modo, denunciano i sindacalisti locali, si licenza senza problemi e si riapre usufruendo dei vantaggi per le start-up. Cosa c’è di meglio di una crisi per ristrutturare il profitto?

L’ondata peggiore della crisi passa dunque soprattutto nei Paesi dove si produce su commissione. Dove la relazione tra aziende e sindacato è fragile e dove le garanzie per chi perde il lavoro sono minime o non ci sono. Due rapporti usciti in marzo han cercato di fare il punto:. Abandoned? del Center for Global Workers’ Rights e Who will bail out the Workers that make our clothes? del Worker Rights Consortium. Mettono in luce gli effetti del Covid-19 sulle catene di fornitura. Lontane da casa.


Marchi e distributori scaricano infatti le conseguenze del calo della domanda sui fornitori. “Le imprese di abbigliamento pagano solo alla consegna, con le fabbriche che sostengono i costi generali e di manodopera. E hanno il potere di decidere di non pagare gli ordini, anche se ciò significa di fatto una violazione contrattuale” spiegano alla Campagna abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. Al di là dei furbi e di chi si approfitta della situazione, ciò significa che i proprietari delle fabbriche esecutrici non hanno più liquidità per pagare i salari e che in futuro il quadro potrà solo peggiorare. Secondo l’associazione dei produttori del tessile (Bgmea) del Bangladesh, ordini per oltre tre miliardi di dollari sono finora stati cancellati. In Thailandia, le fabbriche di abbigliamento continuano invece a funzionare ma gli ordini stanno rallentando. Si teme – preoccupazione diffusa - che alcune fabbriche possano utilizzare il Covid-19 come scusa per chiudere. E con lo stato di emergenza scioperare è impossibile.

Le due ricerche ricordano infine che in buona parte dei Paesi produttori di abbigliamento, i meccanismi di protezione sociale, come l'assicurazione sanitaria o l'indennità di disoccupazione, non esistono o sono insufficienti. Lo stesso vale per i fondi di garanzia in caso di insolvenza. Non di meno, dicono ad Abiti Puliti, i due dossier sembrano aver sortito un effetto: dopo la loro pubblicazione un certo numero di marchi ha accettato di adempiere ai propri obblighi contrattuali e di  pagare gli ordini che le fabbriche avevano già in produzione: H&M, PVH Corp (che possiede Van Heusen, Tommy Hilfiger, Calvin Klein e altre), Inditex (proprietario di Zara) e Target. Stiamo parlando di un settore – tra tessile, abbigliamento e calzature - che impiega milioni di persone, l’80% donne secondo l’Ufficio internazionale del lavoro: si va dagli oltre 100 milioni dell’India ai 3,6 del Bangladesh dove il tessile è l’industria trainante dell’export. Per saperne di più c’è un blog  che aggiorna quotidianamente sugli effetti globali del virus nella filiera del tessile/calzature.



Questo articolo è uscito ieri su ilmanifesto in edicola

giovedì 22 novembre 2018

La settimana della moda

Delhi, Washington, Zagabria ma anche Milano, Torino, Bolzano. Sono solo alcune delle città dove, con modalità diverse, lavoratori e attivisti della Campagna mondiale “Turn Around, H&M!”, mette nel mirino H&M, al secolo Hennes & Mauritz, colosso multinazionale svedese di abbigliamento e vendita al dettaglio nota per il fast-fashion. L’azienda (a sinistra un modello), che con consociate e marchi diversi opera in 69 Paesi con oltre 4.500 negozi reali e una diffusa attività sul web, impiega direttamente circa 160mila persone ma ha al suo servizio una manovalanza diffusa che conta almeno 850mila lavoratori e lavoratrici cui aveva promesso un salario dignitoso entro fine anno. La Campagna mira a diffondere consapevolezza, che riguarda anche ogni singolo compratore di ogni singolo capo di abbigliamento, sul mancato impegno di H&M su cui in settembre aveva già pubblicato un rapporto cui la società aveva risposto con sdegno ma senza in realtà poter esibire i salari dignitosi promessi e rimasti al palo.

Si tratta dunque di una nuova fase della Campagna che da oggi sino a fine mese cercherà di sensibilizzare soprattutto i consumatori. Si inizierà in due città europee: Londra e Milano – capitali internazionali della moda – per proseguire in almeno 24 città nei prossimi giorni. In molte di quelle città ci sono negozi o poli logistici di H&M, ma anche le teste di una filiera di fabbriche e fabbrichette sparse nelle pieghe della globalizzazione mondiale. Una rete fittissima che non esclude il nostro Paese. “Mai avrei immaginato che H&M mi avrebbe stravolto la vita”, ha scritto alla Campagna una lavoratrice che confeziona pacchi di abbigliamento per H&M nel polo logistico di Stradella, in Lombardia. “Nell’enorme magazzino in cui lavoro il turno iniziava alle 4,30 della mattina con nessuna certezza dell’orario di uscita. Tutto era possibile, 4 ore di lavoro come 12”. E’ una donna che ha chiesto l’anonimato per il semplice motivo che XPO, l’azienda che gestisce il polo logistico, ha intentato cause a 147 lavoratori e al sindacato per via delle lotte e delle proteste sulle condizioni di lavoro.

La famiglia di una lavoratrice tessile indiana.
Molto lontana dai vestiti che produce
La mobilitazione in Italia comincia da Milano con un flashmob con i delegati FILCAMS CGIL per raccogliere firme davanti a un negozio H&M del centro. Un altro flashmob con raccolta firme di fronte a un negozio H&M si terrà invece a Bolzano con il sostegno di OEW Organizzazione Per Un mondo solidale. A Torino infine, ci sarà un intervento aperto alla cittadinanza organizzato dall’associazione Hòferlab alla Casa della Cultura di San Salvario.

La settimana globale di mobilitazione – spiegano ad Abiti Puliti, una delle associazioni capofila della Campagna – segna il quinto anniversario delle promesse non mantenute fatte da H&M. L’azienda ribatte che “Con la nostra strategia di salario equo e solidale lanciata nel 2013, raggiungiamo più di 600 fabbriche e 930.000 lavoratori del settore abbigliamento, il che significa che abbiamo superato il nostro primissimo traguardo”. Ma secondo la Campagna, l’azienda non solo non ha rispettato l’impegno assunto ma non si capisce come possa affermare di aver superato i suoi obiettivi. “Chiunque può farlo, se rivendica anche il diritto di modificare l’obiettivo iniziale come meglio crede. Ma non permetteremo che tale ipocrisia passi inosservata”, risponde in una nota la ricreatrice e attivista slovena Neva Nahtigal dell’ufficio internazionale della Clean Clothes Campaign. “Il modello di business di H&M – aggiunge Deborah Lucchetti di Abiti Puliti - sta mettendo sotto pressione i lavoratori e le lavoratrici a diversi livelli della catena di fornitura. Ma chi cuce nelle fabbriche, chi smista i pacchi nei punti logistici e chi è impiegato nei negozi di distribuzione, tutti hanno diritto a un salario dignitoso e a giuste condizioni di lavoro”.

La raccolta delle firme è importante, sottolineano alla Campagna, perché è indice di consapevolezza, oltreché di solidarietà, da parte dei consumatori che così comprendono come funziona la catena di fornitura fino al prodotto finito: da chi taglia e cuce sino a chi impacchetta nei poli logistici o vende nei negozi. La petizione lanciata nell’ambito della campagna “Turn Around, H&M!” ha già raccolto oltre 135.000 firme.

domenica 19 novembre 2017

Il Bangladesh alle porte di casa

L'Europa dello sfruttamento: l'ultimo
rapporto della Campagna Abiti puliti
Il Made in Europe della moda anche italiana investe e delocalizza in Europa Orientale. Ma il conto lo paga chi lavora

In Serbia, alle porte di casa nostra, la “soglia di povertà” per una famiglia di quattro persone viene calcolata a 256 euro. Ma il salario medio netto di un lavoratore dell’industria del cuoio e delle calzature arriva a 227 e a soli 218 nell’industria dell’abbigliamento. Se poi viene applicato il salario minimo legale netto, siamo a 189 euro. E’ la politica di incentivi che Belgrado ha deciso di applicare a diversi settori industriali per rilanciare l’economia e attirare investimenti. Regali alle aziende straniere, tra cui molte italiane, formalmente pagati dallo Stato ma di fatto dai lavoratori. Qualche nome? Armani, Burberry, Calzedonia, Decathlon, Dolce & Gabbana, Ermenegildo Zegna, Golden Lady, Gucci, H&M, Inditex/Zara, Louis Vuitton/LVMH, Next, Mango, Max Mara, Marks & Spender, Prada, s’Oliver, Schiesser, Schöffel, Top Shop, Tesco, Tommy Hilfiger/PVH, Versace. E ancora Benetton, Esprit, Geox e Vero Moda. Solo questione di soldi?

Nel luglio scorso la stampa locale riferiva di lavoratrici costrette a indossare gli assorbenti per evitare di interrompere il lavoro per andare in bagno. L’episodio era riferito alla fabbrica Technic Development Ltd di Vranje, società controllata di Geox, marchio italiano di abbigliamento per uomo, donna e bambino, noto per le scarpe “traspiranti”. La denuncia è costata il lavoro a Gordana Krstic, eppure quella storia non ha trovato eco sulla stampa italiana, un po’ distratta sulle questioni del lavoro delocalizzato. Ma non siamo in Bangladesh o in Cambogia e la fabbrica in questione occupa 1400 operai. Con salari netti medi (compresi straordinari e indennità) di 248 euro, meno della soglia di povertà. Straordinari che arrivano anche a 32 ore settimanali contro le 8 ammesse dalla legge. Sono i conti della moda.

Se sappiamo queste cose è perché un gruppo di attivisti della Clean Clothes Campaign (in Italia Abiti puliti) ha appena pubblicato un rapporto sui salari e le dure condizioni di lavoro nell’industria tessile e calzaturiera dell’Est e Sud-Est Europa. Non solo Serbia: in Ucraina, nonostante gli straordinari, alcuni lavoratori guadagnano appena 89 euro al mese in un Paese in cui il salario dignitoso dovrebbe essere di oltre 400. E anche se in in Slovacchia si arriva a 374 euro siamo sempre sulla soglia del salario minimo legale, quello – per intendersi – che non serve a mantenere una famiglia e forse nemmeno una persona. Anche tra i clienti di queste fabbriche ci sono marchi globali come Benetton, Esprit, Geox, Triumph e Vera Moda.

venerdì 23 giugno 2017

Lacrime sul golfo del Bengala - Passioni del 24 e 25 giugno

Sabato e domenica a "Passioni", programma di Radio3 a cura di Cettina Flaccavento con la regia di
Giulia Nucci, un viaggio nel lavoro esternalizzato. E nel dolore

alle 14.30 sulle frequenze di Radio3
Diretta
Podcast


Dacca non è solo la capitale del Bangladesh ma anche la capitale della globalizzazione del lavoro, dalle nostre scarpe alle magliette. Finisce così anche per essere una capitale del dolore in un Paese che cresce a ritmi vertiginosi ma dove i profitti vanno a vantaggio di un'élite molto ristretta. Dalle macerie del Rana Plaza alle concerie del cuoio in pieno centro città, viaggio nella nazione affacciata sul Golfo del Bengala. Che sembra lontanissima ed è invece presente nella quotidianità diffusa del "Made in Bangladesh".

Il viaggio che mi ha permesso di scrivere il capitolo sul Bangladesh di "A Oriente del Califfo"

sabato 31 dicembre 2016

Pugno di ferro a Dacca. C'è una lacrima sulla tua maglietta


Quando gli operai delle fabbriche tessili di Ashulia sono tornati al lavoro dopo la fine, lunedi scorso, della serrata, molti di loro hanno trovato ad aspettarli la lettera di licenziamento. O, come si dice qua, di “temporanea sospensione”, una formula legale che preannuncia l'espulsione dalla fabbrica. Ma non era una lettera normale. Era la fotografia del loro viso accompagnata dal foglio di via. Appesa al muro. Una lista di proscrizione, antica come le più oscure forme di ricatto, sposata, come vuole la modernità, con la nuova comunicazione tecnologica, così che tutti possano vedere la tua immagine sbattuta in pasto a chi farà bene a non seguire il tuo esempio. Succede a Dacca, capitale del Bangladesh, sede di importanti distretti industriali di quella che è la gallina dalle uova d’oro di un’economia che cresce al 7%: il tessile. Vestiti, magliette, jeans con marchi di fabbrica americani, inglesi, italiani…Made in Bangladesh.

Sarebbero circa tremila gli operai e le operaie (l’80% della forza lavoro del settore) a spasso ormai da giorni. L’evoluzione della protesta è stata rapida e del tutto autonoma. Autonoma e rapida è stata la risposta – con la serrata – di padroni e forze di polizia, che qui hanno una struttura dedicata - la industrial police - famosa per intimidazioni, minacce e, se serve, una bella battuta.

500 Tk:Il costo di un pranzo in un ristorante
 di lusso. Ma con dieci volte questa cifra
una famiglia operaia deve vivere un mese
 
Comincia tutto il 12 dicembre ad Ashulia, una zona suburbana di Dacca a una ventina di chilometri a Nord dal centro città. Tra gli operai delle fabbriche girano volantini che rivendicano un nuovo minimo sindacale. L’ultimo, è stato fissato tre anni fa e ammonta a 5300 Taka ossia circa 65 euro al mese. Visto che un terzo del salario se ne va in affitto, un chilo di riso costa 50 tk e il trasporto pubblico è quasi inesistente, la rivendicazione – un aggiustamento al triplo – sembra una richiesta più che legittima. Alla Windy cominciano le prime agitazioni spontanee che in pochi giorni si estendono a macchia d’olio: o ci date l’aumento o incrociamo le braccia. Il 14 la patata e già bollente e la Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association (Bgmea), l’associazione di settore degli imprenditori, va in fibrillazione. Ci sono i primi incontri con le associazioni dei lavoratori ma la linea rossa, ribadita nei giorni a seguire, è che il salario minimo non è in discussione. La Bgmea, il cui obiettivo è arrivare a fatturare - dagli attuali 30 – 50 miliardi di dollari l’anno con l’export del tessile, non ne vuole sapere. Col passare dei giorni la tensione aumenta: il 21 dicembre l’agitazione coinvolge 59 fabbriche e centinaia di lavoratori. E mentre viene decisa la serrata (terminata il 26 su richiesta della premier Sheikh Hasina) si accende la macchina della repressione. Uno per tutti, il caso di Ibrahim, della Bangladesh Garments and Industrial Workesr Fderation. Il sindacalista viene arrestato con tre altri leader sindacali e per tre giorni sparisce. Quando finalmente colleghi e famiglia sanno qualcosa di lui, il caso è passato alla magistratura con cinque capi di imputazione e per adesso nessuna cauzione possibile per farlo uscire. Non lo hanno picchiato – spiega un suo collega – ma «è stato sottoposto a minacce e avvertimenti», pressioni psicologiche esercitate, come le foto del loro licenziamento, anche verso gli operai. Se i leader sindacali sono in manette almeno altre duecento denunce pendono sul capo di altrettanti lavoratori. La legge usata per arrestarli o accusarli è un vecchio residuo legislativo del 1974, la Special Law, varata  (dopo l’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan (1971)  e mai emendata o abolita.

venerdì 17 maggio 2013

DA DACCA A PHNOM PENH, IL FILO CHE LEGA LE MORTI NELLE FABBIRCHE DEL TESSILE

Non è il Rana Plaza di Dacca la fabbrica cambogiana di scarpe dove il crollo di un mezzanino ha ucciso ieri almeno due persone (bilancio provvisorio) tra cui Sim Srey Touch di soli 15 anni, e ferito gravemente diversi lavoratori a Kampong Speu, a ovest di Phnom Penh. Le operazioni di soccorso, nella fabbrica che ospita 2mila operai, si sono svolte in fretta ma l'episodio “minore”, che non avrebbe normalmente occupato la cronaca internazionale, rimbalza sui giornali e in rete. Troppo fresca la memoria dell'implosione del palazzo del Bangladesh che ha ucciso più di 1100 persone. Fresca la polemica sulle condizioni di lavoro e sulle fabbriche in cui, nei Paesi più poveri, si lavora per i più ricchi. Qui si tratterebbe di una firma giapponese: la fabbrica appartiene a un marchio di Taiwan, Wing Star Shoes, trai cui clienti c'è la nipponica Asics, scarpe sportive, il cui acronimo starebbe paradossalmente per...Anima sana in corpore sano, latino traslato con licenza. In Bangladesh i marchi coinvolti sono invece tantissimi, da Benetton a H&M o Tesco, per citare alcuni tra quelli che, in questi giorni (ultima proprio Benetton) hanno firmato l'accordo che garantisce ispezioni nelle fabbriche perché non si ripeta una strage come a Dacca o un omicidio colposo plurimo come a Kampong Speu (disinvolta ignoranza della possibile catastrofe: un lavoratore ha testimoniato di pezzi di mattone e ferro che cadevano dal soffitto poi rovinato sotto il peso delle masserizie) .



Tra i due eventi c'è un nesso fin troppo evidente e che proprio ieri, sul New York Times, giornale di un grande Paese del tessile che delocalizza molto lavoro, era al centro di un'inchiesta che approfondiva la reazione di chi ha investito, negli ultimi trent'anni, nelle fabbriche e nel lavoro a poco prezzo dei Paesi più o meno sviluppati. E che ora, in fuga dal Bangladesh, cerca altre strade. La Cambogia ad esempio. In questo Paese, vessato dalla guerra e retrovia storico del Vietnam che lo occupò a fine anni Settanta, i salari non sono a livello del Bangladesh ma comunque al di sotto dei 100 euro/mese per i 650mila operai del settore. Le leggi, come in Bangladesh, ci sono. Pochi le rispettano.

Al Nyt Bennett Model, a capo di una “fashion factory” di New York, spiega che accostare un prodotto al nome Bangladesh è oggi “politicamente scorretto”. Per questo molti guardano altrove. E non da oggi. Model iniziò a lavorare coi cinesi nel 1975, un lustro prima che si avviasse il boom del settore in Bangladesh dove il tessile occupa oltre due terzi dell'export. Vietnam e Cambogia sono i Paesi più gettonati perché tutto sommato l'Asia resta il luogo preferito, sia per la capacità della manodopera, sia per la lunga tradizione tessile (che la rivoluzione industriale mise in crisi con i telai meccanici) sia per la reperibilità di materia prima. Anche India e Pakistan figurano nella lista per la loro capacità, tra l'altro, di garantire sistemi industriali di confezione, impacchettamento, spedizione.

L'Indonesia sembra però il preferito di questa nuova “colonizzazione”. Con l'eredità della dittatura ormai alla spalle, produce ottimo cotone (kapok) e ha già una lunga esperienza nella produzione concentratasi a Giava e Bali. Politicamente corretta e con bassi salari, per chi fugge dalla Cina (troppo cara), o da tentativi in America latina e Africa (lente nella produzione), l'Indonesia è la terra promessa: il centro di formazione di Semarang ad esempio forma 12mila persone l'anno. Poco in un Paese dove stanno per aprire 4 nuove fabbriche con 30mila nuovi posti di lavoro.