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giovedì 14 gennaio 2016

Giacarta come Parigi? Si fa presto a dire Daesh

Con i brand, le attribuzioni, le sigle la prudenza è una buona consigliera – anche in presenza di una rivendicazione – quando il gioco si fa duro. Si fa duro nel quartiere dello shopping e degli affari di Giacarta dove, al centro commerciale Sarinah, van le coppiette a bere frullati e le mamme a far spesa per i figlioli. Si fa duro e non è la prima volta se è vero che, sotto Natale, la polizia indonesiana ha arrestato un gruppo di probabili attivisti di Daesh, probabili responsabili di una bomba davanti alla casa di un sindaco e di un piano per colpire la capitale e altre città. Piano che sarebbe stato, e il condizionale resta d’obbligo, finanziato direttamente con risorse siriane: cash proveniente da Raqqa per accendere la miccia jihadista nel Paese musulmano più popoloso del pianeta. Può bastare per dire che sì, Giacarta è come Parigi e Istanbul e il califfo è sbarcato a Oriente del profeta?

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lunedì 21 dicembre 2015

Mario, il bosco e il risotto (alla miladonderiese)

Furbetti del quartierino (nel bosco):
 Mario Dondero e Monika Bulaj
Complice l'autunno ancora mite del 2013 eravamo andati nel bosco. Monika Bulaj, Mario Dondero ed io: a Crema, bassa padana, nebbie (sempre meno presenti) e odore di funghi, profumi di risotti con lo zafferano e, ovviamente, col midollo. Mario aveva una teoria speciale per il risotto alla milanese sul quale si riteneva, non a torto, un maître indiscusso. Prima di tutto il midollo, acquisito nella macelleria di Erminio dove era avvenuto da poco un scambio in natura: midollo e salsiccia contro la foto di un esemplare stupefacente di razza chianina nella quale il bestione sopravanza l'uomo che lo tiene legato. Una foto che tutti i macellai d'Europa hanno visto sulle riviste dedicate e che è uno dei tanti capolavori “minori” di Mario. Dopo il midollo, la cipolla bianca tagliata un po' grossa va rosolata in... olio di semi. Si, di semi, perché il risotto va avvolto in quel condimento proletario snobbato dagli chef. Infine lo zafferano (due bustine), a fine cottura, amalgamato nel burro e parmigiano.

Riesco a ricordare Mario Dondero solo così. Anche perché il ricordo dell'uomo non è mai distinto dal fotografo. E il ricordo del maestro dello scatto non è mai disgiunto dalla sua curiosa e golosa umanità. Nelle piccole e grandi foto. Grandi come quella sul Nouveau roman, che gli diede fama internazionale, piccole come quella dell'enorme toro toscano. L'una coccolata dalle élite. L'altra adorata dai macellai. Entrambe scoperta di un'epoca, letteraria o culinaria. Sempre umana. Come l'uomo nel bosco che, prima del risotto, calzando stivaloni e impermeabile, libera dall'edera una pianta approfittando della linfa che, d'autunno, si ritira modesta in vista dell'inverno.

A Crema stavamo lavorando a “Lo scatto umano”, un libro che Laterza ci aveva chiesto dopo una fortunata produzione di chiacchierate radiofoniche sul fotogiornalismo in cui Mario, frugando tra i ricordi e ricomponendo un puzzle che si andava costruendo tra le due guerre mondiali, aveva messo insieme una breve storia dell'inizio di un lavoro mitico – quello del fotoreporter – cominciato a Budapest (lo avreste detto?) e poi diventato grande in Germania e da lì, inseguito dagli strali del nazismo (quei fotoreporter erano per lo più ebrei, ungheresi e comunisti), a Londra, Parigi, New York. Nel mettere assieme il libro, che era una storia del fotogiornalismo ma anche la summa dell'interpretazione di “Dondi”, io non ero altro che il dattilografo di un fiume in piena che andava, al più, contenuto. Era un lavoro poco impegnativo in realtà, sia per il fascino dei racconti, sia perché Mario aveva le idee chiarissime, sia perché intervallavamo la scrittura al risotto, al bosco, ad amene letture scovate nella biblioteca di casa. Come quel romanzo sulla vita di Casanova che aveva appassionato il Mario letterato e il Dondero dongiovanni. E viaggi, naturalmente. E “trattoriole”, come Mario le definiva. Penso così, che sulla strada per l'ignoto Mario si sia fermato in quella “formidabile trattoriola” che sta tra l'Inferno e il Paradiso. Dove fanno quel risotto... Mannaggia a San Pietro, senza l'olio di semi.


Questo articolo è uscito su Pagina99 in edicola per due settimane. Per gustarvi le foto di Monika Bulaj (il valore aggiunto di questo breve ricordo) dovete prendere il giornale

venerdì 18 dicembre 2015

Mario Dondero, il mio ricordo e la fotografia

No, non era la fotografia e la capacità di scatto, la qualità più grande di Mario Dondero. Non so se sia il più grande fotografo italiano del secolo, se sia un maestro dell'arte fotografica europea. Non lo so perché di fotografia (questo l'ho imparato stando vicino a Mario e a Monika Bulaj) non capisco nulla: è un 'arte complessa e piena di sfaccettature. E dunque non era per le sue foto che ho amato Mario. La qualità principale era la sua umanità che, come tutti han detto, si rifletteva nelle sue immagini. Ma cos'è l'umanità al di là della simpatia, del fascino, del saper stare in mezzo alla gente? Mario era certo un gran corteggiatore, un uomo raffinato ed educato nei rapporti con le persone. Uno capace di attaccar bottone con tutti perché di tutti era curioso. Ma la sua altra grande qualità era avere la schiena dritta. Esser simpatico e affabile non basta se non c'è dietro anche un'elaborazione intellettuale della tua umanità che, per Mario, era impegno sociale e politico. Al contempo quest'uomo di saldi, saldissimi principi, era molto libertario. Perdonava ad altri ciò che a lui non si sarebbe mai perdonato. Non faceva compromessi. Capperi, questo coniugare umanità e schiena dritta mi pare la sua qualità essenziale, quella per cui lo ricordo. E poi, certo, anche quella capacità di viaggiare, di perdersi via nel vento delle cose e delle passioni che fanno deviare dalla strada maestra. Infine era fotografo, storico della fotografia, interprete curioso dei cambiamenti («sono un partigiano dell'analogico ma sono affascinato dalle nuove possibilità del video...»). Ma non mi mancheranno le sue foto. Mancherà lui, una persona la cui cifra umana mi sembra irraggiungibile e un modello cui attenersi.

Mario d'Oltralpe

Qui da Franceinter  un articolo dedicato a lui e a una piece teatrale in Francia costruita a partire da una sua famosissima fotografia. Ci sono anche diverse sue immagini

Questo video anche: Mario Dondero, tentative d'interview par Michel Puech



Qui un'intervista a Mario registrata il 23 settembre 2014, a Bologna a presentare Lo scatto umano.  Mario fa un riassunto perfetto del libro. Un bel regalo di Radio Città del Capo e di  Piero Santi (il conduttore).  C'è tutto: gli esordi, gli ungheresi e, naturalmente, Robert Capa. Era il suo  mito. Il mio, ca va sans dire, è Mario Dondero

Domani su Pagina99 il ricordo  di Monika e mio di Mario

mercoledì 16 dicembre 2015

Ricordando Mario Dondero

Il dolore è profondo e temo, per certi versi, inconsolabile. Soprattutto per chi Mario lo ha conosciuto e ne ha tratto non pochi insegnamenti così che ora quel vuoto è maledettamente profondo e incolmabile.

 Tant'è: è bello come Mario viene ricordato. Tra le tante cose uscite (le tre pagine sul manifesto ad esempio coi bei pezzi, tra gli altri, di Tommaso di Francesco, Angelo Ferrracuti, Mastrandrea e Boccia ma anche Gnoli e Smargiassi su Repubblica), segnalo un po' di cosette: il delicato e completo ricordo  dedicatogli da Valentina Redaelli su radiopopolare.it; il video montato da pagina99 (che sabato esce con delle foto inedite scattategli da Monika Bulaj due anni fa) e che riproduco qui sotto*:




Infine alcuni sonori di Mario con Goffredo Fofi (erano molto amici) che trovate qui sul sito de Lo Straniero (da cui è tratta l'immagine in alto a destra).

Qui sotto invece una delle "preferite" di Mario: Le deserteur di Boris Vian, cantata da Marcel Mouloudji



E ancora questa versione jazz di "Odio l'estate" (che Mario adorava anche nell'originale di Bruno Martino). Si passavan ore su Youtube a trovare colonne sonore per cucinare al meglio il risotto



Un forte abbraccio a Laura che lo ha accompagnato sino alla fine e ai suoi tre figli

Le immagini con cui è stato realizzato questo video sono tratte dal documentario Calma e gesso, di Marco Cruciani