Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta reportage. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta reportage. Mostra tutti i post

martedì 24 marzo 2026

Su due lati del confine. Rohingya, cronache di un popolo perseguitato


Myanmar e Bangladesh sono divisi da un confine di poco più di 250 chilometri, segnati per buona parte da un fiume e da una piccola catena montuosa. Argine al mescolamento e allo stesso tempo membrana porosa tra i due Paesi, la frontiera è teatro di conflitti e stravolgimenti politici che riguardano soprattutto la minoranza etnica dei Rohingya, perseguitata sistematicamente da anni e priva di cittadinanza. Questo libro, un reportage inchiesta che si dipana sui due lati di quel confine, è un lavoro a quattro mani con un caro amico e collega, Giuliano Battiston,  che vede la prefazione della nostra cara sorellina di Lettera22, Paola Caridi.


Il libro sarà nelle librerie agli inizi di aprile. Sono molto grato alle edizioni Add per averci guidato nella stesura e aver accettato il progetto su questo popolo, è il caso di dirlo, davvero dimenticato dopo la fiammata di attenzione tra il 2016 e l'agosto del 2017 quando oltre 800mila rohingya si rifugiarono in Bangladesh. Avevo seguito la vicenda allora e ho continuato a seguirla negli anni con un viaggio a Sittwe poco prima che le autorità sigillassero il Rakhine nel 2020 per il Covid. Un sigillo cui ne seguì un altro ben più tragico: il golpe militare del 2021 e, adesso, la morsa dell'Arakan Army cui manca solo la conquista di Sittwe e del porto di Kyaukpyu. 

Giuliano intanto batteva le strade del Bangladesh - dove ero stato nel dicembre 2016 ma in cui da allora non ho più messo piede - per documentare come vive l'enorme diaspora che si è formata dopo la fuga e l'espulsione dal Myanmar. Questo lavoro è il tentativo di restituire ai Rohingya la dignità che la Storia gli ha levato giorno dopo giorno negli ultimi decenni. Che in parte potrebbe essergli restituita anche dall'attesa sentenza della Corte di giustizia dell'Aia (forse entro quest'anno) dove il Myanmar è stato accusato di genocidio.

lunedì 9 giugno 2025

"Asia criminale": alcuni buoni motivi per leggerlo


P
erché – mi dice – dovrei comprare “Asia criminale”?

Costa solo 19 euro, gli rispondo, sotto la soglia psicologica del biglietto da 20

Si, risponde, è un buon prezzo per quasi 300 pagine. Ma di che parlate, di banditi?

Si, rispondo, banditi di varia natura e soprattutto di questo fenomeno che forse vedi già sul tuo cellulare: un’avvenente cinesina, o cinesino, elaborata/o con l’intelligenza artificiale che ti invita a investire in criptovalute. E’ il frutto di una modernità tecnologica criminale inventata proprio nel Sudest asiatico. Fabbriche della truffa o più semplicemente “Scam city”

Ci siete stati tu e Morello? Chiede 

Ti pare che per 19 euro andiamo a farci ammazzare?, gli rispondo. Epperò si che ci siamo stati ma da fuori. Le abbiamo viste, catalogate, fotografate, filmate, spiate le Scam City. Anche perché il “compound”, il cuore della Scam City, è un edifico blindato in cui si entra ma non si può più uscire. E’ circondato da guardie armate e protetto dal filo spinato. E se ti avvicini troppo quelli ti fanno secco…

Quindi – fa lui – richiede un viaggio perimetrale?

Richiede più viaggi -dico io – che con Massimo abbiamo fatto in tutto il Sudest asiatico più volte e in diversi anni. Anche perché – aggiungo – non ci sono solo le truffe. Purtroppo nel Sudest, grazie alla mania tutta umana di fare la guerra, ci sono ben altre tenebre

Guerra….?

Si c’è una guerra in Birmania che ha già fatto forse 70mila morti anche se nessuno te ne ha mai parlato. Una guerra che fa da sponda alle Scam City, fa circolare amfetamine e oppiacei, produce idee su come riciclare il denaro… C’è anche altro

Un’altra guerra?

Si una nuova guerra possibile. Intanto, come sai – faccio io – c’è in corso una battaglia commerciale tra Cina e Stati Uniti ma se ne sta preparando un’altra da fare con navi, missili, droni perché non si sa mai che nel Mar cinese meridionale – come lo chiamano – non succeda qualcosa…

A Taiwan?

Non solo a Taiwan. Anche tra gli atolli, anche attorno agli Stretti… è una tenebra nemmeno troppo nascosta che si alimenta di grandi infrastrutture portuali pensate non solo per fare commercio ma anche per parcheggiare portaerei.

Insomma, dice lui, quest’Asia criminale più che un saggio mi pare un giallo…

In parte lo è. E’ un’inchiesta su quel che c’è ma non si vede o non si riesce a vedere o non si vuole vedere. Ma è anche un reportage che oltre alle ombre mostra anche le luci e qualche spunto per pensare che questa fetta di mondo – l’Asia sudorientale – è un pezzo importante del pianeta. Sotto la Cina e a destra dell’India. A sinistra degli Stati Uniti. Non poi così lontana nemmeno per noi

Tenebre okkei ma dimmi almeno una luce...

Molte luci culinarie. La ricetta del Pad Kra Pao per esempio, piatto nazionale thai

Credevo – dice lui – che fosse il Pad Thai il piatto nazionale thai

E no, faccio io, quello lo mangiano i turisti. Tra l’altro il Pad Kra Pao si coniuga a un ragionamento sul basilico thai che non è il basilico santo indiano e nemmeno il basilico ligure con cui si fa il pesto

E tutto questo per 19 euro?

Vedi che alla fine – concludo io - il prezzo è convincente. Puoi scegliere il libro se vuoi. Oppure, visto il cambio favorevole, quattro porzioni di Pad Kra Pao

venerdì 22 marzo 2024

Intervista a Xanana Gusmão. Un viaggio a Timor Est



Alla fine di un lungo viaggio in Indonesia orientale siamo arrivati a Timor Est, un luogo che avevo sempre desiderato visitare. Ne ho scritto per il manifesto (anche se il pezzo sul sito non è stato indicizzato e quindi non si trova) e per Lettera22 (una sorta di "voci della resistenza") ma è la stessa proposta scritta che potete leggere due post prima di questo senza uscire dal blog. Infine ne ho scritto per Mondopoli dove ho affrontato il tema della violenza ancora abbastanza diffusa sull'isola specie nei confronti delle donne (è tra le più alte dell'Asia!). E' stata anche l'occasione di un'intervista video con Xanana Gusmao che vi propongo qui grazie all'aiuto di Vincenzo Caretti (video), mio compagno di viaggio, e di Dario Leani (montaggio). C'è anche un fotoreportage sull'Atlante delle guerre (si parva licet....)

martedì 27 gennaio 2015

Una lacrima nell'Oceano Indiano

Cosa resta nello Sri Lanka della visita pastorale di papa Francesco, primo papa metter piede in terra tamil dove per trent'anni si è combattuta una guerra feroce. Luci e ombre della Chiesa cattolica in un Paese in rapida evoluzione. Diario da Taprobane


Sri Lanka è un Paese che ha facce diverse, come quella del minorenne nelle cucine della guest house, e cento nomi: i latini la dicevano Taprobane e i musulmani Serendib. I portoghesi la chiamarono Ceilão, Ceylan gli olandesi, Ceylon gli amministratori di sua Maestà britannica che ne fecero la capitale mondiale del tè. C'è chi la chiama la lacrima dell'India per quella forma a goccia come staccatasi dal subcontinente. Ma Sri Lanka non è India e, paradossalmente – forse per quelle sue influenze olandesi e portoghesi – ha un paesaggio urbano che a volte ricorda più l'Indonesia che non la grande, potente e temuta vicina da cui giunsero prima i sinhala (singalesi), poi i tamil – nel Nord – infine un milione di altri tamil “importati” dal Raj britannico per le piantagioni di tè nelle Hill. Ma il termine lacrima non è davvero poco appropriato. In questo Paese, dove la disomogeneità etnico religiosa anziché diventare un pregio è stata l'occasione di rivolte e segregazioni e di una guerra durata 27 anni, di lacrime ne sono state versate così tante che si è perso il conto dei morti di cui una macabra contabilità senza trasparenza non è ancora riuscita a dare un numero preciso che può variare da 100 a 200mila morti. Volti spesso senza tomba e nella gran parte dei casi dichiarati semplicemente missing, scomparsi.

Ora che il conflitto è finito, il Nord dove la guerra è divampata agli inizi degli anni Ottanta, si può visitare. E, solo da qualche giorno, senza più restrizioni, una delle prime decisioni del nuovo governo Sirisena uscito vittorioso dal voto dell'8 gennaio scorso. Abbiamo così avuto l'opportunità di assistere all'ultima coda di tamil con passaporto estero o di stranieri in visita ma senza autorizzazione (come noi!), stazionare alle baracche dell'esercito che sbarrano, sull'ex linea del fronte, la carreggiabile A9 che da Kandy via Anuradhapura porta a Jaffna. Fermi, in attesa che da Colobo arrivasse il permesso per attraversare quella che una volta segnava una delle tante linee di demarcazione della regione di Vanni, l'area divisa in quattro distretti che con la penisola di Jaffna forma la terra tamil. A Jaffna, città di un certo fascino, ha sede la capitale della regione che le Tigri del Tamil Eelam (Ltte) – la guerriglia secessionista – riuscirono ad amministrare a periodi alterni anche se la vera capitale amministrativa era Killinochi.

lunedì 21 ottobre 2013

(letture consigliate) L'EMEROTECA DI AMANULLAH

Di Giuliano Battiston segnalo spesso gli articoli. E' uno dei rari giornalisti che passa molto tempo in Afghanistan e dunque ha il polso della situazione. Se n'è accorto anche Karzai e ieri il suo portavoce ha rilanciato via twitter l'articolo che Giuliano ha scritto in inglese per Ips. E' una sintesi di un lungo reportage uscito su il manifesto qualche giorno fa e che potete leggere integralmente qui.

Alcuni giorni fa Giuliano Battiston si è recato a Saracha (la foto a sinistra è sua), che è una piccola località della zona orientale dell'Afghanistan, non lontano da Jalalabad dove si è consumata l'ennesima strage Nato a danno di civili afgani. Scrive: "Da qualche giorno, nel cimitero ci sono tre nuove tombe, tre cumuli di terra alti ricoperti di arbusti per evitare che i cani randagi scavino in cerca di carne non ancora decomposta. Lì sotto ci sono i corpi senza vita di Sahebullah, Wasihullah e Amanullah, tre dei cinque ragazzi uccisi a Saracha venerdì 4 ottobre da un attacco aereo dalle forze Isaf-Nato. Per i soldati stranieri erano “insurgents”, Talebani, pericolosi terroristi. Per gli abitanti di Saracha sono dei martiri, uccisi senza ragione. Così recita lo stendardo bianco su cui sono impressi i loro nomi, la loro età, i versetti del Corano".

(English
text extrat): "The dusty cemetery in Saracha village hosts three new graves: small hills of soil shielding the bodies of Sahebullah, Wasihullah and Amanullah, three of the five boys and young men killed by an ISAF-NATO airstrike on late Friday, Oct. 4.
According to the firsts ISAF-NATO reports, the five were “enemy forces”, “insurgents”, killed with a “precision strike”. According to the white banner overlooking their graves, they are “martyrs”: innocent people killed by error. Wasihullah and Amanullah were brothers. They used to live in a house not far from the cemetery in Saracha village in the district of Beshud at the door of Jalalabad, the main city in the eastern province of Nangarhar. Their father, Qasim Hazrat Khan, shows IPS the place where they were killed, just behind his house".)

mercoledì 20 ottobre 2010

PROVIAMO A FARE UN BILANCIO

Tornando a casa. Questo l'artciolo uscito oggi anche su il manifesto. Sintesi-reportage con qualche ipotesi e begli incontri dell'ultimo viaggio in Afghanistan

Al parco di Sharenaw, dove c'è persino qualche pianta, il sole ancora caldo batte sui turbanti degli afgani accovacciati a bere una tazza di te. La guerra sembra lontana e la gente maledice il traffico come in qualunque capitale. La guerra è alle porte però, appena qualche chilometro più a Sud: Logar, Wardak...
Gli americani sembrano essere tornati alla vecchia strategia controinsurrezionale: arresti, omicidi mirati, squadre speciali. Moltiplicandoli. Nessuna “spallata” (tipo la fallimentare Operazione Marjah) ma un aumento del 50% dei bombardamenti, ha scritto il New York Times, e operazioni territoriali mirate di altri contingenti come quella in corso coi tedeschi in questi giorni a Nord. All'Italia gli americani hanno riservato il Farah, nel tentativo di disimpegnarsi da alcune aree per impiegare più forza nel Sud. A sentire gli analisti afgani, il Farah è una brutta faccenda. E' guerra vera: altro che “approccio italiano”. E agli americani non dispiacerebbe affatto qualche bomba sui cacciabombardieri Amx. Anche se poi i raid seri li riservano ai propri piloti.

La guerra alle porte, la pace in città

La capitale però è tranquilla, come se vi fosse stato eletto un domicilio negoziale possibile. I talebani e altri gruppi avrebbero ottenuto anche dalla Nato il salvacondotto per entrare in città. E in città si tratta. Ai colloqui negli hotel Serena e Intercontinental dei giorni scorsi, oltre a pachistani, ex talebani e gente vicina al governo, c'era anche l'Onu e alcune ambasciate europee, tra cui, dicono qui, tedeschi e italiani. Qualcosa dunque si muove. Poco, meno di quel che sembra. Ma è l'unica speranza, seppur flebile. In questi giorni, facendo la tara tra articoli, voci, commenti di analisti, ipotesi varie, l'ormai quotidianamente sbandierato processo di pace sembra poca cosa. Si, certo, ci sono stati contatti, incontri semi ufficiali e un gran roteare di dichiarazioni in positivo, ma nella realtà dei fatti un negoziato tra governo e guerriglia sembra davvero ancora lontano o, quantomeno, alle mosse iniziali.
Certo qualcosa è cambiato. Soprattutto l'atteggiamento degli americani anche se questi ultimi un giorno dicono una cosa e un giorno un'altra (ad esempio non è affatto chiaro se la Casa Bianca abbia dato luce verde ai contatti con la “cupola” talebana. Sì secondo il Washington Post, no secondo il portavoce del dipartimento di Stato Philip Crowley, per il quale con mullah Omar non si tratta). Gli Usa sono l'attore principale del conflitto e dunque ci vorrebbe un po' di chiarezza mentre si ha l'impressione che la lotta interna tra chi se ne vuole andare domani o dopo (Obama), chi vorrebbe rimanere sine die (i militari) e chi non sa bene che pesci prendere, debba ancora finire. Ma se ciò nuoce in generale, agli occhi degli afgani (e non solo ai loro) dice chiaramente che Washington vuole pilotare il processo. Altro che afganizzazione.

Processo di pace?

Per Karzai il disegno è abbastanza chiaro. In superficie mettere un mucchio di paletti, sotto sotto cercare di trattare con tutti: mullah Omar, la rete Haqqani, Hekmatyar (per semplificare, i tre fronti maggiori della guerriglia) e intanto cercare di isolare ed eliminare, dove possibile, quei gruppi jihadisti o qaedisti di arabi, uzbeki, ceceni che spesso creano problemi agli stessi talebani. Ma Karzai è debole internamente e con un appoggio ondivago della Comunità internazionale. Adesso sì domani no, oggi corrotto domani unico punto di riferimento. Il segnale attuale è però che può andare avanti: la sua famiglia, implicata in scandali a vario titolo, si beccherà solo una multa. Sulla corruzione si batterà un po' di meno e sulle elezioni, le cui frodi manifeste dovrebbero garantirgli parlamentari fedeli nella futura Wolesi Jirga, si chiuderà un occhio, come si è già fatto nei mesi scorsi.
Poi ci sono i pachistani. Sembrano seriamente intenzionati a lavorare a una soluzione ma a patto che la possano pilotare. Sanno di avere l'asso nella manica, ossia il controllo dei movimenti dei capi talebani (residenti, con buona probabilità, a Karachi) e di cui sono note a Islamabad le abitazioni, i movimenti, gli incontri. Il conto che i pachistani non fanno o che non vogliono fare, riguarda il controllo reale sul terreno in Afghanistan, dove il Pakistan è detestato e la cui influenza viene percepita come una forte ingerenza (anche da molti talebani). C'è dunque un rapporto di reciproca utilità ma legato a un filo. Nondimeno Islamabad può giocare un ruolo chiave e lo sa. Ma sa anche che, in certi termini, non può dirigere tutta la partita da sola (come le piacerebbe) tenendo sempre in mano il mazzo. Ecco che spunta Riad...

Congetture e ipotesi si dimenticano in fretta prendendo la strada del Panjshir per una visita all'ospedale di Emergency ad Anaba. In questa vallata, dove i mujaheddin di Massud avevano dato filo da torcere ai sovietici e sbarrato il passo a mullah Omar, è come essere in un piccolo paradiso: niente filo spinato, né contractor, né muraglioni di ferro-cemento. Fiumi che scorrono schiumeggianti e puliti sotto montagne a picco che un gigante sembra aver formato facendo cadere dal pugno soffi di sabbia calcarea.

Angeli bianchi, diavoli rossi

Territorio degli angeli umanitari o dei diavoli rossi, a giudicare dal caschetto di capelli amaranto di Michela Paschetto
, attivissima responsabile di un ospedale, l'unico della provincia, dove si fanno 8mila ammissioni l'anno e 250/300 parti al mese (più che in un medio nosocomio italiano), il Panjshir fa riflettere sull'azione umanitaria. Che, oltre a salvar vite, fa educazione preventiva e famigliare ed è riuscita a convincere qui le famiglie che in ospedale i figli non muoiono e le madri sopravvivono.
La domanda legittima è dunque se il risparmio generato dal ritiro del contingente militare, che costa circa 1,5 milioni di euro al giorno, l'Italia lo destinerà a Tremonti o a un investimento di lungo periodo per ricostruire questo Paese. Emergency soldi dallo Stato non ne prende ma adesso la Farnesina, per mancanza di fondi, ha sospeso la convezione con cui pagava i contributi degli operatori sanitari italiani e garantiva loro l'aspettativa dall'ospedale. Un problema. Gli umanitari non hanno vita facile. Più a Nord nel Faryab, Intersos, l'unica altra Ong che ha una presenza costante in Afghanistan (soprattutto nel sostegno ai profughi rimpatriati e nella formazione), lavora in condizioni sempre più stressanti, perché la sicurezza è diminuita negli anni e l'unica vera protezione sembra quella di affidarsi alla capacità di stringere relazioni forti con le comunità locali. Alda Cappelletti, una veterana dell'organizzazione, fa la spola tra Maimana, Herat e Kabul con una determinazione e una passione che il suo apparente distacco professionale non riesce a nascondere. Di Ong ce ne sono altre: Cesvi, Gvc, Aispo, l'Ics di Alessandria, Pangea e mille altre piccole grandi realtà (senza contare gli interventi della Cooperazione italiana). Ma sembra una goccia nel mare. Per le Ong c'è sempre da far conti con bilanci risicati, la pressione continua che paventa sequestri e attacchi, una burocrazia locale diventata sempre più diffidente verso gli stranieri. Investirci di più sarebbe il segno di una svolta vera.

Le immagini sono tratte da vecchie stampe o dall'archivio di Romano Martinis