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lunedì 18 marzo 2019

La memoria della guerra nel Vietnam. La Cambogia -2

La frontiera cambogiana, ma sarebbe meglio dire le frontiere cambogiane, esibiscono soprattutto casinò. Alti, lucenti, accattivanti in un paesaggio di case basse e misere come al posto di confine di Brum dove, tra duty free e roulette, è sorto un polo di attrazione che fa varcare il confine ai tailandesi in cerca dell’ebrezza del tavolo verde, vietato nel regno Thai. Da qui, se l’interesse non è quello di dilapidare il denaro, si prosegue per Battambang e poi verso Siem Reap, la meta più gettonata per le struggenti rovine di Angkor Vat, uno dei siti archeologici più affascinanti del pianeta. Ma sulla strada da Brum a Battambang si passa inevitabilmente per Pailin, una provincia – con capitale la città omonima – di circa un migliaio di chilometri quadrati e 70mila abitanti. La provincia è tra le più piccole del Paese ma ha due caratteristiche principali: i soldi e una storia davvero strana.

I casinò di Brum  si trovano infatti nella provincia di Pailin dove prima – e in parte è ancora così – i soldi si facevano col commercio illegale di pietre e legname. Gemme e tronchi andavano in Thailandia (Chantaburi al di là del confine è la città thai per le pietre) e il ricavato manteneva un piccolo esercito: quello dei khmer rossi rintanatisi qui dopo l’invasione vietnamita  nel 1978. Il paradosso è che oggi – in un Paese in cui la guerra per eccellenza è stata quella di liberazione dal delirio sociale di Pol Pot – Pailin è ancora il posto dove i gerarchi del vecchio regime possono godersi la vecchiaia. Un esempio: fino a cinque anni fa il  governatore di Pailin - poi presidente del Consiglio provinciale – era un ex khmer rosso. Ma non era certo uno qualsiasi il generale di corpo d’armata Y Chhien, responsabile personale della sicurezza di Saloth Sar, il vero nome del fratello Numero Uno. Su questa Salò in sedicesimo, abitata in gran parte da ex khmer rossi o contadini che beneficiarono dell’ultima roccaforte orientale (l’altra era più a Nord, verso Along Veng), è come se il governo avesse chiuso un occhio. Finita la resistenza khmer rossa negli anni Novanta (Pol Pot muore nel 1998), si son lasciate un paio di enclave per evitare grane a Phnom Penh. I tronchi oggi non si commerciano quasi più, semplicemente perché non c’è più una pianta, ma le gemme abbondano. E così gli affari legati al casinò.

Ma Pailin e Along Veng, dove si trovano le tombe di Pol Pot, Ta Mok e Son Sen, sono davvero due
Along Veng la piazza centrale
eccezioni. Due buchi neri per sistemare gli ultimi brandelli di guerriglia o i rappresentanti del Governo di coalizione khmer rosso, monarchico  e nazionalista che aveva sede a Pailin: riconosciuto dall’Onu, sostenuto dai cinesi, ben sopportato dai thailandesi e assai ben tollerato dalle potenze occidentali nemiche storiche dei vietnamiti. Che qui invece sono dei liberatori. I liberatori. La Cambogia, come il Laos, era una delle anticamere o se si preferisce delle retrovie, della guerra americana in Vietnam che doveva terminare nel 1975. Prima, quella che un tempo era l’Indocina francese, aveva combattuto la sua guerra di indipendenza coloniale per poi trovarsi ad aver a che fare con l’ingombrante presenza americana. Gli americani avevano bisogno di governi amici e dunque favorirono un golpe repubblicano in Cambogia, che doveva mettere nell’angolo il “principe rosso” Norodom Sihanouk, e – in Laos – il Pathet Lao, l’esercito di liberazione laotiano appoggiato dal Vietnam (lui pure col “principe rosso”  Souphanouvong). Anche Hanoi aveva bisogno di amici e attraverso Laos e Cambogia passava la famosa pista di Ho Chi Minh per rifornire la guerriglia in Sud Vietnam. Fu quella pista, unita al timore dell’“Effetto Domino” - che avrebbe tinto di rosso l’Asia sudorientale - a scatenare le ire e le bomba americane. La campagna dei B-52 iniziò nel 1969 per finire nel 1973. Ma bombardamenti “tattici” risalivano al 1965. Era la guerra segreta di Nixon: oltre 500mila tonnellate di bombe. Oltre 100mila morti soltanto per i raid.

La guerra americana però non ha lasciato grandi tracce nella memoria ufficiale della Cambogia. Per Hun Sen, l’ex ufficiale khmer rosso che passò poi ai vietnamiti e che, dopo l’invasione del 1978, dai vietnamiti fu messo al vertice del potere, la vera guerra da ricordare è soprattutto una: la sua. A gennaio, Phnom Penh ha celebrato i 40 anni dalla fine del regime khmer rosso caduto nel 1979 dopo i tre anni di terrore con cui aveva governato. Ma genocidario e folle che fosse quel regime, il mondo condannò i liberatori e Hun Sen finì con loro tra i paria. L’indiscusso leader cambogiano però non si era perso d’animo. E così, festeggiando con una mano  la fine dei khmer rossi e perdonando con l’altra i quadri minori e i loro maggiori sodali (i cinesi), il capo dei capi – 35 di potere ininterrotto -  ha rimodellato la Storia. A sua immagine. Eppure sul periodo khmer rosso i cambogiano preferiscono stendere un velo d’oblio. “Troppo dolore – dice un insegnante straniero di Siem Reap – e lo si capisce da certi comportamenti. Molto difficile vedere un cambogiano con un libro in mano. Troppo vivo il ricordo di quando, se che eri colto a leggere, venivi ucciso all’istante”

C’è però la macchina di propaganda del regime. Che non dimentica, Esalta gli amici vietnamiti e il grande leader e dice anche che – adesso - la Cina è un ottimo compagno di viaggio. Hun Sen c’è appena stato in gennaio portando a casa  promesse di investimenti, da qui al 2021, per circa 600 milioni di dollari. Nel 2018 il premier cinese Li Keqiang era già venuto a Phnom Penh con un pacchetto di 19 accordi da firmare e nel  2016 la Rpc era comunque  già diventata  la più grande fonte di capitale da investimento nel Regno.  Pechino val bene una messa. Per seppellire quell’aiuto a Pol Pot che Hun Sen preferisce dimenticare.


Moun  Sinarth è una delle guide del museo della guerra di Siem Reap. Entra nei dettagli mentre
conduce un gruppo di stranieri a visitare i piccoli allestimenti  con pezzi arrugginiti e mal conservati pur se si lavora a un ampliamento del sito. Nulla a che vedere  con Tuol Sleng, il museo del genocidio khmer rosso a Phnom Penh - curato e stravisitato – sulla lista di ogni tour nella capitale. Tra i tanti carri armati russi Moun ne indica uno: “In questo, c’è morto un mio parente”. Maledetta guerra. Una guerra che anche qui è soprattutto quella contro i khmer rossi di cui sono esibite fotografie e armi acanto agli abiti verdi e neri che, nella coreografia di un’omogeneità purista, il popolo da rieducare doveva vestire nei campi di lavoro da cui spesso non si faceva ritorno. Ma quando gli chiediamo cos'è stata la guerra per lui e da che parte stava, Moun si fa laconico: “Raggiunsi l’esercito nel 1979… avevo fame”.

Questo articolo è uscito su il manifesto il 13 marzo
La prima puntata si può leggere qui

giovedì 8 marzo 2018

Viaggio all’Eden. Il Vietnam tra cronaca e memoria (2)

La barca scivola leggera nel dedalo di canali che si dipartono dal Co Chien, uno degli ampi bracci del Mekong. Il delta del grande fiume, uno dei più vasti del pianeta, è un enorme giardino coltivato in ogni minimo lembo di terra. Terra che il fiume strappa e che il lavoro di gru e chiatte restituisce alle rive, rinsaldando gli argini e regalando limo fertile, o che viene portata, sotto forma di ghiaia e sabbia, verso i cantieri. Lungo la superficie umida delle terre che bagna, tra le più densamente popolate del mondo, ogni casa ha il suo frutteto di agrumi, jackfruit, papaya, banane e piccoli orti di insalata e spinaci d’acqua. Vasi di fiori e bonsai ovunque, anche sulla prua delle chiatte che attraversano il delta di un fiume lungo quasi 5mila chilometri, che nasce in Tibet e, attraversando la Cina, bagna metà del Sudest asiatico.

Densità speciali

Pierre Gourou, uno dei padri della geografia umana, aveva spiegato la densità di queste terre proprio con un’agricoltura meticolosa e intensiva che richiede molta manodopera. E il Vietnam, dal Song Hong – il Fiume rosso - al Mekong, è una sequenza di risaie, case e lavoro. E’ necessaria tanta gente per un sistema di coltivazione che riesce a nutrirne altrettanta in questa “civiltà del vegetale”, come Gourou l’aveva chiamata, dove tutto è ancora di legno, bambù, foglie di palma. La plastica ovviamente fa la sua parte e il fiume ne vede tanta. Ma non ha ancora ragione di pescetti e rane giganti, anguille e carpe “elefante”, gamberi e gamberetti di fiume, delicati come la cucina – rapida e raffinata – di quest’angolo di mondo. Cani ovunque in un Paese dove è comune lasciare la porta aperta e raramente ti fregano sul prezzo. Il fiume è così abitato che dev’essere stato questo il motivo per cui Coppola scelse di ambientare parte della caccia solitaria al colonnello Kurz di Apocalypse Now nella repubblica dominicana: sul Mekong c’è un’abitazione ogni 50 metri. E’ fertile ma anche molto inquinato: c’è un elevato tasso di arsenico, dovuto agli impianti industriali lungo il suo corso e sconta una perdita di fertilità per la presenza di dighe e idrovore a monte di Cambogia e Vietnam. Secondo uno studio di Francia e Unione Europea, il delta rischia di vedere una diminuzione dei preziosi sedimenti in ragione dell’80% rispetto al secolo passato. Una guerra contro il tempo e contro i danni causati dall’uomo che ne fanno uno tra i dieci grandi fiumi più inquinati del pianeta.

mercoledì 28 ottobre 2015

Quel maledetto 1965

Le stragi del triennio maledetto in un'immagine d'epoca
«E' con grande disappunto che l'Ubud Writers & Readers Festival annuncia la cancellazione della sessione dedicata alla repressione anti comunista del 1965... anche la proiezione di The Look of Silence di Joshua Oppenheimer è stata cancellata».

Così gli organizzatori di una delle più importanti manifestazioni culturali indonesiane, se non la più nota, hanno dato venerdi scorso la notizia di un atto di censura che di fatto cancella il primo vero tentativo di fare i conti con un passato che ha appena compiuto 50 anni. Da quando un colpo di stato organizzato da una parte dell'esercito tentò, il 1 ottobre del 1965, di prendere il potere in Indonesia prima che a farlo fossero i generali che poi organizzarono la repressione immediata del putsch e, nei tre anni successivi, un vero e proprio massacro che portò all'estinzione del Partito comunista, dei suoi affiliati, simpatizzanti o semplicemente di persone contigue – per amicizia o parentela – a chi aveva simpatie di sinistra. Un incubo con un bilancio incerto che i più moderati fissano ad almeno mezzo milione di morti.

Bung Karno (Sukarno). Sotto
a destra Jokowi
Il governo del presidente Jokowi, un civile che ha vinto da poco le elezioni sfidando proprio la lobby militare e conservatrice erede di quell'oscuro patrimonio, ha deciso però che i tempi non sono maturi per una riflessione che continua a far paura, è assente dai libri di storia se non in forma manipolata e non ha mai fatto i conti con almeno una commissione di verità e giustizia. Un incubo senza colpevoli che pesa su 250 milioni di indonesiani e sull'incapacità di una classe dirigente, ancorché progressista, di aprire finalmente il dibattito su cosa accadde in quei tre anni maledetti e nella dittatura che ne seguì per altri trenta.

La sessione dedicata a questo viaggio nella memoria doveva iniziare giovedi 29. Al centro vi sarebbe stato il discusso film di Oppenheimer (The Act of Killing 2012) – candidato all'Oscar ma che in Indonesia non è distribuito – e il seguito (The Look of Silence, Gran premio della giuria a Venezia) ma anche la discussione franca con chi di quegli anni bui ha scritto e dibattuto non senza difficoltà: stranieri e indonesiani.

domenica 25 maggio 2008

LA ZANZARA PUNGE ANCORA


Memorie personali e memoria di un'epoca, il giornale d'istituto che fece scandalo torna a farsi vedere. E si potrà leggere il 28 maggio comprando il Corsera edizione milanese o l'Europeo

* * *


Nel novembre del 1967 iniziò in Largo Gemelli a Milano l'occupazione dell'Università cattolica. Di solito si fa risalire a quell'episodio l'inizio del Sessantottto. Ma in realtà il segno dei tempi era di ben prima: del 1966 quando, al Liceo parini di Milano, un'austera costruzione di epoca fascista che aveva fama di qualità e rigore e che, tolti i rari proletari di Brera, accoglieva i figli migliori della spocchiosa borghesia milanese, accadde il fattaccio: il giornale d'istituto – La “Zanzara” – aveva pubblicato un'inchiesta sul sesso. Apriti cielo: l'Italia clericale e perbenista, permeata del confortante italian way of life democristiano era insorta e aveva bacchettato quell'uscita del 12 febbraio 1966 sul terzo numero del giornalino nato nientemeno che nel '45, dopo la Liberazione.
Negli anni Sessanta la Zanazara non era l'unico giornale che circolava. Io, che al tempo frequentavo la seconda media proprio al Parini, nemmeno ne sapevo nulla ed ero invece rimasto molto attratto dal giornale dei situazionisti che mi piacevano più per il piglio anarcoide che non per la “società dello spettacolo” raccontata su quei fogli sconclusionati pieni di colori spezzettati e di assemblaggi grafici che poi in parte avrebbe ripreso “Re Nudo”, la pubblicazione dell'“ala mistica” del movimento nata qualche anno dopo. Ma della “Zanzara”, se non me n'ero accorto io troppo preso dai mie drammi adolescenziali passati a guardare da lontano le ragazze del liceo (le medie stavano nell'edifico accanto) e a mangiare i gelati del signor Nencini (un toscano incazzoso che vendeva coni artigianali a 30 lire l'uno), ben se ne accorse la quieta borghesia milanese. Strali, fulmini e saette.
All'epoca la Zanzara era diretta da Marco De Poli che se n'era uscito coraggiosamente pubblicando l'inchiesta “Che cose ne pensano le ragazze d'oggi?”, dibattito tra studenti sulla sessualità coordinato da Marco Sassano, che poi diventerà un brillante giornalista, Claudia Beltramo Ceppi e lo stesso De Poli. Perché me lo ricordo proprio adesso?
Il giornale di allora esce il 28 maggio come “panino” del Corsera di Milano e come inserto dell'Europeo. Esce in due parti: una è la copia anastatica della “Zanzara” di allora, una è la “Zanzara” di oggi, che esiste ancora e non ha perso il gusto di pungere visto che di nuovo si parla di sesso, anzi di omosessulaità, visto che i tempi son cambiati e l'amore tra uomini e donne (che cos'è poi il sesso se non una forma dell'amore?) non fa più scalpore (quello tra uomini o tra donne invece si come si evince dall'arretratezza italiana in materia).
Come finì la storia allora? Lo “scandalo del Parini”, come titolarono i giornali, finì in tribunale anche se poi i tre studenti e il preside vennero assolti. Due anni dopo, il 6 marzo del 1968, il Parini sarà il primo liceo in Europa ad essere occupato (verrà sgomberato dalla polizia due giorni dopo). La “Zanzara” smise le pubblicazioni ma adesso eccola che ritorna. Ci sono le firme di allora (lo stesso De Poli o Giorgio Cerquetti, un'animatore all'epoca e oggi della famosa “ala mistica” del movimento che qui racconta una bella idea di scuole in India gemellate e finanziate da altrettanti licei italiani) e qualche novità che invita ad andare in edicola il 28.
Per una volta, il gadget, anziché essere uno shampoo, un dvd con le canzoni di Endrigo, o un inserto dell'Enciclopedia della storia del baco da seta, è una vecchia gloria degli anni Sessanta. Il vero inizio del Sessantotto. Per chi, come me che pure abitavo di fianco, se lo fosse perso.