Libertà di opinione e censura: Il social network di Mark Zuckerberg chiude le pagine di portali di
movimento e informazione indipendente italiani che sostengono la lotta curda in Siria contro la Turchia. Oscurate Radio Onda d'Urto di Brescia, Milano In Movimento, GlobalProject, e Contropiano. A rischio anche DinamoPress e Infoaut. La denuncia dei siti coinvolti.
“I contenuti oggetto dell’operazione sono strettamente legati a post in cui si evidenziava il sostegno alla causa curda e si esprimeva il legittimo dissenso a quanto sta succedendo in Siria del Nord a opera della Turchia. Una guerra che aggiunge anche la questione dell’informazione e della comunicazione nel novero dei terreni di contesa, che si sommano ai più evidenti aspetti economici, politici e militari. Evidentemente, l’espansionismo di Recep Erdoğan non è solo territoriale, ma si propaga anche nell’intelligence digitale.
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giovedì 17 ottobre 2019
lunedì 26 settembre 2016
Dissento dunque scrivo. Visioni consigliate
Si apre oggi all’Università degli Studi di Milano una mostra dedicata alla storia recente del dissenso nell'ex Unione Sovietica attraverso uno dei suoi più famosi strumenti, il Samizdat, protagonista di "Dalla censura e dal samizdat alla libertà di stampa. URSS 1917-1990", mostra inaugurata a Mosca e poi esposta alla Bibliothèque de Documentation Internationale Contemporaine di Nanterre e alla Biblioteca della Sorbona di Parigi, che da oggi approda a Milano.La mostra, organizzata da Memorial Mosca e dalla Biblioteca Statale di Storia della Federazione Russa, a cura di Boris Belenkin e di Elena Strukova (che saranno presenti all'inaugurazione), deve il progetto grafico a Pëtr Pasternak: presenta protagonisti e documenti dell'opposizione al regime sovietico, dando ampio risalto figurativo a un fenomeno storico unico nel suo genere, il Samizdat, canale di distribuzione clandestino e alternativo di scritti illegali, censurati o ostili al regime.
mercoledì 28 ottobre 2015
Quel maledetto 1965
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| Le stragi del triennio maledetto in un'immagine d'epoca |
Così gli organizzatori di una delle più importanti manifestazioni culturali indonesiane, se non la più nota, hanno dato venerdi scorso la notizia di un atto di censura che di fatto cancella il primo vero tentativo di fare i conti con un passato che ha appena compiuto 50 anni. Da quando un colpo di stato organizzato da una parte dell'esercito tentò, il 1 ottobre del 1965, di prendere il potere in Indonesia prima che a farlo fossero i generali che poi organizzarono la repressione immediata del putsch e, nei tre anni successivi, un vero e proprio massacro che portò all'estinzione del Partito comunista, dei suoi affiliati, simpatizzanti o semplicemente di persone contigue – per amicizia o parentela – a chi aveva simpatie di sinistra. Un incubo con un bilancio incerto che i più moderati fissano ad almeno mezzo milione di morti.
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| Bung Karno (Sukarno). Sotto a destra Jokowi |
La sessione dedicata a questo viaggio nella memoria doveva iniziare giovedi 29. Al centro vi sarebbe stato il discusso film di Oppenheimer (The Act of Killing 2012) – candidato all'Oscar ma che in Indonesia non è distribuito – e il seguito (The Look of Silence, Gran premio della giuria a Venezia) ma anche la discussione franca con chi di quegli anni bui ha scritto e dibattuto non senza difficoltà: stranieri e indonesiani.
giovedì 3 dicembre 2009
FB CENSURA PAOLA CARIDI
Quale che sia il motivo per cui siete arrivati al mio blog (i levrieri, le birrette o la guerra afgana) vi prego adesso di fare un salto su quello di Paola Caridi, oggetto di un'odiosissima censura da parte di FaceBook. Paola ha semplicemnte postato sulla scheda di Lettera22, la nostra associazione, le date dei suoi appuntamenti italiani per la presentazione di Hamas, un libro inchiesta sul movimento islamista...ma si è vista canecellare le date da FB con questa delirante motivazione: The event "Hamas" has been removed because it violated our Terms of Use. Among other things, events that are hateful, threatening, or obscene are not allowed. We also take down events that attack an individual or group, or advertise a product or service. Continued misuse of Facebook's features could result in your account being disabled. (il neretto è mio). 
Sono senza parole ma la cosa richiede anche una reazione. La prima, mi pare, attestare solidarietà a Paola (credo dia sufficiente per chi non la conosce leggere il suo profilo)scrivendole sul suo seguitissimo blog "Arabi invisibili". Al resto penseremo noi come gruppo chiedendo conto ai soloni di FB. Censurare un libro - per noi che siamo contrari anche alla cancellazione di un delirio come Mein Kampf - è la cosa più odiosa che si possa fare, specie se si cancella la data di un incontro dove se ne può discutere. Anche attaccandolo.
martedì 7 luglio 2009
STRAGE A URUMCI
Centoquaranta morti e ottocento feriti. Una strage che si consumatra domenica e lunedi a Urumci, capitale dello Xinjiang, la regione orientale della Cina abitata in maggioranza da uiguri, una comunità turcofona e musulmana che maldigerisce il rapporto con Pechino e con la “colonizzazione” degli han, la comunità etnica maggioritaria della Repubblica popolare cinese.
Il massacro ha ancora contorni incerti e motivazioni e modalità su cui grava il silenzio tipico della censura cinese. Nel giorno in cui il presidente Hu Jintao arriva in Italia per partecipare al G8, nella riottosa provincia del Turkestan orientale, come gli uiguri chiamano la loro “nazione”, si diffonde la notizia di una manifestazione che, domenica, ha attraversato le strade della capitale. La gente manifesta per chiedere un'inchiesta approfondita e l'arresto dei colpevoli per un fatto di sangue avvenuto in giugno nel Guandong, un'altra provincia cinese a maggioranza han (come tutte escluso Xinjiang e Tibet). Una rissa scatenatasi in una fabbrica tra han e uiguri avrebbe portato alla morte di alcuni operai dello Xinjiang ma senza che le autorità abbiano consegnato alla legge i colpevoli. La manifestazione trascende in episodi di odio etnico con sassaiole contro le vetrine dei negozi degli han o semplicemente contro gli autobus dello stato, dati alle fiamme (anche se è difficile capire quale sia stata la scintilla che ha innescato l'incendio). Nei primi dispacci d'agenzia il bilancio è di tre cinesi e un poliziotto morti: tutti han. Ma, a metà mattinata, il capo del Partito comunista della regione autonoma dello Xinjiang dà la notizia choc: i morti non sono tre ma 140 e 800 i feriti.

La ricostruzione è difficile quanto è invece chiara, secondo Pechino, la responsabilità, attribuita al Congresso mondiale uiguro, una formazione in esilio che combatte lo strapotere di Pechino e difende l'identità degli uiguri. Il Congresso respinge al mittente le accuse e sostiene invece che almeno quattro apparati di repressione sono intervenuti usando a ripetizione armi automatiche. Una strage senza uguali dalla rivolta tibetana dell'anno scorso. Centinaia gli arresti, impossibile la ricostruzione esatta degli avvenimenti, difficile superare la barriera di silenzio imposta ai media e alle testimonianze indipendenti.
Le autorità cinesi non hanno dubbi: la manifestazione – diverse centinaia di persone – era natura per violenta e composta di gente armata di bastoni e coltelli: 260 i veicoli distrutti; 200 i negozi danneggiati. La violenza avrebbe attraversato l'intero centro di Urumci attorno a alla Piazza del popolo, al bazar e alle arterie di Jiefang e Xinhua Sud. La città è adesso presidiata da ingenti forze dell'ordine. Un'americana che studia in città ha riferito che i soldati sono ovunque, e che il traffico si è completamente fermato.
Gli uiguri formano circa il 45% degli abitanti della provincia dove gli immigrati Han rappresentano adesso il 40% del totale. Nel 1949, dopo la breve vita di uno Stato del Turkestan orientale, i cinesi ne hanno ripreso il controllo ma il risentimento è forte. E alcuni gruppi terroristici locali si fanno sporadicamente sentire: il 4 agosto scorso uccisero 16 poliziotti cinesi vicino all'antica città di Kashgar.
Il massacro ha ancora contorni incerti e motivazioni e modalità su cui grava il silenzio tipico della censura cinese. Nel giorno in cui il presidente Hu Jintao arriva in Italia per partecipare al G8, nella riottosa provincia del Turkestan orientale, come gli uiguri chiamano la loro “nazione”, si diffonde la notizia di una manifestazione che, domenica, ha attraversato le strade della capitale. La gente manifesta per chiedere un'inchiesta approfondita e l'arresto dei colpevoli per un fatto di sangue avvenuto in giugno nel Guandong, un'altra provincia cinese a maggioranza han (come tutte escluso Xinjiang e Tibet). Una rissa scatenatasi in una fabbrica tra han e uiguri avrebbe portato alla morte di alcuni operai dello Xinjiang ma senza che le autorità abbiano consegnato alla legge i colpevoli. La manifestazione trascende in episodi di odio etnico con sassaiole contro le vetrine dei negozi degli han o semplicemente contro gli autobus dello stato, dati alle fiamme (anche se è difficile capire quale sia stata la scintilla che ha innescato l'incendio). Nei primi dispacci d'agenzia il bilancio è di tre cinesi e un poliziotto morti: tutti han. Ma, a metà mattinata, il capo del Partito comunista della regione autonoma dello Xinjiang dà la notizia choc: i morti non sono tre ma 140 e 800 i feriti.

La ricostruzione è difficile quanto è invece chiara, secondo Pechino, la responsabilità, attribuita al Congresso mondiale uiguro, una formazione in esilio che combatte lo strapotere di Pechino e difende l'identità degli uiguri. Il Congresso respinge al mittente le accuse e sostiene invece che almeno quattro apparati di repressione sono intervenuti usando a ripetizione armi automatiche. Una strage senza uguali dalla rivolta tibetana dell'anno scorso. Centinaia gli arresti, impossibile la ricostruzione esatta degli avvenimenti, difficile superare la barriera di silenzio imposta ai media e alle testimonianze indipendenti.
Le autorità cinesi non hanno dubbi: la manifestazione – diverse centinaia di persone – era natura per violenta e composta di gente armata di bastoni e coltelli: 260 i veicoli distrutti; 200 i negozi danneggiati. La violenza avrebbe attraversato l'intero centro di Urumci attorno a alla Piazza del popolo, al bazar e alle arterie di Jiefang e Xinhua Sud. La città è adesso presidiata da ingenti forze dell'ordine. Un'americana che studia in città ha riferito che i soldati sono ovunque, e che il traffico si è completamente fermato.
Gli uiguri formano circa il 45% degli abitanti della provincia dove gli immigrati Han rappresentano adesso il 40% del totale. Nel 1949, dopo la breve vita di uno Stato del Turkestan orientale, i cinesi ne hanno ripreso il controllo ma il risentimento è forte. E alcuni gruppi terroristici locali si fanno sporadicamente sentire: il 4 agosto scorso uccisero 16 poliziotti cinesi vicino all'antica città di Kashgar.
sabato 2 agosto 2008
LA CINA TOGLIE LA CENSURA SUL WEB, MA CON JUICIO
“Abbiamo accolto con favore la notizia che il sito di Amnesty sia accessibile dal Centro stampa olimpico e probabilmente da altri computer a Pechino. Tuttavia, bloccare e sbloccare arbitrariamente determinati siti non basta a soddisfare l'obbligo di rispettare gli standard internazionali in materia di libertà d'espressione e d'informazione”. Così Roseanne Rife, vicedirettrice del Programma Asia/Pacifico di Amnesty International dopo che la buona novella si affaccia nei notiziari: Pechino ha deciso di rimuovere la censura imposta ad alcuni siti Internet e così sono tornati accessibili, quantomeno dal centro stampa dedicato agli inviati stranieri, i website di Bbc, Wikipedia, Human Rights Watch o dell'emittente americana Radio Free Asia e, appunto di Amnesty. Inoltre, il Comitato organizzatore dei Giochi ha garantito facilitazioni per l'accesso al web giudicato troppo lento.
Ma fuori del media centre restano comunque sbarrati molti siti “sensibili”, anche se le testimonianze da Pechino dicono che alcuni dei website sarebbero parzialmente accessibili anche da altre parti della capitale. Politica della macchia di leopardo dunque, che non promette che una timida apertura con limitazioni parziali e sempre suscettibili di novità censorie. E non dev'essere un caso che, mentre Pechino da una parte apre, dall'altra inviti a non strumentalizzare politicamente le date olimpiche. Scende in campo direttamente il presidente Hu Jintao che, in una delle sue rare conferenze stampa, ribadisce che politicizzare l'evento può solo minarne la portata. Accompagna le sue raccomandazioni con un invito al dialogo e fa dunque specie che uno dei siti ancora sotto oscuramente sia proprio....www.thechinadebate.org, un forum creato da Amnesty per promuovere il dibattito sulla situazione dei diritti umani in Cina.
Insomma nella Cina preolimpiadi il nervosismo è patente. Aumentato anche dall'arrivo di una cattiva notizia pur se fortunatamente senza danni collaterali: un terremoto di magnitudo 6.1 della scala Richter è stato registrato nella provincia cinese del Sichuan, alle 4.32 di ieri mattina ora locale. Una scossa di assestamento con epicentro nell'area compresa tra le contee Pingwu e Beichuan e la città di Mianyang City. Un leggero movimento tellurico è stato registrato anche nel Chengdu, dicono i sismologi cinesi. Assestamenti che risvegliano comunque la paura innescata dal recente sisma che ha colpito duro la Repubblica popolare e il cui ricordo è tra l'altro appena legato ai guai (un anno di “rieducazione”) passati dall'insegnante di una scuola media di Guanghan che aveva messo in rete immagini scattate dopo il sisma di maggio.
Quanto al web restano off limits le pagine del Falun Gong che il governo di Pechino considera una minaccia per la sicurezza nazionale. Decisione che a molti non è piaciuta. E del resto i critici non smettono di parlare. Tra i tanti Daniel Cohn-Bendit, l'ex leader del maggio francese, ha lanciato un nuovo appello ai leader occidentali affinché boicottino la cerimonia di apertura dei Giochi. “Andare all'apertura dei Giochi olimpici è un errore e sarebbe stato importante dare un segnale politico forte, tanto più che i cinesi non hanno rispettato nessuno degli impegni assunti quando si decise che i Giochi olimpici si sarebbero svolti a Pechino”. Tra si e no, vado non vado e prove di mini democrazia via rete, l'appuntamento dell'8 agosto si dimostra comunque interessante. E, politicizzati o meno, i Giochi in Cina resteranno un buon precedente per scrutinare chi li ospita. Dimostrando che lo sport non può comunque nascondere le verità che non piacciono ai governi.
Ma fuori del media centre restano comunque sbarrati molti siti “sensibili”, anche se le testimonianze da Pechino dicono che alcuni dei website sarebbero parzialmente accessibili anche da altre parti della capitale. Politica della macchia di leopardo dunque, che non promette che una timida apertura con limitazioni parziali e sempre suscettibili di novità censorie. E non dev'essere un caso che, mentre Pechino da una parte apre, dall'altra inviti a non strumentalizzare politicamente le date olimpiche. Scende in campo direttamente il presidente Hu Jintao che, in una delle sue rare conferenze stampa, ribadisce che politicizzare l'evento può solo minarne la portata. Accompagna le sue raccomandazioni con un invito al dialogo e fa dunque specie che uno dei siti ancora sotto oscuramente sia proprio....www.thechinadebate.org, un forum creato da Amnesty per promuovere il dibattito sulla situazione dei diritti umani in Cina.
Insomma nella Cina preolimpiadi il nervosismo è patente. Aumentato anche dall'arrivo di una cattiva notizia pur se fortunatamente senza danni collaterali: un terremoto di magnitudo 6.1 della scala Richter è stato registrato nella provincia cinese del Sichuan, alle 4.32 di ieri mattina ora locale. Una scossa di assestamento con epicentro nell'area compresa tra le contee Pingwu e Beichuan e la città di Mianyang City. Un leggero movimento tellurico è stato registrato anche nel Chengdu, dicono i sismologi cinesi. Assestamenti che risvegliano comunque la paura innescata dal recente sisma che ha colpito duro la Repubblica popolare e il cui ricordo è tra l'altro appena legato ai guai (un anno di “rieducazione”) passati dall'insegnante di una scuola media di Guanghan che aveva messo in rete immagini scattate dopo il sisma di maggio.
Quanto al web restano off limits le pagine del Falun Gong che il governo di Pechino considera una minaccia per la sicurezza nazionale. Decisione che a molti non è piaciuta. E del resto i critici non smettono di parlare. Tra i tanti Daniel Cohn-Bendit, l'ex leader del maggio francese, ha lanciato un nuovo appello ai leader occidentali affinché boicottino la cerimonia di apertura dei Giochi. “Andare all'apertura dei Giochi olimpici è un errore e sarebbe stato importante dare un segnale politico forte, tanto più che i cinesi non hanno rispettato nessuno degli impegni assunti quando si decise che i Giochi olimpici si sarebbero svolti a Pechino”. Tra si e no, vado non vado e prove di mini democrazia via rete, l'appuntamento dell'8 agosto si dimostra comunque interessante. E, politicizzati o meno, i Giochi in Cina resteranno un buon precedente per scrutinare chi li ospita. Dimostrando che lo sport non può comunque nascondere le verità che non piacciono ai governi.
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