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lunedì 3 febbraio 2020

Laos, la memoria della guerra

Nong Khiaw (Nord Laos) – Da Nong Khiaw, attualmente capoluogo di distretto, con un’ora e mezzo di barca si raggiunge Muang Ngoi, risalendo il fiume Ou, un affluente del Mekong. Il paesaggio è incredibile e il fiume si snoda pigramente tra picchi, foreste e rari villaggetti adagiati su sponde sabbiose animate da bufali d’acqua o dai colori dei giardini. Oggi Muang Ngoi, che a breve sarà raggiungibile con una strada asfaltata, è un villaggetto la cui attrazione turistica sono le decine di guesthouse per tutti i prezzi affacciate sull’Ou che hanno rovinato l’immagine bucolica del fiume ma probabilmente riempito le tasche di molti locali che avevano visto distrutto il loro centro – durante la cosiddetta “Seconda guerra d’Indocina” – dai bombardamenti che non risparmiarono i templi per il cui la cittadina, allora capoluogo, era famosa. C’è una bomba lunga quasi due metri all’ingresso di un ristorante (cosa molto comune in questa provincia), cui sono appoggiate sul dorso alcune decine di bombe più piccole. Il ricordo del conflitto è affidato a una data stampigliata sull’ordigno: 1967-1972.

In realtà la guerra americana in Laos – la prima guerra d’Indocina fu quella di liberazione dai francesi – era iniziata ben prima del 1967. Alla fine del 1964 Washington diede il via all’Operazione Barrel Roll, poi seguita da altre tra cui la famigerata Menu, completa di Breakfast e Dessert. Il compito era quello di fiaccare le forze rivoluzionarie laotiane del Pathat Lao che, sostenute dal Nord Vietnam, avevano iniziato ad avanzare da Nordest verso il centro sin dal 1959. Al contempo era necessario spezzare il famoso Sentiero di Ho Chi Minh che, via Laos e Cambogia, riforniva la guerriglia nel Vietnam del Sud. Mentre si procedeva alla formazione degli aviatori laotiani e al rafforzamento dei mercenari Hmong – una popolazione delle montagne sempre fortemente autonomista – La Us Air Foorce dalle sue basi in Thailandia iniziò la “guerra segreta” con bombardamenti leggeri. Poi dal 1964 ebbe inizio un’escalation che portò a un bilancio totale delle missioni di bombardamento, terminate nel 1973, a 580.344. Sganciarono centinaia di milioni di bombe. Secondo Legacies of War: una ogni 8 minuti, 24 ore al giorno, per 9 anni. Nel 2016, durante la sua visita di Stato, Barack Obama, che si guardò però dal chiedere scusa, disse che il Laos aveva il triste primato di essere la nazione più bombardata nella Storia dell’umanità... segue su atlanteguerre

martedì 2 luglio 2019

Bombe sul negoziato (e sui civili)

Zalmay Khalilzad:
il negoziatore
Mentre è appena iniziato il settimo round negoziale a Doha tra americani e talebani, la guerriglia in turbante si macchia dell’ennesima strage di civili a Kabul. Ieri mattina un’autobomba è scoppiata davanti a un centro logistico della Difesa afgana nell’area di Pul-e-Mahmood Khan, non lontana dalla cosiddetta zone verde della capitale. Le immagini mostrano un’enorme esplosione con una scia di fumo che non lascia dubbi sulla portata dell’attentato. Appena dopo lo scoppio, cinque uomini armati sono entrati nell’edificio a fianco ingaggiando una sparatoria con le forze di sicurezza che dopo circa sette ore ne hanno avuto ragione uccidendoli tutti. Ma il bilancio è pesantissimo e probabilmente in crescita visto l’alto numero di feriti – oltre un centinaio - tra cui una cinquantina di bambini. Secondo Al Jazeera il ministero dell’Interno avrebbe confermato ieri sera almeno 16 vittime. 200 persone sarebbero invece state messe in salvo dopo l’esplosione. I talebani hanno immediatamente rivendicato ammettendo di aver colpito anche dei civili ma specificando che l’obiettivo era militare. Nel pomeriggio a Kabul si è scatenata la rituale polemica sull’incapacità di prevenire questo genere di attentati che mettono a rischio la popolazione civile. Se dunque i talebani volevano in realtà colpire il governo e innescare polemiche interne, la loro bomba – evidentemente studiata anche per far pressione sui negoziatori americani di Doha – ha raggiunto sicuramente il risultato.

Benché ormai si negozi più o meno apertamente da oltre un anno e da alcuni mesi americani e talebani si siano incontrati più volte, concordando su qualche punto, la guerra in Afghanistan non si è fermata e la speranza di una tregua – chiesta a gran voce dalla società civile e dal Movimento dei marciatori di pace – resta un’illusione su cui si sperava il settimo round negoziale avrebbe battuto un colpo. Gli attentati con bombe si sono susseguiti negli ultimi mesi con ritmo incalzante senza risparmiare i civili. Il 31 di maggio – per ricordare i fatti più recenti – un'esplosione a Kabul ha ucciso quattro persone. Pochi giorni dopo, il 2 giugno, altre quattro bombe esplodono nella capitale. Il giorno dopo ancora, il 3 giugno, un'esplosione colpisce un autobus di impiegati governativi uccidendone cinque. E se la guerra colpisce la città, specie quando si vuole una cassa di risonanza internazionale, il conflitto continua nelle campagne e nei piccoli centri sebbene – magra consolazione – abbia causato meno vittime tra i civili nei primi sei mesi di quest'anno rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso: Secondo The Civilian Protection Advocacy Group 1.981 civili sono stati uccisi e feriti tra gennaio e giugno 2019 mentre il numero era 2.639 durante lo stesso periodo l'anno scorso. Secondo il rapporto, le vittime si sono notevolmente ridotte a giugno, con 63 morti e 134 feriti registrati durante il mese. Il declino viene attribuito al decrescere del numero di attacchi suicidi.
La guerriglia ora privilegia le bombe.

Oggi su il manifesto in edicola

martedì 23 aprile 2019

Quattro scenari per una strage

Il governo dello Sri Lanka punta l’indice sull’estremismo islamico mentre continua a salire il bilancio delle vittime della Pasqua di sangue

Il giorno dopo la strage che ha stravolto lo Sri Lanka è la pista islamica quella che sembra essere nelle corde del governo e della maggior parte di commentatori, analisti e di pezzi da novanta come il segretario di Stato americano Pompeo che promette guerra al terrore. Mentre il lunedi si chiude con coprifuoco e stato di emergenza – che consegna il controllo della sicurezza al presidente - e mentre la giornata sconta l’ennesima bomba vicino alla chiesa di Sant'Antonio a Colombo (dove resta lievemente ferito l’inviato di Repubblica, Raimondo Bultrini) si fanno i conti della Pasqua di fuoco: quando l’esplosione quasi simultanea di autobombe e kamikaze ha colpito quattro alberghi di lusso della capitale e tre chiese a Colombo, Negombo (poco più a Nord) e Batticaloa nell’Est.

Il bilancio cresce di ora in ora e sfiora quota 300 morti. Diverse centinaia i feriti. In assenza di rivendicazioni, l’indice è puntato su un gruppo radicale locale, la National Thowheed Jamath, un’associazione minore estremista e nota al più per atti vandalici non a caso contro obiettivi buddisti (le due comunità si sono spesso scontrate con gravi incidenti come nel marzo scorso). Il ministro della sanità Rajitha Senaratne ha confermato ieri che i sette kamikaze apparterrebbero a questo gruppo anche se è difficile capire dal corpo martoriato di un attentatore la sua provenienza. Sono presumibilmente di questo gruppo anche gli arrestati che già in parte domenica sera erano stati ammanettati dalla polizia. Senaratne è andato oltre, accusando il presidente Sirisena di non aver dato credito – e di aver nascosto al premier Wickremesinghe – le allerta dei giorni scorsi. Sirisena, presidente dal gennaio 2015, è anche a capo delle forze di sicurezza e forse ha sottovalutato l’allarme. Ma la vicenda riporta allo scontro interno alla politica locale tra presidenza e parlamento, tra Sirisena e Wikremesinghe. Forse è da qui che si può partire per disegnare almeno il contesto in cui le stragi sono avvenute e prima di avventurarsi nell’indicare questa o quella pista.

Il quadro politico

Maithripala Sirisena si presenta come l’uomo nuovo della politica srilankese quando a sorpresa si candida contro Mahinda Rajapaksa, il padre padrone del Paese. Rajapaksa è l’uomo che ha represso le rivendicazioni tamil nel Nord e distrutto – con stragi che non risparmiano civili – la struttura delle Tigri tamil, gruppo secessionista autore di numerosi attentati terroristici (i primi, dopo i giapponesi, a utilizzare kamikaze). Rajapaksa è accusato di essere un autocrate che, circondato da fratelli e parenti, ha garantito un piccolo miracolo economico ma “venduto” il Paese alla Cina. Alla fine del voto, il dittatore – che ha perso nelle urne – tenta un golpe che fallisce in poche ore. Sirisena sale sullo scranno applaudito dal popolino e benedetto dalle ambasciate di Delhi e Washington. Ma qualche anno dopo, nell’ottobre scorso, sconfessa – sorprendentemente - il premier Wickremesinghe e al suo posto insedia proprio l’ex nemico. C’è un braccio di ferro, qualche scontro e qualche vittima. Poi la Corte suprema delegittima l’azione del presidente e Wikremashinghe torna in sella. Il tutto ha un sapore oscuro, con un balletto bizzarro di personaggi e una crisi – che come dimostrano queste ore – perdura.... (segue su atlanteguerre.it)

domenica 27 gennaio 2019

Bombe sul referendum

Si è chiusa con un bilancio pesantissimo la giornata di oggi a Jolo, nelle Filippine, dove un doppio attentato ha ucciso – secondo l’ultimo bilancio, 5 militari e 15 civili e ha ferito oltre un centinaio di persone che stavano assistendo alla messa celebrata nella Cattedrale di Nostra Signora del Monte Carmelo a Jolo, il capoluogo che porta lo stesso nome dell’isola nell’arcipelago delle Sulu a Sudest di Mindnao.

 Testimoni – riferisce il quotidiano filippino Inquirer – hanno detto che la prima esplosione è avvenuta all’interno della cattedrale, creando una fuga generale dal tempio. Una seconda bomba è invece esplosa circa un minuto dopo vicino all’ingresso principale. L’esplosivo sarebbe stato collegato a una motocicletta parcheggiata davanti alla principale chiesa cattolica dell’isola. L'autoproclamato Stato Islamico ha rivendicato l'attentato.

L’isola di Jolo è tristemente famosa per la presenza del gruppo islamita di Abu Sayyaf (Brando divino), legato al terrorismo internazionale di matrice islamica e che terrorizza l’isola da anni. Inoltre un vescovo cattolico, Benjamin de Jesus, è stato ucciso da sospetti militanti fuori dalla cattedrale nel 1997. Quest’ultimo attacco  è probabilmente da mettere in relazione con il voto di lunedi scorso al referendum sull’autonomia di Mindanao, quale ne sia la matrice... (segue su atlanteguerre,it)


mercoledì 23 gennaio 2019

Noi non abbiamo paura della bomba

I borghi italiani riservano sempre qualche sorpresa. Piacevole o spiacevole a seconda dei casi e, molto spesso, addirittura al contrario di quel che sembrerebbe osservando una carta geografica o un depliant turistico. Su googlemap ad esempio, la cittadina di Ghedi, 18mila abitanti e 18 chilometri di distanza da Brescia, sembra un’oasi di verde nel disastro urbanistico industriale della Lombardia. Colleabeato al contrario, che di abitanti ne ha solo 4mila, a tutta prima sembra soltanto un pezzo della cintura urbana del capoluogo che sale in Val Trompia, un’area del bresciano dove gli insediamenti arrivano a ospitare anche 1200 persone per kmq. A leggere di Ghedi sulla carta si scopre una chiesa del XVII secolo, sorta su un’antica pieve, con un campanile del Quattrocento, un palazzo comunale di origine medievale, logge e resti di un monastero francescano. Al contrario a Collebeato non c’è molto altro se non alcuni palazzi nobiliari di antichi notabili come i Martinengo. Bisogna andarci allora, a Ghedi e a Collebeato, per alzare il velo di una realtà che, nel primo caso, ci si guarda bene dal pubblicizzare.

Nonostante i vanti architettonici, Ghedi in sé non è di grande interesse. E’ un borgo vasto e moderno con un centro rimaneggiato più volte e dominato da un parcheggio. Ma lasciato il centro abitato, percorrendo una decina di chilometri verso Castenedolo, si incontra l’aeroporto militare adesso sede dei “Diavoli rossi” del 6º stormo dell’Aeronautica e, prima, anche della pattuglia acrobatica delle Frecce Tricolori. Dentro la lunga cancellata ricoperta di teli verdi e sormontata dal filo spinato che si può percorrere in auto per circa 3 chilometri e mezzo – tanto è lungo il confine Sud dell’aeroporto – la base è però anche altro. Molto altro.

In base a un accordo bilaterale di ‘condivisione nucleare’ (Nuclear Sharing) l’Italia ospita da quasi settant’anni un certo numero di bombe atomiche americane. Oggi sono testate denominate B-61 e dovrebbero essere una cinquantina. Condizionale d’obbligo perché i dati non sono ufficiali ma coperti da segreto militare: una trentina sarebbero stoccate nella base americana di Aviano in Veneto e altre venti nella base italiana di Ghedi, dove i Diavoli rossi convivono con lo squadrone di soldati americani che le ha in custodia. Le atomiche del sito bresciano possono dunque essere impiegate dai cacciabombardieri Tornado del 6º stormo almeno fino a che non saranno sostituiti dagli F-35, di cui due esemplari già si trovano negli hangar dell’aeroporto. I campi attorno alla base sono un’enorme area di rispetto costellata di cartelli che avvertono del rischio di incontrare aerei “a bassa quota” e, all’ingresso del centro abitato, proprio sotto la scritta “Ghedi”, si legge che si tratta di un Comune “video-sorvegliato”. Siete avvisati. E se provate a fare una telefonata col cellulare, prende con difficoltà.

Ufficialmente però quelle bombe non esistono. “Il motivo di questo segreto – dice Carlo Tombola dell’Osservatorio sulle armi leggere (Opal) di Brescia – sta nell’imbarazzo dei nostri governi che non hanno alcuna autonomia nazionale in questa materia anche se alcuni Stati membri della Nato si sono rifiutati di ospitare testate nucleari. Si tace per non perdere credibilità e anche per non allarmare i cittadini”. “La storia delle atomiche girava nel bresciano sin dagli anni Ottanta. Tutti però negavano”, dice Adriano Moratto del Movimento Nonviolento, un'associazione storica che deve la sua fondazione ad Aldo Capitini, il pacifista italiano che incarnò la non violenza declinandola nella marcia Perugia Assisi. Adriano Moratto è, assieme a don Fabio Corazzina, la memoria storica di un movimento dal basso che, con costanza e determinazione, ha sempre cercato di far uscire la verità. Contestando una scelta che feriva ancora di più un territorio martoriato da fumi industriali, siti pattumiera (come quello di Montichiari: 23mila abitanti e 21 discariche, raccontate dall’inchiesta di Marina Forti “Mala Terra”), da fabbriche di armi molto influenti sulla politica e sui giornali: capaci di esercitare il ricatto dell’occupazione su sindacati e partiti della sinistra. Incontriamo i due attivisti a Brescia nella parrocchia San Maria in Silva, dove un gruppo di bambini di ogni colore sta provando un repertorio di canzoni in lingue diverse. Moratto e Corazzina incarnano l’anima laica e quella religiosa a braccetto in una battaglia civile. Spesso osteggiata o mal tollerata. “Il mondo cattolico ha fatto tanto: le Acli, l’Azione cattolica, la Pastorale giovanile fin dall’inizio, ma dai vertici... niente. Eppure basterebbe prendere alla lettera le parole dice Francesco“, un pontefice che sulla guerra ha posizioni molto nette. E la sinistra? “Si certo, qualche “cane sciolto” dei partiti o del sindacato ci veniva alle nostre manifestazioni – ricorda Moratto – ma al vertice… Poi ci fu il fervore sul referendum contro il nucleare ma era il nucleare civile. Le atomiche sono un’altra cosa”.


Quel movimento però fa tanto e ci si aggiungono altri laici e altri cattolici: i focolarini, gli scout, Pax Christi e, aggiunge Moratto, “piccole associazioni o centri di ricerca magari di quattro cinque studenti di cui ho scoperto l’esistenza quasi per caso”. Ma, avverte don Fabio, “bisogna anche esser pragmatici e trasformare gli ideali in leggi, provvedimenti, ratifiche”. Nasce così un collegamento sempre più forte con gruppi di ricerca strutturati come Opal o coordinamenti nazionali come Rete Disarmo o Mayors for Peace. E qui arriviamo a Collebeato... (segue)

Leggi tutto l'articolo su Internazionale dove è uscito nella versione online  il 14 gennaio scorso

Fig 1 Esplosione nucleare
Fig 2  L’aeroporto di Ghedi nella nebbia
Fig 3 Un manifesto sulle bombe a Ghedi
fig 4 Una foto apparsa su fb tratta da Milex: in posa a Ghedi davanti a una B61


mercoledì 22 agosto 2018

Bombe e confusione a Kabul nel giorno di Eid

Figlia della grande confusione politica che regna sotto il cielo afgano, la guerra infinita si è arricchita ieri - nel giorno della celebrazione di Eid al-Adha, il sacrificio di Abramo - di un nuovo capitolo. E mentre Ashraf Ghani stava mandando al popolino il suo messaggio di “Eid Mubarak” - a due giorni dalla richiesta del presidente afgano di una nuova tregua - i miliziani dello Stato islamico hanno lanciato razzi sul palazzo presidenziale e sulla “zona verde” delle ambasciate. Arrivati in città con un paio di furgoncini si sono nascosti nell’area vicina alla grande moschea di Eidgah e hanno iniziato a sparare: una trentina di razzi, che hanno colpit la zona del palazzo e quella dove si trova il quartier generale Nato, l’ambasciata americana (e la nostra). Poi hanno ingaggiato una battaglia durata tre ore che ha visto intervenire anche gli elicotteri da combattimento dell’esercito afgano a pochi giorni dall’ennesima prova di forza nella città di Ghazni: un attacco della guerriglia talebana durato cinque giorni. Quattro dei nove miliziani sono stati uccisi. Sei i feriti. In altre zone del Paese invece la festa e la preghiera non hanno registrato incidenti.

In attesa di avere un bilancio più preciso (come insegna la battaglia di Ghazni che dalle venti vittime
Ashraf Ghani: in cerca
di una tregua 
civili iniziali ha visto salire il bilancio a 200-250 di cui molti uccisi dal fuoco amico dei raid statunitensi) qualche considerazione va fatta. Quando lunedi Ghani ha lanciato l’idea di una nuova tregua che, a partire dalla vigilia di Eid, avrebbe dovuto estendersi sino al 21 novembre (capodanno del Profeta) e quindi coprire il periodo elettorale, non molti avevano scommesso sull’adesione dei talebani anche se alcune fonti la davano per possibile. L’idea del presidente è piuttosto sembrato l’atto di chi conta forse su un movimento guerrigliero disomogeneo da cui è lecito aspettarsi di tutto. Forse anche una spaccatura. Ma la decisione unilaterale, condizionata all’adesione talebana, si è rivelata alla fine una dimostrazione di debolezza: i talebani non hanno risposto, a pochi giorni dalla prova di forza di Ghazni dove hanno tenuto in scacco la città quasi una settimana. I razzi di Daesh sono stati la cigliegina sulla torta e la tregua di Eid el-Fitr di metà giugno scorso, durata tre giorni e figlia della pressione popolare pacifista che si va allargando nell’intero Paese, è rimasta una goccia nel mare quando gli americani – a sorpresa – han fatto sapere di essere pronti a colloqui diretti coi talebani.

Concordata o meno con Ghani, la mossa ha per forza spiazzato il governo di Kabul che ha sempre fatto dei negoziati interafgani un punto fermo. Gli americani han sparigliato le carte senza però prendere una posizione ufficiale chiara: con contatti più o meno segreti e aprendo un canale che non contempla la presenza del governo di Kabul né di rappresentanti pachistani. Con quale effetto? Quello di aumentare la confusione.

Lo si capisce dal messaggio per Eid al-Adha che mullah Akhundzada, il capo della shura di Quetta, ha appena scritto: “... Eid-ul-Adha si avvicina mentre il nostro jihad contro l'occupazione americana è alle soglie della vittoria grazie ad Allah… gli invasori infedeli hanno perso ogni volontà di combattere, la loro strategia è fallita… gli arroganti generali americani sono stati costretti a piegarsi...”. I talebani hanno in effetti appena ridicolizzato i militari stellestrisce, che si eran detti sicuri che la guerriglia non sarebbe più entrata nelle città. Inoltre, vorrebbero negoziare ma continuano i raid, come è successo a Ghazni, con case distrutte e famiglie decimate come denunciato dai residenti.

Se mai i talebani volessero aderire a una tregua, possono ora farlo da una posizione di forza anche se la prudenza è d’obbligo. La guerriglia non ha infatti alcun interesse a creare condizioni pacifiche per le elezioni di ottobre che si svolgeranno in questo quadro confuso e violento che già ha caratterizzato l’iscrizione alle liste elettorali. Lo stesso quadro con cui Kabul andrà a Ginevra in settembre per stabilire le priorità che la  comunità internazionale dovrà in seguto finanziare. Con documenti, dice una fonte locale, che contengono esattamente gli stessi problemi del 2001. Gli stessi di... diciotto anni fa

Articolo uscito oggi su il manifesto

domenica 3 dicembre 2017

L'escalation nella guerra infinita (e silenziosa)

Un Falcon F-16. I bombardamenti
in Afghanistan sono triplicati
La guerra infinita sta vivendo una nuova escalation purtroppo solo sotto gli occhi degli afgani. E’ stato Trump a dare il via libera a quella che sembra ormai - oggi assai più di ieri - completo appannaggio di generali e 007. Trump ha dato ascolto alle sirene più guerrafondaie del Pentagono e autorizzato la Cia ad estendere le sue operazioni segrete lasciando del tutto in secondo piano il lavoro dei suoi diplomatici, il cui unico mantra attuale è accusare il Pakistan di essere uno dei maggiori responsabili della guerra, blandendo l’India, ritenuta un contraltare chiave per osteggiare le mire di Islamabad. L’effetto appare per ora solo quello di imbaldanzire Delhi e deprimere Islamabad, i due fratelli-coltelli cui servirebbe un mediatore forte e non certo un colosso che prende le parti di uno solo dei contendenti.

Quanto alla guerra sul terreno, i dati parlano da soli: secondo fonti statunitensi citate dalla stampa afgana, al 31 ottobre di quest’anno l’aviazione americana avrebbe sganciato 3.554 bombe in Afghanistan contro le 1.337 dell’anno scorso e le “sole” 947 del 2015. L’Us Air Force ha dunque triplicato le operazioni dall’aria su obiettivi talebani o dello Stato islamico (compresa la madre di tutte le bombe, un ordigno da 11 tonnellate di esplosivo, sganciato l’aprile scorso). Al dato ufficiale va poi aggiunto il dato ufficioso: le operazioni coperte con droni dell’esercito e della Cia (che ora ha luce verde per bombardare anche in Afghanistan oltreché in Pakistan). L’effetto è per adesso quello di aver fatto salire almeno settimanalmente il numero delle vittime civili causate da bombardamenti chirurgici solo per definizione. L'ultimo (cinque morti tra cui tre bambini) è solo di qualche giorno fa. Ma c’è di più.

Il generale John Nicholson, diventato il vero (e praticamente l'unico) portavoce della guerra, non perde occasione per spiegare la nuova strategia americana che normalmente dovrebbe essere resa nota dal presidente o dal suo segretario di Stato. Nicholson, cui si deve sia la scelta di aumentare le truppe sul terreno, sia la nuova escalation di bombardamenti, ha spiegato anche che adesso nel mirino ci sono i laboratori che raffinano oppio e lo trasformano in eroina. Poiché i dati dicono che la produzione aumenta, Nicholson sembra aver deciso in completa autonomia che bisogna smetterla con la diversificazione della produzione – offrendo ai contadini incentivi per terminare di coltivare il redditizio papavero – ma che conviene bombardare. Una strategia che già si è dimostrata fallimentare sia in Afghanistan sia altrove (Colombia). L'ingegnoso generale ha anche informato l’opinione pubblica che non si perderà più tempo a incendiare i campi coltivati a papavero ma che le bombe punteranno direttamente sui laboratori.

domenica 17 settembre 2017

Come ti insegno a uccidere meglio

Dopo l'assurdo errore del volantino sganciato dal cielo in cui un cane "cattivo", animale impuro per l'islam, portava una frase del Corano sul corpo mentre era inseguito da un leone "buono" (l'idea era che il cane fossero i talebani), a dimostrazione di una confusa strategia anche mediatica, l'unica certezza all'orizzonte del nuovo surge trumpiano è  che dal cielo non cadranno solo volantini ma sempre più bombe


Volantini dal cielo bombe dall’aria

Dai cieli afgani non piovono solo volantini...(continua nei prossimi giorni su il manifesto in un articolo a due mani con Giuliano Battiston)

domenica 3 marzo 2013

GRILLO, BERSANI E LE BOMBE DEL GULISTAN

Ho notato con grande soddisfazione che aver postato la foto di un bombardamento italiano di due giorni fa nel Gulistan ha suscitato tantissime reazioni (la ripubblico ingrandita perché è la prima che vedo: mi è stata gentilmente veicolata dall'Aeronautica) segno forse che l'abitudine alla guerra non ha toccato tutti i cuori e le coscienze del mio Paese. Un Paese che, senza nemmeno un decente passaggio parlamentare, ha deciso l'estate scorsa, per scelta del ministro tecnico Di Paola, di armare i nostri caccia in Afghanistan, fino ad allora impegnati in sole azioni ricognitive. La notizia all'epoca di reazioni ne suscitò davvero pochine. Ci fu solo l'Idv a prendere posizione con un'interrogazione parlamentare da cui uscì una conferma: ebbene si, siamo cresciuti, bombardiamo anche noi. Quante volte e con che effetti non è dato sapere. Importante era che ci si abituasse all'idea. Passata sotto silenzio dai maggiori partiti dell'Italia repubblicana, dal Pd al Pdl.

Mi ha scritto un sostenitori del M5S per dirmi che Grillo sulla guerra ha le idee chiare. Ma aihmé anche Beppe Grillo ha passato quelle bombe sotto silenzio. Si certo, sin dal 2002 se non erro ha detto che quella guerra era sbagliata e che bisognava riportare a casa i nostri. Sufficiente? Penso di no. Una posizione simile l'hanno avuta in tanti, articolandola in modi diversi, dall'Idv a Sel, passando per la Lega Nord che, pur essendo al governo, parlò alla pancia del popolino: via dalla guerra, tutti a casa.

Riportare i soldati a casa ormai è solo questione di tempo (entro il 2014 Nato dixit) anche se per ora non si sa con che tempi e con che modi, una delega in bianco lasciata a Di Paola, che decida con comodo. Nessuno, se non uno sparutissimo gruppo di parlamentari (dell'Idv) gli ha mai fatto le pulci. Nessuno, a iniziare dal Pd, ha chiesto chiarezza. Nessuno ha parlato del futuro. Che faremo dopo? E l'Afghanistan lo lasciamo così? E di quelli che temono la guerra civile che facciamo? Diamo loro asilo politico quando saremo tutti tornati a casa? Che facciano pure domanda da Patrasso, dove di solito arrivano a piedi, a un Paese che in materia è piuttosto sordastro.

So di affrontare un argomento così scomodo e negletto da diventare fastidioso. C'è chi ha detto che il pacifismo è roba d'altri tempi. Ma qui non è questione di essere solo pacifisti. Mentre infuria la polemica sul governo, gli Amx partono dalle loro basi e sparano. Non è solo che questo ci costa caro, è che dall'aria si commettono errori da cui troppo spesso non si torna più indietro. Ogni giorno di non governo è un missile in più. Ogni giorno passato a prendere le misure anche. E poi vedremo quando chi andrà a Montecitorio prenderà in mano la matassa. Comincino a dire che gli Amx devono restare a terra. Li facciano tornare a casa prima dei soldati. Spendano una parola sulla guerra più odiosa, quella dall'aria. Chi avrà il coraggio di farlo si prenderà il mio voto. Sono disposto a sacrificare l'ideologia se si salva anche solo una vita umana. Anche se è così lontana che la sua morte non fa rumore. Come le bombe nel Gulistan.

lunedì 16 luglio 2012

LE BOMBE A FARAH, IL SILENZIO A ROMA

Il comunicato della Rete Afgana

Secondo reiterate notizie di stampa che da oltre una settimana riportano di intense attività di bombardamento nella provincia afgana di Farah con i caccia Amx in forza al contingente italiano e dopo le reiterate conferme da parte di ufficiali e funzionari della Difesa, la rete della società civile italiana “Afgana” ritiene inspiegabile e inaccettabile il silenzio che circonda la vicenda. A quanto ci risulta infatti, nessuna forza politica ha finora preso ferma posizione o ha chiesto spiegazioni al ministro della Difesa e al governo stesso. Afgana chiede che questa attività cessi immediatamente e invita le forze politiche a esprimersi a riguardo.

A nostro avviso quanto avviene è assai grave in quanto l'attività di bombardamento è in netto contrasto con i caveat finora adottati nel rispetto del mandato costituzionale: appare come una decisione che, avendo completamente esautorato il parlamento italiano dalle sue prerogative, avrebbe, non si sa per quale via, concesso al titolare della Difesa di decidere di armare i caccia e di usarli per bombardare, a quanto risulta, da almeno sei mesi. Riteniamo che decisioni di questo tipo, prese in totale solitudine e senza alcun dibattito politico in parlamento, possano essere gravide di ricadute pericolose per l'immagine dell'Italia e la sicurezza stessa del contingente.

Ancor prima però, la nostra viva preoccupazione va alle possibili o potenziali vittime civili che, anche incidentalmente, possono essere causate da bombe del peso di 250 chilogrammi. Ci chiediamo anche se sia vera l'ipotesi che l'attuale titolare della Difesa aspiri a un posto di segretario generale della Nato, come riportato ieri da un organo di stampa, e quale sia la politica di un Paese che alla Conferenza dei donatori di Tokyo si è speso con vigore per i diritti delle donne e della società civile afgana e che, alla vigilia dell'uscita delle nostre truppe dal Paese, decide invece di mostrare i muscoli nel modo peggiore: armando i caccia.

mercoledì 22 luglio 2009

I FRUTTI AVVELENATI DEL PASSATO

Bombe a Giacarta. Una riflessione a margine


“Guerre dimenticate” è una locuzione che troppo spesso è stata
affibbiata all’Africa o a qualche remoto conflitto di bassa intensità
sulle ande colombiane. Quando pensiamo all’Asia consideriamo la guerra
infinita che travaglia il Medio oriente o ci concentriamo
sull’Afghanistan, al massimo sull’AfPak, l’acronimo con cui ci siamo
abituati a pensare quella guerra in chiave regionale. Ma in realtà
l’Asia, il continente più vasto e più popoloso del pianeta, è una
terra di grandi conflitti e tensioni. Guerre che, più che dimenticate,
spesso non vengono nemmeno considerate come se fossero malattie
endemiche (e un po’ lo sono) senza soluzione. Dell’Asia preferiamo
considerare il bicchiere mezzo pieno: i grandi numeri dello sviluppo
cinese e indiano, le performance delle “tigri”, il “secolo dell’Asia”,
che ogni anno ci viene ripropinato come tale.

Molti dei conflitti dell’Asia, dalle guerre indo-pachistane, alla
crisi dello Sri Lanka, alle tensioni costanti tra Thailandia e
Malaysia, ai conflitti irrisolti nella Birmania profonda, alla guerra
sottotraccia nel Sud delle Filippine, hanno un’origine coloniale.
Certo gli asiatici, popoli guerrieri non meno degli occidentali, ci
hanno messo del loro, ma è fuor di dubbio che la colonizzazione e il
lento processo di decolonizzazione (la Malaysia divenne indipendente
solo negli anni Cinquanta del secolo scorso) hanno lasciato magagne
difficili da sanare: i britannici lasciarono in eredità a indiani e
pachistani le maledette frontiere del Punjab e del Bengala, che fino
agli anni Settanta, si chiamava Pakistan orientale, un’aberrazione
geopolitica forse senza precedenti. Avevano anche disegnato nel 1880
la contestatissima Durand Line tra Afghanistan e Pakistan – che aveva
inesorabilmente diviso in due il mondo pashtun - e si erano ben
guardati dal risolvere i contenziosi di frontiera tra il regno thai e
le popolazioni malesi (musulmane) inglobate dal Siam.

Nel Sudest asiatico la loro permanenza aveva contribuito a mettere i
malesi contro gli indonesiani per via di quella fetta di Borneo che la
Corona si era accaparrata grazie ad avventurieri come James Brooke. In
Indonesia in particolare erano stati gli olandesi (ma anche
portoghesi, francesi, inglesi) ad aver fatto di quel ricco paese
soprattutto una riserva aurea per la monarchia e la classe mercantile
dei Paesi bassi. Una cassaforte ceduta molto controvoglia – con meno
abilità rispetto a quanto aveva fatto Londra con il Raj – e al prezzo
di una vera e propria guerra di indipendenza capeggiata da Sukarno.
Sukarno e i suoi sodali si ritrovarono in mano un paese distrutto che
la corona olandese aveva tenuto insieme con la forza e la paura dopo
averne depauperato i suoli, le ricchezze minerarie, i profitti che
poteva offrire il mare in una nazione di 16mila isole. Gli olandesi
avevano tenuto assieme un impero tanto vasto per tre secoli curandosi
poco di governare una diversità etnica, linguistica, culturale che
sarebbe inevitabilmente esplosa con l’arrivo della libertà.

Esplose due volte: negli anni Sessanta quando l’Indonesia cercò di diventare
davvero un paese indipendente (non solo formalmente) e venne messa a
regime da un golpe, assecondato da americani e occidentali, che portò
a 32 anni di dittatura. Infine è esplosa dopo la caduta della stessa
dittatura, liberando forze vecchie e nuove (tra cui l’islam) e
mettendo a soqquadro un ordine, politico ed economico, che era stato
governato col pugno di ferro per sei lustri dal dittatore Suharto.
Governare questa seconda esplosione è stata la scommessa di Yudoyhono,
il presidente due volte eletto che nella libertà ha davvero creduto.
Sperando che l’età del conflitto fosse definitivamente finita non ha
forse fatto i conti con gli strascichi di questa difficile situazione.
E aver iniziato a mettere le mani in questa matassa gli sta costando
caro.

Quale che sia la mano che ha innescato le bombe di qualche giorno fa a Giacarta, la nuova stagione del
terrore sembra far venire al pettine tutti quei nodi antichi e le
regie sotterranee già viste in questo vasto e lontano arcipelago.
Difficile credere a una Jemaah Islamiyah che rinasce dalle ceneri e
colpisce per qualche oscuro progetto jihadista. Più facile credere a
un’attenta regia di destabilizzazione, come in Asia se ne vedano tante
e che il presidente Yudoyhono ha in qualche modo paventato. Liquidare
le bombe con una sigla non servirà.

In paesi come l’Indonesia, la democrazia è una democrazia vera e non
importata dall’esterno. Frutto di una presenza forte della società
civile e di una capacità anche culturale di assorbire le spinte
negative e di lavorare per la (ri) costruzione di un paese le cui
frontiere artificiali sono state create e custodite per 300 anni da
gente di un altro colore. Equilibri difficili da maneggiare e che una
bomba può tentare di mandare in pezzi con facilità. Colpendo coloro
che lavorano per costruire il futuro sulle ceneri di un pessimo
passato.