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venerdì 11 giugno 2021

Il futuro dell'Afghanistan


L
a dipartita completa delle truppe straniere dall’Afghanistan prevista a settembre solleva una serie di preoccupazioni, in parte condivisibili in parte forse sovrastimate, che sembrano a volte sottintendere che, magari... sarebbe stato meglio restare. Tensione e timori sono comprensibili, assai meno una specie di racconto del caos in cui l’Afghanistan precipiterebbe proprio perché noi ce ne andiamo. Con un ragionamento molto semplice e quasi banale, viene infatti da pensare che, se si leva dal fuoco il ciocco più grosso (la guerra contro gli stranieri), dovrebbe esser più facile governare le ceneri per quanto ancora calde. La Storia può dare una mano.

Quando nel 1989 dopo dieci anni di una guerra fallimentare l’Urss si ritirò dall’Afghanistan, nessuno si preoccupò del baratro su cui il Paese era sospeso: con una guerra civile in corso, uno Stato fallimentare ormai privo di aiuti (che l’Urss cominciò a sospendere dal ritiro) e un futuro oscuro per donne che, all’epoca del soviet afgano, erano ministre o direttrici di giornali che non portavano il burqa. Proprio quanto avvenne ai tempi dell’Urss dovrebbe servire di lezione perché col ritiro delle truppe andrebbe previsto un piano a lungo termine, una visione per ricompensare almeno in parte i danni di un conflitto durato vent’anni. Allora non era semplice farlo ma oggi si può.

Quando dopo gli accordi di Ginevra dell’aprile 1988 Urss, Usa e Pakistan si accordarono sul ritiro dell’Armata rossa, a patto che nessuno più finanziasse la resistenza, a maggio iniziò il ritiro dei soldati che si concluse in febbraio. Il governo di Najibullah però resisteva: è nota la battaglia di Jalalabad dell’aprile ‘89 quando i mujahedin, che Usa e Pakistan continuavano a rifornire violando gli accordi, non riuscirono a prendere la città che sta sulla frontiera col Pakistan, retroterra dell’intera coalizione guerrigliera. Fu solo dopo il 1990 che le cose si complicarono: gli Usa smisero di sostenere i combattenti islamici (ma non cosi Islamabad e Riad) mentre Gorbaciov si rifiutò di continuare a pagare Najibullah. Non potendo più erogare gli stipendi, il suo esercito si sciolse come neve al sole e i mujahedin, gente non molto più progressista dei Talebani, entrarono vittoriosi a Kabul dove iniziarono a guerreggiare tra loro.

Trent’anni dopo, pur con tutte le differenze, siamo a un punto simile... Leggi tutto su atlanteguerre

lunedì 26 settembre 2016

Dissento dunque scrivo. Visioni consigliate

Si apre oggi all’Università degli Studi di Milano una mostra dedicata alla storia recente del dissenso nell'ex Unione Sovietica attraverso uno dei suoi più famosi strumenti, il  Samizdat,  protagonista di "Dalla censura e dal samizdat alla libertà di stampa. URSS 1917-1990", mostra inaugurata a Mosca e poi esposta alla Bibliothèque de Documentation Internationale Contemporaine di Nanterre e alla Biblioteca della Sorbona di Parigi, che da oggi approda a Milano.

La mostra, organizzata da Memorial Mosca e dalla Biblioteca Statale di Storia della Federazione Russa, a cura di Boris Belenkin e di Elena Strukova (che saranno presenti all'inaugurazione), deve il progetto grafico a Pëtr Pasternak: presenta  protagonisti e  documenti dell'opposizione al regime sovietico, dando ampio risalto figurativo a un fenomeno storico unico nel suo genere, il Samizdat, canale di distribuzione clandestino e alternativo di scritti illegali, censurati o ostili al regime.

sabato 20 luglio 2013

SAPORE DI SAUR

Il video postato qua sotto è una vera rarità. Per quel che ne capisco mi pare un cortometraggio di propaganda dell'epoca della Rivoluzione di Saur (aprile '78), un golpe guidato da Amin, Karmal e Taraki (nell'immagine a dx). Nel filmato c'è Taraki che arringa e che fu ucciso nel settembre '79, alla vigilia dell'invasione sovietica. Al suo posto andò prima Amin che fu poi sostituito da Karmal (entrambi si vedono nel video alle spalle del presidente).



Il film di propaganda sulla sfilata dell'esercito nazionale (tratto da Kabul a City at Work , un sito con annessa fbpage che consiglio vivamente da visitare) induce qualche riflessione. Donne senza velo e uomini in abito occidentale. L'Afghanistan sembrava un Paese normale, avanzato, progressista ma sappiamo che non era così o meglio, la vicinanza e poi la presenza dell'Urss indussero riforme importanti (donne ministro o direttrici di giornali, riforma della terra e sanitaria) ma purtroppo sempre di golpe (Saur) e sempre di invasione (1979) si trattava. La riflessione riguarda l'intervento occidentale e l'occupazione militare attuali: le donne vanno a scuola e hanno smesso il burqa. Poiché sono passati quarant'anni sono anche assai di più che ai tempi di Taraki. Ma tutto è stato imposto, e in fretta, dall'esterno. Se questo povero e dannato Paese avesse il tempo di fare la sua strada in santa pace....Una speranza per il dopo 2014

giovedì 21 marzo 2013

TRENT'ANNI DOPO


Trentanni fa, era il settembre del 1980, Bakhretdin Khakimov, soldato sovietico di origine uzbeca, fu visto per l'ultima volta. Poi sparì. Adesso un Comitato moscovita composto in gran parte da reduvci dell'Afghanistan lo ha trovato: si chiama Sheikh Abdullah e vive a Herat. Allora aveva 20 anni ed era stato un soldato della 101ma motirizzata di stanza vicino alla capitale proivinciale. Il Guardian, che racconta la vicenda, scrive che si pensava che Abdullah alias Bakhretdin dosse stato ferito in modo così grave da morire. Invece fu aiutato dai locali, si salvò, si sposo e andò a vivere nella regione di Shindand (più a Sud). Guarì così bene da doventare un guaritore. Sua molgie è morta, non ha figli ma non sembra aver mai voluto tornare a casa. Non tanto in Unione sovietica ma a Samarcanda di cui era originario. Trent'anni fa.

lunedì 7 dicembre 2009

L'ULTIMA DEL DIARIO

Il futuro dell'Afghanistan in due scatti di due bravi fotografi a trent'anni di distanza. Ma per vedere le due immagini cui fa riferimento il testo bisogna comprare l'ultimo (aihnoi) numero del Diario da sabato scorso in edicola


Se il futuro è anche la somma degli errori del passato, gli americani e la Nato sembrano aver imparato poco dall'esperienza pregressa. In Afghanistan infatti, più che una “sindrome Vietnam”, si assiste a una sorta di “incubo Armata rossa”, il “torrente d'acciaio” che sul finire del 1979 fu inviato da Mosca a Kabul per sostenere il governo “amico” di Afizullah Amin. Dopo quasi un milione di morti, oltre 4 di feriti e 5 di sfollati, l'Armata rossa lasciò il paese che doveva avvitarsi in una guerra civile durata 4 anni e seguita dall'oscuro periodo del regime talebano. Erano passati dieci anni. Nove invece da che le truppe occidentali sono sbarcate a Kabul nel 2001.

Quando i sovietici entrarono in Afghanistan, un fotografo italiano che si trovava in Iran partì per Kabul con un visto turistico. Riuscì a passare inosservato – unico giornalista occidentale nella capitale afgana – perché utilizzava, oltre alla grande abilità che lo ha consacrato tra i padri del fotogiornalismo, una piccola fotocamera con cui per primo documentò l'invasione. Lo scatto di Romano Cagnoni alla vostra sinistra racconta quel periodo: dall'alto della collina di Wazir Akbar Khan nel cuore di Kabul, guarda l'imbuto tra le montagne che porta verso Nord, al passo di Salang, l'unica strada, adesso come allora, che era ed è possibile percorrere senza grandi rischi. Verso la grande base militare sovietica di Baghram, che è oggi il quartier generale delle truppe Usa.

Trent'anni e
quattro conflitti dopo, Romano Martinis, casualmente, è andato sulla stessa collina e ha fotografato, con qualche grado di differenza, la valle di Kabul che guarda verso il passo di Salang. Vi si nota una città cresciuta dai 500mila abitanti dell'epoca presovietica ai 4 milioni attuali. E dell'Armata rossa che Cagnoni fotografò, resta adesso un carro armato arrugginito che guarda immobile la città. Se qualcosa non cambia rapidamente in Afghanistan, se non arriverà al più presto una svolta a 360 gradi che pare ormai impossibile, tra trent'anni potremmo vedere uno scatto molto simile. Forse una città più grande. Forse una jeep americana arrugginita, che guarda immobile verso il Salang Pass.

mercoledì 13 maggio 2009

IL CANCRO CHE VIENE DAL FREDDO

Come Flaubert (“Madame Bovary c'est moi”!) Asif Ali Zardari ha ammesso che il “cancro” che attanaglia il Pakistan è una creatura del Pakistan stesso ma anche degli Stati uniti: “Lo creammo assieme per vincere l'Urss ma poi smettemmo di curarcene”. Qualche interpretazione suggerisce che il cancro siano i talebani, ma la storia è più antica: benché il refrain dica che vennero creati dal Pakistan, il movimento di mullah Omar fu all'inizio del tutto autoctono (solo in seguito curato e allevato da Islamabad e Riad) e nato per rispondere a un altro flagello: i mujaheddin. Il cancro cui allude Zardari furono forse proprio i guerriglieri islamisti, vasta eterogenea genia che andava da Hekmatyar a Sayyaf, passando per Massud (e si, anche il nobile “leone del Panjshir” – ora eroe nazionale - che parlava francese e godeva di grande audience mentre bombardava i villaggi hazara o faceva fuori i maoisti sui ex alleati tattici). Ognuno aveva il suo sponsor (Riad, Teheran) ma furono soprattutto Islamabad e Washington a creare l'alchimia maledetta. Noi europei approvammo, come sempre, quel che era deciso altrove senza renderci conto che i guerriglieri che lottavano (giustamente) per la libertà dall'invasore sovietico, rappresentavano anche i feudatari locali, le gerarchie religiose, i neonati partiti islamisti. Fummo disposti a tutto purché il cancro sovietico fosse distrutto. Poi vennero i talebani, prodotto di quel collasso. Ma come ebbe a dire Zbigniew Brzezinski, sino all'81 consigliere di Carter: “Cos'è più importante per la storia? I talebani o il collasso dell'Urss?”. Zardari ha risposto.