La fiammata del ritorno di Covid-19 in Cina, all’inizio dell’estate, ha creato timori in tutto il mondo e in particolare in Asia orientale, dove si teme che nuovi focolai di infezione riportino indietro le lancette dell’orologio. Non ovunque: il Giappone per esempio ha tolto lo stato di emergenza e Paesi come Taiwan o la Corea del Sud sono abbastanza tranquilli sulla capacità di governare possibili nuovi picchi, forse anche grazie al loro relativo isolamento geografico. Nel Sudest asiatico, la vasta regione al confine meridionale della Cina, le cose sono un po’ diverse. I Paesi hanno reagito sin dall’inizio della crisi con modalità differenti e la paura non è certo passata, specie in Indonesia e Malaysia, che presentano ancora i tassi più alti di infezione. Ma il timore di una ripresa è contagioso anche per chi ha meno infetti e riguarda in particolare quelli che potremmo chiamare i “Paesi della cintura”: Paesi che non hanno molti casi di contagio ma che proprio per questo continuano a tenere alta la guardia.
Sono in particolare i quattro Stati che confinano con la grande Cina Popolare – dunque i più vicini geograficamente al primo focolaio di Wuhan,e quindi, a rigor di logica, i più esposti. Come un po’ ovunque nel Sudest, vi abitano comunità cinesi della diaspora e, soprattutto, sono crocevia di un intenso via vai commerciale e di una grossa circolazione di persone da e verso la Cina, e si trovano sulla rotta di lavoratori stagionali impegnati nei grandi lavori della Nuova Via della Seta.
Eppure, Cambogia, Laos, Vietnam e Myanmar sono tra gli Stati meno colpiti al mondo. E’ una sorta di mistero perché si tratta di Paesi poveri, con evidenti casi di sottosviluppo, malnutrizione, povertà e, soprattutto, con una struttura sanitaria di base – fatta forse esclusione per il Vietnam – fragile e, in diverse aree, inesistente. Come è possibile dunque che siano tra i pochi Stati al mondo a essere sostanzialmente immuni dal virus? Con l’esclusione del Myanmar, che ha avuto sei decessi, sono tutti Paesi dove il virus non ha ufficialmente fatto vittime e dove la somma dei casi di infezione non arriva a mille. Davvero poco su un totale di circa 180 milioni di abitanti. Qual è il segreto del “mistero della cintura”?
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giovedì 23 luglio 2020
sabato 18 luglio 2020
Authoritarian contagion? Not as much as you’d think
Asia is a large continent, and trying to make a general assessment of its response to the virus is almost impossible. However, some trends and particular good examples can be examined—and if we exclude China, a world unto itself, we can attempt a classification.
First, there are the countries on the border with China, its southern geographical “belt”: Cambodia, Laos, Vietnam and Myanmar, direct neighbors but among the least-affected countries in the world. Then, there are the countries with large populations, from Indonesia to the highly populous nations of South Asia, with relatively “few cases.” Then, the rich countries, technologically advanced but not always praiseworthy at the social level (South Korea, Malaysia, Singapore). Finally, the areas where war reigns, more or less explicitly proclaimed, from Afghanistan to the endemic conflicts around Myanmar.
First, we must look at the “mystery of the (Chinese) belt.” Looking at the statistics table, it is striking that only five countries in Asia have zero recorded deaths. Excluding East Timor (24 cases, 0 deaths) and Turkmenistan (0 cases, 0 deaths), the others are Vietnam, Cambodia and Laos, to which we can add Myanmar (only 6 deaths). These are the countries from the southern “belt” of China, on the periphery of the “Empire” and therefore the closest to the epicenter in Wuhan (Central Asia, further to the west, was also little affected, but is farther from the epicenter).
Read all on ilmanifesto (published on June 21th)
First, there are the countries on the border with China, its southern geographical “belt”: Cambodia, Laos, Vietnam and Myanmar, direct neighbors but among the least-affected countries in the world. Then, there are the countries with large populations, from Indonesia to the highly populous nations of South Asia, with relatively “few cases.” Then, the rich countries, technologically advanced but not always praiseworthy at the social level (South Korea, Malaysia, Singapore). Finally, the areas where war reigns, more or less explicitly proclaimed, from Afghanistan to the endemic conflicts around Myanmar.
First, we must look at the “mystery of the (Chinese) belt.” Looking at the statistics table, it is striking that only five countries in Asia have zero recorded deaths. Excluding East Timor (24 cases, 0 deaths) and Turkmenistan (0 cases, 0 deaths), the others are Vietnam, Cambodia and Laos, to which we can add Myanmar (only 6 deaths). These are the countries from the southern “belt” of China, on the periphery of the “Empire” and therefore the closest to the epicenter in Wuhan (Central Asia, further to the west, was also little affected, but is farther from the epicenter).
Read all on ilmanifesto (published on June 21th)
venerdì 17 luglio 2020
Libertà di stampa, pugno di ferro in Malaysia
Il rapporto e la gestione con i migranti in Malaysia, caratterizzati nei mesi scorsi da deportazioni e arresti, ha visto crescere le intimidazioni ai giornalisti che si sono occupati del caso e suscitato la preoccupazione delle organizzazioni di difesa della libertà di espressione. L’ultimo capitolo riguarda un video di inizio luglio dell’emittente del Qatar Al Jazeera in cui viene documentato l'arresto di migranti privi di documenti durante la pandemia Covid-19. Il documentario - Locked Up in Malesia Lockdown – è stato criticato dalle autorità come inaccurato, fuorviante e ingiusto e il ministero della Difesa ha invitato Al Jazeera a scusarsi sostenendo che le accuse di razzismo e discriminazione contro i migranti privi di documenti erano false. La polizia ha annunciato un'indagine sul personale dell’emittente araba per reati come potenziale sedizione, diffamazione e violazione del Communications and Multimedia Act.La tv del Qatar ha respinto le accuse, segno di una sterzata autoritaria che sembra aver chiuso la luna di miele tra governo e giornalisti che era appena stata lodata da Reporter Sans Frontieres, la maggior organizzazione di difesa della libertà di stampa, secondo cui “dopo la sconfitta a sorpresa del partito dell'ex premier Najib Razak nel maggio 2018, una ventata d'aria fresca ha iniziato a soffiare sulla libertà di stampa... i giornalisti e i media inseriti in una lista nera sono stati in grado di riprendere l’attività (e) l'ambiente generale in cui operano i giornalisti si è notevolmente alleggerito, l'autocensura si è ridotta enormemente e le pubblicazioni del Paese presentano ora opinioni molto più equilibrate tra l'opposizione e la maggioranza”. Una luna di miele interrottasi con la pandemia. Le prima avvisaglie si sono avute dopo un’inchiesta del South China Morning Post sulla condizione dei lavoratori migranti (oltre 5 milioni in Malaysia) e in particolare dopo un articolo - a firma Tashny Sukumaran e Bhavan Jaipragas – che documentava l’arresto violento di centinaia di migranti all’interno di tre dormitori in una “zona rossa” nella capitale Kuala Lumpur il 1 maggio.
In Malaysia, secondo RsF, “l’esecutivo ha ancora un arsenale legislativo assolutamente draconiano per reprimere la libertà di stampa: il Sedition Act del 1948, il Official Secrets Act del 1972, il Press and Publications Act del 1984 e la legge sulle comunicazioni e il multimediale del 1998… che pesano come una spada di Damocle sui giornalisti”. La Malaysia non è per altro l’unico Paese dell’Asia ad aver stretto le maglie della libertà di espressione come ben dimostra il caso della giornalista filippina Maria Ressa: un appello di RsF sul sito dell’organizzazione in suo appoggio ha già quasi raggiunto 10mila firme. In Myanmar, decine di siti internet sono stati chiusi all’inizio di quest’anno con l’accusa di pornografia ma tra questi alcuni erano testate di informazione. Diversi giornalisti infine sono stati incriminati per aver intervistato gruppi guerriglieri definiti terroristi.
mercoledì 6 maggio 2020
Il rigore di Timor Est
Non sono molti i cattolici in Asia, poco più di 120 milioni. Il Paese cattolico per eccellenza sono le Filippine dove dei suoi cento milioni di abitanti l’86% guarda al Vaticano. Ma c’è un piccolo Paese dove i seguaci di Pietro sono il 97% della popolazione: più delle Filippine e persino dell’Italia (dove si considera cattolico circa l’80% dei credenti). E’ Timor Est, 1,3 milioni di abitanti, indipendente da meno di vent’anni e uscito da una guerra fratricida per l’indipendenza ostacolata in ogni modo dall’Indonesia, di cui era provincia dopo la fine della colonia che faceva capo a Lisbona. Paradossalmente da questo piccolo, lontano e poverissimo Paese arrivano un paio di lezioni in tempo di Covid-19. La prima riguarda il virus, la seconda il ruolo, non certo secondario, della Chiesa.
Il primo caso di Coronavirus è del 21 marzo ma da tre giorni Dili ha già chiuso le frontiere con l’Indonesia, che governa la metà occidentale dell’isola più orientale dell’arcipelago. Scattano subito le restrizioni - che sono state appena riconfermate a fine aprile – e il 28 marzo lo stato di emergenza. A oggi Timor Est può vantare solo 24 casi e nessuna vittima. La Chiesa locale, anziché sbraitare contro la libertà religiosa, ha appoggiato il governo sin dall’inizio, cosa appena ribadita qualche giorno fa. La messa e il servizio religioso si continuano a fare ma via cavo, con la radio, sui social. L’arcivescovo di Dili, Virgílio do Carmo da Silva, noto per le sue posizioni sempre concilianti e per un messaggio più volte ribadito di riconciliazione nazionale, ha fatto di più. E ha istituito una sorta di comitato pastorale con competenze di psicologia e medicina per sostenere i più deboli. Il comitato lavora con l’aiuto di sacerdoti, suore e volontari e con la locale missione della Caritas. L’arcidiocesi di Dili ha anche fatto provviste per i più emarginati: sei tonnellate di riso, olio e latte da distribuire nelle 30 parrocchie della sua giurisdizione. Una nota fa sapere che un occhio di riguardo sarà per le vedove e per i venditori ambulanti che, per via delle restrizioni, non possono viaggiare. Quel che resta sarà distribuito nel resto dell’isola.
Nell’altro grande Paese cattolico le cose vanno invece molto diversamente e la Chiesa non può farci granché. Con quasi 9mila casi e oltre 600 morti, le Filippine sono superate nel Sudest asiatico solo dall’Indonesia (più di 800 vittime). Guidata da Rodrigo Duterte - un Trump in salsa agrodolce - Manila ha scelto la linea dura non essendo in grado però di gestire la crisi sociale. Come spiega su Open Democracy il sociologo filippino Filomin Gutierrez, il presidente ha sottovalutato la virulenza del virus e ha assicurato di avere le coperture necessarie mentre “coerentemente con la sua aggressiva posizione contro il crimine” incaricava la polizia e l'esercito di "sparare a chi seminasse disordine”. Ottenuti i poteri di emergenza dal Congresso – cosa che nel suo caso è preoccupante - Duterte ha varato un programma di miglioramento sociale e di assistenza in contanti ma si è rapidamente visto che la domanda superava largamente l’offerta. E le carceri sono così piene - oltre 130mila detenuti - che lo sceriffo ha dovuto amnistiare quasi 10mila prigionieri per la crescita del virus nelle galere. “La pandemia – conclude Gutierrez - ha messo in luce tensioni interclassiste latenti” e ha visto la classe media e quella dei lavoratori tutelati prendersela con il settore informale. Solo donazioni private o di reti solidali “hanno indicato il solido potenziale di risposta della società civile”. Una luce in fondo al tunnel.
Il primo caso di Coronavirus è del 21 marzo ma da tre giorni Dili ha già chiuso le frontiere con l’Indonesia, che governa la metà occidentale dell’isola più orientale dell’arcipelago. Scattano subito le restrizioni - che sono state appena riconfermate a fine aprile – e il 28 marzo lo stato di emergenza. A oggi Timor Est può vantare solo 24 casi e nessuna vittima. La Chiesa locale, anziché sbraitare contro la libertà religiosa, ha appoggiato il governo sin dall’inizio, cosa appena ribadita qualche giorno fa. La messa e il servizio religioso si continuano a fare ma via cavo, con la radio, sui social. L’arcivescovo di Dili, Virgílio do Carmo da Silva, noto per le sue posizioni sempre concilianti e per un messaggio più volte ribadito di riconciliazione nazionale, ha fatto di più. E ha istituito una sorta di comitato pastorale con competenze di psicologia e medicina per sostenere i più deboli. Il comitato lavora con l’aiuto di sacerdoti, suore e volontari e con la locale missione della Caritas. L’arcidiocesi di Dili ha anche fatto provviste per i più emarginati: sei tonnellate di riso, olio e latte da distribuire nelle 30 parrocchie della sua giurisdizione. Una nota fa sapere che un occhio di riguardo sarà per le vedove e per i venditori ambulanti che, per via delle restrizioni, non possono viaggiare. Quel che resta sarà distribuito nel resto dell’isola.
Nell’altro grande Paese cattolico le cose vanno invece molto diversamente e la Chiesa non può farci granché. Con quasi 9mila casi e oltre 600 morti, le Filippine sono superate nel Sudest asiatico solo dall’Indonesia (più di 800 vittime). Guidata da Rodrigo Duterte - un Trump in salsa agrodolce - Manila ha scelto la linea dura non essendo in grado però di gestire la crisi sociale. Come spiega su Open Democracy il sociologo filippino Filomin Gutierrez, il presidente ha sottovalutato la virulenza del virus e ha assicurato di avere le coperture necessarie mentre “coerentemente con la sua aggressiva posizione contro il crimine” incaricava la polizia e l'esercito di "sparare a chi seminasse disordine”. Ottenuti i poteri di emergenza dal Congresso – cosa che nel suo caso è preoccupante - Duterte ha varato un programma di miglioramento sociale e di assistenza in contanti ma si è rapidamente visto che la domanda superava largamente l’offerta. E le carceri sono così piene - oltre 130mila detenuti - che lo sceriffo ha dovuto amnistiare quasi 10mila prigionieri per la crescita del virus nelle galere. “La pandemia – conclude Gutierrez - ha messo in luce tensioni interclassiste latenti” e ha visto la classe media e quella dei lavoratori tutelati prendersela con il settore informale. Solo donazioni private o di reti solidali “hanno indicato il solido potenziale di risposta della società civile”. Una luce in fondo al tunnel.
sabato 25 aprile 2020
Vietnam. La piccola grande vittoria di un piccolo grande Paese
A guastare la festa al Paziente 247 – e con lui a tutto il Vietnam che venerdi si era svegliato festeggiando 8 giorni senza nuovi casi di Covid -19 – sono stati due studenti rientrati dal Giappone il 22 aprile e, da ieri, conclamatamente positivi. La stampa vietnamita, che venerdi mattina celebrava l’uscita dall’ospedale del Paziente 247 – immortalato con mascherina e mazzo di fiori offerto dai sanitari – ha dovuto in serata dare la notizia dei due nuovi casi ora in cura all'Ospedale Nazionale per le Malattie Tropicali, dopo che il test ha dato risultato positivo. Si tratta del Paziente 269, maschio di 23 anni del Comune di Hương Mai, e del Paziente 270, femmina di anni 22 anni, del distretto di Tiến Dũng. Riportiamo pedissequamente i dati seguendo un protocollo ormai diffuso non solo in Vietnam ma, per esempio, anche qui in Myanmar...
segue su ilmanifesto
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domenica 12 aprile 2020
Indonesia: un dramma in 16mila isole
Quando il 9 aprile anche la provincia di Gorontalo a Sulawesi ha dichiarato il suo primo caso di Covid-19, l’Indonesia si è resa definitamente conto che, con 34 provincie contagiate su 34, l’illusione di aver scantonato dalla pandemia mondiale era definitivamente tramontata. Un’illusione alimentata da dichiarazioni deliranti sulla medicina locale naturale, il clima o il buon Dio che hanno accompagnato la fase della diffusione e che ancora oggi frenano l’ammissione della gravità della situazione. Una situazione che il presidente Jokowi (nella foto sotto), capo dello Stato con grande consenso di massa, rischia questa volta di pagare molto cara. La sfida più grossa – in un Paese che oggi conta quasi 4mila casi e oltre 300 decessi (erano 1500 a inizio aprile con 136 morti), deve ancora venire. Si chiama Ramadan e prevede che tra 20 e 30 milioni di persone si spostino per il mese del digiuno. Ma anziché vietare i viaggi, il governo si è limitato a raccomandare che chi partecipa al mudik - o pulang kampung, il rientro a casa per le feste – faccia la quarantena. Chi controllerà?
Il quarto Stato più popoloso al mondo (270 milioni) dopo Cina, India e Usa non è indenne dai rischi propri dei grandi Paesi dove la mobilità è elevata e che oggi sono esempi di buone o cattive pratiche. Se negli Usa i casi aumentano, l’India ha rinnovato il lockdown e in Cina si sta uscendo dall’incubo, l’Indonesia sembra la negazione di quanto fatto sinora in Asia in Paesi che bene o male gestiscono il virus: Singapore, Corea del Sud, Taiwan, Vietnam. Persino il piccolo Laos o il poverissimo Myanmar. Fino dagli inizi di marzo, con l’ammissione reticente sui primi casi, Giacarta - continuando a gettare acqua sul virus - si è affidata a una sorta di fatalismo della speranza, nascondendo i dati come lo stesso Jokowi ha ammesso “per non suscitare panico”. Negligenza, attendismo, calcolo politico o difesa dell’economia?
Il 10 marzo l’Oms scrive a Giacarta per spingerla ad azioni drastiche ma lo stato di emergenza arriva solo il 1 aprile. Nonostante Jokowi stia costruendo nel Paese un sistema sanitario diffuso e universale, l’Indonesia non è pronta per una crisi in grande stile. La stampa fa i conti: tre posti letto ogni centomila persone, 8mila ventilatori in tutto l’arcipelago e pochissime strutture per terapia intensiva. A fine marzo una proiezione sviluppata da Universitas Indonesia-Bappenas spiega che, senza distanziamento fisico obbligatorio e altra misure drastiche, si potrebbe avere un bilancio tra 48mila e 240mila morti entro aprile e che l’assenza di interventi forti potrebbe portare a circa 2,5 milioni di positivi per fine mese.
Sotto i riflettori anche i litigi interni, manifesto dei quali è lo scontro tra Jokowi e il governatore della capitale Anies Baswedan (nella foto sopra), favorevole a misure coercitive e al blocco totale di Giacarta cui Jokowi si è inizialmente opposto. Il presidente si sarebbe – dicono i detrattori – occupato più dell’economia che della salute dei cittadini. Nel mirino anche il suo ministro della sanità Terawan Agus Putranto, un ex generale secondo cui il Paese sarebbe stato risparmiato grazie alle preghiere.
Il quarto Stato più popoloso al mondo (270 milioni) dopo Cina, India e Usa non è indenne dai rischi propri dei grandi Paesi dove la mobilità è elevata e che oggi sono esempi di buone o cattive pratiche. Se negli Usa i casi aumentano, l’India ha rinnovato il lockdown e in Cina si sta uscendo dall’incubo, l’Indonesia sembra la negazione di quanto fatto sinora in Asia in Paesi che bene o male gestiscono il virus: Singapore, Corea del Sud, Taiwan, Vietnam. Persino il piccolo Laos o il poverissimo Myanmar. Fino dagli inizi di marzo, con l’ammissione reticente sui primi casi, Giacarta - continuando a gettare acqua sul virus - si è affidata a una sorta di fatalismo della speranza, nascondendo i dati come lo stesso Jokowi ha ammesso “per non suscitare panico”. Negligenza, attendismo, calcolo politico o difesa dell’economia?
Il 10 marzo l’Oms scrive a Giacarta per spingerla ad azioni drastiche ma lo stato di emergenza arriva solo il 1 aprile. Nonostante Jokowi stia costruendo nel Paese un sistema sanitario diffuso e universale, l’Indonesia non è pronta per una crisi in grande stile. La stampa fa i conti: tre posti letto ogni centomila persone, 8mila ventilatori in tutto l’arcipelago e pochissime strutture per terapia intensiva. A fine marzo una proiezione sviluppata da Universitas Indonesia-Bappenas spiega che, senza distanziamento fisico obbligatorio e altra misure drastiche, si potrebbe avere un bilancio tra 48mila e 240mila morti entro aprile e che l’assenza di interventi forti potrebbe portare a circa 2,5 milioni di positivi per fine mese.Sotto i riflettori anche i litigi interni, manifesto dei quali è lo scontro tra Jokowi e il governatore della capitale Anies Baswedan (nella foto sopra), favorevole a misure coercitive e al blocco totale di Giacarta cui Jokowi si è inizialmente opposto. Il presidente si sarebbe – dicono i detrattori – occupato più dell’economia che della salute dei cittadini. Nel mirino anche il suo ministro della sanità Terawan Agus Putranto, un ex generale secondo cui il Paese sarebbe stato risparmiato grazie alle preghiere.
venerdì 10 aprile 2020
Ultraortodossi, ultrascemi e antisemiti
A fine marzo le autorità indiane hanno messo in quarantena circa 40.000 persone dopo che un predicatore religioso sikh, morto di Covid-19, aveva visitato 22 villaggi con preghiere collettive, sfidando le indicazioni del governo che lo voleva in quarantena dopo il suo arrivo da un viaggio in Paesi europei tra cui l’Italia. Baldev Singh è morto di Covid-19 il 18 marzo nel distretto di Shahid Bhagat Singh Nagar, 11 giorni dopo il suo ritorno. Ma il danno era fatto. In questi giorni invece in Italia, il leader della Lega Matteo Salvini si augura preghiere collettive per Pasqua: templi aperti – anche se con una sorta di fila come al supermercato e pochi fedeli alla volta - per pregare contro il virus benché il Papa per primo si sia espresso in direzione opposta. Non c’entra il credo religioso o la spiritualità. C’entrano incoscienza, superficialità e sfida ai decreti dettati da scienza e cervello. Il coronavirus sembra davvero dividere il mondo tra chi lo sfida e chi cerca di contrastarlo. Tra chi pensa che si possa pregare senza discutere i decreti e chi sembra far il possibile per dare una mano al contagio purché porti consenso.
Da fine marzo, da quando i primi casi di Covid-19 sono apparsi anche in uno degli ultimi Paesi che ne erano immuni, la premier birmana Aung San Suu Kyi ha cominciato a lavarsi le mani in tv. E la macchina statale si è messa in moto bloccando aeroporti e frontiere come aveva già fatto con la Cina dopo l’annuncio del virus a Wuhan. Può essere che non basti ma ha intanto cancellato il capodanno buddista di metà aprile e chiuso i luoghi di culto. Si vede bene a Bagan, sito Unesco con oltre tremila pagode, monasteri, biblioteche e altri manufatti che attirano turisti internazionali e pellegrini locali. Non è stato così - e in parte ancora non lo è – per altre manifestazioni religiose o piccole comunità di qualche clone cristiano, musulmano, indù che si ostina ad aggirare i divieti. Se gli Ulema dell'egiziana Al-Azhar hanno emesso, seppur solo il 25 marzo, una fatwa che vieta le preghiere collettive nelle moschee e se la chiesa cattolica, pur con qualche distinguo, ha blindato la messa, c’è chi resiste. Piccole e grandi sette, preti ribelli, movimenti antisemiti e luoghi di culto che non rispondono a un’autorità centrale. Rifiutano l’idea che pregare significhi ammalarsi. O vedono nel virus un elemento salvifico.
Lo sa bene la Chiesa di Gesù Shincheonji in Corea del Sud, i cui riti segreti sono sotto inchiesta perché i suoi membri - che avevano contratto il virus in Cina - potrebbero aver contribuito a un'enorme ondata di casi nel Paese. Ma l’episodio più inquietante riguarda la Tablighi Jama’at, movimento missionario musulmano ultraortodosso, che il 27 febbraio ha organizzato un incontro di 4 giorni nella moschea di Sri Petaling a Kuala Lumpur, Malaysia. Tra gli oltre 15mila partecipanti almeno 1500 provenivano da altri dieci Paesi tra cui la Cina. Qualche giorno dopo la Malaysia si è ritrovata con un aumento esponenziale dei casi. Non contenta, Tablighi Jama’at si è guardata bene dal cancellare un altro convegno di pellegrini in Indonesia. Le autorità di Giacarta, sotto tiro perché accusate di aver sottovalutato il virus, sono intervenute bloccando l’evento quando ormai migliaia di pellegrini erano arrivati sul posto.
Che gli assembramenti siano fonte di contagio è noto. E che gli eventi religiosi siano e siano stati una delle forme migliori per l’espansione di un virus è evidente anche se non tutti sono d’accordo. Gli storici del tempo ad esempio, ritengono che il Crocefisso della Chiesa romana di San Marcello al Corso sia il responsabile della fine di un'epidemia di peste nel 1522 grazie a una solenne processione penitenziale della durata di ben due settimane: vi parteciparono nobili e plebei, vecchi e bambini. Le autorità, temendo il contagio, tentarono invano di bloccare i cortei ma alla fine l'epidemia cessò. Merito del crocefisso? Il 15 marzo papa Francesco è andato a pregare proprio davanti a quell’icona. Ma lo ha fatto da solo.
Nel saggio che uno storico locale ha dedicato alla peste che colpì il barese nel 1600, Pasquale Tandoi scrive che durante la metà del 1600, c'era una «drammatica richiesta di intervento soprannaturale di fronte all’inefficacia della "scienza medica” del tempo (e che) anche a Corato, come in tutti i borghi del Regno, si svolsero processioni di penitenza che spesso peggioravano la situazione... l’ammassarsi della popolazione allargava il contagio. Successivamente, per ordine dell’Arcivescovo e delle autorità furono fatti rientrare in città gli ordini religiosi... innalzate forche a spavento di chi infrangesse la legge... creati lazzaretti, uccisi cani e gatti; proibito uscire dalle case… i pochi che avevano il permesso, non dovevano conversare con nessuno né salutarsi».
In molti casi il panico porta a veri e propri pogrom o a preghiere segrete forzate quanto affollate: lo sanno i musulmani cambogiani accusati di aver partecipato ai riti della Tablighi Jama’at in Malaysia, o gli ebrei che qualche gruppo neo nazi vorrebbe oggi "purificare" col virus, da diffondere nelle comunità ebraiche.
Non è PURTROPPO una novità: «Alla metà del Trecento mentre la peste infuriava in Europa, – scrive Anna Foa nel suo monumentale Ebrei in Europa: Dalla Peste Nera all'emancipazione (2013) – una grande ondata di violenza si scatenò contro gli ebrei nelle città e nelle terre del mondo cristiano… i loro quartieri vennero assaliti… furono massacrati o costretti all’esilio… accusati di avvelenare pozzi e sorgenti... processati e bruciati sul rogo».
Ma non c’è solo l’assembramento religioso o il diffondersi dell’odio razziale tra i responsabili della diffusione di un virus. C’è anche la guerra. E’ il caso della Peste di Atene che colpì la città-stato durante uno dei conflitti del Peloponneso nel 430 a.c. La sua diffusione (forse una forma di tifo) era dovuta all'affollamento causato dall'afflusso di rifugiati per la guerra con Sparta. Ammucchiati, con poco cibo e acqua accanto a cumuli di rifiuti, convivevano con topi, mosche, zanzare e pidocchi. E ovviamente col virus.

Questo articolo è uscito venerdi scorso su Il Venerdi di Repubblica. Oggi invece lo stesso tema a Radio3mondo
Da fine marzo, da quando i primi casi di Covid-19 sono apparsi anche in uno degli ultimi Paesi che ne erano immuni, la premier birmana Aung San Suu Kyi ha cominciato a lavarsi le mani in tv. E la macchina statale si è messa in moto bloccando aeroporti e frontiere come aveva già fatto con la Cina dopo l’annuncio del virus a Wuhan. Può essere che non basti ma ha intanto cancellato il capodanno buddista di metà aprile e chiuso i luoghi di culto. Si vede bene a Bagan, sito Unesco con oltre tremila pagode, monasteri, biblioteche e altri manufatti che attirano turisti internazionali e pellegrini locali. Non è stato così - e in parte ancora non lo è – per altre manifestazioni religiose o piccole comunità di qualche clone cristiano, musulmano, indù che si ostina ad aggirare i divieti. Se gli Ulema dell'egiziana Al-Azhar hanno emesso, seppur solo il 25 marzo, una fatwa che vieta le preghiere collettive nelle moschee e se la chiesa cattolica, pur con qualche distinguo, ha blindato la messa, c’è chi resiste. Piccole e grandi sette, preti ribelli, movimenti antisemiti e luoghi di culto che non rispondono a un’autorità centrale. Rifiutano l’idea che pregare significhi ammalarsi. O vedono nel virus un elemento salvifico.
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| Nello scatto di Aswami Yusof, una riunione di Tablighi Jama’at del 2009 in Malaysia |
Che gli assembramenti siano fonte di contagio è noto. E che gli eventi religiosi siano e siano stati una delle forme migliori per l’espansione di un virus è evidente anche se non tutti sono d’accordo. Gli storici del tempo ad esempio, ritengono che il Crocefisso della Chiesa romana di San Marcello al Corso sia il responsabile della fine di un'epidemia di peste nel 1522 grazie a una solenne processione penitenziale della durata di ben due settimane: vi parteciparono nobili e plebei, vecchi e bambini. Le autorità, temendo il contagio, tentarono invano di bloccare i cortei ma alla fine l'epidemia cessò. Merito del crocefisso? Il 15 marzo papa Francesco è andato a pregare proprio davanti a quell’icona. Ma lo ha fatto da solo.
Nel saggio che uno storico locale ha dedicato alla peste che colpì il barese nel 1600, Pasquale Tandoi scrive che durante la metà del 1600, c'era una «drammatica richiesta di intervento soprannaturale di fronte all’inefficacia della "scienza medica” del tempo (e che) anche a Corato, come in tutti i borghi del Regno, si svolsero processioni di penitenza che spesso peggioravano la situazione... l’ammassarsi della popolazione allargava il contagio. Successivamente, per ordine dell’Arcivescovo e delle autorità furono fatti rientrare in città gli ordini religiosi... innalzate forche a spavento di chi infrangesse la legge... creati lazzaretti, uccisi cani e gatti; proibito uscire dalle case… i pochi che avevano il permesso, non dovevano conversare con nessuno né salutarsi».
In molti casi il panico porta a veri e propri pogrom o a preghiere segrete forzate quanto affollate: lo sanno i musulmani cambogiani accusati di aver partecipato ai riti della Tablighi Jama’at in Malaysia, o gli ebrei che qualche gruppo neo nazi vorrebbe oggi "purificare" col virus, da diffondere nelle comunità ebraiche.Non è PURTROPPO una novità: «Alla metà del Trecento mentre la peste infuriava in Europa, – scrive Anna Foa nel suo monumentale Ebrei in Europa: Dalla Peste Nera all'emancipazione (2013) – una grande ondata di violenza si scatenò contro gli ebrei nelle città e nelle terre del mondo cristiano… i loro quartieri vennero assaliti… furono massacrati o costretti all’esilio… accusati di avvelenare pozzi e sorgenti... processati e bruciati sul rogo».
Ma non c’è solo l’assembramento religioso o il diffondersi dell’odio razziale tra i responsabili della diffusione di un virus. C’è anche la guerra. E’ il caso della Peste di Atene che colpì la città-stato durante uno dei conflitti del Peloponneso nel 430 a.c. La sua diffusione (forse una forma di tifo) era dovuta all'affollamento causato dall'afflusso di rifugiati per la guerra con Sparta. Ammucchiati, con poco cibo e acqua accanto a cumuli di rifiuti, convivevano con topi, mosche, zanzare e pidocchi. E ovviamente col virus.
Questo articolo è uscito venerdi scorso su Il Venerdi di Repubblica. Oggi invece lo stesso tema a Radio3mondo
venerdì 27 marzo 2020
Lettere dall’esilio: l’Ovest visto da Est
Riflessioni personali di un giornalista “fuori luogo”. Sul virus del secolo e su un Secolo dell’Asia proclamato almeno dal secolo scorso ma che continua a restare in sala d’attesa. Il Covid-19 ci insegnerà ad essere più umili e meno provinciali?Il colmo per un cronista? Abitare nel luogo che di li a poco sarà l’epicentro di una delle notizie più importanti del secolo ed essere partito verso un sito per il quale l’interesse è zero perché l’argomento del giorno, il virus globale, lì ancora non c’è. Son sempre cauto nell'esprimere opinioni ma questa volta ho preso una licenza anche se del virus non so nulla (come molti per altro). E' solo perché mi trovo nella posizione di cui ho detto sopra: sono in un Paese, il Myanmar, ignorato perché fino a tre giorni fa non c’era un solo caso conclamato di Covid-19 (oggi sono cinque e tutti importati). Benché proprio questo fatto meritasse e meriterebbe un’analisi (se ne occupa forse un po' allarmisticamente il Lat), la cosa non interessa a nessuno. Posso anche capirlo. Nel mio Paese, l’Italia, e nel mio comune, Crema (15km da Lodi e 20 da Codogno), c’è altro cui pensare. Ma l’esilio più o meno forzato in questa terra struggente (di cui posto una foto in copertina), mi ha obbligato ad alcune riflessioni. Nulla più che qualche idea personale. Che mi piace condividere di questi tempi in cui ognuno dice la sua. E sfugge il bandolo della matassa.
Da lontano si vedono le cose con maggior distacco. E visto da Oriente il Vecchio Continente (stendiamo un velo pietoso sugli Stati Uniti) mi è sembrato superficiale, leggero, incoerente (paradossalmente l’Italia è un’eccezione in positivo). Qui in Myanmar, non certo uno Stato modello di efficienza, appena arrivata a gennaio la notizia del virus, le frontiere di terra con la Cina sono state chiuse. E i cinesi in giro per il capodanno di metà gennaio sono immediatamente spariti. Tornati a casa. E persino ora, con soli 3 casi, la gente sta a casa con autodisciplina e si lava le mani ogni due per tre, Come sapete in Oriente si è messa in moto una macchina che grosso modo prevede due tendenze: il lockdown o la tracciatura dei malati. In Europa si è scelto il primo metodo. In Corea del Sud e Taiwan – ma non solo - il secondo. In Cina – o in Vietnam - una miscela di entrambi ma senza rinchiudere tutta la nazione. La cosa ha funzionato e i risultati si vedevano già almeno 15 giorni fa. Ne abbiamo fatto tesoro?La tracciatura funziona pressapoco così, come bene riassume - nel caso coreano - Fabio Tana, un asiatista per anni al desk Asia dell’Ansa: “Chi va in quarantena deve notificare l’indirizzo, dare il numero del cellulare e inserirvi una app che consente a un sistema centralizzato il controllo dei suoi spostamenti e del suo stato di salute. Continuano ad essere in vigore le misure di prevenzione che comunque si limitano a raccomandare la mascherina, la distanza di sicurezza ed evitare gli assembramenti”. Si è detto che questo da noi non si potrebbe fare per minaccia della privacy e della democrazia (forse anche per indisciplina). Ma, mi chiedo, essere chiusi in casa non è un po’ come essere agli arresti? E l’esercito in strada e la polizia che strattona i vecchietti non sono una pericolosa apertura a norme autoritarie di sapore ...orientale?
Si dice: quelle asiatiche son dittature. Vero. Ma solo in parte. Nella maggior parte dei Paesi asiatici si tengono libere elezioni, esiste un parlamento e la libertà di stampa. Liquidare l’Asia come un insieme di sistemi autoritari e totalitari tollerando al massimo il mito della “più popolosa democrazia del mondo” (ossia l’India, attualmente l’ultimo dei modelli democratici asiatici) è superficiale e
fuorviante. Ammettere che la Cina sta sconfiggendo il virus,che in Laos ci sono solo un paio di casi, che in Vietnam il fenomeno è contenuto e che persino il Myanmar è per ora esente, forse brucia. Tranne qualche voce fuori dal coro, si parte dall’idea che da queste parti ci sia un peccato originale che, aihmé, impedisce agli asiatici oggi e agli africani domani, di essere come noi. L'Occidente visto da Oriente risulta sempre autoreferenziale, ammalato di un provincialismo culturale per cui – lo vogliamo ammettere o no – o gli altri seguono i nostri modelli o sbagliano. E se in parte avessero ragione “gli altri”? Questo caso sembrerebbe in parte dimostrarlo.
Credo che sia necessario tenere la guardia alta. Sempre. Lockdown e tracciabilità vanno bene sinché non erodono i nostri diritti fondamentali. E vi si può rinunciare nell’emergenza ma a patto che esistano meccanismi di controllo (vedi scandali delle liste telefoniche) che non abbiamo messo in piedi nemmeno quando l’emergenza non c’era. Se avete avuto a che fare con una compagnia telefonica lo sapete. E lo si sa anche tutte le volte che, cercato un volo su Internet, si viene poi bombardati dalle compagnie aeree per due settimane. L'individuo è libero o di libero c'è solo il mercato?
Dobbiamo – noi giornalisti - tenere la guardia alta ovunque, anche qui in Asia ovviamente. Democrazie fragili o sotto schiaffo (Myanmar, Thailandia per non parlare della Cambogia) possono utilizzare lo stato di emergenza per tornare allo status quo ante e cioè al pieno potere delle forze armate. Dobbiamo vigilare sul “modello cinese” che traccia persino i brufoli sulla faccia e “rieduca” i dissidenti. Dobbiamo tener d’occhio Kim Jong-un e fare le pulci alla statuaria democrazia giapponese che fa ancora fatica a riconoscere le sue colpe storiche. O quella afgana, così ammalata di occidentalismo che non obbedisce più al suo ammaestratore. Guardia alta ma senza salire in cattedra. Con un po’ di umiltà. Con l’umiltà di dire: “Scusateci del coronavirus non capiamo ancora niente. Abbiate pazienza”. Alle ricette giuste penseremo dopo. Anche a quelle in salsa di soia.
L’analisi interessante sul virus di Roberto Buffagni
Qui l’articolo di Fabio Tana
venerdì 20 marzo 2020
Nel Paese degli "Zero casi"
Le autorità del Myanmar non hanno preso il Covid-19 sotto gamba. Le misure non sono draconiane ma il Paese - che tra i primi ha chiuso le frontiere con la Cina già in gennaio - sembra agire con più intelligenza di certi governi europei. Ha cancellato il capodanno d'aprile, ricorrenza tradizionale che però quest'anno non si farà e molte aziende lavorano già da remoto. Che sarebbe successo da noi se si fosse abolito il Natale? Quel che conforta l'italiano in Asia, che dall'Asia al momento non può tornare (il mio biglietto è stato cancellato), è constatare che in Europa ci stiamo comportando assai meglio di tanti altri Paesi che di solito ci bagnano il naso. Di fronte a un Johnson o a un Macron, lasciatemelo dire, da qui il premier Conte sembra un gigante. Comunque non è dell'Italia che volevo raccontare.
Raccontare vorrei piuttosto dell’unico Paese dell’Asia meridionale e sud-sudorientale che – con Laos e Timor Est – può vantare assenza di Covid-19. L’ansia della sua apparizione si insinua però sottile come il virus e l’apparente salvaguardia dal male del secolo da oltre 200mila ammalati sembra a qualche maligno osservatore dovuta soprattutto ai pochissimi test eseguiti – un paio di centinaia secondo l'Oms – in una situazione dove l’esplosione del virus farebbe collassare la fragile struttura sanitaria locale. I birmani son oltre 50 milioni e 200 test son davvero pochi.
L’ambasciata britannica ha scelto Facebook due giorni per consigliare ai sudditi di Sua Maestà di lasciare il Myanmar il più rapidamente possibile per quanto in molti si chiedano se non sia meglio restare che entrare nel calderone malamente mescolato da Boris Johnson. C'è stato un assalto alle biglietterie in un clima dove ogni giorno si cancellano voli e si chiudono frontiere. Ma non è l'unica sede diplomatica a fare pressione. Pare che a breve i test saranno almeno tremila ma l'invito è a tornare a casa: "Se succede qualcosa qui - aggiunge un diplomatico - il sistema sanitario non riuscirà a farcela". Indiscrezioni dicono che i ventilatori del Myanmar non arrivino a cento. E aggiungono che chi si deve curare il Covid-19 può andare solo in strutture pubbliche. Mary, che gestisce un locale a Bagan da anni, allarga le braccia: "Sai che ti dico, sarei per la chiusura totale di tutto per un mese e non ci si pensi più". Non è detto che non ci si arrivi.
Del resto, un nuovo monito dell’Oms ha appena strigliato gli undici Paesi in cui viene divisa la regione dall'organismo dell'Onu: molti hanno pochi casi mentre altri sono in difficoltà per l’arrivo – tardivo – del virus o per il risorgere dei contagi anche in nazioni che erano riuscite a contenerlo.
Poonam Khetrapal Singh, responsabile per l’Oms della regione, ha sottolineato che sono “confermati più gruppi di trasmissione di virus” e che alcuni Paesi hanno già adottato “misure aggressive” ma che si deve fare di più: “rilevare, testare, trattare, isolare e tracciare i contatti”, avvertendo che “praticare il distanziamento sociale non sarà mai enfatizzato abbastanza” e che questo solo “ha il potenziale per ridurre sostanzialmente la trasmissione”.
Il nuovo campanello d’allarme sembra collegato soprattutto al caso malese: quando un 34enne che aveva partecipato a un evento religioso a Kuala Lumpur è morto, i riflettori si sono accesi sugli effetti di una quattro giorni di preghiere e sermoni svoltasi tra il 27 febbraio e il 1 marzo nel complesso della moschea di Sri Petaling, base in Malaysia della Tablighi Jama’at, associazione per la diffusione della fede e movimento missionario purista e ultraortodosso. All’evento avrebbero partecipato 16mila persone, tra cui 1.500 stranieri, e dei circa 900 casi del Paese (i numeri sono in ascesa), quasi due terzi vengono collegati all’incontro anche se non si sa chi sia stato il primo a diffondere il contagio. Il problema è che i fedeli venivano da una decina di Paesi: Canada, Nigeria, India, dalla stessa Malaysia. Ma anche da Cina e Corea. Gli ultraimbecilli han pensato bene di far la stessa cosa in questi giorni in Indonesia: migliaia di pellegrini per fortuna bloccati ieri dalle autorità indonesiane, fin troppo lasche mentre il virus inizia a cavalcare anche nell'arcipelago e Jokowi è sotto schiaffo.
Molti Paesi hanno già imposto misure draconiane e la Malaysia – come le Filippine che hanno sigillato l’arcipelago o lo Sri lanka dove si è verificato uno dei primissimi casi fuori dalla Cina – hanno imposto severi controlli - anche se tardivi - alle frontiere. Sembra però non bastare perché Paesi che sembravano controllare o rallentare i contagi (Corea del Sud , Singapore , Taiwan, Hong Kong) vedono una risorgenza del virus. Le polemiche investono anche l’India dove le autorità non hanno intenzione di estendere i test come fa la maggior parte delle nazioni colpite: l’India si limiterebbe a meno di un centinaio al giorno pur avendo la capacità di farne 8mila. Secondo Associated Press, solo 11.500 test sarebbero stati condotti in un Paese che ospita quasi un miliardo e mezzo di persone.
Raccontare vorrei piuttosto dell’unico Paese dell’Asia meridionale e sud-sudorientale che – con Laos e Timor Est – può vantare assenza di Covid-19. L’ansia della sua apparizione si insinua però sottile come il virus e l’apparente salvaguardia dal male del secolo da oltre 200mila ammalati sembra a qualche maligno osservatore dovuta soprattutto ai pochissimi test eseguiti – un paio di centinaia secondo l'Oms – in una situazione dove l’esplosione del virus farebbe collassare la fragile struttura sanitaria locale. I birmani son oltre 50 milioni e 200 test son davvero pochi.
L’ambasciata britannica ha scelto Facebook due giorni per consigliare ai sudditi di Sua Maestà di lasciare il Myanmar il più rapidamente possibile per quanto in molti si chiedano se non sia meglio restare che entrare nel calderone malamente mescolato da Boris Johnson. C'è stato un assalto alle biglietterie in un clima dove ogni giorno si cancellano voli e si chiudono frontiere. Ma non è l'unica sede diplomatica a fare pressione. Pare che a breve i test saranno almeno tremila ma l'invito è a tornare a casa: "Se succede qualcosa qui - aggiunge un diplomatico - il sistema sanitario non riuscirà a farcela". Indiscrezioni dicono che i ventilatori del Myanmar non arrivino a cento. E aggiungono che chi si deve curare il Covid-19 può andare solo in strutture pubbliche. Mary, che gestisce un locale a Bagan da anni, allarga le braccia: "Sai che ti dico, sarei per la chiusura totale di tutto per un mese e non ci si pensi più". Non è detto che non ci si arrivi.
Del resto, un nuovo monito dell’Oms ha appena strigliato gli undici Paesi in cui viene divisa la regione dall'organismo dell'Onu: molti hanno pochi casi mentre altri sono in difficoltà per l’arrivo – tardivo – del virus o per il risorgere dei contagi anche in nazioni che erano riuscite a contenerlo.
Poonam Khetrapal Singh, responsabile per l’Oms della regione, ha sottolineato che sono “confermati più gruppi di trasmissione di virus” e che alcuni Paesi hanno già adottato “misure aggressive” ma che si deve fare di più: “rilevare, testare, trattare, isolare e tracciare i contatti”, avvertendo che “praticare il distanziamento sociale non sarà mai enfatizzato abbastanza” e che questo solo “ha il potenziale per ridurre sostanzialmente la trasmissione”.
Il nuovo campanello d’allarme sembra collegato soprattutto al caso malese: quando un 34enne che aveva partecipato a un evento religioso a Kuala Lumpur è morto, i riflettori si sono accesi sugli effetti di una quattro giorni di preghiere e sermoni svoltasi tra il 27 febbraio e il 1 marzo nel complesso della moschea di Sri Petaling, base in Malaysia della Tablighi Jama’at, associazione per la diffusione della fede e movimento missionario purista e ultraortodosso. All’evento avrebbero partecipato 16mila persone, tra cui 1.500 stranieri, e dei circa 900 casi del Paese (i numeri sono in ascesa), quasi due terzi vengono collegati all’incontro anche se non si sa chi sia stato il primo a diffondere il contagio. Il problema è che i fedeli venivano da una decina di Paesi: Canada, Nigeria, India, dalla stessa Malaysia. Ma anche da Cina e Corea. Gli ultraimbecilli han pensato bene di far la stessa cosa in questi giorni in Indonesia: migliaia di pellegrini per fortuna bloccati ieri dalle autorità indonesiane, fin troppo lasche mentre il virus inizia a cavalcare anche nell'arcipelago e Jokowi è sotto schiaffo.
Molti Paesi hanno già imposto misure draconiane e la Malaysia – come le Filippine che hanno sigillato l’arcipelago o lo Sri lanka dove si è verificato uno dei primissimi casi fuori dalla Cina – hanno imposto severi controlli - anche se tardivi - alle frontiere. Sembra però non bastare perché Paesi che sembravano controllare o rallentare i contagi (Corea del Sud , Singapore , Taiwan, Hong Kong) vedono una risorgenza del virus. Le polemiche investono anche l’India dove le autorità non hanno intenzione di estendere i test come fa la maggior parte delle nazioni colpite: l’India si limiterebbe a meno di un centinaio al giorno pur avendo la capacità di farne 8mila. Secondo Associated Press, solo 11.500 test sarebbero stati condotti in un Paese che ospita quasi un miliardo e mezzo di persone.
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