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sabato 11 dicembre 2021

G20 all'Indonesia. La scommessa di Jokowi dipinta di verde

A
ll’inizio di novembre il presidente indonesiano Jokowi volava a Glasgow per la Cop 26 dopo aver appena ricevuto da Mario Draghi il passaggio di consegne dall’Italia all’Indonesia per la presidenza del G20. Formalmente la presidenza indonesiana è scattata in dicembre e per Joko «Jokowi» Widodo, al suo secondo mandato come capo di Stato di uno dei più popolosi Paesi del pianeta, il G20 è una bella scommessa nonostante i grattacapi di casa: dall’emergenza senza fine Covid-19 a una legge «omnibus» di liberalizzazione dell’economia che il presidente ha firmato proprio durante i giorni di Glasgow ma che poi è stata in parte rigettata dalla Corte costituzionale che, il 25 novembre, l’ha rinviata al parlamento dando ai deputati due anni di tempo per emendarla.

Nondimeno, Jokowi si vuole giocare la partita: alla viglia del suo insediamento ufficiale ha promesso una «crescita inclusiva, centrata sulle persone, rispettosa dell’ambiente e sostenibile» come impegno principale dell’Indonesia per la sua leadership nel G20. E ha affermato che il G20 dovrebbe essere il motore per lo sviluppo di un ecosistema che guidi la collaborazione e l’innovazione. Per Jokowi l’Indonesia «vuole che il G20 dia l’esempio e guidi il mondo nella gestione cooperativa dei cambiamenti climatici e dell’ambiente in modo sostenibile eseguendo azioni concrete». Jokowi vorrebbe un G20 catalizzatore di una ripresa verde con una «gestione del cambiamento climatico che dovrebbe essere all’interno di un quadro di sviluppo sostenibile». Ma al di là delle belle parole, quali sono i nodi che il presidente deve affrontare? Cominciamo da casa dove lavoratori e ambientalisti sono sul piede di guerra.

La sua «legge omnibus» che dovrebbe dare una svolta all’economia ha fatto infuriare il sindacato ma anche gli ambientalisti che questa estate avevano già fatto ricorso su una controversa legislazione sulle miniere approvata lo scorso anno e considerata una violazione della protezione ambientale a vantaggio delle compagnie minerarie. Anche la «legge omnibus», superliberista, avrebbe le sue ricadute sull’ambiente in un Paese che è ancora una grande riserva naturale del pianeta. Tutti grattacapi da sistemare se l’Indonesia dovrà dar l’esempio di una svolta verde. Sul piano internazionale le sfide sono tante: la baldanzosa avanzata statunitense in Asia condita dalle schermaglie con la Cina, attore che nella regione ha un certo peso.

E, ancor più vicino a casa, la presidenza dell’Asean, l’associazione di dieci nazioni del Sudest asiatico, passata dal Brunei nelle mani del cambogiano Hun Sen: premier autoritario, fedele alleato dei cinesi ma, soprattutto, aperturista nei confronti della giunta birmana con cui Giacarta è ai ferri corti anche perché i golpisti hanno fatto fallire una prima mediazione indonesiana affidata alla ministra Retno Marsudi.

Ma c’è anche un dossier che Jokowi potrebbe sfruttare meglio di come ha fatto Mario Draghi, inventore del G20 Afghanistan, una buona idea con gambe corte a cominciare dal mancato invito a Pakistan e Iran. Jokowi ha buoni rapporti con tutti i Paesi musulmani, radicali o moderati che siano, e può contare su due organizzazioni islamiche del suo Paese che assieme contano una settantina di milioni di aderenti. L’Indonesia ha già lavorato sul tema «Talebani» e potrebbe farne un dossier forte proponendosi come mediatore nell’intricata vicenda del riconoscimento, delle garanzie sull’aiuto umanitario, nella protezione dei diritti della società civile. Più che il verde in economia, che al momento non è il suo forte, il presidente indonesiano potrebbe puntare sul verde islam, il colore preferito dai musulmani.

sabato 27 giugno 2020

Indonesia, l’islam vince lo scontro con Jokowi

Pancasila, i “cinque pilastri” alla base della concezione filosofica e ideologica dell’Indonesia sono stati celebrati il 1 giugno scorso a 75 anni dalla loro enunciazione fatta da Sukarno nel 1945 come piattaforma della futura Costituzione dell’Indonesia indipendente. Ma subito dopo si è scatenata una polemica che ha congelato la discussione sulla trasformazione dei Pancasila in legge dello Stato. Una scelta in un certo senso “laica” ma anche di controllo dello Stato su gruppuscoli neo fondamentalisti.
Il disegno di legge viene dal partito del presidente Jokowi (Pdi-p) e per altro la responsabile dell’Agenzia che ne è custode (Bpip-Badan Pembinaan Ideologi Pancasila ) è presieduta dall’ex presidente Megawati Sukarnoputri che del partito è presidente.

La legge su Pancasila (diritto alla propria fede religiosa, umanità giusta e civile, unità del Paese, democrazia e giustizia sociale), dovrebbe dunque essere oggetto di un riforma che, nel trasformarla in legge dello Stato, mira a rafforzarla. Ma alcuni settore del mondo musulmano – a cominciare dal potente Consiglio degli ulama (Mui) l’hanno contestata sostenendo che il progetto di legge appiattisce il ruolo della religione e che l’assenza del famoso decreto del 1966, che mise al bando il Partito comunista, è una porta aperta al comunismo. I suoi fautori sostengono invece che la legge metterebbe in difficoltà i gruppuscoli estremisti di ogni colore che sono contro lo sviluppo della democrazia. L’opposizione alla legge, capeggiata dai partiti e dalle organizzazioni islamiche più radicali, ha contagiato però anche Muhammadiya e Nahdlatul Ulama, le due più grosse organizzazioni di massa dell’islam indonesiano, di solito su posizioni moderate, facendo leva anche sul fatto che Jokowi (il cui braccio destro - il vicepresidente Mar’uf Amin – viene però paradossalmente proprio dalla Nu) non sarebbe un “buon musulmano”. Si dice che la scelta di Mar’uf Amin fu dettata proprio dall’opportunità per Jokowi di dimostrarsi un bravo fedele nel paese musulmano più popoloso del Pianeta. Nel contempo però anche le organizzazioni di tutela dei diritti umani hanno espresso riserve temendo una stretta sulla libertà di espressione.

Alla fine, lo scontro tra presidenza e islam politico, quest’ultimo appoggiato da importanti personaggi dell’esercito, ha fatto saltare la discussione a data da destinarsi. Il fronte conservatore insomma l’ha avuta vinta. Il clima dei giorni scorsi sembrava ricordare quello della nascita dell’Indonesia indipendente che vide anche allora lo scontro tra nazionalisti “laici” da una parte (termine da usare con le molle) e islam politico dall’altro.

Pancasila, aveva nella primigenia idea di Sukarno tre caratteristiche di base chiamate Trisila (tre principi) costituite da socionazionalismo, sociodemocrazia e religione. Tutti e tre questi valori venivano però cristallizzati nell’Ekasila (un principio) del gotong royong, antichissimo termine giavanese che significa aiuto reciproco collettivo. Sukarno però alla fine tornò all’idea di Pancasila, probabilmente per accontentare gli islamisti senza cedere su un altro punto: il preambolo della Costituzione dove l’islam voleva introdurre il principio della sharia che invece venne scartato. Nel suo studio “Gotong-Royong” (2017) il filosofo indonesiano Agustinus Wisnu Dewantara sintetizza così l’origine del dibattito: “Sukarno propose Pancasila (nel 1945 alla vigilia dell’indipendenza ndr) come fondamento filosofico dell'indipendenza dell'Indonesia… proponendo di riassumere i cinque principi basi in Trisila, vale a dire: socio-nazionalismo (sintesi di nazionalità e umanità), socio-democrazia (sintesi di giustizia sociale e democrazia) e divinità. Non fermandosi qui, riassume nuovamente Trisila in Ekasila (gotong-royong)... formulazione che voleva salvaguardare quelli che non fossero d'accordo con Pancasila, per cui Sukarno sentì il bisogno di offrire un'alternativa, vale a dire Trisila ed Ekasila. Lo stesso Sukarno alla fine sottolineò però di nuovo il termine Pancasila”.

Come era già accaduto proprio ai tempi di Sukarno, una parte del mondo musulmano ha reagito scandalizzata all’idea che Pancasila possa diventare legge ordinaria dello Stato, codificata in un corpus che, secondo alcuni, riprendendo quei concetti, metterebbe la religione in secondo piano. Una vecchia polemica alimentata da una nuova decisione: la legge, voluta dal partito di maggioranza, avrebbe escluso il famoso decreto numero 25 del marzo 1966 voluto dal dittatore Suharto che metteva al bando il Partito comunista (e che già Wahid, presidente e leader della Nu aveva tentato di annullare durante la sua presidenza senza riuscirci). Ma anziché essere considerata una mossa di apertura o di riconciliazione per una guerra civile dove morirono almeno 500mila indonesiani in gran parte comunisti, la legge è stata interpretata, oltre come una sorta di legge contro l’islam, addirittura come un’apripista al comunismo, “un’ideologia morta e sepolta”, fa notare una fonte locale secondo la quale la querelle è stata soprattutto un pretesto per agitare le acque attorno al potente presidente della Repubblica per metterlo in difficoltà. E forse anche per non fare i conti con un passato ingombrante proprio perché islamisti e generali appoggiarono quel famoso decreto e sostennero l’Orde Baru inaugurato da Suharto nel 1966.

Questo articolo è stato scritto per atlanteguerre.it

domenica 12 aprile 2020

Indonesia: un dramma in 16mila isole

Quando il 9 aprile anche la provincia di Gorontalo a Sulawesi ha dichiarato il suo primo caso di Covid-19, l’Indonesia si è resa definitamente conto che, con 34 provincie contagiate su 34, l’illusione di aver scantonato dalla pandemia mondiale era definitivamente tramontata. Un’illusione alimentata da dichiarazioni deliranti sulla medicina locale naturale, il clima o il buon Dio che hanno accompagnato la fase della diffusione e che ancora oggi frenano l’ammissione della gravità della situazione. Una situazione che il presidente Jokowi (nella foto sotto), capo dello Stato con grande consenso di massa, rischia questa volta di pagare molto cara. La sfida più grossa – in un Paese che oggi conta quasi 4mila casi e oltre 300 decessi (erano 1500 a inizio aprile con 136 morti), deve ancora venire. Si chiama Ramadan e prevede che tra 20 e 30 milioni di persone si spostino per il mese del digiuno. Ma anziché vietare i viaggi, il governo si è limitato a raccomandare che chi partecipa al mudik - o pulang kampung, il rientro a casa per le feste – faccia la quarantena. Chi controllerà?

Il quarto Stato più popoloso al mondo (270 milioni) dopo Cina, India e Usa non è indenne dai rischi propri dei grandi Paesi dove la mobilità è elevata e che oggi sono esempi di buone o cattive pratiche. Se negli Usa i casi aumentano, l’India ha rinnovato il lockdown e in Cina si sta uscendo dall’incubo, l’Indonesia sembra la negazione di quanto fatto sinora in Asia in Paesi che bene o male gestiscono il virus: Singapore, Corea del Sud, Taiwan, Vietnam. Persino il piccolo Laos o il poverissimo Myanmar. Fino dagli inizi di marzo, con l’ammissione reticente sui primi casi, Giacarta - continuando a gettare acqua sul virus - si è affidata a una sorta di fatalismo della speranza, nascondendo i dati come lo stesso Jokowi ha ammesso “per non suscitare panico”. Negligenza, attendismo, calcolo politico o difesa dell’economia?

Il 10 marzo l’Oms scrive a Giacarta per spingerla ad azioni drastiche ma lo stato di emergenza arriva solo il 1 aprile. Nonostante Jokowi stia costruendo nel Paese un sistema sanitario diffuso e universale, l’Indonesia non è pronta per una crisi in grande stile. La stampa fa i conti: tre posti letto ogni centomila persone, 8mila ventilatori in tutto l’arcipelago e pochissime strutture per terapia intensiva. A fine marzo una proiezione sviluppata da Universitas Indonesia-Bappenas spiega che, senza distanziamento fisico obbligatorio e altra misure drastiche, si potrebbe avere un bilancio tra 48mila e 240mila morti entro aprile e che l’assenza di interventi forti potrebbe portare a circa 2,5 milioni di positivi per fine mese.


Sotto i riflettori anche i litigi interni, manifesto dei quali è lo scontro tra Jokowi e il governatore della capitale Anies Baswedan (nella foto sopra), favorevole a misure coercitive e al blocco totale di Giacarta cui Jokowi si è inizialmente opposto. Il presidente si sarebbe – dicono i detrattori – occupato più dell’economia che della salute dei cittadini. Nel mirino anche il suo ministro della sanità Terawan Agus Putranto, un ex generale secondo cui il Paese sarebbe stato risparmiato grazie alle preghiere.

lunedì 2 marzo 2020

La rivoluzione di Jokowi

L’Indonesia ha il più ambizioso piano di welfare dei Paesi in transizione

A 4 mani con Guido Corradi per l'inserto In Asia de il manifesto uscito  il 25 febbraio

Dal 2009 l’Indonesia ha iniziato a migliorare il sistema di protezione sociale finanziandolo col risparmio ottenuto da un lento abbandono della politica dei sussidi su alcuni prodotti base come riso e, soprattutto, benzina. Una politica andata avanti per decenni e sostenuta da qualche progetto mirato a categorie di cittadini per un certo numero di anni che non dava però grandi risultati. La svolta decisiva si deve a Joko “Jokowi” Widodo, il presidente riformista da poco riconfermato alla presidenza cui si deve una sorta di piccola rivoluzione che, secondo gli entusiasti, ne fa l’operazione numericamente più spettacolare nella storia del welfare dei Paesi in transizione verso lo sviluppo (coi dovuti distinguo che la parola impone).

La rivoluzione inizia il 3 novembre 2014 quando il neo eletto Jokowi lancia il più ambizioso piano di welfare del Paese che si basa essenzialmente su tre programmi nazionali: Carta della famiglia (PSKS), Indonesia Smart Card (KIP) e Carta della salute (KIS): si guadagna persino il plauso dell’Economist: «Obama – scriverà il magazine - ci ha messo 472 giorni per trasformare in legge il suo health-care. Joko Widodo ha impiegato solo due settimane per onorare le promesse in tema di sanità e istruzione».

La sanità

Il presidente ha basato la sua azione innovatrice trasformando il risparmio sul budget ottenuto col graduale taglio dei sussidi sia in denaro da riconvertire in assistenza, sia in investimenti infrastrutturali in grado di attrarre investimenti. La scommessa si basava su un tasso di crescita annua di almeno il 7% annuo e sulla capacità - che ancora si sta testando - di controllare la riforma con database informatici efficaci fatto che, secondo i suoi critici, non farebbe che appesantire e rendere più invasiva la burocrazia statale aumentando deficit e corruzione.

L’assicurazione sanitaria nazionale (Jaminan Kesehatan Nasional-JKN) gestita dal Badan Penyelenggara Jaminan Sosial (BPJS) è tra le più estese del mondo e copre circa l'84% della popolazione. È stata progettata per far accedere soprattutto i bassi redditi ai servizi sanitari: per i poveri, il premio assicurativo è interamente pagato dallo Stato mentre i dipendenti privati dividono il premio tra loro e i datori di lavoro. Resta il problema degli autonomi, le cui iscrizioni sono ancora basse anche se il settore informale costituisce gran parte della forza lavoro. Il piano garantisce assistenza di base, servizi avanzati e ricovero. E’ diviso in tre categorie assistenziali a seconda del premio pagato. I critici fanno notare che nel 2019, Jokowi ha dovuto firmare un decreto per raddoppiare i premi a fronte di un deficit di circa 2 miliardi di dollari. Il piano prevede comunque che alla presenza dello Stato si affianchino forme private di investimento sulla propria salute.

La pensione

A questo punto vale la pena di dare un’occhiata anche al nuovo sistema pensionistico gestito dal BPJS, l’Istituto per la Previdenza Sociale, che ha per scopo l’adesione dei lavoratori privati a un sistema in passato rivolto solo a dipendenti pubblici e militari. I margini di ampliamento dell’adesione al nuovo sistema sono ancora molto ampi. A oggi la platea sarebbe di circa 12 milioni di lavoratori, circa l’11% di una forza lavoro di poco più di 134 milioni, quasi il 50% della popolazione. Un così ridotto numero di partecipanti è in parte dovuto al fatto che sia obbligatorio per le grandi e medie imprese, dove rispettivamente la copertura è del 90% e del 66%, mentre non lo sia per le piccole. A ciò si aggiungono gli informali che sfuggono a qualsiasi formalizzazione del rapporto di lavoro.

La contribuzione richiesta è del 3% del salario mensile: 1% a carico del lavoratore, 2% per il datore di lavoro. Viene riconosciuta una pensione pari al 15% del salario dopo 15 anni di contribuzione e pari al 30% dopo 30 anni. Non è molto (è al di sotto della percentuale minima indicata dall’Organizzazione internazionale del lavoro che è del 40% dopo 30 anni di contribuzione) ma è un grande passo considerando che non vi era alcuna forma di pensione nel privato. Le condizioni per accedervi sono tre: anzianità, invalidità, decesso del lavoratore per i familiari. Per la prima, le condizioni minime sono di avere 57 anni e almeno 15 di contributi. Per la seconda non esiste soglia anagrafica ma, a fronte di invalidità parziale o permanente, è richiesta la contribuzione di almeno un mese di lavoro. In caso contrario si stabilisce un una-tantum. L’ultima condizione richiede che ci sia stata una contribuzione del deceduto pari ad almeno un anno.

giovedì 24 ottobre 2019

Le sorprese di Jokowi: compromesso storico in salsa Satay

La notizia era annunciata e dunque nessuno si è stupito quando Joko Widodo, detto Jokowi ed eletto quest’anno presidente dell'Indonesia, ha annunciato il suo nuovo gabinetto. Comprende una trentina di dicasteri nelle mani in parte di nomi nuovi, in parte di riconfermati ma con diverse grosse novità: la prima è che a capo del portafoglio della Difesa c’è nientemeno che Prabowo Subianto, l’uomo che – per la seconda volta - ha perso le elezioni contro Jokowi appena qualche mese fa. Ne discende la seconda novità: quella che è ormai la terza democrazia più popolosa del pianeta realizza una sorta di compromesso storico apparentemente incoerente ma al contempo garanzia di contenimento – se non addirittura di eliminazione - dell'opposizione. Oltre a Prabowo alla Difesa, Jokowi ha infatti consegnato al suo partito – il Partai Gerakan Indonesia Raya (Gerindra) - anche il ministero della pesca.

Jokowi, sotto Prabowo
Non esistono in Indonesia due figure tanto diverse tra Jokowi e Prabowo Subianto: il primo è progressista e non è legato a lobby o consorterie né appartiene alla vecchia élite politico-militare dell’arcipelago mentre il secondo – già genero del dittatore Suharto - è il rappresentante perfetto e conservatore del contrario. Jokowi ha in mente un Paese dove l’islam sia un riferimento moderato e dove si stemperino le tensioni etnico-religiose. Prabowo è appoggiato dai settori e dai gruppuscoli radicali più estremisti dell'islam indonesiano ed è un nazionalista identitario. Il primo vede di buon occhio la Cina, il secondo la detesta.

sabato 21 settembre 2019

Jokowi blocca la legge sulla riforma penale

Rinvio. Con “calma e gesso” direbbero i giocatori di biliardo. E’ il senso del discorso che ieri ha tenuto in Indonesia il presidente Joko "Jokowi" Widodo che, dopo le proteste relative alla riforma del codice penale in discussione alla Camera bassa - in particolare sulle regole in materia di sessualità - ha chiesto ai legislatori quella che chiameremmo una “pausa di riflessione”. Il disegno di legge mira a sostituire il codice penale olandese ereditato dal governo coloniale (i 628 articoli di legge son costati anni di lavoro) ma diversi punti sono molto controversi: è prevista una criminalizzazione per chi fa sesso fuori dal matrimonio il che ha fatto infuriare non solo i libertari ma anche i liberali che ci vedono la mano nello Stato negli affari privati dei cittadini. Fin nei loro letti. Ma non è tutto: il disegno di legge punisce duramente che insulta il presidente e include – spiega la stampa locale - una gamma più ampia di azioni che possono essere considerate tradimento. Più di 300mila persone hanno firmato una petizione per chiedere a Jokowi di intervenire e Andreas Harsono, ricercatore senior di Human Rights Watch, ha descritto il nuovo progetto di codice penale come "disastroso non solo per le donne e le minoranze religiose e di genere, ma per tutti gli indonesiani. I legislatori dovrebbero rimuovere tutti gli articoli offensivi prima di approvare la legge".

"Continuo a monitorare da vicino gli sviluppi nelle discussioni sul disegno di legge sulla riforma del codice penale e ascolto le opinioni di varie comunità che esprimono obiezioni a diversi articoli del disegno di legge", ha detto il presidente in una conferenza stampa a Giava trasmessa in diretta sul canale BeritaSatu e ripreso dai giornali in indonesiano e in inglese. "Ho concluso che alcuni materiali richiedono ulteriori discussioni e ho quindi incaricato il ministro della Giustizia e dei diritti umani, a nome del governo, di trasmettere la nostra posizione alla Camera affinché la ratifica della legge sul codice penale venga rinviata". Una palla che passa ora nelle mani del ministro Yasonna Laoly che dovrà adesso mediare tra il presidente, la piazza e i membri del parlamento appena eletto.

A detta di Jokowi, molto attento agli umori della piazza ma anche un presidente che ha sempre cercato di affermare uno spirito laico meritandosi l’accusa di “non essere un buon musulmano”, ci sono almeno 14 articoli controversi che richiedono dunque ulteriori consultazioni tra il governo e gli estensori del disegno di legge ormai in dirittura finale. Se Jokowi è così attento alla vicenda non è comunque solo perché non vuol perdere la sua fama di riformatore. Il fatto è che la vicina Australia, partner commerciale importante e grande produttore di turisti, ha messo in guardia ufficialmente i suoi cittadini se la legge dovesse essere ratificata com’è ora: oltre alle relazioni extraconiugali tra sessi differenti, il rischio verrebbe infatti corso anche dalla comunità Lgbtq.



giovedì 29 agosto 2019

Kalimantan: la nuova capitale sarà qui

L'ultimo indice di qualità dell'aria pubblicato dall'Energy Policy Institute dell’Università di Chicago (Epic) spiega che chi abita a Giacarta potrebbe vedersi ridurre di oltre due anni la sua aspettativa di vita se i livelli di inquinamento non scenderanno da quelli attuali. Un peggioramento degli ultimi vent’anni che corrisponde a un aumento dei livelli di crescita economica e a un’esponenziale allargamento dell’area urbana di una capitale che occupa una superficie di oltre 6.300 kmq. Al censimento del 2010 a Giacarta vivevano 9 milioni di persone ma la “Greater Jakarta” arriva ad almeno 30 che saranno quasi 36 entro il 2030. Se già adesso è il più grande agglomerato urbano del mondo dopo Tokio, nel 2030 potrebbe diventare la più grande megalopoli del pianeta. Una megalopoli che affonda lentamente: si stima che circa il 40% della città sia già ora al di sotto del livello del mare in un’area costiera soggetta a inondazioni, alla minaccia dell’innalzamento dei mari e al drenaggio selvaggio di acqua potabile che ne svuota le falde.

Joko Widodo, detto Jokowi, il giovane presidente indonesiano al suo secondo mandato, non ha aspettato i dati dell’Università di Chicago sull’aria né le proiezioni dei demografi sulla crescita della capitale. Quando si candidò per il primo mandato nel 2014, tra le tante promesse – riforme e lotta alla corruzione – c’era anche il traffico caotico di Giacarta. Un video in cui attraversava la città vessata dalle code chilometriche divenne virale sul web aumentando la sua popolarità nella capitale. Per mantenere la promessa, Jokowi ha pensato così di fondarne una nuova: abbandonare Giacarta e trasferire la sede diplomatico-amministrativa addirittura nel Kalimantan, il Borneo indonesiano. Lontano da Giava, l’isola più popolosa dell’arcipelago, per sfuggire forse, oltre al traffico e all’inquinamento, anche alla cattiva fama di una città vissuta da molti indonesiani più come l’espressione del potere dei giavanesi che non come sintesi del variegato pianeta della tanah air kita, la “nostra terra d’acqua”, come gli indonesiani chiamano il loro impero insulare di 17 mila isole abitate da 270 milioni di persone.

L’idea di Jokowi, che vorrebbe realizzare lo spostamento della capitale entro il 2024, non è nuova. Il presidente ne aveva già parlato a maggio ma in agosto è tornato sull’argomento e il 26 dello stesso mese ha fatto l’annuncio ufficiale sul luogo prescelto. Fa parte, della sua “visione” per i prossimi anni: “Tutti gli aspetti sono stati attentamente studiati – ha detto - in modo che la decisione sia in linea con la nostra visione nazionale per i prossimi 10, 50, 100 anni”. Idea folle, futuribile o necessaria? Solo in termini finanziari, gli ingorghi in città produrrebbero una perdita secca annuale di 100 trilioni di rupie (quasi 9 miliardi di euro). Trasformare la capitale in un sito solo amministrativo, sul modello di Washington o Brasilia, vorrebbe dire anche disegnare una nuova smart city tra l’altro lontana dagli epicentri sismici o dal rischio di inondazioni. Nella prima fase, la nuova capitale dovrebbe ospitare 1,5 milioni di residenti, tra cui circa 200mila funzionari statali e 25.000 agenti di polizia e militari. Il costo previsto per avviare l’operazione viene valutato in circa 30 miliardi di euro (in tre anni dunque si ripagherebbe), una cifra che il governo potrebbe ottenere alienando beni nella vecchia capitale. La sfida però è notevole.

La scelta definitiva del posto doveva essere annunciata a fine del 2019 ma Jokowi ha preferito giocare d’anticipo, d’accordo con il suo ministro della pianificazione dello sviluppo nazionale Bambang Brodjonegoro, che lavora da mesi con un team dell'Agenzia nazionale per la pianificazione dello sviluppo (Bappenas). Jokowi ha annunciato che il luogo prescelto a Kalimantan è Bukit Soeharto, un’area forestale che copre circa 300mila ettari di foresta nelle due regioni di Panajam Paser Utara e Kutai Kertanegara. La nuova capitale sarebbe così vicino al mare e in una località a metà strada tra la ricca città petrolifera di Balikpapan e Samarinda, altro grande centro del Borneo. Le due città, dotate di aeroporto, sarebbero a meno di un’ora di macchina e sono collegate da un'autostrada. Il governo possiede due terzi dell’area forestale ed è qui che nascerà la nuova “Ibukota” la nuova capitale. Ha un solo difetto… nasce in un posto che si chiama “Collina Suharto”, un nome – quello del vecchio dittatore – che non porta molto bene. Ma non è l’unico neo.

Gli ambientalisti hanno cominciato ad avanzare qualche riserva sull’ennesima ferita nel secondo polmone verde del pianeta. Bukit Soeharto infatti è dal 2007 un’area forestale protetta, considerata un sito di conservazione. La nascita di una nuova città segnerebbe un punto di non ritorno. I dubbi non si fermano agli ambientalisti. Le città ideali - sogno di amministratori e urbanisti - sono spesso un fallimento. L’ultimo in ordine di tempo è Naypyidaw, in Myanmar, dal 2005 nuovo centro del potere birmano. Le cronache però dicono che chi ci dovrebbe vivere ci resta il meno possibile e appena può torna a Yangoon la vecchia capitale. Così che le sue spaziose strade centrali fanno sembrare il nuovo centro una città fantasma. Un posto da toccata e fuga.

Questo articolo è uscito stamane su il manifesto

venerdì 23 agosto 2019

Razzismo a Papua

Farfak, Mimika, Manokwari, Sorong, Jayapura sono i nomi di alcune località delle province
indonesiane di Papua e Papua Barat (un tempo Irian Jaya) dove da lunedi la piazza protesta contro il trattamento razzista riservato a Surabaya (Giava) ad alcuni studenti in trasferta nell’isola che ospita la capitale Giacarta. E’ li che venerdi scorso folla e polizia hanno circondato un dormitorio studentesco dove una quarantina di papuasi erano accusati di aver oltraggiato la bandiera nazionale. I video dell’incidente di Surabaya han fatto il giro dei social, molto diffusi in Indonesia, e a poco sono serviti gli inviti del presidente Jokowi a “perdonare” i concittadini accusati di aver apostrofato gli studenti con slogan razzisti chiamandoli “scimmie”. Tra la folla di Surabaya c’erano anche agenti di polizia e soldati accusati di aver spalleggiato i dimostranti che se la prendevano con gli studenti. Tra l’alto la polizia, dopo aver sparato gas lacrimogeni nel dormitorio aveva arrestato gli studenti per poi rilasciarli dopo poche ore senza aver trovato alcuna prova del fatto che fossero stati responsabili di oltraggio alla bandiera.

La più orientale delle province indonesiane è non solo la più povera (pur ospitando la più grande miniera d’oro del mondo proprietà dell’americana Freeport McMoran) ma è abitata da gente il cui colore della pelle è diventato un elemento di emarginazione che ha fatto infuriare una popolazione che da sempre si sente cittadina di serie B nel grande arcipelago. Per tutta risposta il governo ha deciso di bloccare Internet per tentare di limitare l’uso dei social, alimentando una rabbia contenuta solo con l’invio a Papua di oltre mille agenti e l’arresto di decine di attivisti. Solo ieri finalmente il presidente Jokowi ha detto pubblicamente di aver chiesto alla polizia il pugno di ferro contro episodi razzisti ammettendo di fatto ciò che in un primo tempo aveva sottovalutato. La protesta a Papua si era intanto estesa anche a Giava in diverse città dove papuasi e giavanesi hanno manifestato solidarietà agli studenti di Surabaya: "Stop Rasis" (Stop al razzisomo) e "Kami bukan monyet" (Non siamo scimmie) stava scritto sui cartelli agitati dai dimostranti in diverse città indonesiane.

“I disordini sono l'accumulo di molti problemi che non sono stati ancora risolti”, sostiene Adriana Elisabeth, una ricercatrice dell’Istituto indonesiano delle scienze (Lipi) che è anche coordinatrice della Papua Peace Network, una rete per facilitare il dialogo col governo. Intervistata dal Jakarta Globe, Adriana sostiene che continua a crescere il divario di ricchezza tra i locali e i tanti indonesiani che, provenienti da altre parti dell'arcipelago, si insediano nell’area: "L'identità locale è stata umiliata verbalmente e se lo associamo ai problemi economici ciò provoca anche invidia sociale. Numerosi siti commerciali sono stati danneggiati durante i disordini e ciò dimostra l’antipatia per i migranti. Sebbene le interazioni quotidiane siano relativamente tranquille, il problema di fondo non viene risolto e una piccola scintilla può innescare disordini di massa...", conclude la ricercatrice che punta l’indice su questioni relative ai diritti umani mai risolte e sottovalutate con discriminazione razziale ed emarginazione: problemi che non sono mai stati affrontati.
La notizia della chiusura di Internet intanto ha fatto il giro del Paese sollevando reazioni: la rete per la libertà di espressione del Sudest asiatico (SAFEnet) sta usando l'hashtag ""keep it on"" per spingere il governo a revocare il divieto mentre Veronica Koman, avvocatessa per i diritti umani, ha detto ad Al Jazeera che il suo team sta presentando una denuncia per il blocco al relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di espressione.

Intanto il governo non nasconde la preoccupazione per la presenza durante le manifestazioni di attivisti dell’Organisasi Papua Merdeka (Opm), la più antica organizzazione indipendentista dell’area. Nei mesi scorsi tra l’altro tre gruppi separatisti armati hanno annunciato la creazione di una West Papua Army coordinata dall’United Liberation Movement for West Papua (Ulmwp). I nodi vengono al pettine e non è detto che la protesta – ieri al suo quarto giorno consecutivo - rientri.

martedì 13 agosto 2019

Indonesia: com'è dura esser donna

Questo articolo è uscito sabato scorso su Alias
Le illustrazioni di Marie Cécile corredano il libro di Feby Indirani
"Non è mica la Vergina Maria" (Add 2019 trad. A Sorriente)

Baiq Nuril Maknun è un’amministratrice scolastica di Lombok, la capitale della provincia omonima, una delle tante realtà insulari dell’Indonesia. Ma lei e quanto le è successo sono diventati prima un caso nazionale e adesso una vicenda che ha cominciato a diffondersi anche sulla grande stampa internazionale. Nuril sopportava da un pezzo le avance anche molto spinte del suo superiore finché non ha deciso di registrare una delle tante telefonate dove il suo molestatore le diceva frasi oscene. E’ il 2015 e Nuril sopporta le pressioni da ormai due anni. Quando però la registrazione finisce sui social – anche se lei nega di averla diffusa – il suo molestatore la denuncia per diffamazione. E li inizia il suo calvario. Messa in galera per quasi quattro mesi nel 2017, Nuril era poi stata assolta da un tribunale locale che l’avevano giudicata innocente. Ma la pubblica accusa impugna la sentenza che è finita in Cassazione dove i giudici l’hanno invece ritenuta colpevole. Esauriti i gradi di giudizio Nuril dovrebbe ora tornare in carcere per altri due mesi e pagare circa 36mila dollari al suo molestatore, una cifra esorbitante in Indonesia.

Senza darsi per vinta, questa madre di tre figli (cui si trova a dover spiegare perché) si è allora rivolta al neo presidente Joko “Jokowi” Widodo chiedendo la grazia. Jokowi ha accolto la richiesta e dunque ha scritto al parlamento perché esamini una proposta di amnistia, un modo per chiudere il caso. Ma la strada è irta di ostacoli. La proposta di Jokowi è già stata discussa dalla III Commissione della Camera ma l’iter rischia di essere lungo. La vicenda è ormai un caso che travalica i confini dei tribunali e anche quelli geografici. Una lettera firmata da nove gruppi, tra cui la Fondazione indonesiana di assistenza legale con sede a Giacarta ma anche il Forum asiatico per i diritti umani e lo sviluppo la cui sede sta a Bangkok, afferma che la sentenza avrebbe solo "perpetuato la cultura della colpa delle vittime". Per molti invece Nuril ha torto e basta.

Quello di Nuril per altro – che gode anche della simpatia di politici locali influenti come la ministra Yasonna Hamonangan Laoly (Giustizia e diritti umani) – è un caso che va oltre la battaglia fatta al rigorismo dei giudici da gruppi femministi e di tutela dei diritti umani: sotto tiro c’è infatti anche la controversa legge che regola l’informazione per via tecnologica, varata nel 2008 e considerata liberticida. Specie per le donne.

La legge, dicono i suoi critici, è vaga e lascia alla polizia un'ampia discrezionalità per decidere quali tipi di contenuti in circolazione possano o meno essere considerati diffamatori e indecenti. Dal 2008 in poi la legge ha già fatto molte vittime anche se nel 2016 sono stati ridotti i massimali delle pene (da 12 a 4 anni di prigione): c’è una donna a Bandung imprigionata per cinque mesi nel 2015 dopo che il suo ex marito aveva hackerato il suo account o il caso di un’altra donna incriminata per aver condiviso un post che prendeva in giro il tentativo di un politico di dribblare investigatori anti-corruzione. E ancora, quello che è successo a un musicista, messo in galera per aver dato degli "idioti" in un video a un gruppo di sostenitori di Jokowi.

L'anno scorso - riferisce il South China Morning Post - il Paese ha registrato 292 casi che interessano la legge rispetto ai 140 del 2017: diffamazione e incitamento all'odio sono le accuse più comuni. La Commissione nazionale sulla violenza contro le donne ha rilevato che lo scorso anno sono stati segnalati almeno 97 casi di violenza cibernetica contro le donne rispetto ai i 65 del 2017: casi che vanno dalla diffamazione online alle molestie, dall’hackeraggio alle violazioni della privacy. Spesso inoltre le molestie informatiche non vengono nemmeno denunciate (forse per via della discrezionalità garantita dalla legge alla polizia) anche se si sta diffondendo la coscienza che denunciare è giusto. Internet (oltre il 47 % delle donne lo usa e l’Indonesia è come numero di utenti di Fb il quarto Paese al mondo con 130 milioni di utenti ) è comunque solo una parte del tutto: complessivamente, lo scorso anno sono stati registrati oltre 406mila casi di violenza contro le donne in Indonesia. Erano oltre 348mila nel 2017, sempre secondo i dati della Commissione. Ma, riferisce la Bbc, un terzo delle donne indonesiane ha subito violenze fisiche o sessuali, secondo un sondaggio del governo pubblicato nel 2017.

C’è anche altro a bollire in pentola. Bisogna trasferirsi però nella parte più occidentale e settentrionale dell’arcipelago: nell’Aceh, provincia devastata dallo tsunami del 2004 e nota per una lunga guerriglia separatista (1976-2005) connotata da un forte accento islamista, all’origine dello statuto speciale che già dai tempi di Sukarno era stato garantito alla provincia.
Adesso è in discussione una legge che vorrebbe legalizzare la poligamia, finora regolata non da una legge provinciale ma da una consuetudine abbastanza radicata. L'Indonesia, Paese musulmano ma non islamico radicale, non consente la poligamia poiché la legge nazionale definisce legalmente il matrimonio come l'unione tra due adulti di sesso opposto ma vengono però prese in considerazione norme religiose e tradizionali che magari consentono indirettamente la poligamia specie nelle aree dove è forte l’interpretazione rigorista del Corano, come nell’Aceh (ossia più registrazioni di matrimonio “tradizionale”). Il paradosso è che i fautori della legge sulla poligamia (che consentirebbe sino a quattro mogli) la difendono sostenendo che è innovativa e pensata a protezione proprio delle donne. Un modo, dicono, per render illegali i cosiddetti matrimoni nikah siri (ossia quelli che soddisfano i requisiti religiosi ma non sono legalmente riconosciuti né registrati). I matrimoni nikah siri, che sono normalmente condotti in semi segreto, sono un fenomeno pare abbastanza comune. Uno studio del 2012 condotto in 111 villaggi in 17 province dal programma Empowerment of Female Heads of Households (Pekka) ha scoperto che un abitante su quattro del villaggio era vincolato da un matrimonio non registrato.

“Dal punto di vista dell'islam – scriveva il Jakarta Post in un editoriale - (il matrimonio nikah siri) è lecito grazie alla presenza del penghulu (persona in grado di officiarlo), sebbene non autorizzata dal ministero degli Affari religiosi” e nel contempo “la legge sul matrimonio del 1974 stabilisce che un matrimonio è legittimo se soddisfa le formalità religiose e viene registrato”. Su questa “ambivalenza” condotta sul confine sottile tra diritto dello Stato, religione e pratiche tradizionali, registrazione o meno, si gioca una partita sulla pelle delle donne anche se in molti comprenderebbero “le conseguenze legali e sociali del matrimonio non ufficiale, inclusa l'assenza di diritto da parte della moglie e dei figli sull'eredità o sui documenti ufficiali”. Lo Stato però, che pure bolla il nikah siri come illegale “non riesce a vietarlo esplicitamente o a criminalizzare chiunque lo pratichi”. Una bella confusione insomma.

Confusione, avvisava l’editorialista, peggiorata da che “il Consiglio Ulema indonesiano (Mui) ha emesso una fatwa nel 2006, in cui si afferma che il matrimonio non registrato è halal (consentito dalla legge islamica), purché soddisfi tutti i requisiti stabiliti dalla sharia”.

La legge sulla poligamia questa volta ha però suscitato un tale vespaio da poter essere considerata non solo un campanello d’allarme sui diritti delle donne ma anche il segno di una società civile che, dal basso, reagisce e pone la questione in termini pubblici impedendo, come avveniva in passato, che le norme più oscurantiste passino quasi inosservate e imposte dall’altro.

domenica 20 gennaio 2019

Il fragile gioco di Joko Widodo: fine pena per Abu Bakar Bashir

Alla vigilia del primo round elettorale tra il presidente Jokowi e il suo rivale Prabowo Subianto – un ex generale che sposato in prime nozze con la figlia del fu dittatore Suharto – il capo di Stato indonesiano in scadenza se n’è uscito con una rivelazione clamorosa. E cioè che di lì a poco Abu Bakar Bashir, l’ottuagenario ispiratore della strage di Bali del 2002 (il suo coinvolgimento diretto non è mai stato provato), sarebbe uscito di galera. Il teologo e fondatore del gruppo islamista Jemaah Islamiyah (da cui è poi uscito per creare un altro movimento) è malato e dunque, ha spiegato Joko Widodo detto Jokowi, ci sono motivazioni umanitarie dietro al rilascio anzitempo di un vecchietto che cammina col bastone. Stranamente la notizia è passata in Asia quasi inosservata, persino sui giornali indonesiani (o su quelli cambogiani più attenti alla visita di Hun Sen in Cina). Ma la cosa non è passata invece per niente inosservata sui media australiani. Furono gli australiani a pagare il prezzo più alto nella strage del 12 ottobre 2002, l’attentato più grave a un anno di distanza dalle Torri gemelle: tra le 202 vittime, 88 erano “Aussie”, ragazzi e coppiette venute in vacanza a Bali.

Niniek Karmini del Diplomat - un magazine fondato a Sidney ora con base a Tokio e che in questi
Abu Bakar Bashir
anni ha fatto molta strada - ricorda ad esempio che nel marzo scorso l'Australia ha invitato l'Indonesia - quando il governo stava prendendo in considerazione gli arresti domiciliari - a evitare qualsiasi indulgenza nei confronti di Bashir. E se è pur vero che Bashir, arrestato non molto dopo la strage, fu inizialmente condannato a 3 anni di carcere (poi ridotti) per reati minori e solo nel 2011 è stato condannato a 15 per via di un campo di addestramento paramilitare, a pochi va giù che il chierico se ne possa andare a casa prima del tempo. Jokowi per altro ha dimostrato di non essere un politico sensibile alle pressioni esterne (nei casi di condanne a morte di stranieri ad esempio) ma l'Australia è sempre l’Australia. Cosa c’è dunque dietro alla svolta? Solo “considerazioni umanitarie” e problemi relativi – come ha detto il presidente - alla sua “assistenza sanitaria"?
Benché Jokowi si sia guadagnato lustro e consenso proprio con la riforma sanitaria – estesa e pressoché gratuita – ci sono almeno altre due buone ragioni.

La prima è che il mandato è in scadenza e nel Paese musulmano più popoloso del pianeta un candidato presidente si deve per forza giocare anche la carta verde. Accusato di non essere un bravo musulmano dai rivali radicali, Jokowi ha forse pensato che un atto di clemenza verso il vecchio ideologo, che gode comunque di qualche consenso, potrebbe giovargli. Un gesto di clemenza di cui però approfitterebbe anche un amico del presidente, per di più cristiano. Condannato a due anni per blasfemia nel maggio del 2017, l’ex governatore di Giacarta Basuki Tjahaja Purnama, detto Ahok, dovrebbe lui pure uscire dal carcere prima del fine pena. Una cosa bilancerebbe l’altra e Jokowi avrebbe un alleato importante al fianco perché Ahok gode del consenso anche dei musulmani moderati. Giochi complicati e pericolosi.

Widodo cerca un altro mandato per andare avanti col suo piano di riforme. La sfida principale – già vinta nel round passato del 2014 – sarà nuovamente con Prabowo Subianto, uomo dei poteri forti cui Jokowi è inviso e che si presenta con l’imprenditore Sandiaga Uno. Nel primo dibattito televisivo coi co-candidati al fianco, Jokowi ha segnato qualche punto e così il suo futuro vice Ma'ruf Amin, un religioso moderato. Ma c’è il fardello di 5 anni di governo: nel bene e nel male. Ad aprile si vedrà.

mercoledì 28 ottobre 2015

Quel maledetto 1965

Le stragi del triennio maledetto in un'immagine d'epoca
«E' con grande disappunto che l'Ubud Writers & Readers Festival annuncia la cancellazione della sessione dedicata alla repressione anti comunista del 1965... anche la proiezione di The Look of Silence di Joshua Oppenheimer è stata cancellata».

Così gli organizzatori di una delle più importanti manifestazioni culturali indonesiane, se non la più nota, hanno dato venerdi scorso la notizia di un atto di censura che di fatto cancella il primo vero tentativo di fare i conti con un passato che ha appena compiuto 50 anni. Da quando un colpo di stato organizzato da una parte dell'esercito tentò, il 1 ottobre del 1965, di prendere il potere in Indonesia prima che a farlo fossero i generali che poi organizzarono la repressione immediata del putsch e, nei tre anni successivi, un vero e proprio massacro che portò all'estinzione del Partito comunista, dei suoi affiliati, simpatizzanti o semplicemente di persone contigue – per amicizia o parentela – a chi aveva simpatie di sinistra. Un incubo con un bilancio incerto che i più moderati fissano ad almeno mezzo milione di morti.

Bung Karno (Sukarno). Sotto
a destra Jokowi
Il governo del presidente Jokowi, un civile che ha vinto da poco le elezioni sfidando proprio la lobby militare e conservatrice erede di quell'oscuro patrimonio, ha deciso però che i tempi non sono maturi per una riflessione che continua a far paura, è assente dai libri di storia se non in forma manipolata e non ha mai fatto i conti con almeno una commissione di verità e giustizia. Un incubo senza colpevoli che pesa su 250 milioni di indonesiani e sull'incapacità di una classe dirigente, ancorché progressista, di aprire finalmente il dibattito su cosa accadde in quei tre anni maledetti e nella dittatura che ne seguì per altri trenta.

La sessione dedicata a questo viaggio nella memoria doveva iniziare giovedi 29. Al centro vi sarebbe stato il discusso film di Oppenheimer (The Act of Killing 2012) – candidato all'Oscar ma che in Indonesia non è distribuito – e il seguito (The Look of Silence, Gran premio della giuria a Venezia) ma anche la discussione franca con chi di quegli anni bui ha scritto e dibattuto non senza difficoltà: stranieri e indonesiani.

domenica 27 luglio 2014

La scelta "afgana" dopo la vittoria di Jokowi in Indonesia

Mappa amministrativa dell'Indonesia
Mi scuso coi miei lettori per un lungo silenzio e non è che sull'Afghanistan non ci siano notizie. Basti pensare che è sceso in campo ancheObama, in linea con quanto fatto dal suo inviato Kerry. Ma oggi vorrei tornare a una vecchia passione: l'Indonesia. Anche perché gli ultimi accadimenti ricordano un po' quanto è successo alla presidenziali afgane. Fatto sta che qualcosa di importante è successo in quella lontana e vasta nazione, qualcosa che, mi pare, con l'ormai atavico assordante silenzio generale del nostro Paese sulla politica estera, sia stato abbastanza ignorato. In fondo son solo qualche paio di centinaia di milioni di abitanti in un Paese dove si incrociano da sempre le mire di Stati Uniti, Cina, Giappone e Australia.

Prabowo a un incontro del suo partito; Gerindra
Chi segue da vicino le vicende del Paese delle 13mila isole (che i locali chiamano Tanah air kita, la nostra terra d'acqua) non si è forse stupito della vittoria, il 22 luglio,  di Joko Widodo, detto Jokowi. Ma nella battaglia per diventare presidente, la vittoria di Jokowi non era affatto scontata poiché dall'altra parte della barricata stava e sta un uomo potente, ex generale convertitosi a businessman, già marito di una delle figlie dell'ex dittatore Suharto (da cui si è separato ma lei ha appoggiato la sua candidatura), che ha condotto una campagna elettorale fortemente nazionalista e con diversi echi di una gestione, quella del suo ex suocero, che Prabowo Subianto non ha certo dimenticato. Anche perché, quando Suharto cadde nel 1998 dopo oltre trent'anni di potere, al comando della Kostrad a Giacarta (la riserva strategica, corpo fedelissimo d'élite al dittatore) c'era proprio Prabowo che non lesinò una dura repressione anche se poi Suharto fu scaricato dai suoi generali che, in seguito, scaricarono anche Subianto.