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venerdì 7 giugno 2019

La scia "rossa" dietro il viaggio di Conte

Se come sostiene una recente pubblicazione di Arel – il centro studi fondato da Nino Andreatta – il Vietnam è “un laboratorio di successo” dove testare quel che resta della vivacità imprenditoriale italiana, il viaggio di Conte potrebbe essere una delle poche scelte sensate di un’amministrazione ormai nota solo per i litigi, la disumanità e i voltafaccia. I dati lo confermano: le nostre esportazioni in Vietnam hanno registrato nel 2018, stima la Farnesina, un aumento dell’11,16%, per un totale di 1,3 miliardi di euro il che fa del Belpaese il secondo esportatore europeo dopo la Germania. Le oltre 100 aziende italiane hanno investito lì quasi 350 milioni di euro con una novantina di progetti specie nel settore manifatturiero ma anche in quello dei macchinari, delle infrastrutture e (udite udite) delle energie rinnovabili. Il Vietnam ha diversi vantaggi: una legislazione per l’estero con scarsi lacciuoli, sconti per chi investe e una manodopera a basso costo che ha tra l’altro la grande qualità di non protestare. E’ un piccolo paradiso dove scalpitano giapponesi e tedeschi ma soprattutto i vecchi storici nemici: Stati Uniti e Cina. I vietnamiti (come cinesi e americani) sono pragmatici e la memorie delle guerre (con gli uni e con gli altri) è roba che si può dimenticare in un Paese per forza giovane dove l’eredità della “Guerra americana”, come la chiamano qui, si vede non solo nel lascito di diossina dell’agente Orange ma anche in una popolazione giovane (un terzo dei suoi 90 milioni è sotto i trent’anni) che con la nascita delle riforme del libero mercato iniziate nel 1986 (Doi Moi) ha tradotto in vietnamita il capitalismo autoritario inaugurato da Deng con lo sdoganamento della possibilità – gloriosa – di arricchirsi.

L’Italia ha sempre capito con un po’ di ritardo che il secolo dell’Asia era già iniziato da un pezzo, che la lontananza geografica si sarebbe sempre più
ridotta e che quegli animaletti gialli e straccioni sarebbero diventate tigri pimpanti. Abbiamo un’ambasciata ad Hanoi e a Bangkok. Non a Phnom Penh e Vientiane. Ma il povero Conte, con la controversa firma degli accordi con Pechino e ora col suo viaggio vietnamita, ha invece centrato uno dei pochi obiettivi di un governo che sarà ricordato soprattutto per i numerosi buchi nell’acqua. Sfrutta con saggezza le poche scelte intelligenti di politica asiatica tra cui il riconoscimento del Vietnam del Nord nel 1973 (col solo voto contrario – guarda guarda – del Movimento sociale italiano), dopo gli accordi di Parigi ma due anni prima della vera e propria fine della guerra. Un gesto apprezzato (spinto da comunisti e socialisti) perché fino ad allora parlavamo solo col governo golpista di Saigon.

Quell’apertura – che si riflette ancora oggi sui rapporti tra i due Paesi – aveva anche altri precedenti: le imponenti manifestazioni a sostegno del Vietnam (i cui striscioni campeggiano nel museo della guerra di Città Ho Chi Minh) e quel che fecero i camalli genovesi che – lo ricordava il manifesto qualche giorno fa – bloccarono l’attracco delle navi americane e, ancora, ne inviarono una – l’ "Australe" - carica di viveri e medicinali al porto vietnamita di Hai Phong. Certe cose non si dimenticano.

Oggi su il manifesto




mercoledì 30 gennaio 2019

Trenta, Moavero e la guerra afgana

Il fatto che il ministro degli Esteri Moavero Milanesi abbia detto di non saperne nulla, all’indomani delle indiscrezioni sul ritiro dall’Afghanistan dei soldati italiani nell’arco di 12 mesi deciso dalla ministra Trenta, è non solo anomalo e imbarazzante ma la spia di due debolezze. La prima riguarda una scelta evidentemente non condivisa all’interno del governo se un ministro dice una cosa e l'altro, in un certo senso, la smentisce. La seconda riguarda invece una debolezza strutturale degli ultimi governi del Paese, di centro sinistra come di centrodestra e ora di indefinito colore: quella cioè di aver affidato al ministero della Difesa la gestione della guerra afgana, un trasferimento di poteri che bypassa il primo ministro e il titolare della Farnesina, le due figure istituzionalmente deputate alla gestione di un conflitto. Anche un terzo elemento è di una certa gravità: l’aver ignorato il parlamento (e persino il consiglio dei ministri), come se una decisione tanto importante – il ritorno dei nostri soldati da una guerra che dura da 17 anni - possa essere una misura che si decide con un provvedimento amministrativo da parte di un ministero. E’ la spia di un processo lungo che ha visto nel tempo diminuire la presenza della diplomazia e affermarsi la primogenitura delle armi.

I premier italiani hanno smesso di visitare l’Afghanistan lasciando l’incombenza ai ministri della
Difesa. Questi ultimi, ormai vestiti in mimetica come se fossero soldati e non rappresentanti civili di un governo, si guardano bene dall’andare a salutare per primo il presidente afgano in carica. Passano in rivista le truppe e, se va bene, incontrano il loro omologo o, più spesso, i vertici Nato in un Paese dove l’occupazione militare è stata la cifra di una “missione di pace” approvata – di disse allora - per combattere il terrorismo ma anche per sostenere lo sviluppo, la libertà delle donne, i diritti umani. Se la forma è anche sostanza, la beffa di due ministri che battibeccano nientemeno che sulla fine della partecipazione a un conflitto, non è che la logica conseguenza di questo percorso. Debole (perché demanda in realtà agli Stati Uniti la decisione se si debba o meno restare in Afghanistan) e pericoloso (perché abitua i cittadini a pensare che il tema della guerra appartenga soltanto alla sfera militare). Da questo punto di vista, anche la società civile italiana non è esente da critiche. L'associazionismo italiano ha lasciato scorrere l’acqua della guerra afgana – la più lunga della storia recente - come un flusso tutto sommato di ordinaria amministrazione. Distratta da nuovi conflitti (Siria, Kurdistan, Libia) si è dimenticata di quello più vecchia: la madre di tutte le guerre a cavallo del secolo che, nel dicembre prossimo, compirà 40 anni.

Intanto, se il condizionale è d’obbligo nelle questioni afgane, anche la bozza d’accordo che i talebani avrebbero concordato nel Qatar con l’inviato americano Zalmay Khalilzad va trattata con prudenza. Dopo quasi una settimana di colloqui diretti, Khalilzad e la rappresentanza politica talebana che ha sede a Doha, sono arrivati a un accordo di massima su alcune questioni fondamentali anche se non del tutto risolutive. La prima riguarda un calendario d’uscita delle truppe straniere dal Paese (Nato compresa, che – come ha già ha fatto Roma - si adeguerà alle scelte americane), precondizione per trattare il resto. Gli americani avrebbero anche ottenuto garanzie su un’uscita indolore senza attacchi di sorpresa mentre i talebani si sarebbero impegnati a non avere nessun legame né con Al Qaeda né con lo Stato islamico. Gli altri punti nevralgici – il dialogo col governo di Kabul e il cessate il fuoco – restano invece dei nodi, non secondari, da sciogliere. Non è nemmeno chiaro se Washington potrà conservare l’utilizzo – magari con un ridotto numero di soldati – della base aera di Bagram, hub strategico in caso di conflitto con Mosca o Teheran. Difficile che gli americani vi intendano rinunciare....

... (continua su DinamoPress)

Nelle immagini: Elisabetta Trenta, Enzo Moavero, Donald Trump