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giovedì 5 settembre 2019

Kabul alza la testa (e Bruxelles e Roma la chinano)

Marginalizzato e politicamente indebolito dai negoziati solo bilaterali tra Talebani e Americani, il
governo di Kabul prova a fare la voce grossa. Ieri Seddiq Sediqui, il portavoce del presidente Ashraf Ghani, ha reso noto che il governo “è preoccupato e per questo chiede ulteriori chiarimenti per esaminare accuratamente rischi potenziali e conseguenze negative” dell’accordo di Doha tra i Talebani e l’inviato di Trump, Zalmay Khalilzad. Che lunedì ha portato il testo a Ghani e ne ha anticipato alcuni contenuti in un’intervista alla tv ToloNews: ritiro entro 135 giorni dalla firma di 5.400 dei circa 14.000 soldati Usa. Il resto del testo non è pubblico, ma è chiaro il nodo politico. Gli afghani, spalle al muro, si sentono in parte traditi da Khalilzad, che ha derubricato come secondario ciò che fino a pochi mesi fa riteneva prioritario: che alla “pace” tra Americani e Talebani corrisponda quella tra il governo di Kabul e la guerriglia.

La preoccupazione non è solo sua. Dagli Stati Uniti – dove Ghani ha vissuto a lungo – arriva una dichiarazione congiunta di 9 tra ex ambasciatori e inviati speciali Usa in Afghanistan. Sostengono con forza la soluzione negoziata al conflitto, ma chiedono “che il ritiro completo delle truppe avvenga solo dopo una vera pace”, non prima, e che il governo afghano venga sostenuto, non tagliato fuori dai negoziati, come fin qui avvenuto. Rigettano inoltre una delle ipotesi ventilate nelle scorse settimane – un esecutivo a interim dopo la firma dell’accordo – e si dicono a favore dello svolgimento delle presidenziali del 28 settembre. Nessuno sa se si terranno o meno.

Ghani, in cerca del secondo mandato, assicura che le elezioni sono indispensabili per la legittimità del sistema ma alcuni candidati poco convinti si sono già ritirati mentre uno dei favoriti, l'ex consigliere per la sicurezza nazionale Hanif Atmar, ha sospeso la campagna e il premier Abdullah è disposto a rinunciarvi "per favorire la pace". Sul voto un funzionario internazionale da anni a Kabul e che preferisce restare anonimo è sconsolato: “Continua a stupirmi la mancanza di conoscenza diretta della realtà dell'Afghanistan quotidiano di vari analisti che pontificano sul futuro... se solo chiedessero in strada e nelle campagne alla gente cosa pensa delle elezioni che, secondo la consumata narrativa americana, ogni non talebano vorrebbe disperatamente…”. Sfiducia sul voto dunque ma anche rabbia e rumor di ogni tipo tra cui quello, riferisce una fonte, secondo cui gli americani sparerebbero addirittura sui soldati afgani. Clima teso e preoccupato. Anche tra gli umanitari che lavorano nel Paese. Luca Lo Presti di “Pangea” se ne fa tramite: “Al tavolo negoziale sono assenti i temi legati alla popolazione: i diritti delle donne o quello all’istruzione. Solo controllo e spartizione del potere. Che trattativa è”?

Non la spiega nemmeno il segretario generale della Nato Stoltenberg che, incontrando Mike Pompeo, si limita a ribadire “sostegno pieno agli Usa”. Si, ma i suoi 16mila soldati che faranno? In Italia la cosa è nelle mani di due neoministri: Di Maio e Lorenzo Guerini, che dal Comitato parlamentare per la sicurezza (Copasir, controllo parlamentare sui servizi segreti) è stato mandato alla Difesa a sostituire la ministra pentastellata Trenta che si è distinta per le sue visite in mimetica (uno stile ereditato da La Russa) al contingente italiano in Afghanistan (800 uomini) che il governo gialloverde, nonostante le posizioni “ritiriste” in campagna elettorale, ha ridotto solo di un centinaio di unità. Lodigiano e già vicesegretario del Pd si spera che almeno smetta l’uso della mimetica. Ma soprattutto il nuovo capo della Farnesina potrebbe prendere una posizione visto che erediterà dal silenziosissimo Moavero Milanesi il dossier afgano che il suo predecessore aveva avocato a sé sottraendolo al sottosegretario per l’Asia Manlio Di Stefano. Per tenerlo nel cassetto.

A quattro mani con Giuliano Battiston


mercoledì 30 gennaio 2019

Trenta, Moavero e la guerra afgana

Il fatto che il ministro degli Esteri Moavero Milanesi abbia detto di non saperne nulla, all’indomani delle indiscrezioni sul ritiro dall’Afghanistan dei soldati italiani nell’arco di 12 mesi deciso dalla ministra Trenta, è non solo anomalo e imbarazzante ma la spia di due debolezze. La prima riguarda una scelta evidentemente non condivisa all’interno del governo se un ministro dice una cosa e l'altro, in un certo senso, la smentisce. La seconda riguarda invece una debolezza strutturale degli ultimi governi del Paese, di centro sinistra come di centrodestra e ora di indefinito colore: quella cioè di aver affidato al ministero della Difesa la gestione della guerra afgana, un trasferimento di poteri che bypassa il primo ministro e il titolare della Farnesina, le due figure istituzionalmente deputate alla gestione di un conflitto. Anche un terzo elemento è di una certa gravità: l’aver ignorato il parlamento (e persino il consiglio dei ministri), come se una decisione tanto importante – il ritorno dei nostri soldati da una guerra che dura da 17 anni - possa essere una misura che si decide con un provvedimento amministrativo da parte di un ministero. E’ la spia di un processo lungo che ha visto nel tempo diminuire la presenza della diplomazia e affermarsi la primogenitura delle armi.

I premier italiani hanno smesso di visitare l’Afghanistan lasciando l’incombenza ai ministri della
Difesa. Questi ultimi, ormai vestiti in mimetica come se fossero soldati e non rappresentanti civili di un governo, si guardano bene dall’andare a salutare per primo il presidente afgano in carica. Passano in rivista le truppe e, se va bene, incontrano il loro omologo o, più spesso, i vertici Nato in un Paese dove l’occupazione militare è stata la cifra di una “missione di pace” approvata – di disse allora - per combattere il terrorismo ma anche per sostenere lo sviluppo, la libertà delle donne, i diritti umani. Se la forma è anche sostanza, la beffa di due ministri che battibeccano nientemeno che sulla fine della partecipazione a un conflitto, non è che la logica conseguenza di questo percorso. Debole (perché demanda in realtà agli Stati Uniti la decisione se si debba o meno restare in Afghanistan) e pericoloso (perché abitua i cittadini a pensare che il tema della guerra appartenga soltanto alla sfera militare). Da questo punto di vista, anche la società civile italiana non è esente da critiche. L'associazionismo italiano ha lasciato scorrere l’acqua della guerra afgana – la più lunga della storia recente - come un flusso tutto sommato di ordinaria amministrazione. Distratta da nuovi conflitti (Siria, Kurdistan, Libia) si è dimenticata di quello più vecchia: la madre di tutte le guerre a cavallo del secolo che, nel dicembre prossimo, compirà 40 anni.

Intanto, se il condizionale è d’obbligo nelle questioni afgane, anche la bozza d’accordo che i talebani avrebbero concordato nel Qatar con l’inviato americano Zalmay Khalilzad va trattata con prudenza. Dopo quasi una settimana di colloqui diretti, Khalilzad e la rappresentanza politica talebana che ha sede a Doha, sono arrivati a un accordo di massima su alcune questioni fondamentali anche se non del tutto risolutive. La prima riguarda un calendario d’uscita delle truppe straniere dal Paese (Nato compresa, che – come ha già ha fatto Roma - si adeguerà alle scelte americane), precondizione per trattare il resto. Gli americani avrebbero anche ottenuto garanzie su un’uscita indolore senza attacchi di sorpresa mentre i talebani si sarebbero impegnati a non avere nessun legame né con Al Qaeda né con lo Stato islamico. Gli altri punti nevralgici – il dialogo col governo di Kabul e il cessate il fuoco – restano invece dei nodi, non secondari, da sciogliere. Non è nemmeno chiaro se Washington potrà conservare l’utilizzo – magari con un ridotto numero di soldati – della base aera di Bagram, hub strategico in caso di conflitto con Mosca o Teheran. Difficile che gli americani vi intendano rinunciare....

... (continua su DinamoPress)

Nelle immagini: Elisabetta Trenta, Enzo Moavero, Donald Trump

giovedì 21 giugno 2018

Afghanistan? Gialloverde signorsi

Ritiro delle truppe? Nemmeno accennato
E’ un comunicato di 5 righe quello che il ministero diretto da Enzo Moavero Milanesi ha dedicato all'incontro alla Farnesina col Chief Executive del governo afgano, Abdullah Abdullah a Roma fino a ieri per una riunione  del World Food Programme. Sommate all'apprezzamento del 17 giugno sulla tregua tra Kabul e la guerriglia per la festa di Eid el-fitr, la posizione dell’Italia sull'Afghanistan totalizza 8 righe e mezzo. Appena un quarto del messaggio che Moavero ha fatto avere alla stampa quando il 10 giugno ha incontrato a Roma il Segretario generale della Nato, Stoltenberg. In quell’occasione “Moavero ha tenuto a ricordare come l’Italia, quinto contributore al bilancio della Nato, abbia profuso un grande impegno in termini di uomini, mezzi e risorse nelle operazioni Nato”, soprattutto “in Afghanistan e in Kossovo”. Il ministro ha inoltre sottolineato “come la tendenza alla crescita” delle spese militari “si vada consolidando”.