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domenica 4 gennaio 2015

Fuoco amico sul matrimonio

Il bilancio è per ora di 27 vittime e almeno 70 feriti, in gran parte donne e bambini. La strage è avvenuta durante un matrimonio mercoledì scorso nel villaggio di Milan Rodi, distretto di Sangin nel Sud del paese. Ma questa volta la Nato non c'entra e nemmeno i talebani, come all'inizio era stato invece denunciato.

Le vittime sarebbero state infatti l'oggetto di un bombardamento con mortai contro una festa di matrimonio dove un gruppo di guerriglieri si sarebbe rifugiato. Nella zona la guerriglia è ben posizionata e, come si sono giustificati i militari, è difficile per esercito e polizia nazionali operare senza rischi; da qui a bombardare una residenza piena di civili però ce ne corre. Il presidente Ashraf Ghani, alle prese con la sua prima grossa grana di guerra che coinvolge oltre a molti civili le responsabilità del “suo” esercito, ha mandato nella provincia di Helmand, dove si trova il villaggio, una nuova equipe di inquirenti, allo scopo di indagare sulla strage del mercoledì il cui primo rapporto non ha affatto soddisfatto il neo capo dello Stato che ha tra l'altro in quelle aree parte della sua base elettorale. Non si tratta solo di un caso di coscienza: ieri per il terzo giorno consecutivo la gente è scesa in piazza andando a protestare nella capitale della omonima provincia di Lashkargah dove sono arrivati anche diversi parlamentari che però, per motivi di sicurezza, non hanno poi raggiunto i ricoveri dei feriti suscitando polemiche in una zona sotto controllo della guerriglia e dove quindi l'attenzione a come si muovono (o non si muovono) Stato e parlamento è molto alta (Ghani fra l'altro non ha ancora formato l'esecutivo). La gente del posto vuole che i responsabili della strage vengano processati e puniti.

Il matrimonio è un rito collettivo che in Afghanistan rappresenta un momento più che centrale nella vita delle famiglie e dell'intero villaggio. Ma questa tradizione è stata più volte macchiata dal sangue di stragi che hanno colpito feste o processioni nuziali, trasformando le nozze in funerali. 



martedì 20 aprile 2010

A LA GUERRE COMME A LA GUERRE


Il funzionario di un'importante agenzia internazionale è pensieroso. Lavora nel Sud dell'Afghanistan. Un posto maledetto su cui, per sdrammatizzare, circolano barzellette: “Kandahar i canadesi la chiamano Canadahar...”, dice, ma non ha una gran voglia di ridere. “La chiusura dell'ospedale di Emergency è una seria preoccupazione perché in quell'area è l'unico luogo dove si può avere assistenza medica chirurgica di livello”.
Con l'operazione a Marjah alle spalle e con una nuova offensiva Nato all'orizzonte, il quadro non è rassicurante. Un nuovo operativo, spiegano gli umanitari che monitorano quello spicchio di Afghanistan, significa anche Ied (mine rudimentali lungo le strade), ordigni “sporchi” e kamikaze. Che uniti allo sfacelo delle bombe o agli “effetti collaterali” di qualsiasi offensiva militare faranno comunque un macello.

Il quadro afgano è desolato, come quello di ogni guerra. Ed è poco consolante che il generale Stanley McChrystal abbia fatto di tutto per cambiare passo, modificare le regole d'ingaggio, evitare un certo tipo di bombardamenti dall'aria, far maggior attenzione nei rastrellamenti, aver più cura ai checkpoint. La guerra è guerra, verrebbe da dire. E non c'è guerra umanitaria che tenga. I due termini fanno a pugni in una cacofonia disperata. Anche i talebani hanno questa preoccupazione. Quando cala il consenso perché il gioco si fa duro, il problema è per tutti quello di evitare le vittime civili. Cosa possibile solo con una tregua. In attesa che Unama faccia il primo bilancio di quest'anno sul numero di innocenti uccisi (2.186 tra gennaio e novembre 2009, due terzi dei quali ammazzati dalla guerriglia), all'orrore di una guerra già poco raccontata si aggiunge ora un testimone in meno. E un problema in più per i feriti da armi, schegge, bombe, proiettili che la mano di un bravo chirurgo - un Garatti che impegna il suo tempo a salvar la pelle altrui rischiando la propria - potrebbe salvare.

Un gioco così duro che passa in secondo piano un lieve terremoto che ha colpito ieri la provincia di Samangan, a quasi 200 chilometri da Kabul, nel Nord. In fondo sono “solo” undici morti e una settantina di feriti e forse qualche metro cubo di villaggi (pare circa trecento case) andato giù col suo carico di miseria. Le altre notizie sono routine della guerra: la polizia segreta che annuncia l'arresto di una decina di militanti che stavano preparando un attacco nel cuore della capitale (cosa che dopo l'arresto degli uomini di Emergency viene da prender con le molle) o la notizia (non confermata) che un soldato si sarebbe fatto esplodere in una base dell'esercito afgano uccidendo un militare. Oppure ancora la nomina, sabato scorso, di Fazel Ahmad Manawi alla testa della Commissione elettorale (Iec) al posto di Azizullah Lodin, spazzato via dalla bufera seguita alle elezioni di agosto, capro espiatorio di una brutta storia terminata con la “rielezione” di Karzai a presidente.

La guerra va avanti e con lei la fibrillazione politica in una capitale scossa dal pericolo di attentati sempre in agguato ma anche da un futuro incerto, da ricucire rapidamente alla viglia, nemmeno troppo lontana, dell'incontro a Washington il 12 maggio tra Karzai e Obama, che è sempre un po' in forse. Sullo sfondo, l'affaire Baradar, il capo talebano arrestato dai pachistani e che, dicono gli avveduti, è la pedina di Islamabad per entrare nel piatto del processo di riconciliazione nazionale. E infine la Loya Jirga di pace, ormai alle porte, tentativo di farlo marciare questo processo di pace di cui tanto si parla che ma stenta ad avviarsi. Come farlo partire bene, del resto, in attesa di una ennesima offensiva di terra della Nato? Qualche settimana fa, prima del caso Emergency, Karzai ha fatto un giro tra gli anziani dei villaggi che saranno inclusi più o meno direttamente nell'offensiva. Ha rassicurato e garantito che nulla si farà senza un accordo preventivo con loro. Sempre in cerca di consensi, il ras di Kabul deve dimostrare che in Afghanistan comanda lui, che non è, come si dice sempre, solo il sindaco della capitale. Da come saprà gestirla, più o meno d'accordo con McChrystal, che gli liscia le penne come alla gare tra galli che si giocano al venerdi nei giardini di Babur, si vedrà la sua tenuta. Ma anche quella del generale che, entro l'anno, ha promesso una svolta e si sta giocando la faccia e la carriera.

Se Emergency sia stata cacciata in quanto testimone scomodo resta da dimostrarsi. Scomodi però son scomodi Gino e i suoi accoliti, sempre con questo mantra infinito delle vittime. E quel che è certo è che la loro dipartita viene probabilmente festeggiata in più sedi. Gli unici a disperarsi veramente saranno gli afgani feriti. Quelli del mantra di Gino per i quali oggi, come ieri, i taccuini dei cronisti sono avari. Da oggi un po' più di ieri.

mercoledì 14 aprile 2010

PENSIERINI, LA ONG E IL PRESIDENTE

Non è un momento dei più sereni quello in cui scoppia il giallo di Lashkargah che coinvolge pesantemente una delle più note Ong internazionali in Afghanistan. Nel paese dell'Hindukush dal 1999, l'organizzazione di Via Meravigli ne ha viste delle belle e ha dovuto passare attraverso la buriana dei molteplici governi e regimi che vi si sono alternati negli ultimi dieci anni. Quando nel 2001 Emergency aprì il suo ospedale nella Kabul talebana, coordinava anche i centri di salute del Nord sotto influenza del comandante Massud. In un difficile equilibrio. Ma non meno complicata è stata la relazione con Karzai e i suoi ministri.

Anello debole di una catena fragile per definizione, quella umanitaria, Emergency è sempre stata sotto tiro. Anche perché, inutile negarlo, lo scontro si è sempre inevitabilmente prodotto anche per il vizio di alzare la voce e denunciare, da testimoni sempre incomodi, le sciagure della guerra. Quando capitò l'incidente di Mastrogiacomo con la mediazione di Emergency, Karzai finì sotto tiro perché aveva ceduto al ricatto di liberare cinque prigionieri talebani. Inevitabile che dopo un po' sarebbe scattata la ritorsione. Non potendo prendersela col governo italiano, gli strali caddero su Emergency e su Ramatullah Hanefi costretto a due mesi di carcere duro. Ma adesso?

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SOTTO TIRO LO SPAZIO UMANITARIO


Proprio in questi giorni, Enna (European Network of NGO's in Afghanistan), la coalizione europea delle Ong attive in Afghanistan, sta preparando un documento per la presidenza spagnola della Ue che sarà ospitato in un forum sul diritto umanitario. E' in preparazione del Comitato europeo sulla politica e la sicurezza (Pesc) che si tiene a fine mese. Il dossier fa un quadro a tinte fosche dello spazio umanitario in Afghanistan già oggetto di una lettera inviata, sempre da Enna, al nuovo rappresentate della Ue a Kabul, il lituano Vygaudas Usackas.
Secondo Enna e sebbene i dati parlano da soli (mortalità materna al 16 e infantile al 129 per mille, malnutrito un bambino su due sotto i cinque anni e un aumento delle vittime civili della guerra del 14% rispetto all'anno precedente) c'è una scarsa sensibilità dei donatori su questi fronti eminentemente umanitari. Ma su altri non va meglio: in settori come acqua, ambiente e agricoltura, i finanziamenti coprono solo il 42% delle necessità effettive, e solo il...4% nel settore sanitario.
Non c'è però solo un'insensibilità del portafoglio, ossia di carattere quantitativo: c'è un problema di qualità, sia dell'intervento umanitario sia dello “spazio umanitario” in sé, sempre più ristretto e sempre più sotto tiro come il caso di Emergency sembra dimostrare in maniera evidente. Non è una novità.

Nel rapporto del Feinstein International Center (scritto da Antonio Donini nel 2009) si legge a chiare lettere che “...l'umanitarismo è prepotentemente minacciato in Afghanistan. Gli attori umanitari e i loro principi (neutralità, imparzialità, autonomia ndr) sono sotto attacco. La capacità delle agenzie umanitarie di rispondere ai bisogni essenziali (altro imperativo umanitario ndr) è compromesso da fattori interni ed esterni, sia per il modo stesso di operare delle agenzie sul terreno sia per l'estrema fragilità e pericolosità dell'ambiente in cui operano”. Donini rilevava come le Nazioni unite fossero e fossero percepite come “allineate” alla missione militare e come l'avventata chiusura di Ocha (l'agenzia delle “emergenze” dell'Onu smantellata nel 2002 e ripristinata poi a fine 2008) avessero reso reso più fragile una situazione già complicata da un quadro di paesi donatori e belligeranti allo stesso tempo.

Le Ong europee e quelle italiane insistono su diversi punti di crisi dello spazio umanitario, in primis sulla militarizzazione dell'aiuto, figlia dell'inedito sposalizio tra azione umanitaria e operatività belligerante, in una pericolosa confusione di ruoli. Un'altra preoccupazione riguarda invece la mancanza di serie, autonome e affidabili informazioni che non siano viziate da un'analisi di parte. Infine, anziché favorire la protezione degli aiuti – il mantra delle autorità militari – la militarizzazione di intere zone, finirebbe col negare l'accesso agli attori umanitari, con rarissime eccezioni. Una a caso? L'ospedale di Laskhargah nell'Helmand, regione off limits.
In tutto questo l'Italia?

Mentre l'inviato speciale Massimo Iannucci viaggia per Kabul con una lettera in tasca del ministro Frattini per Karzai, nel Belpaese ancora non si è spenta la polemica per le incaute parole del ministro appena saputo dell'arresto: quella presa di distanze apparsa stonata e certo poco allineata a una linea di difesa, senza se e senza ma, sia dei residenti italiani all'estero sia dello spazio umanitario. La lettera di Frattini, con cui dopo la sua uscita su Facebook cerca di rimediare alla levata di scudi, è già oggetto di critiche. A Kabul dicono che non era da lui che quella lettera andava firmata ma da Berlusconi. Karzai, dicono le fonti locali, potrebbe indispettirsi e giocare la parte del duro ben sapendo che, come Frattini stesso ha fatto capire, lo spazio umanitario non sembra una priorità degli Stati. Roma dal canto suo ha sempre sposato l'ipotesi “sistema Italia”, dove aiuto umanitario e missione militare si confondano in un'orgia di tricolore. E l'indice dei critici è puntato proprio sulla scelta di voler investire praticamente tutti i fiondi di cooperazione a Herat, dove c'è il contingente italiano. E che è anche la provincia...con meno necessità.

La vicenda di Emergency ha dunque un retroterra fangoso per gli umanitari, già indispettiti dalla polemica che, nel febbraio 2009, fu innescata dall'invito dell'ambasciata italiana a Kabul di evitare il paese a causa del deterioramento delle condizioni di sicurezza. Con la proposta di ritirare il personale italiano, lasciando i progetti in mano solo a quello locale. Un'eventualità, si disse allora, che non solo avrebbe esposto gli operatori afgani, privati della protezione degli internazionali, a rischi maggiori di quelli che già correvano. Ma che sembrava voler ridurre l'intervento italiano nel paese al solo ambito militare. Una polemica che, allora, era andata di pari passo con quella sul rifinanziamento della missione militare da cui, in un primo momento, erano spariti i fondi destinati esplicitamente alle attività di carattere civile, circa 100 milioni (in parte reintegrati).

Il quadro umanitario italiano è per altro frammentato: le Ong che fanno parte di un coordinamento sono soltanto tre. Molte altre (Emergency è la più nota ma ve ne sono a decine) agiscono per proprio conto usufruendo, questo va detto, dei buoni auspici dell'ambasciata che una mano non la nega mai. Ma è un quadro di riferimento, di scelta politica sulla protezione dello spazio umanitario ciò che manca. Responsabilità delle sole Ong o anche di un Palazzo disattento alle ragioni degli umanitari? Sempre scomodi per altro, come nel caso di Emergency.

martedì 13 aprile 2010

TRA FRANCO FRATTINI E HENRY DUNANT, EMERGENCY E IL PIANETA UMANITARIO

C'è sconcerto nel pianeta umanitario che, più o meno direttamente ha a che fare con l'Afghanistan e che più o meno ha avuto o ha a che fare con Emergency. Sia ben chiaro: nel variegato pianeta dell'umanitarismo, si tratti di Ong, associazioni, reti, la posizione individuale su Emergency non è sempre delle più tenere. Ma in un caso come questo a nessuno viene in mente neppure per un momento di prestare il fianco ai suoi detrattori, accorsi numerosi a fare l'occhiolino compiaciuto alle tesi della polizia segreta afgana.

Lo sconcerto è derivato soprattutto dalle posizioni del governo italiano che, alla notizia del sequestro, ha preso subito le distanze come a chiarire che, a buon conto, Emergency è Emergency e l'Italia non ha nulla a che fare con l'organizzazione di Strada. Presa di distanze che ha lasciato esterrefatto chi si sarebbe aspettato che, senza sposare le tesi ultrapacifiste della Ong, il governo facesse subito la voce grossa a protezione almeno dei tre cittadini italiani che hanno tra l'altro un passato di volontari specchiato e riconosciuto. “Sorprende – dice il neo presidente dell'Associazione delle Ong italiane Sergio Petrelli – la presa di distanze da un'organizzazione il cui ruolo di mediazione nella vicenda Mastrogiacomo è assai noto al governo italiano. Infine chi opera in contesti come quelli di una guerra, non è mai al riparo da strumentalizzazioni proprio per il ruolo super partes che ha nella difesa, sempre e comunque, delle vittime civili. Un fatto delicatissimo. Mi auguro – conclude – che il governo italiano si muova almeno sul piano delle garanzie come deve essere per ogni cittadino all'estero a maggior ragione se impegnato in attività umanitarie: esposto e il cui lavoro è riconosciuto da tutti come efficace e serio”.

Emergency, insomma, non si tocca e per le critiche c'è tempo. Quelle che le vengono mosse sono note: una sorta di eccesso di autonomia che a volte ha fatto apparire la Ong una sorta di torre d'avorio umanitaria poco in sintonia con altre realtà che si muovono nel paese. Ma da questo ad assecondare rapide confessioni o la possibilità che sotto i camici immacolati dei medici si nascondano intenti kamikaze ne passa. Tanto che le parole di alcuni ministri o esponenti governativi hanno lasciato di stucco più di un attore umanitario la cui preoccupazione adesso è evidente: e se fosse capitato a me? Se dovessi trovarmi io domani nei guai in Afghanistan, vittima di qualche oscura manovra o semplicemente coinvolto in una storia poco chiara?

“Ci saremmo aspettati ben altre parole dal ministro”, commenta Nino Sergi, rimasto stupefatto dalle dichiarazioni a caldo di Frattini. “Come si fa in un momento come questo a prendere le distanze da Emergency dicendo che non ha a che vedere con la Cooperazione italiana? A parte il fatto che è proprio il ministero che le ha dato sia il riconoscimento di conformità sia la possibilità di usufruire di benefici fiscali o di chieder aspettative come avviene per tutte le Ong riconosciute. Ma inoltre, fare subito un distinguo sul terrorismo è come schiacciare Emergency su quella sponda. Chi di noi, compresi i medici di Emergency, non è contro terroristi e kamikaze? Ci auguriamo che il ministero faccia la sua parte per la liberazione degli arrestati, gente che ha dato lustro all'Italia all'estero”.


Sconcerto, stupore, meraviglia. E solidarietà. Le dichiarazioni del mondo umanitario non si contano: Terre des Hommes, esprimendo “solidarietà e stima” chiede un intervento attivo della Farnesina “che ha la responsabilità di seguire tutti gli espatriati che si trovano in situazioni così delicate”. La rete della società civile italiana “Afgana” sollecita anche un intervento dell'Unione europea e chiede alla Nato di “chiarire definitivamente quale parte abbiano avuto i soldati Isaf nell'operazione e per quale motivo vi abbiano partecipato”, come dimostra un video diffuso su Internet.

Secondo Mohammad Hashim Mayar invece, vice direttore di Acbar, un consorzio di oltre cento organizzazioni non governative afghane e straniere, se le autorità confermeranno le accuse, la struttura di Lashkargah rischia la chiusura immediata. Anche per questo forse Emergency chiama a raccolta i suoi sostenitori per sabato 17 aprile a Roma con una manifestazione nazionale per chiedere la liberazione dei tre operatori umanitari arrestati in Afghanistan. L'appuntamento di Piazza Navona servirà forse per sgombrare l'orizzonte anche da questa ipotesi.

lunedì 12 aprile 2010

EMERGENCY, UN VIDEO INCHIODA LA NATO

Il video su Youtube (tratto da PupiaTv) mostra chiaramente la presenza di soldati della Nato (smentita ieri da un comandante dall'Alleanza) nell'ospedale di Lashkargah, dove sono stati arrestati i tre medici italiani: l'infermiere Matteo Dell'Aira (coordinatore medico), il chirurgo d'urgenza Marco Garatti, veterano dell'Afghanistan e il tecnico della logistica Matteo Pagani. Sono accusati di terrorismo assieme ad altri sei afgani dell'ospedale. Le autorità afgane sostengono che avrebbero confessato. In una conferenza stampa tenutasi oggi a Milano la Ong ha respinto al mittente le accuse, parlando di "rapimento"




Sul sito di Emergency si può firmare un appello per la loro liberazione