Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta umanitario. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta umanitario. Mostra tutti i post

domenica 7 luglio 2024

L'Afghanistan e le nostre responsabilità




La presidente della Commissione Diritti umani della Camera Laura Boldrini ha reso nota lasua intenzione di presentare un'interrogazione al governo per “chiarire qual è la posizione dell'Italia nei confronti dell'Afghanistan, quali misure intenda intraprendere per sostenere la popolazione stremata e tutelarne i diritti - anche ripristinando aiuti allo sviluppo - e come intenda garantire la protezione internazionale alle afgane e agli afgani in fuga dai Talebani". Lo ha fatto dopo aver incontrato i responsabili della “Rete 26 febbraio” (strage di Cutro ndr) e quelli di 4 associazioni italiane e internazionali: Emergency, Intersos, Unitad Against Inhumanity (Uai) e Afgana. Durante un’audizione parlamentare abbiamo riassunto le condizioni in cui vive un popolo già vessato da leggi discriminatorie e dai postumi di una guerra infinita condotta con l’illusione di mettere le cose a posto e conclusasi con un fallimento. Cui è seguito un assordante silenzio. 

Riparlarne tre anni dopo la fuga del 15 agosto 2021 da Kabul, significa obbedire all’imperativo etico che obbliga un Paese che ha investito nella guerra afgana circa 10 miliardi (di cui il 90% in spesa militare) a non tradire la promessa fatta allora e che suonava più o meno così: “Non dimenticheremo l’Afghanistan”. Ma poi i soldi per l’emergenza si sono assottigliati, quelli per la ricostruzione sono scomparsi e la diplomazia europea – come quella americana - si è limitata a osservare la situazione da Doha, dove anche la nostra ambasciata è stata trasferita quell’estate, benché l’ambasciatore di allora a Kabul, Vittorio Sandalli, avesse ipotizzato che la nostra legazione in Afghanistan potesse rimanere aperta. Battaglia persa con la Farnesina e col governo.  

Ora ci si chiede se si può lasciar morire di fame la popolazione di un Paese solo perché non ne riconosciamo il regime. I numeri lo testimoniano: Emergency e Intersos – presenti sul territorio – ricordano che 23,7 milioni di afgani, oltre metà della popolazione, hanno bisogno di aiuti umanitari per sopravvivere e che oltre l’80% delle famiglie vive con meno di un dollaro al giorno. I tassi di malnutrizione materno-infantile sono fra i più alti al mondo così come l’incidenza di morti per ordigni esplosivi o da parto, conseguenza di una sanità  fragile con le carenze croniche di un sistema pubblico in cui l’accesso alle cure essenziali è un percorso a ostacoli. Uai ha ricordato il tema  della confisca delle riserve della Banca centrale afgana (Dab) da parte degli Usa e dei suoi  alleati (Italia compresa), col congelamento di 9,5 mld di dollari. Soldi del governo talebano? No, dei cittadini afgani che ora non possono metterli a garanzia per commerciare con l’estero. Tagliata fuori dal sistema bancario internazionale la Dab non è più in grado di svolgere le sue normali attività per garantire il funzionamento dell’economia. Uno scongelamento graduale con monitoraggio internazionale di quei fondi è urgente e necessario per il benessere dell’economia afgana. E non significa riconoscere il regime talebano.

Ma non c’è solo la crisi umanitaria, sanitaria ed economica, la repressione interna e la  discriminazione di genere. La società afgana sconta anche la mancanza di coraggio e creatività politica della diplomazia euro-atlantica. Di fronte all’impasse c’è bisogno di uno scarto: una diplomazia dei piccoli passi, che non sia declamatoria e basata su ultimatum ma che ricerchi l’opzione che più tutela i diritti e i bisogni della popolazione afgana e delle donne. Parlarsi non significa accettare le politiche talebane perché tra inazione e legittimazione esiste un ampio spettro di possibilità. Serve dunque un coinvolgimento attivo che comprenda anche il dialogo coi Talebani. In nome di quei diritti che da vent’anni proclamiamo di voler difendere.

Questo commento è apparso ieri su ilmanifesto accanto al pezzo di Giuliano Battiston

sabato 12 febbraio 2022

Fondi afgani "scongelati": una vendetta consumata... fredda

 Joe Biden ha deciso ieri il destino di quei 7 miliardi di dollari della Banca centrale
afgana “congelati” nelle casse della
 Federal Reserve
 dove si trovavano il 15 agosto quando il governo di Ashraf Ghanio crollò sotto la spinta talebana. Una scelta politica e giuridica che spezza in due gli asset congelati: parte del denaro – 3,5 miliardi – tornerà in Afghanistan ma non nelle casse del regime che ha vinto la guerra. Gli altri 3,5 miliardi resteranno congelati in attesa che la magistratura americana decida sulla richiesta di 150 familiari delle vittime dell’11 settembre che vogliono che una parte dei fondi li ripaghi della loro sofferenza. I fondi congelati superano in totale i 9 miliardi di dollari: quel che resta oltre ai 7 in America si troverebbe soprattutto in Germania, Svizzera, Emirati e Qatar. Il contante “fisico”stampato su ordine della Banca centrale afgana si trova invece in Polonia.

I 3 miliardi per l’Afghanistan scongelati confluiranno in un fondo fiduciario per assistenza umanitaria ma tenendolo fuori la cassa dalle mani dei talebani. Ma la creazione del trust fund non sarà un meccanismo semplice perché la creazione di quel fondo e l’elaborazione dei dettagli legali potrebbero richiedere diversi mesi. Resta dunque lo schiaffo per il regime e un’attesa incerta sulla tempistica. La decisione garantisce una punizione ai nemici mentre riconosce il diritto ai cittadini americani di essere ripagati per la strage del 2001. Due piccioni con una fava.

Leggi tutto su atlanteguerre

mercoledì 20 gennaio 2016

Filantropo con un occhio al mercato

Umanitari ma con l'occhio al mercato. Universali ma con un'agenda personale. Filantropi ma un po' pelosi. E' questo il quadro che emerge da una ricerca di Global Policy Forum, “watchdog” indipendente che studia le politiche di Onu, governi e privati e che si interroga sugli effetti della recente ondata filantropica ( Philanthropic Power and Development. Who shapes the agenda?). Per dirla in altre parole, quanto costa a governi e Nazioni Unite il buon cuore dei privati?

«Negli ultimi decenni – scrivono i ricercatori Jens Martens e Karolin Seitz - globalizzazione, deregulation e privatizzazioni hanno facilitato e aumentato il potere di attori privati, in particolarmente delle grandi multinazionali... aziende con attività in decine di Paesi e fatturati miliardari hanno acquisito sia grande influenza sul sistema economico globale sia significativo peso politico». La loro influenza, dice il rapporto, è cresciuta anche sui temi del dibattito politico internazionale, dall'eliminazione della povertà, allo sviluppo sostenibile, i cambiamenti climatici, la tutela dei diritti umani. Quando i governi sembrano incapaci di risolvere le sfide globali, questi attori emergenti si presentano come alternativa operativa come «modello che finge di essere più flessibile, efficiente e non burocratico».

giovedì 16 luglio 2015

Afghanistan: il Paese più pericoloso per gli umanitari

Uno dei tanti appelli per la liberazione
 di Giovanni Lo Porto, umanitario ucciso,
 paradossalmente, da "fuoco amico"
Con buona pace di chi pensa che gli operatori umanitari siano perdigiorno in cerca di avventura, l'Aid Worker Security Report del 2015 - di cui sono stati resi noti alcuni dati prima della sua uscita in autunno -questa è davvero una professione ad alto rischio specie in Paesi come Afghanistan, Siria, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana e  Pakistan dove si registra il 65% delle violazioni che hanno totalizzato 190 attacchi nel 2014 contro 329 operatori umanitari in 27 Paesi: di questi 120 sono stati uccisi, 88 feriti e 121 sequestrati. L'Afghanistan detiene il primato, come sottolinea  oggi la stampa afgana.

La copertina del bollettino
umanitario di Ocha (Onu)

Nel Paese dove quindi la guerra è in teoria finita, non solo si continua a morire ma è sempre molto pericoloso portare soccorso, specie per il personale locale. In generale, dice il rapporto, gli attacchi sono diminuiti rispetto all'anno precedente (meno 30%) ma in alcuni Paesi l'emergenza e il rischio restano elevati. Una speranza arriva, almeno per l'Afghanistan, dalle dichiarazioni ufficiali pubblicate ieri mattina sul sito dei talebani con le quali mullah Omar benedice il negoziato di pace (comunque in acque turbolente). Il secondo round negoziale dovrebbe tenersi tra una quindicina di giorni.
Ma da qui alla pace la strada resta ancora in salita.

lunedì 1 settembre 2014

Danza macabra


La sofferenza del corpo infividuale e del corpo sociale
Medici Senza Frontiere e Emanule Giordana
Festival Oriente Occidente
Oggi alle ore 17
Giardino della Danza - Rovereto, via Roma ore 17

LINGUAGGI
Corpi in conflitto


La distinzione tra corpo e anima, tra corpo e mente, ha segnato per secoli le dottrine di filosofi, pensatori, teologi e scienziati. Eppure al di là delle teorie e delle interpretazioni, l’uomo appare come quella singolarissima sintesi tra due mondi solo all’apparenza così diversi e antitetici. Anzi risulta essere la dimostrazione più chiara che non c’è alternativa ma solo unità.
E così il corpo pare riprendersi una rivincita come parte della comprensione che gli esseri umani possono avere del mondo materiale e spirituale, come strumento di conoscenza, come termometro al quale non possiamo opporre bugie, fantasie e  nemmeno pazzie e false realtà. Ecco perché la sezione Linguaggi parte proprio da qui, dal corpo e dai corpi che si incontrano, si scontrano, si avvicinano e si allontanano, che talvolta si immolano e trovano pace, che ci trasmettono elementi e figure degli altri uomini, della terra, della natura.
In un mondo sempre più immateriale restano solo i corpi a riportarci al vero, a impedirci di mentire e mentirci?
Studiosi, testimoni, giornalisti, artisti ci aiutano a comprendere la contemporaneità fatta di corpi che migrano tra continenti, che soccombono a una natura contaminata, svilita e distrutta, che vivono lo stato di guerra continua dell’illegalità e del malaffare, che vengono annientati dai conflitti tecnologici e dalle nuove forme di fanatismo e dai terrorismi. Ma ci svelano anche come il corpo, là dove sembra più minato, si dimostra anche l’unico in grado di offrirci nuove prospettive quasi a dirci che in un momento così privo di punti di riferimento forse dobbiamo ripartire proprio da qui.
Henry Dunant, padre del diritto umanitario

mercoledì 26 marzo 2014

Se il talebano diventa umanitario

Un ritratto di Henry Dunant,
il padre del diritto umanitario
In tempi di confusione umanitaria, anche i talebani non sono da meno.

Mullah Ahmad Bilal, ad esempio, è a capo della Commissione talebana di controllo e coordinamento per Ong e società, un organismo che può dare il permesso di operare in una certa zona. Sia che facciate vaccinazioni a scopo umanitario sia che mettiate ripetitori telefonici a scopo di lucro. In un certo senso anche questo è un segno della modernità (se mi passate questo termine spurio) cui nemmeno la guerriglia in turbante si riesce a sottrarre. E con la confusione tipica sia della fretta con cui la modernità - nel bene e nel male - sconquassa gli equilibri e connota l'epoca in cui viviamo. Nella quale l'aiuto umanitario lo fanno i militari e le Ong assomigliano molto spesso ad aziende che vendono un prodotto.

sabato 15 febbraio 2014

A cena con gi afgani (a Roma)

Una cena afgana a Roma: oggi a partire dalle 17.30 ospiti della Comunità di Base di S. Paolo, Via Ostiense 152/b. La cena serve a  finanziare il Progetto "La Sosta" che prevede la gestione dei locali della Comunità insieme ai ragazzi afgani la domenica pomeriggio; lì possono cucinare il loro cibo, ascoltare musica, ballare, giocare e ... mangiare, sono circa un centinaio a volta. Partecipazione a offerta libera di sostegno al progetto

Nella bella immagine scattata dal fotografo Romano Martinis, pranzo in una chaikanà afgana sulla strada tra Kabul  e il passo di Salang

martedì 13 aprile 2010

TRA FRANCO FRATTINI E HENRY DUNANT, EMERGENCY E IL PIANETA UMANITARIO

C'è sconcerto nel pianeta umanitario che, più o meno direttamente ha a che fare con l'Afghanistan e che più o meno ha avuto o ha a che fare con Emergency. Sia ben chiaro: nel variegato pianeta dell'umanitarismo, si tratti di Ong, associazioni, reti, la posizione individuale su Emergency non è sempre delle più tenere. Ma in un caso come questo a nessuno viene in mente neppure per un momento di prestare il fianco ai suoi detrattori, accorsi numerosi a fare l'occhiolino compiaciuto alle tesi della polizia segreta afgana.

Lo sconcerto è derivato soprattutto dalle posizioni del governo italiano che, alla notizia del sequestro, ha preso subito le distanze come a chiarire che, a buon conto, Emergency è Emergency e l'Italia non ha nulla a che fare con l'organizzazione di Strada. Presa di distanze che ha lasciato esterrefatto chi si sarebbe aspettato che, senza sposare le tesi ultrapacifiste della Ong, il governo facesse subito la voce grossa a protezione almeno dei tre cittadini italiani che hanno tra l'altro un passato di volontari specchiato e riconosciuto. “Sorprende – dice il neo presidente dell'Associazione delle Ong italiane Sergio Petrelli – la presa di distanze da un'organizzazione il cui ruolo di mediazione nella vicenda Mastrogiacomo è assai noto al governo italiano. Infine chi opera in contesti come quelli di una guerra, non è mai al riparo da strumentalizzazioni proprio per il ruolo super partes che ha nella difesa, sempre e comunque, delle vittime civili. Un fatto delicatissimo. Mi auguro – conclude – che il governo italiano si muova almeno sul piano delle garanzie come deve essere per ogni cittadino all'estero a maggior ragione se impegnato in attività umanitarie: esposto e il cui lavoro è riconosciuto da tutti come efficace e serio”.

Emergency, insomma, non si tocca e per le critiche c'è tempo. Quelle che le vengono mosse sono note: una sorta di eccesso di autonomia che a volte ha fatto apparire la Ong una sorta di torre d'avorio umanitaria poco in sintonia con altre realtà che si muovono nel paese. Ma da questo ad assecondare rapide confessioni o la possibilità che sotto i camici immacolati dei medici si nascondano intenti kamikaze ne passa. Tanto che le parole di alcuni ministri o esponenti governativi hanno lasciato di stucco più di un attore umanitario la cui preoccupazione adesso è evidente: e se fosse capitato a me? Se dovessi trovarmi io domani nei guai in Afghanistan, vittima di qualche oscura manovra o semplicemente coinvolto in una storia poco chiara?

“Ci saremmo aspettati ben altre parole dal ministro”, commenta Nino Sergi, rimasto stupefatto dalle dichiarazioni a caldo di Frattini. “Come si fa in un momento come questo a prendere le distanze da Emergency dicendo che non ha a che vedere con la Cooperazione italiana? A parte il fatto che è proprio il ministero che le ha dato sia il riconoscimento di conformità sia la possibilità di usufruire di benefici fiscali o di chieder aspettative come avviene per tutte le Ong riconosciute. Ma inoltre, fare subito un distinguo sul terrorismo è come schiacciare Emergency su quella sponda. Chi di noi, compresi i medici di Emergency, non è contro terroristi e kamikaze? Ci auguriamo che il ministero faccia la sua parte per la liberazione degli arrestati, gente che ha dato lustro all'Italia all'estero”.


Sconcerto, stupore, meraviglia. E solidarietà. Le dichiarazioni del mondo umanitario non si contano: Terre des Hommes, esprimendo “solidarietà e stima” chiede un intervento attivo della Farnesina “che ha la responsabilità di seguire tutti gli espatriati che si trovano in situazioni così delicate”. La rete della società civile italiana “Afgana” sollecita anche un intervento dell'Unione europea e chiede alla Nato di “chiarire definitivamente quale parte abbiano avuto i soldati Isaf nell'operazione e per quale motivo vi abbiano partecipato”, come dimostra un video diffuso su Internet.

Secondo Mohammad Hashim Mayar invece, vice direttore di Acbar, un consorzio di oltre cento organizzazioni non governative afghane e straniere, se le autorità confermeranno le accuse, la struttura di Lashkargah rischia la chiusura immediata. Anche per questo forse Emergency chiama a raccolta i suoi sostenitori per sabato 17 aprile a Roma con una manifestazione nazionale per chiedere la liberazione dei tre operatori umanitari arrestati in Afghanistan. L'appuntamento di Piazza Navona servirà forse per sgombrare l'orizzonte anche da questa ipotesi.

giovedì 29 ottobre 2009

PERCHE' COLPIRE L'ONU A KABUL?


Se anche le Nazioni Unite – i tutori dell'aiuto umanitario neutrale ed imparziale - entrano nel mirino, si compie un salto di qualità senza precedenti nel cuore del conflitto afgano. Non è la prima volta però che gli uomini del Palazzo di vetro pagano il prezzo del conflitto. E non sono esattamente le stimmate della neutralità la percezione che circola in Afghanistan rispetto agli inviati del Palazzo di vetro. E ancora: purtroppo il volto dell'Onu non è in questo paese sinonimo di garanzia, protezione, diritto umanitario. Almeno così non la pensano buona parte degli afgani: “Un ente inutile” per molti di loro. Auto bianche e palazzi blindati, come la sede dell'Undp che sembra una fortezza, assai più corazzata della vicina ambasciata cinese o iraniana.
Il quartiere della strage è Sharenaw. L'Onu vi ha occupato diversi stabili e ne ha costruiti altri in stile “palazzo di vetro”, con grandi vetrate che rendono invisibile l'interno. Se Unama, la missione Onu in Afghanistan, voleva dare il segnale di essere vicina agli afgani - più vicina della Nato o delle cancellerie occidentali, blindate come fortini - l'operazione non è riuscita. Perché?
Fino ad ora a pagare erano stati soprattutto i contrattisti locali: uomini che distribuiscono cibo o cemento e che spesso finiscono nelle mani dei talebani: sequestri, intimidazioni, violenze. Ma, non essendo occidentali, è difficile che la notizia passi oltre il filtro delle agenzie di stampa:. E' la storia di molti volti anonimi delle Nazioni unite. Afgani che, per un buon stipendio, rischiano sulla linea del fronte, lontani dagli uffici dove lavora lo staff passando carte e partecipando a meeting. Ma fino a ieri la logica talebana era abbastanza chiara come, per altro, agli inizi dell'anno scorso spiegava bene un memo riservato che girava tra gli organismi internazionali. Attraverso una sorta di fatwa, i talebani avevano minacciato qualsiasi afgano partecipasse alle azioni, anche umanitarie, del nemico. Ecco perché a pagare erano soprattutto loro, gli afgani, cittadini di serie B anche nella grande famiglia dell'Onu. Ma cosa è cambiato adesso?
Le Nazioni unite sono nella bufera da un po'. Benché Kai Eide, il nordico capo di Unama, si sia molto speso soprattutto sulla questione delle vittime civili, la missione non riesce a scrollarsi di dosso la percezione che sia organica al governo Karzai, ai comandi Nato, alle cancellerie occidentali. “Schiacciata”, come spiegava un funzionario. E dunque lontana dalla gente comune, la miglior difesa per gli operatori umanitari.
Quando girò il memo la stretta fu immediata. Per tutti, Ong comprese. Ma per Unama, o per i tecnici delle Cooperazioni bilaterali, ancora di più: mai uscire per strada, auto blindate, nessuna esposizione. Dunque nessun contatto col popolino. I talebani sembrano voler sfruttare proprio questa lontananza e la sensazione di un ente inutile che esegue un comando anziché occuparsi dei bisogni primari della gente.
Questa percezione era arrivata anche a Ginevra, dove ha sede l'Ufficio per gli affari umanitari (Ocha). Il suo direttore, John Holmes, si scontra l'estate scorsa con Eide. Vuole che in Afghanistan l'Onu cambi faccia e ritorni ad essere l'attore neutrale che dovrebbe essere. E' appena stata dimenticata la proposta folle che un solo uomo riassumesse in sé tutte le cariche: capo della Nato, della delegazione Ue, di Unama, una catastrofe se la scelta fosse stata fatta. Ma, forse più per una ripartizione di poltrone, l'idea va in cantina e, all'Onu, la spunta Eide. Che però viene giudicato – col passare del tempo - troppo debole. In agosto Kai si oppone all'idea che si apra un ufficio Ocha in Afghanistan ma deve cedere, persino Ban Ki moon è d'accordo con Holmes. Da allora si sta tentando una sorta di risalita impossibile.
Poi, dopo le elezioni, l'altro scontro, col suo vice Galbraith che vuole annullare il voto. Eide lo licenzia e si apre un'altra lacerazione.
L'attacco dei talebani al cuore del potere umanitario è un colpo durissimo. Pianta una lama nel punto più debole e fragile dell'impalcatura occidentale in Afghanistan. E nell'unica istituzione dove la voce di tutti i paesi del mondo ancora si fa sentire. Una voce fioca, osteggiata, ancor prima che dagli afgani, dagli stessi “alleati” occidentali, per i quali l'Onu è davvero un “ente inutile”, vestigia di un passato da dimenticare.
Se mullah Omar ha fatto un raffinato calcolo politico è difficile da dire, ma indebolire l'Onu significa indebolire il pilastro umanitario e fare un regalo a chi dice: “Vedete? Avevamo ragione, dateci più soldati”. E' la logica del tanto peggio tanto meglio. E può funzionare. Il terrore nel compound dell'Onu è anche questo: una bomba la cui esplosione rischia di fare a pezzi l'unica deterrenza allo sviluppo di una situazione che molti ancora vorrebbero dominata dalla sola opzione militare.

giovedì 12 marzo 2009

IL MOMENTO DI AGIRE

Alla fine ce l'hanno fatta. Anche se ci son voluti quattro anni da quando si chiamava CIRE (“Comitato italiano per la risposta alle emergenze”) e a prezzo di qualche controversia (segnatamente con l'aggregazione “Italia Aiuta” ora confluita).

“Agire”, debutto ufficiale nel novembre 2007 con l'emergenza Bangladesh, è cresciuta, conta una formazione di dodici organizzazioni non governative e domani firmerà un accordo con la Rai per diffondere i suoi appelli in caso di catastrofe umanitaria. E, forte di un accordo con i gestori della telefonia, raccoglierà i fondi per le emergenze dando finalmente al contribuente l'idea esatta di dove vanno a finire i suoi soldi.

Agire raggruppa diverse Ong e pare aver superato la diatriba tra quelle internazionali e quelle locali, spartiacque che ha finito per nuocere nel tempo al fronte non governativo italiano (dove da qualche anno sono sbarcate le grandi holding dell'umanitario internazionale). L'idea è quella di fare come nel regno Unito o in Svizzera che questo cartello fra Ong lo conoscono da anni e dove le Ong si presentano compatte quand'è il momento di “agire” Adesso esiste anche in Italia e probabilmente farà da polo di aggregazione (Agire sta corteggiando la Caritas che è ad esempio presente nel cartello britannico)
L’idea iniziale è venuta nel 2005 a un gruppo di Ong italiane storiche italiane (Cisp, Coopi, Mlal, Ics) e a un paio di colossi internazionali (ActionAid, Save the Children). Ma c'è voluto il suo tempo. E soprattutto la confluenza di un altro cartello – Italia Aiuta – che ne raccoglieva altre di chiara ispirazione nazionale. Interlocuzione obbligata con il ministero degli Esteri (rappresentato domani da Elisabetta Belloni) e la Protezione civile (Agostino Miozzo), ormai attore di cooperazione internazionale.

L'augurio sottinteso è che un po' di chiarezza non guasterà e che forse la nascita di Agire potrà evitare le ombre che si diffusero sovrane all'epoca dello tsunami, quando si assistette a una raccolta fondi promossa dalla Protezione civile con conseguente irritazione del ministero degli Esteri, quello tradizionalmente deputato a gestire i quattrini per le emergenze. Ma fu un segnale importante che scosse l'intero mondo non governativo. Ora forse le cose andranno meglio e se effettivamente la televisione ci mette un po' di attenzione e, in futuro, anche i giornali (che di solito si accodano al magico schermo), uno saprà come e per chi aprire il portafoglio. Meglio tardi che mai.

sabato 25 ottobre 2008

SI TORNA A PARLARE DELLA CROCE ROSSA ITALIANA



La Croce rossa continuerà ad essere un'organizzazione che ha rapporti molto stretti con il governo italiano. Se ne riparla in questi giorni. Ricordando i suoi capitoli più bui, iniziati in Iraq nella primavera del 2003 quando alla testa della Cri c'è un avvocato di Sulmona che dà la sterzata decisiva

--------------------------------------------------------------

Il capitolo più buio della Croce rossa italiana è associato al nome del suo penultimo commissario straordinario, l'avvocato Maurizio Scelli. Lo scenario è quello dell'Iraq che scopre di essere un paese in guerra anziché una nazione liberata. E Scelli si distinguerà, come mai prima era successo, per schiacciare l'operato della Cri su quello del governo italiano, facendo carta straccia dei tre capisaldi dell'entità creata dal filantropo svizzero Henry Dunant nell'800: neutralità, indipendenza, imparzialità.
Il primo intervento della Cri in Iraq apre in realtà un capitolo nuovo dell'intervento umanitario in tempo di guerra: e salda esigenze di propaganda governativa all'operato di un'organizzazione che dovrebbe tenersene alla larga per mandato. L'idea prende corpo nella primavera del 2003. Viene concepita tra le stanze dei dicasteri di Difesa ed Esteri, retti al tempo dai ministri Martino e Frattini, e di Palazzo Chigi, dove nella sala comando c'è Gianni Letta, buon amico di Maurizio Scelli (anche se poi, in una famosa audizione al Comitato parlamentare di controllo sui servizi nel settembre del 2005, lo scaricherà). E' facile dunque per Scelli suggerire l'invio di un ospedale da campo di alto profilo tecnologico a Bagdad, segno tangibile dell'italico buon cuore. Martino spiegherà in parlamento che "...la vigilanza interna dell'ospedale è affidata ad un'unità di trenta carabinieri.... primo segno concreto della presenza militare italiana in territorio iracheno, con evidenti scopi umanitari...".
La scelta dell'ospedale militarizzato non passa però inosservata nella comunità degli esperti di diritto umanitario e tra le Ong italiane (Un ponte per...tra le prime). E varca la frontiera, sollevando polemiche nella sede centrale della Croce rossa internazionale a Ginevra... Leggi tutto su Lettera22.

giovedì 20 marzo 2008

ALLA CONQUISTA DELL'UMANITARIO/ SECONDA PUNTATA


Secondo atto del viaggio nei difficili rapporti della politica con un mondo complesso. La relazione con i grandi organismi di cooperazione internazionale presenti in Italia riunti nel Cini. Che hanno fatto dieci domande ai politici candidati e non ne hanno ottenuto un granché

* * *

A prender per buoni i risultati di un sondaggio del Cini, il network italiano che raccoglie sei pezzi da novanta del mondo non governativo internazionale in Italia, vien fuori che a otto candidati su dieci al nostro parlamento, della cooperazione internazionale non importa granché. Eppure, a far quattro conti, potrebbe convenire.
Il Cini raccoglie un colosso come il Wwf che ha, oltre al panda nel logo, cinquecentomila iscritti, probabilmente in età da voto anche per il Senato. Amref, Ong di matrice africana, ne conta 120mila. Con Action Aid, Terre des Hommes, Save the Children e il Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo) si va oltre il milione di sostenitori abbondante. E se, come probabile, ci aggiungete Oxfam, ormai in pol position per entrare sul “mercato” italiano, questo numero cresce. Sostenitori che, abbastanza ovviamente, devono essere buoni consumatori di politica ambientale e internazionale e che insomma, potrebbero far gola. Invece no. Il Cini ha spedito un questionario, roba anche facile da compilare, a tutti i candidati premier e ai parlamentari uscenti delle commissioni esteri di Camera e Senato che, in gran parte, sono tutti ricandidati. Gli ha chiesto, in dieci domande facili facili cui rispondere si o no (e persino non lo so), cosa ne pensano della lotta alla povertà, degli impegni in sede internazionale, se bisogna mettere più fondi e contenuti nelle politiche di cooperazione. Cinquanta questionari ma solo nove risposte. Niente male. Risultato: alla politica italiana della cooperazione importa poco. Prova ne sia una legge molto invecchiata che il parlamento si rifiuta di rivisitare o che ama rivisitare con lunghe disquisizioni per non approvarla mai. Un'araba fenice che fa andare in bestia, nel solo mondo delle grandi Ong internazionali, un milione di potenziali elettori.
Tra i candidati premier hanno risposto in tre: prendete nota. Bertinotti, Veltroni, Boselli. Tra i parlamentari in sei: Bonino, Della Seta, Ferrante, Marcenaro (Pd), Siniscalchi (Sa). Menzione d'onore per l'unico uomo di centro (destra o sinistra?) che ha perso dieci minuti per rispondere: Rocco Buttiglione, in quota Udc.
Egizia Petroccione (Amref) e Massimo Zortea (Vis) hanno presentano i dati col distacco che si confà alle persone di mondo ma la delusione, benché attesa, è manifesta. Lamentano l'assenza di partitoni come il Pdl o di formazioni minori ma importanti come la Lega o l'Italia dei valori. Non solo. Le poche risposte segnalano anche che nulla di quanto guadagnato finora alla causa è certo. Un viceministro? Mmm si vedrà. L'aiuto slegato dai traffici commerciali o dalle operazioni militari? Bhe forse, però. Ma soprattutto un'attenzione scarsa di cui le risposte al sondaggio sono solo il segno manifesto.
Gli sforzi maggiori li hanno fatti Partito democratico e Sinistra Arcobaleno. Forse la palma spetta a Bertinotti: già due incontri a Roma e uno a Milano e un altro ancora in agenda con quel variegato mondo che rappresenta in Italia la cooperazione internazionale, che è anche una fetta importante del movimento per la pace. E che segnala un'attenzione del grande pubblico, sempre misconosciuta dalla politica. Anche Veltroni si posiziona: ha indetto a Padova un incontro che, nel foglio d'invito, segnalava che nel Pd la sensibilità c'è e che almeno un'apertura si può registrare.
Cosa c'è che non va tra la politica italiana e questo mondo rappresentato ormai da vere e proprie lobby e da centinaia di migliaia di cittadini di buone intenzioni? “Possiamo solo registrare che questi temi non sono in cima ai pensieri dei candidati”, dice amaro Zortea. Peccato, due righe in più nei programmi dei partiti non avrebbero guastato. E avrebbero fatto contenti almeno un milione di potenziali elettori. (2 – continua)