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martedì 2 dicembre 2014

Afghanistan, il Grande Caos

La puntata di "Caffè Mondo"di oggi, la trasmissione radiofonica nata dalla collaborazione tra Oltreradio.it e la stampa.it. A cura di Francesca Sforza e Micol Sarfatti. In studio, il direttore del giornale radio Francesco De Leo.

Oggi  il mio punto sugli eventi in Afghanistan. Per ascoltarlo clicca qui. I temi: Gli incontri di Bruxelles, la Conferenza di Londra, la guerriglia e i rumor sul processo di pace, la nuova missione Nato, la sfida del califfato

lunedì 4 febbraio 2013

LA TRILATERALE AFPAK E I DESIDERATA DI LONDRA


La cena che il primo ministro britannico Cameron ha organizzato ieri sera per Hamid Karzai e Asif Zardari è stata la preparazione della “trilaterale” di oggi nella capitale britannica che Londra caldeggia tra Pakistan e Afghanistan sotto la sua ala protettrice. Ci sono già state due riunioni di questo tipo sia a Kabul sia a New York ma onestamente non si capisce bene cosa questi meeting possano produrre se non l'evidente tentativo di Londra di avere ancora un peso nel futuro nelle sue ex colonie. Infatti, se pur l'Afghanistan non è mai stata una colonia territoriale della Corona britannica, le guerre anglo afgane, che sancirono l'espulsione degli occupanti dell'Union Jack, sancirono anche il controllo di Londra sulla politica estera di Kabul. Gli afgani vincevano la guerra delle armi, gli inglesi quella della diplomazia.

Islamabad e Kabul guardano da sempre a Londra con sospetto. I pachistani sanno che i britannici amano più l'India del Pakistan e gli afgani non hanno mai digerito gli appetiti british sul loro Paese. Forse non amano tanto gli americani e sono abbastanza indifferenti agli italiani, ma è certo che detestano gli inglesi. Dunque cosa spera o può ottenere Londra da questa trilaterale? E cosa afgani e pachistani? Molto poco. Si, certo, che afgani e pachistani si incontrino va sempre bene, sono pur sempre misure di confidence building, ma non è Londra che aiuterà il processo di pace in Afghanistan che dipende, purtroppo, in larga misura da ciò che fanno (male) gli americani.

Del resto sia Karzai sia i suoi uomini hanno messo le mani avanti. Il presidente in maniera sfumata in un'intervista alla Bbc pashto. Ma il portavoce del ministero degli Esteri Janan Mosazai è stato chiarissimo: “No one except the government and the High Peace Council has the competency for direct talks to the Taliban”. Non credo serva una traduzione. Questa uscita (sabato) alla viglia della trilaterale sembra voler dire chiaramente agli inglesi una cosa: fatevi da parte. Almeno voi.



lunedì 23 gennaio 2012

LA FINE DEL GURKHA

Per il capo di stato maggiore della Difesa britannico generale David Richards, il prossimo 4 gennaio potrebbe essere l'ultima occasione per assistere, nella città himalayana di Pokhara, alla cerimonia che attesta il reclutamento formale di 176 nuovi Gurkha nell'esercito del Regno unito. Una tradizione che ha giusto un paio di secoli e sembra stia arrivando all'ultimo capitolo.

Quella infatti che per i Gurkha, i combattenti nepalesi noti per il loro coraggio e il rigido addestramento, sembrava la notizia peggiore – la riduzione del loro contingente al servizio di Sua Maestà – corre adesso il rischio di essere solo uno dei tanti dettagli di una storia secolare che sta per concludersi. I Gurkha infatti potrebbero sparire del tutto e per sempre. Restare solo memoria. E non solo per questioni di budget nei bilanci di Londra.

Per i maoisti nepalesi, presenti in forza nell'Assemblea costituente eletta nel 2008 e che entro maggio dovrebbe produrre la nuova Costituzione, si tratta di un retaggio del passato da cancellare nel nuovo Nepal post monarchico che “deve smettere di esportare mercenari”. Una posizione appena espressa da un rapporto adottato all'unanimità da una commissione parlamentare multipartitica dominata dai maoisti. E' la parola fine? Come che sia – e gli stessi maoisti ne sono convinti – non sarà facile. Per due motivi.

Tra Kathmandu e Londra esiste un accordo del 1947, reiterato nel 1962, che impedisce al Nepal azioni unilaterali in materia. Inoltre i maoisti, che stravinsero le elezioni del 2008, dominano il parlamento ma non sono al governo anche se le cose in futuro potrebbero cambiare. Poi c'è un capitolo tutto economico che conta forse ancora di più delle motivazioni politiche o ideologiche.

I conti li ha fatti il giornalista di AsiaTimes Dhruba Adhikary. E i conti dicono che il Regno unito, oltre ai 3500 nepalesi in servizio attivo (3800 secondo la stampa nepalese), spende circa 100 milioni di euro l'anno per pagare un assegno a 25mila Gurkha pensionati. Una cifra che costituisce circa il 4% del Pnl nepalese. L'India, del canto suo, che di Gurkha ne impiega circa 30mila, divisi in 39 battaglioni per sette reggimenti, e che ogni anno ne assume tra le2 e le 3mila nuove unità, di milioni di euro in pensioni ne spende quasi il doppio, circa 170. Un'altra fetta considerevole del bilancio nazionale.

Insomma non sarà facile ma forse ineluttabile anche perché il reclutamento dei Gurkha avviene tra nepalesi giovanissimi come vuole la tradizione. Un elemento che, a detta della commissione, sottrae energie alla nazione oltreché far storcere il naso ai difensori dei diritti umani. Una riduzione comunque sta già arrivando: Londra ha prefigurato un taglio di 400 Gurkha che rientra nel piano complessivo di snellimento della Difesa britannica. L'inizio della fine?

Il termine Gurkha deriva dal nome di un eroe dell'epopea hindu dell'ottavo secolo, Guru Gorakhnath. Dalla fine del conflitto anglo nepalese (1814 – 1816) indica i mercenari nepalesi (di diverse etnie del Paese) arruolati da Sua Maestà. Il loro motto è “Meglio morti che codardi” e uno dei loro emblemi è un coltellaccio, il “kukri”, che la leggenda dice deve aver almeno una volta “assaggiato il sangue” in battaglia. Oggi, riferisce un resoconto della Bbc, viene usato soprattutto per cucinare. Sta di fatto che il coraggio e l'abilità combattente dei Gurkha non è una leggenda: 200mila si batterono sotto l'Union Jack nella seconda Guerra mondiale e più di 45mila morirono con addosso l'uniforme britannica. Le medaglie non si contano.
Se i Gurkha continueranno a combattere, d'ora in poi potrebbero farlo solo per difendere il territorio nazionale. Impiegato oggi per lo più in Afghanistan, questo corpo d'élite viene utilizzato molto all'estero: furono nella Falkland per la Gran Bretagna, combatterono nello Sri Lanka (ora in Kashmir) per l'India. Chissà per quanto ancora.

martedì 26 gennaio 2010

PORTE APERTE A MULLAH OMAR

Il primo è stato il segretario della Difesa Robert Gates che, dopo aver chiamato i talebani un “cancro”, ha riconosciuto però che “sono a questo punto una parte del paesaggio politico afgano” e che la “riconciliazione” è ormai un tassello del conflitto”. Poi, un paio di giorni fa, è stato il turno di Karzai, che ha proposto un piano di “soldi e lavoro” per i talebani che accettano di uscire dalla guerriglia. Ma ieri è stata la volta del capo dei capi militari, il generale dei generali, comandante delle forze Isaf/Nato e del contingente americano in Afghanistan, il cinque stelle Stanley McChrystal.

McChrystal, l'artefice del nuovo piano militare che ora porta la firma di Barack Obama e che prevede l'arrivo di 30mila marine e 7mila soldati dai paesi alleati, ha riconosciuto ieri che gli afgani hanno “combattuto abbastanza” e che una soluzione politica al conflitto, dunque un negoziato col nemico, è “inevitabile”.

La fonte è una lunghissima intervista (disponibile per intero sul sito del quotidiano) rilasciata al Financial Times e immediatamente ripresa da altri organi di stampa, assai più che le dichiarazioni di Gates o il piano di Karzai, che il presidente presenterà ufficialmente alla Conferenza di Londra in agenda giovedi, e che prevede la costituzione di un Trust-Fund miliardario: un fondo fiduciario che gli consenta, per dirla in soldoni, di “comprare” i talebani che combattono più per fame che per fede.

Anche McChrystal pensa che questa sia la direzione giusta: per il generale i talebani sono in difficoltà e privi di consenso e la strada corretta, oltre a migliorare la “sicurezza degli afgani” prestando maggior attenzione al capitolo “vittime civili”, è quella di creare una via d'uscita anche per i guerriglieri, ossia il negoziato. Anche se – ha messo in guardia – il 2010 sarà durissimo perché la reazione talebana alle aperture produrra lacrime e sangue in un tentativo estremo di piegare Nato e governo afgano.

L'uscita di McChrystal coincide anche con le parole usate da Kai Eide, il dimissionario capo della missione Onu a Kabul, da tempo fautore di un piano di riconciliazione nazionale: il diplomatico norvegese ha chiesto che gli americani tolgano alcuni nomi dei ricercati per terrorismo nella loro lista nera afgana. Una richiesta fatta ufficialmente propria anche da Karzai, che ieri, dal vertice sulla sicurezza regionale che si tiene a Istanbul, ha chiesto di togliere i “nomi di talebani” dalla lista degli afgani colpiti da sanzioni Onu per presunti legami con Al Qaida.

Come sia esattamente il piano che la comunità internazionale ha in mente si capirà forse a Londra. Lo stesso McChrystal non sembra escludere un governo con i talebani, un'ipotesi che costituirebbe la più feroce marcia indietro americana dal 2001. Quando il Ft gli ha chiesto se pensava a un possibile ruolo talebano nel futuro politico dell'Afghanistan, McChrystal non ha, come si dice, né confermato né smentito: “Penso – ha detto- che ogni afgano possa giocare un ruolo se si guarda al futuro e non al passato”.

Anche un'altra novità arriva dal summit in Turchia ospitato dal presidente Gul che vede di nuovo insieme Hamid Karzai e l'omologo pachistano Zardari e in cui sono in agenda incontri col vicepresidente dell'Iran, il ministro degli esteri cinese, col capo della diplomazia britannica Milliband, l'inviato speciale americano Holbrooke e il vice primo ministro russo. La novità viene da un'indiscrezione raccolta da Al Jazeera secondo cui sarebbe in corso una mediazione turca proprio con i talebani. I turchi infatti, digeribili a Ovest perché partner della Nato in Afghanistan con 1700 soldati (e la promessa di altri mille), sono meno indigesti alla guerriglia per due motivi: possono vantarsi di non aver mai ucciso nessuno nel paese - né un civile, né un combattente – e sono musulmani.

Praticamente sepolta o comatosa la prima mediazione apparsa un paio di anni fa e che era guidata dalla Mecca, quella turca resta per ora solo un'indiscrezione. Ma può darsi che tra ciò che uscirà da Londra e da Istanbul, qualche segnale arrivi anche a Kabul o meglio a Quetta dove avrebbe sede il Gran consiglio talebano che fa capo a mullah Omar.