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martedì 23 febbraio 2016

L'asso nella manica della Quadrilaterale

L'asso di ora nella briscola
 è un'immagine a due teste. Quelle del nagoziato
afgano sembrano molte di più
Devono avere un asso nella manica i quattro cavalieri della Quadrilaterale, che in rappresentanza di Afghanistan, Pakistan, Cina e Stati uniti han  fatto sapere ieri che il negoziato di pace è vicino, che al tavolo sono invitati ufficialmente i talebani per discutere col governo di Kabul e che c'è anche una data possibile: i primi di marzo. Dove? In Pakistan. Non filtra molto altro per ora: la Quadrilaterale si è incontrata diverse volte tra Kabul e Islamabad e sembrava avesse finora partorito un topolino. Difficile dire quanto sia certa la partecipazione dei talebani (e di quali) ma l'ann8ncio c'è e se è stato fatto è forse qualcosa in più di un manifesto di intenzioni. Per certo c'è che Islamabad ha fatto il possibile per convincere almeno una parte della guerriglia che bisogna negoziare. Ai turbanti armati. che hanno comunque fissato delle precondizioni piuttosto difficili da raggiungere, il momento può forse apparire favorevole: sul terreno hanno una buona posizione di forza e inoltre il movimento attraversa un brutto periodo tanto che forse è meglio serrare i ranghi. Kabul ha fatto la sua parte: ha sostituito il vertice dell'Alto consiglio di pace, cui compete il negoziato, piazzando un vecchio imprenditore  pashtun, religioso, rispettato e considerato a un tempo moderato e nazionalista ancor prima che islamista: Pir Sayed Ahmad Gailani, dove "pir" indica il rango di questo sufi la cui famiglia ha una lunga storia teologica alle spalle. Ha già detto che va coinvolto il clero e questa sembra la direzione su cui Pak e Afg convergono. Era un uomo fedele alla monarchia di Zaher e considerato, all'epoca della lotta contro l'Urss, talmente moderato che il Pakistan gli preferì, tra i gruppi armati pashtun, quello di Gulbuddin Hekmatyar. Ma ora le cose sono cambiate e Gailani può andar bene un po' a tutti.
 Il processo di pace in Afghanistan ha davvero una storia complessa e forse per ora conviene stare alla finestra con occhio cauto. E vedere se davvero l'asso nella manica c'è o è solo un bluff.

domenica 7 luglio 2013

PERCHÉ' NON VA L'ALTO CONSIGLIO DI PACE AFGANO

Molti senatori della Camera alta di Kabul hanno criticato oggi il High Peace Council (Hpc), l'Alto consiglio di pace incaricato dal presidente della trattativa coi talebani, accusandolo di incompetenza e persino disonestà nel modo in cui riferisce dei suoi (scarsi) risultati. I motivi sono noti e più volte reiterati, ancor prima che dai senatori dai membri della società civile afgana:. In un incontro a Roma col vice presidente della Commissione esteri del Senato, Paolo Corsini, uno dei più noti attivisti afgani – Ahmad Joyenda – lo ha ricordato un paio di settimane fa. Joyenda ha messo il dito nella piaga sostenendo che la comunità internazionale potrebbe avere un ruolo importante per spingere Karzai a cambiare la composizione dell'Alto consiglio di pace, deputato a trattare coi talebani. Proprio quello che ora chiedono i parlamentari: i suoi 70 membri, quando furono designati da Karzai nel 2010, furono accusati proprio dagli attivisti di essere vecchie facce in gran parte legate a signori della guerra marcatamente antitalebani che, agli occhi della guerriglia in turbante, non potevano certo apparire super partes.

giovedì 20 giugno 2013

PERDERE LA GUERRA E ORA LA PACE (E LA FACCIA)


Qualche consiglio al governo del mio Paese

La Nato, e con lei l'Italia come tutti i Paesi della coalizione, la guerra militare in Afghanistan l'hanno persa. Adesso si tratta di non perdere la pace e, tra l'altro, anche la faccia. A quel che pare di capire della controversa vicenda dell'apertura dell'ufficio dei talebani in Qatar, gli americani hanno sparato una già acquisita riunione con la guerriglia (ieri poi negata). Inevitabile la reazione del governo Karzai che si è sentito delegittimato da possibili colloqui diretti – e questa volta ufficiali – tra Washington e l'Emirato islamico che fa capo a una parte (non certo tutta) della galassia talebana. Per gli americani l'anticipazione serviva forse a rimarcare che nel giorno del passaggio di consegne sulla sicurezza dalla Nato all'autorità afgana, si chiudeva il capitolo guerra per aprire quello negoziale. Sotto il profilo tattico e propagandistico questa linea non fa una piega (per gli americani) ma non poteva che produrne tantissime nel rapporto con l'alleato Karzai, che considera (giustamente) il negoziato una questione “tra afgani”, non certo eterodiretta da qualche capitale, sia Washington o Islamabad. Per quanto attanagliato da una corruzione endemica, delegittimato da un'elezione presidenziale gravata da brogli, ancora inefficiente sul piano della governance, dovrebbe essere il governo di Kabul ad avere in mano le redini del processo di pace. Legittimarlo un giorno e il giorno dopo screditarlo, forse fa il gioco tattico di Washington ma non fa quello di Kabul e, a nostro modesto avviso, nemmeno di Berlino o di Roma.

In questi casi è bene affidarsi ai buoni consigli degli afgani (vedi articolo a fianco) quali sono stati quelli che, ieri pomeriggio, una delegazione della società civile afgana ha suggerito in un incontro a Roma al vice presidente della Commissione esteri del Senato, il Pd Paolo Corsini, che li ha ascoltati con molto interesse.

Gli attivisti afgani,
non sospettabili di simpatie governative né di amicizie talebane, sono stati chiari su due punti: il primo è il principio di sovranità nazionale e quindi, hanno detto a Corsini, è al governo in carica che spetta condurre il negoziato. Il secondo è che la comunità internazionale può avere un ruolo forte nell'appoggiare quelle istanze che rispettino la Costituzione e cioè i pochi successi acquisiti in tema di libertà di stampa e diritti umani e di genere durante oltre dieci anni di occupazione militare. Hanno suggerito che l'Italia spinga il governo Karzai a fare quel che finora non ha fatto: cambiare la composizione dell'Alto consiglio di pace, deputato a trattare coi talebani. La polemica è antica: quando fu istituito, i suoi 80 membri furono accusati proprio dagli attivisti di essere vecchie facce in gran parte legate a signori della guerra marcatamente antitalebani che, agli occhi della guerriglia in turbante, non potevano certo apparire super partes: con tale struttura, composta da personaggi che han sempre fatto la guerra, la riconciliazione non può camminare. Se a questo aggiungiamo il modo in cui gli americani (e i tedeschi, a loro modo francesi e giapponesi e dall'altra parte sauditi, pachistani, catarioti) stanno gestendo la “loro” agenda di pace, la frittata è fatta.
Per uscire dal guado serve una posizione netta: non ingerenza ma debita pressione che raffreddi gli entusiasmi e gli asolo americani, appoggi un processo di pace trasparente e consigli Karzai sulla formazione del Consiglio. Stare a guardare una partita giocata da altri significa, dopo la guerra, perdere anche la pace. E, ovviamente, la faccia.

lunedì 4 febbraio 2013

LA TRILATERALE AFPAK E I DESIDERATA DI LONDRA


La cena che il primo ministro britannico Cameron ha organizzato ieri sera per Hamid Karzai e Asif Zardari è stata la preparazione della “trilaterale” di oggi nella capitale britannica che Londra caldeggia tra Pakistan e Afghanistan sotto la sua ala protettrice. Ci sono già state due riunioni di questo tipo sia a Kabul sia a New York ma onestamente non si capisce bene cosa questi meeting possano produrre se non l'evidente tentativo di Londra di avere ancora un peso nel futuro nelle sue ex colonie. Infatti, se pur l'Afghanistan non è mai stata una colonia territoriale della Corona britannica, le guerre anglo afgane, che sancirono l'espulsione degli occupanti dell'Union Jack, sancirono anche il controllo di Londra sulla politica estera di Kabul. Gli afgani vincevano la guerra delle armi, gli inglesi quella della diplomazia.

Islamabad e Kabul guardano da sempre a Londra con sospetto. I pachistani sanno che i britannici amano più l'India del Pakistan e gli afgani non hanno mai digerito gli appetiti british sul loro Paese. Forse non amano tanto gli americani e sono abbastanza indifferenti agli italiani, ma è certo che detestano gli inglesi. Dunque cosa spera o può ottenere Londra da questa trilaterale? E cosa afgani e pachistani? Molto poco. Si, certo, che afgani e pachistani si incontrino va sempre bene, sono pur sempre misure di confidence building, ma non è Londra che aiuterà il processo di pace in Afghanistan che dipende, purtroppo, in larga misura da ciò che fanno (male) gli americani.

Del resto sia Karzai sia i suoi uomini hanno messo le mani avanti. Il presidente in maniera sfumata in un'intervista alla Bbc pashto. Ma il portavoce del ministero degli Esteri Janan Mosazai è stato chiarissimo: “No one except the government and the High Peace Council has the competency for direct talks to the Taliban”. Non credo serva una traduzione. Questa uscita (sabato) alla viglia della trilaterale sembra voler dire chiaramente agli inglesi una cosa: fatevi da parte. Almeno voi.



lunedì 28 gennaio 2013

AFGHANISTAN/NEGOZIATI, EPPUR SI MUOVE

Sul fronte negoziale tra talebani e governo le notizie non sono molte ma qualcosa c'è. Secondo il Gulf Times ripreso da ToloNews, una serie di personaggi di primo piano della guerriglia in turbante sono arrivati a Doha in vista dell'apertura del famoso “ufficio” politico dei talebani in Qatar. Se ne parla da mesi (si veda questo articolo del Nyt del gennaio scorso) e pare che la cosa adesso si stia per fare. Finora il processo sembrava arenato, ora sembra riavviato. Forse i colloqui di Parigi sono serviti a qualcosa o qualcosa si muove con gli americani (assai meno sembra con l'Alto consiglio di pace del governo che continua ad aprire ma che i talebani non prendono molto sul serio).

A proposito dei colloqui di Parigi val la pena di segnalare l'analisi The outcomes of the ‘Taliban/Paris Meeting on Afghanistan’ scritta dalla giornalista pachistana Saba Imtiaz per l'Al Jazeera Centre for Studies (è un breve report di 7 pagine). Infine sul fronte Hekmatyar è da segnalare l'intervista a una rete televisiva afgana (citata da Pajhwok) nella quale il vecchio signore della guerra fissa due regole per partecipare alle elezioni presidenziali (avance già fatta qualche tempo fa) alle quali l'Hezb andrebbe con un suo candidato: elezioni trasparenti e uscita di scena degli stranieri dall'Afghanistan. Hekmatyar ha anche aggiunto che esclude qualsiasi negoziato col governo di Karzai se questo dovesse garantire l'immunità alle truppe statunitensi dopo il 2014, il nodo più grosso da risolvere tra Washington e Kabul (detto fra noi se secondo lui le truppe se ne devono essere già ndate cade anche l'immunità).

domenica 13 maggio 2012

UCCISO A KABUL UN MEDIATORE DI PACE DI KARZAI

Sul sito ufficiale dell'Emirato islamico d'Afghanistan, il portale dei talebani, su Arsalan Rahmani, l'uomo ucciso stamattina a Kabul da un commando, non c'è una parola. Anzi, secondo Bbc, i talebani avrebbero smentito la sua uccisione su cui per ora non c'è alcuna rivendicazione.

Settantanni, ex ministro talebano, senatore dal 2005 e uomo di punta dell'Alto consiglio di pace creato da Karzai per trattare con gli uomini in turbante, il maulana Arsalan Rahmani era uno dei quattro ex funzionari talebani che aveva deciso di optare per il governo ma la cui carriera (ex mujaheddin con importanti incarichi istituzionali e un'altro scranno, durante i talebani, al ministero dell'Istruzione) lo rendeva potabile da ambe le parti e accettabile per gli internazionali. Teneva un basso profilo: poche interviste, rare uscite pubbliche. Sicuramente un mediatore importante, stimato dalle due parti. Non da tutti però.

Il suo assassinio riposta a una serie di interrogativi. Se il capo dell'Alto consiglio, Burhanuddin Rabbani, fu ucciso dai talebani (tagico, già presidente dell'Afghanistan, nemico giurato dei turbanti) che rivendicarono l'azione conseguente a una logica secondo cui non si poteva trattare (fu una delle croitiche a Karzai) col loro nemico numero 1, di Arsalan questo proprio non si poteva dire. Duqnue a ucciderlo sembra poter essere stato qualcuno che vuole in tutti i modi boicottare il processo di pace. C'è da immaginarsi che gli strali si rivogeranno verso il Pakistan.

Ma c'è forse invece da guardare all'interno del movimento, che appare diviso sul negoziato. C'è chi lo vuole e chi no, chi è indeciso. Uccidere Arsalan forse vuol far pendere la bilancia verso la fazioen più ortodossa della guerriglia, l'ala militare che non vuole trattare, che non si fida, che si sente sicura della vittoria finale come fu quando i sovietici furono costretti a lasciare il Paese. Forse c'è anche lo zampino dei qaedisti, non più molto forti ma presenti. Ipotesi