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martedì 5 gennaio 2016

La giornata nera di Narendra Modi e Nawaz Sharif (aggiornato)

Quella di ieri è stata sicuramente la peggior giornata del 2016 per il premier indiano Narendra Modi. Un sisma nella zona orientale del Paese e, a Ovest, l'attacco a un consolato indiano a Mazar, in Afghanistan, che al calar del sole non era ancora terminato (ci sono volute 25 ore per chiudere le partita). Ma al calar del sole non era nemmeno terminato il terzo giorno di battaglia tra un manipolo di guerriglieri e una delle maggiori potenze militari del pianeta. Alle tre del mattino di sabato, dopo aver sequestrato alcune persone, almeno sei guerriglieri che fanno capo all'Ujc (il “cartello” kshmiro Consiglio unito del jihad) e a una fantomatica “Highway Squad”, di cui finora non si era avuto notizia, sono riusciti a penetrare in una base dell'aviazione indiana che sorveglia il confine pachistano - a qualche decina di chilometri in linea d'aria – e l'area del Kashmir, ferita mai rimarginatasi dopo la Partition del 1947 che ha diviso il Raj britannico tra India e Pakistan con tutte le malattie che ne sono derivate.


Sabato pomeriggio, il governo aveva annunciato una fatidica “missione compiuta” ma prima che ieri scoccassero le sei di sera, lo stesso ministro dell'Interno che aveva dato per chiusa la partita di Pathankot, dove ha sede la base, doveva ammettere di aver detto sabato una bestiata, dettata forse dalla fretta e dall'imbarazzo di aver faticato – allora – 12 ore per averla vinta. Salvo scoprire che alcuni sabotatori erano ancora all'interno della base e ancora non è chiaro se la partita sia davvero chiusa (i guerriglieri morti sono sei e oggi la cosa può dirsi definitivamente finita). Dalla vicenda afgana, che riguarda comunque un problema di sicurezza dell'apparato consolare, alla brutta storia di Pathankot, per il decisionista Modi son ore dure. E non solo per la morte di sette “jawan”, come in gergo sono chiamati i militari. Ma perché la vicenda di Pathankot è piena di buchi e soprattutto, dice qualcuno, quei buchi si devono proprio a un uomo che ha accentrato poteri e decisioni. Scelte che, in casi come questo, fan venire al pettine più di un nodo.

Oltre alla bagarre interna, al problema di mettere in sicurezza una base militare molto ampia e l'apparato diplomatico all'estero, c'è poi la questione tutta politica dei rapporti col Pakistan. Pathankot e Mazar sono strettamente legati: che siano talebani in un caso (non c'è ancora una rivendicazione) e mujahedin kashmiri nell'altro, la fobia per il Pakistan non può che aumentare. E benché il comunicato dell'Ujc prenda le distanze da Islamabad sostenendo che i guerriglieri stanno agendo in autonomia per la secessione del Kashmir, tutto ciò non può che suonare alle orecchie dei falchi indiani come l'ennesima provocazione di un Pakistan percepito più come il vero grande nemico che non come il gemello con cui è bene riconciliarsi. Riconciliazione difficile e appena iniziata col viaggio di Modi in Pakistan nel dicembre scorso e ora a rischio. E' pur vero che Islamabad ha condannato l'attacco di Pathankot e che Delhi ha fatto sapere che un attentato non basta a far deragliare il dialogo, ma è anche vero che gli attentati adesso sono due, uno dei quali ha impegnato i soldati indiani per giorni. Delhi ha intanto reso noto che, del possibile incontro dei ministri degli Esteri – passo fondamentale per dar luce verde al dialogo tra i due colossi –, se ne riparlerà a operazione veramente conclusa, quando su Pathankot (e indagini correlate) sarà scritta la parola fine.

Per Islamabad l'imbarazzo non è meno grande e in un momento difficile nei rapporti internazionali. Uno dei suoi alleati per eccellenza, la retriva e ricca monarchia dei Saud - che non ha mai mancato di dare il suo sostanziale appoggio al governo pachistano e alle varie bande jihadiste del Paese - sta scaldando i motori contro Teheran. L'ultima avventura cui Islamabad vorrebbe partecipare: il Pakistan aveva già irritato i Saud quando, all'inizio della guerra nello Yemen, aveva risposto con una certa freddezza alla chiamata di Riad, limitandosi a frasi di rito ma rifiutando di inviare soldati. Poi, quando i Saud si sono inventati la coalizione islamica anti terrorismo, il Pakistan ha addirittura fatto sapere di non essere stato consultato. Mentre cerca di evitare una guerra a oriente Riad glene propone una a occidente. Anche qui son nodi al pettine.

aggiornato alle 14 del 5 dicembre

giovedì 17 dicembre 2015

Zarb- e-Azb: a che punto siamo (aggiornato)

Raheel Sharif comandante in campo
 delle FF AA pachistane. Uomo forte
Qualche giorno fa, l'esercito pachistano ha dato i risultati dell'operativo Zarb-e-Azb che, da un anno e mezzo, tempesta le postazioni talebane in Waziristan del Nord. Viene definito un grande successo. Con circa 30mila soldati impegnati sul terreno e il sostegno dell'aviazione, l'operazione compie adesso 18 mesi di attività.

3,400 terroristi sarebbero stati uccisi in 837 nascondigli ora distrutti con  13,200 Ibo's (operativi militari).  I morti tra i militari sono 488  (Pakistan Army, Frontier Corps (FC) e Sindh Rangers)  1,914 i feriti. Sono in funzione 11 corti militari che hanno in mano 142 casi di cui 55 risolti. 31 i terroristi giudicati colpevoli dalle corti militari (sono state autorizzate dopo l'inizio dell'operativo e possono condannare a morte perché Islamabad ha sospeso la moratoria). Alcuni sono già stati impiccati

Gli effetti sui civili

In giugno l'esercito ha sostenuto che in Waziristan non ci sono state vittime civili. Purtroppo non ci sono né dati né stime indipendenti anche perché la zona è off limits per giornalisti e ricercatori. Gli sfollati possono però dare un'idea. Secondo la stampa pachistana gli sfollati erano - nel luglio del 2014 a un anno cioè dall'inizio dell'operazione -   circa un milione ( 929,859Idp's - internally displaced persons - da  80,302 famiglie registrate). Tenuto conto che la popolazione stimata del Nord Wazirista è tra i 4-500mila....Entro dicembre (adesso) l'esercito contava di rimpatriare nei luoghi d'origine tutti gli sfollati. Secondo fonti militari (che hanno reso nota la cifra il 19 dicembre), il totale delle famiglie sfollate assommava a 291.827; ma solo il 40% di queste  (108.503) avrebbe fatto ritorno a casa. Aggiungo qualche piccola nota a margine.

Terrorismo e politica estera: i rapporti con Riad

Islamabad ha intanto aderito alla coalizione di 34 Paesi musulmani (la stragrande maggioranza anche se con parecchi distinguo: Giacarta ha espresso sostegno ma non ha aderito) messa in piedi da Riad. Ha messo però qualche paletto sull'estensione della sua partecipazione. Il Pakistan è un Paese nucleare e quindi la sua presenza è rilevante. Ma è anche una nazione non araba e che confina col vicino Iran, escluso a priori dalla coalizione con Siria e Irak.  In marzo, Islamabad si era rifiutata invece di aderire alla coalizione armata contro lo Yemen, cosa che aveva molto irritato Riad. Possibile che Islamabad tenga conto dell'appoggio che il Golfo ha garantito, almeno all'inizio, a Desh che sta crescendo e aumentando i problemi interni.

La radio di Daesh in Afghanistan

Si è infatti aggiunta la minaccia di Daesh che sta rafforzando le sue posizioni in Pakistan e Afghanistan. In questi giorni una Radio del Califfato trasmette nella provincia di confine del Nangarhar, dove è nota la presenza di Daesh. Ma non è chiaro se l'emittente ha i suoi studi nell'area di Jalalabad (capoluogo) o oltre confine



Ultimo aggiornamento 19/12/2015

sabato 11 aprile 2015

Yemen, il coraggio di Islamabad nel dire no a Riad

Il ministro degli Emirati Gargash:
ha condannato il Pakistan
accusandolo di "ambiguità"
Per un Paese che riceve una miriade di finanziamenti dal Golfo non è probabilmente stato facile dire di no ieri a Riad che aveva chiesto al Pakistan più di un appoggio politico alla guerra nello Yemen. Ma il  risoluzione che, dopo cinque giorni di dibattito, afferma che il Pakistan resta neutrale in un conflitto che settario non è ma, dicono i parlamentari pachistani, potrebbe diventarlo. Pronti dunque a rispondere se Riad verrà attaccata nella sua sovranità territoriale ma non disposti a fornirle armi, caccia e navi come i sauditi speravano. 
parlamento di Islamabad, all'unanimità, ha approvato venerdi  una

Il gesto è importante e coraggioso. Coraggioso perché dire di no ai sauditi non è facile. Importante perché il Pakistan apre la finestra negoziale chiamando in causa Onu e Organizzazione della conferenza islamica e proponendosi come possibile mediatore per un'uscita diplomatica e negoziale dalla crisi nel piccolo Paese mediorientale. La reazione arriva, furibonda, per bocca del ministro di Stato per gli Affari Esteri degli Uae Anwar Mohammed Gargash che condanna la posizione "ambigua" del Pakistan e secondo cui a Islamabad starebbe più a cuore quanto dicono Teheran e Ankara, favorevoli a una soluzione negoziale, che non a quanto serve ai fratelli arabi. Il Pakistan acquista dunque un ruolo importante: rompe il fronte che Riad vorrebbe unitissimo ma ricorda al Golfo la composizione di tanti Paesi musulmani, dove non tutti sono arabi e dove non tutti sono sunniti. Nel Paese dei puri prevale una posizione morbida, favorevole alla trattativa e che disinnesca in parte la miccia accesa da Riad che gode di molti appoggio, compreso quello (in parte) occidentale e soprattutto americano. Quanto al Golfo, nello schiacciare Islamabad al fianco di Teheren, Gargash leva il velo sulla vera natura del conflitto: fermare l'avanzata dell'Iran come potenza regionale uscita, dopo Ginevra, dalla condizione di paria. Una condizione da cui anche Islamabad evidentemente vuole uscire.

venerdì 2 settembre 2011

PIOGGIA E LUSTRASCARPE

A Kabul piove raramente e per poco tempo. Ma arrivando ieri mattina all'aeroporto, il terreno era già bagnato e la pioggia è andata avanti tutto il giorno. Noiosa e insistente, sufficiente per rendere la città un pantano. A esser cinici si potrebbe dire che, se questa capitale ha un problema, riguarda le scarpe (di cui ho già ampiamente parlato): perennemente impolverate se è secco.
Dannatamente infangate se piove. Così che la lucentezza di una scarpa è in grado di dirvi, più della fattura o della qualità del cuoio, se chi la calza è una persona importante. E ciò spiega anche perché i lustrascarpe hanno davvero un senso in questa città di cinque milioni di abitanti dove manca l'acqua potabile, lo smog ferisce l'aria teoricamente purissima dell'Hindukush, le fogne corrono a cielo aperto fino a un fiume talmente sporco e maleodorante da essere la perfetta icona del degrado ambientale in cui versa Kabul. Manca tutto ma non la spazzola per scarpe.

La pioggia si accompagna alla fine di Eid, la festa che conclude il Ramadan e che si celebra con grandi libagioni e con piacevolissime strade sgombre: code ridotte, smog e polvere, già assopiti dall'acqua
piovana, che riducono oggi la loro perversa pressione sui polmoni dei cittadini della capitale.

Ma c'è altro che sta come in sospensione. Che aleggia silenzioso, che va e viene tra indiscrezioni, mezze parole, rumor. A pochi mesi dalla riunione che si prepara in Germania a dieci anni dalla Conferenza di Bonn che, nel 2001, aprì la strada al “nuovo Afghanistan”, la domanda vera è su quel che sta succedendo del processo di pace. Proprio per la festa di Eid, mullah Omar ha chiarito che a Bonn non ci andrà e dunque perdete ogni speranza o voi che ci contavate (gli europei). Karzai dal canto suo non sa bene come metterla. Le ultime indiscrezioni dicono che, durante la sua visita a Riad settimana scorsa, erano nella capitale saudita anche alcuni esponenti talebani. Ma pare sia stata solo contiguità, favorita dai sauditi, e che non ci sia stato nessun incontro. Nemmeno il tempo di guardarsi la punta delle scarpe.