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domenica 29 aprile 2012

AFGHANISTAN, RIFLESSIONI IN CORSO

Qualche giorno dopo il massiccio attacco di aprile, una gran pioggia ha finalmente fatto depositare la polvere che, come una cappa, avvolge continuamente una città ormai cresciuta a dismisura e dove il manto stradale è, in gran parte di Kabul, ancora una mera aspirazione. La pioggia è arrivata qualche giorno dopo la clamorosa azione dei talebani in pieno centro, davanti al parlamento e nell'area del carcere, coordinata con altri attacchi in almeno tre province del Paese: la cosiddetta “offensiva di primavera” largamente annunciata. Ma la città sembra aver accusato il colpo rapidamente, aiutata dalla pioggia che ha fatto un po' di pulizia. E' rimasta paralizzata per 18 ore durante gli attacchi (i “martiri” non si arrendono e dunque snidarli – ossia ucciderli – richiede tempo) e sensibilmente svuotata, il giorno dopo, come in un dì di festa. Ma nel giro di 24 ore la normalità ha ripreso il sopravvento come se ormai si sia messo in conto che, ogni tanto, può accadere. Un atteggiamento fatalista che emerge anche tra i sondaggi che denunciano disillusione e amarezza con un affievolimento delle speranze di pace e di benessere che avevano accompagnato i primi anni dell'arrivo della Nato in Afghanistan.

Gli analisti, come ritualmente avviene, si sono preoccupati di commentare le dichiarazioni ufficiali che, abbastanza rapidamente, hanno fatto slittare la condanna da una generica accusa ai “talebani” a una più mirata responsabilità della Rete Haqqani, la fazione più radicale, più qaedista, più vicina all'Isi pachistano del movimento dei turbanti. In effetti la tattica dell'attacco e le modalità di esecuzione confermerebbero un'ipotesi che viene tradotta come l'esclusione degli Haqqani dal negoziato che, nonostante lo stop ufficiale dei talebani – irritati dalle polemiche americane sul trasferimento di alcuni detenuti da Guantanamo nella città qatariota di Doha – non sono del tutto naufragati. Questa lettura insiste sul timore degli Haqqani, che la rete “concorrente” dell'Hezb-e-Islami (Gulbuddin Hekmatyar) e la shura di Quetta (il Gran consiglio dei talebani di mullah Omar) li lascino fuori dai benefici di un eventuale negoziato. Oppure che gli Haqqani abbiano, con questa azione, segnalato una forma di pressione del Pakistan sul negoziato stesso, dal momento che è nota l'irritazione di Islamabad nei confronti dell'intera trattativa sul famoso ufficio di Doha (l' “ambasciata” talebana da aprire all'estero) che sarebbe stata condotta senza di loro. Ma è una teoria che non convince.

Antonio Giustozzi
, uno dei migliori conoscitori della realtà talebana, ha diffusamente spiegato in una lunga intervista a Giuliano Battiston (il manifesto, 19 aprile ) che considerare gli Haqqani “altro” dal movimento è “fuorviante”. Una lettura che condividono anche i ricercatori di Afghanistan Analysts Network (Aan), uno dei più autorevoli think tank della capitale. Non si può insomma, sostengono gli analisti, considerare la galassia talebana come un insieme formato da fazioni indipendenti, per quanto disomogenea e sottoposta, come ogni grande movimento, a una dialettica interna. Gli Haqqani dunque sarebbero solo una parte del tutto e con una limitata autonomia. Infine il movimento tende comunque a “coprire” anche le azioni non direttamente programmate dalla shura di mullah Omar. Giustozzi va più in là: sostiene – ci dice quando lo incontriamo in caffé della capitale - che l'azione dei giorni scorsi rende evidente, non tanto uno scontro tra fazioni quanto, tra direzione politica (Quetta) e direzione militare (Peshawar). Questa sorta di comitato strategico militare di creazione relativamente recente (2010) nella città settentrionale capoluogo delle aree tribali del Pakistan, rappresenterebbe al momento i contrari al negoziato: i delusi da un processo che si è subito arenato appena la vicenda dei prigionieri di Guantanamo è arrivata alle orecchie del Congresso, suscitando un dibattito negli Usa che ai talebani non è affatto piaciuto. Gli uomini di Peshawar sarebbero dunque inclini a tenere elevato il livello dello scontro, sia “per tenere alto il morale della truppa”, aggiungono gli analisti di Aan, sia perché “contrari al negoziato”, sostiene Giustozzi, secondo cui i favorevoli alla trattativa sarebbero adesso in minoranza: la vecchia guardia di Quetta, i turbanti più “politici” e più inclini al negoziato, sarebbe dunque in difficoltà.

Certo è che l'attacco dei giorni scorsi, sia che fosse un segnale contro il negoziato, sia che volesse in qualche modo segnalare o ribadire che la guerra è tutt'altro che finita e che deve considerare questo o quell'interlocutore, non sembra aver portato molta acqua al mulino della guerriglia. Forse sì all'interno delle dinamiche che attraversano il movimento, ma poco come risultato politico generale nonostante il roboante effetto mediatico di cui la stampa nazionale, ma soprattutto internazionale, si fa spesso supinamente interprete con titoloni allarmistici che amplificano la portata dell'evento. In realtà il maggior beneficiario dell'intera vicenda sembra esser stato proprio il nemico numero uno dei talebani: il presidente Hamid Karzai. Karzai ha aspettato, con l'acume politico che lo contraddistingue, che la battaglia finisse. Silente durante le quasi venti ore di scontro, appena ha avuto in mano dati sicuri (ad esempio il non elevato numero di civili uccisi. Otto in tutto, di cui quattro a Kabul) ha messo in campo una convincente strategia di comunicazione. Intercettando il “bisogno di eroismo” della capitale, come sostiene Fabrizio Foschini di Aan, Karzai ha sottolineato quello dei suoi soldati: poliziotti, militari, funzionari dei servizi che si sono sacrificati per la sicurezza della città. Pur non risparmiando le critiche all'intelligence afgana (uno degli edifici utilizzati dal commando si trova di fronte a una sede periferica dell'Nds, la Direzione nazionale per la sicurezza), il presidente ne ha approfittato per dare la colpa alla Nato. O, meglio, ha messo in luce il fatto che ormai l'aiuto degli stranieri si è ridotto così tanto che sono ormai le forze di sicurezza afgane la vera tutela dei cittadini.

Il presidente sta giocando d'anticipo: ha di fronte il summit Nato di Chicago e soprattutto la fretta malcelata di un rapido ritiro americano e, in sequenza, degli altri partner dell'Alleanza. E cerca di sfruttarlo. Le truppe se ne andranno entro il 2014? Karzai dice che si potrebbe pensare al 2013. Gli americani hanno fretta di concludere l'accordo di partnership strategica con Kabul? Bene, purché accettino, pur se obtorto collo, le richieste afgane, come in gran parte già avvenuto (trasferimento dei detenuti a Bagram sotto giurisdizione afgana, fine dei raid notturni dell'Alleanza e degli americani. Resta solo la trattativa sul futuro delle basi). A che gli serve tutto ciò?

La sensazione è
che Karzai stia preparando il dopo Karzai con un altro Karzai. Non un Karzai bis che la Costituzione gli vieta, ma una sorta di interim a qualche amico fidato che magari gli dia occasione di ripresentarsi dopo. Al momento la Costituzione gli vieta di ricandidarsi ma non è chiaro se, dopo un intervallo, ci si possa ripresentare. E poiché Karzai sembra favorevole ad anticipare le elezioni (il che richiede comunque di mettere mano alla Costituzione) ecco che, dicono i maligni, una volta cominciato a ridisegnare i punti della Carta che regolano la data per le presidenziali (per non farle coincidere nel 2014 col ritiro occidentale), si potrebbe anche prevedere una clausola che cambi le regole del gioco e gli dia la possibilità di ricandidarsi a un terzo mandato. Ipotesi.

Come che sia, a Kabul già girano i nomi del futuro candidato. Farooq Wardak, ad esempio, attuale ministro dell'Istruzione, personaggio che tra l'altro non sarebbe indigesto a Islamabad. Ballon d'essai? Può darsi come spesso accade quando nomi, ipotesi o date cominciano a girare con insistenza. Ma qualcosa si sta muovendo rapidamente. Anche il Pakistan non sta con le mani in mano. Tutti concordano nel dire, Haqqani o non Haqqani, che dietro l'ultimo attacco c'è lo zampino del Pakistan che ha fretta di chiudere la partita e sta in ogni modo cercando di condizionare questa fase del Grande gioco, da sempre oggetto di più di un appetito. Appetito di cui si può rimanere anche vittime, per volontà o per caso: i talebani hanno fatto avere le loro scuse al Giappone (che non ha militari in Afghanistan) per aver colpito, erroneamente nel recente attacco, anche la sua sede diplomatica. La dimostrazione di un'attenzione politica molto significativa.

mercoledì 18 aprile 2012

INTERVISTA

Fabrizio Foschini, ricercatore di Afghanistan Analysts Network (Aan), è uno dei tanti riferimenti obbligati quando si arriva a Kabul. In Afghanistan in modo stanziale ormai da oltre due anni, lavora in quello che è considerato forse il più accreditato centro di ricerca su tematiche politiche del Paese, un think tank diretto dal tedesco Thomas Ruttig che impiega nazionali e internazionali che hanno ormai una fittissima rete di contatti e che sono sufficientemente smaliziati per andar oltre una lettura ordinaria dei fatti. In un Paese dove la propaganda regna sovrana e il depistaggio è un'arma politica consolidata.

Cominciamo dagli attentati. Ormai tutti danno la colpa alla Rete Haqqani, il gruppo radicale più vicino ai servizi pachistani. Quindi danno, in un certo senso, la colpa a Islamabad...

E' una reazione tipica puntare il dito sugli Haqqani, perché il loro ruolo in azioni simili è stato già provato in passato e il modus operandi dell'ultima azione lascia pensare a una continuità. A livello politico invece, chiamare in causa gli Haqqani, come hanno fatto in questi giorni sia gli americani sia gli afgani, suggerisce un possibile mandante oltre confine il che funziona bene con gli afgani, che condannano unanimemente l'ingerenza pachistana, e serve a rassicurare le opinioni pubbliche occidentali sulla possibilità di un negoziato con la leadership storica, quella di Quetta...continua su Lettera22

sabato 17 marzo 2012

CHI TRAE VANTAGGIO DALLA STRAGE DI KANDAHAR

Apparentemente non c'era peggior viatico possibile per la visita del primo ministro britannico David Cameron negli Stati uniti che la vicenda del sergente americano che, alla vigilia della partenza, ha fatto strage di civili in un distretto della provincia afgana di Kandahar. L'ennesimo episodio, che rinfocola polemiche e riattizza la rabbia degli afgani, consente però, paradossalmente, un'accelerazione da cui – oltre che i talebani – possono trarre vantaggio sia il governo di Kabul, sia l'Amministrazione Obama. Vediamo perché.

Dopo le vicende del “Kill Team” (un gruppo di soldati capitanati dal sergente Calvin Gibbs, condannato recentemente all'ergastolo per l'uccisione di afgani inermi ma che potrà tornare libero in dieci anni), dell'urina sui corpi di talebani morti (un video scioccante su cui è stata promessa un'inchiesta per ora senza risultati pubblici) e la vicenda dei Corani (malamente gestita e al momento senza colpevoli palesi), gli Stati uniti hanno già fatto sapere, attraverso le parole del capo del Pentagono, che il colpevole di Kandahar rischia la pena di morte: Panetta ha tra l'altro potuto usufruire casualmente di una visita in Afghanistan in realtà da tempo programmata mostrando così una rapidità di reazione americana senza precedenti. Le scuse ufficiali infine sono state velocissime, anche da parte di Obama, così come l'avvio dell'inchiesta e l'arresto immediato, tanto che, nonostante le reazioni del parlamento (chiuso per un giorno in segno di protesta), l'esecutivo afgano si è affrettato a dichiarare che la vicenda non comprometterà il negoziato sull'accordo tra Washington e Kabul che deve regolare la presenza Usa dopo il 2014. Il dossier più delicato al momento sul tavolo dei due governi.

Obama dovrebbe quindi arrivare all'appuntamento di maggio (il vertice Nato che si terrà nella sua città, Chicago) rafforzato da un'exit strategy che inizia a dare i suoi frutti. E rafforzato nella scelta, che la vicenda di Kandahar ha accelerato, di un ritiro forse più rapido dei suoi soldati dal teatro, anche se pubblicamente il presidente si dice favorevole a un'uscita senza troppa fretta («We don't rush for the exits in a way that could end up leading to more chaos and more disaster...» , un modo per tenere a bada alcuni settori del Pentagono e i parlamentari più critici). Su un'accelerazione del ritiro in realtà non c'è ancora una posizione ufficiale, che potrebbe essere presentata al summit Nato, ma si potrebbe trattare di ventimila soldati in più entro metà 2013, almeno secondo il New York Times, rispetto a quanto finora previsto (22mila circa entro settembre 2012). Una mossa che mira a ridurre il contingente (e le spese relative) della metà rispetto all'anno scorso (quando c'erano circa 100mila soldati americani), ben prima della scadenza del 2014, anno che dovrebbe concludersi con la fuoruscita quasi totale dei soldati occidentali in Afghanistan. Se i repubblicani avevano dunque utilizzato la vicenda dei Corani come grimaldello per dimostrare la debolezza di Obama, costretto a loro avviso a scuse ufficiali a Karzai non dovute, la storia di Kandahar li lascia senza armi e il vertice di Chicago rischia di risolversi con la vittoria delle tesi del presidente: accelerare l'uscita dei soldati mantenendo un piede in Afghanistan e terminare una guerra sempre più impopolare senza perdere la faccia.

Anche sul fronte afgano il debole Karzai può trarre vantaggio dalla vicenda di Kandahar. Hamid Karzai, indispettito nei mesi scorsi dalla gestione del negoziato coi talebani (condotto da Berlino e Washington senza consultarlo), ha avuto buon gioco – complice l'affaire Corani - nella trattativa quadro sulla permanenza americana in Afghanistan dopo il 2014. Gli americani hanno ceduto su una questione dirimente, cavallo di battaglia di Karzai degli ultimi due mesi: il passaggio di consegne dei detenuti afgani della grande base americana di Bagram (di cui un'ala è adibita a prigione di guerra) sotto la giurisdizione giudiziaria afgana. Ora, la vicenda Kandahar potrebbe assegnare a Karzai un altro punto: la fine o la riduzione sostanziosa dei raid aerei notturni, altro cavallo di battaglia del presidente. Ottenuti questi due atout, Karzai potrebbe persino rivendicare come sua l'accelerazione dell'uscita di scena di gran parte dei soldati Nato/americani (e infatti ha appena chiesto che gli eserciti se ne vadano nel 2013) e servirsene sia nella trattativa coi talebani, sia di fronte a un parlamento riottoso ma comunque incapace di organizzargli contro una vera e propria opposizione coordinata. Karzai ha anche rivendicato la luce verde al trasferimento a Doha – dove la guerriglia in turbante dovrebbe aprire un ufficio politico – dei cinque prigionieri talebani detenuti a Guantanamo, oggetto iniziale della trattativa tra mullah Omar e gli americani. Messo così, il negoziato, sino a ieri patrimonio di due attori estranei al governo di Kabul (i talebani e gli occidentali), rientrerebbe nei binari afgani, ridando al palazzo di presidenziale di Arg, nel cuore della capitale, una parte importante nella trattativa.

Ovviamente da tutto ciò anche la la guerriglia in turbante trae i suoi vantaggi. Ha annunciato di aver sospeso il negoziato sostenendo che gli Stati Uniti non hanno soddisfatto le condizioni e che i colloqui con il governo afgano sono «senza senso» oltre ad aver minacciato di vendicarsi della strage di Kandahar decapitando «gli animali...soldati sadici e assassini». Ma la propaganda talebana questa volta ha stranamente fatto poca presa sulla popolazione civile, se si escludono le comprensibili manifestazioni nell'area della strage e qualche dimostrazione abbastanza contenuta altrove (a Jalalabad ad esempio), segno di una stanchezza popolare e di un'incapacità della guerriglia di trasformare la diffusa rabbia e disillusione, come forse aveva sperato durante la vicenda dei Corani bruciati, in un consenso militante e popolare alla causa nazional-islamica del movimento.

Rimane per gli americani una questione più generale di management della truppa, ossia la gestione del contingente: naturalmente la sequela di vicende che hanno attraversato gli ultimi mesi richiedono un intervento preciso e forte degli americani nei confronti dei responsabili dei soldati in una missione con numeri elevati di militari impiegati – e nel quale dunque il novero di “mele marce” è altrettanto elevato- e che spesso, come nella vicenda del sergente di Kandahar, hanno alle spalle più di una missione in teatri particolarmente difficili e debilitanti (nel suo caso tre missioni in Iraq e una in Afghanistan). La capacità di gestione del contingente ha infatti direttamente a che vedere non solo con l'evidente erosione del consenso nell'opinione pubblica afgana, ma con un problema di fiducia della leadership militare afgana sul tipo di addestramento che gli americani danno alle truppe nazionali, sulle quali si è addivenuti a un accordo che ne riduce sostanzialmente il peso numerico ma che, anche in vista dell'accordo Kabul-Washington, da definire nei dettagli prima di Chicago, prevede pur sempre la presenza di formatori dell'esercito americano senza un limite preciso di tempo. Una formula che consentirà, dopo il ritiro, di conservare una presenza di soldati che il Pentagono ritiene irrinunciabile e senza che sia percepita come forza di occupazione.

mercoledì 19 gennaio 2011

DIETRO L'INFERNO DI BALA MURGHAB


L'avamposto Highlander si trova a circa 10 km dalla principale base italiana nella valle del Murghab, la Columbus: una “base avanzata” comunemente nota come Bala Murghab, dal nome della città che si trova a 200 chilometri da Herat, la “capitale” dove risiede il comando Nato Ovest dell'Afghanistan a guida italiana, uno dei quattro settori (più quello di Kabul) in cui l'Alleanza ha diviso il Paese.

L'”inferno” di Bala Murghab (la definizione è di Gianandrea Gaiani, il direttore di “Analisi Difesa") è un'area vasta e difficile da controllare tanto che vi si trovano oltre una ventina di avamposti (in gergo Cop) contro i tre-cinque comunemente associati alle altre tre basi avanzate (in gergo Fob) che, con quella nel Murghab, costituiscono l'ossatura della presenza militare spagnola, lituana, americana e italiana delle quattro province (Ghor, Badghis, Farah, Herat) controllate dal comando Ovest.... segue su Lettera22