Presi come siamo dalla vicenda di Giulio Regeni, tra depistaggi e bugie, abbiamo forse dimenticato – in un Paese che tende a dimenticare alla svelta – la morte di un altro italiano: Giovanni Lo Porto, rapito nel 2012 in Pakistan e ucciso da un drone americano nel gennaio del 2015. A non dimenticare è la famiglia che, quattro giorni fa, ha tenuto una conferenza stampa a Montecitorio (andata deserta!) con gli avvocati che la assistono, i radicali (grazie a loro si può riascoltare nei podcast di Radio radicale) e il senatore Luigi Manconi. Quest'ultimo lunedi prossimo depositerà un'interrogazione al governo e al ministero degli Esteri per sapere sia il risultato delle promesse che il presidente Obama fece nella dichiarazione pubblica con la quale, nell'aprile 2015, rese nota la morte di Giovanni e si scusò con la famiglia, sia se gli Usa intendano procedere a un risarcimento. E sì, perché Obama fece delle promesse poi ribadite in un comunicato ufficiale della casa Bianca. Undici mesi fa.Visualizzazioni ultimo mese
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sabato 19 marzo 2016
Chi si ricorda di Giovanni Lo Porto?
Presi come siamo dalla vicenda di Giulio Regeni, tra depistaggi e bugie, abbiamo forse dimenticato – in un Paese che tende a dimenticare alla svelta – la morte di un altro italiano: Giovanni Lo Porto, rapito nel 2012 in Pakistan e ucciso da un drone americano nel gennaio del 2015. A non dimenticare è la famiglia che, quattro giorni fa, ha tenuto una conferenza stampa a Montecitorio (andata deserta!) con gli avvocati che la assistono, i radicali (grazie a loro si può riascoltare nei podcast di Radio radicale) e il senatore Luigi Manconi. Quest'ultimo lunedi prossimo depositerà un'interrogazione al governo e al ministero degli Esteri per sapere sia il risultato delle promesse che il presidente Obama fece nella dichiarazione pubblica con la quale, nell'aprile 2015, rese nota la morte di Giovanni e si scusò con la famiglia, sia se gli Usa intendano procedere a un risarcimento. E sì, perché Obama fece delle promesse poi ribadite in un comunicato ufficiale della casa Bianca. Undici mesi fa.mercoledì 13 maggio 2015
Perché difendo Seymour Hersh
Bin Laden: la ricostruzione di Seymour che non piace a Obama
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| Seymour Hesrh |
Di questo “traditore” (che non sarebbe un uomo dell'Isi - i più potenti servizi pachistani - ma di un'altra agenzia) si sa solo che ormai vive negli Usa ma potrebbe essere la persona che Hersh – il giornalista divenuto famoso per aver rivelato nel 1968 il massacro di My Lay in Vietnam – ritiene responsabile di aver “venduto” il nascondiglio di Osama alla Cia per 25 milioni di dollari. La Casa Bianca ha smentito la ricostruzione di Hesrh che fa fare una pessima figura a tutto lo staff, da Obama all'ultimo dei Navy Seal, i soldati del team operativo che entrarono nella casa di Abbottabad il 2 maggio del 2011 uccidendo bin Laden, un uomo gravemente malato e indifeso. Una pessima figura su una storia totalmente ricostruita e che – scrive - sarebbe «potuta uscire dalla penna di Lewis Carroll», l'autore di Alice nel paese delle meraviglie.
venerdì 24 aprile 2015
L'errore "normale" che ha ucciso Giovanni Lo Porto
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| Giovanni Lo Porto. Sotto a sinistra Warren Weinstein |
mercoledì 25 marzo 2015
L'accordo con gli Usa che non piace ai talebani (che condannano l'omicidio di Farkhunda)
Per ora è difficile dire se l'attentato di oggi a Kabul (sette morti e quasi quaranta feriti) sia la risposta a quel che Ashraf Ghani è riuscito a ottenere a Washington dove ieri ha incontrato il presidente Obama. Quel che è certo è che gli americani rimarranno in forze più del previsto - anziché dimezzarsi entro fine 2015, i quasi 10mila soldati di stanza in Afghanistan ci resteranno fino a fine anno per diminuire poi nei due successivi - come è anche certo che un accordo simile, per quanto abbastanza scontato e ampiamente annunciato fra le righe, sicuramente non può piacere alla guerriglia che fa dell'estromissione degli stranieri il suo paletto più importante. Ma ci sono talebani e talebani e, almeno finora, l'attacco di Kabul non ha rivendicazione né diretta motivazione. Chi lo ha fatto non si sa. Si sa invece che Zabihullah Mujahed, il "portavoce" ufficiale, ha condannato l'orribile omicidio di Farkhunda, la donna accusata falsamente di aver bruciato il sacro Corano. E se i talebani prendono posizione, video e foto - dove chiaramente si vedono furia e volti degli assassini - permetteranno probabilmente almeno di fare giustizia. Ma torniamo a Ghani il cui viaggio americano è stato accompagnato da questa orribile vicenda e da notizie di vari attentati di routine.
All'arrivo al Congresso, dove ha tenuto un discorso ai parlamentari, è stato accolto da una standing ovation di cinque minuti. Poi ha fatto l'afgano buono e amico degli americani: riconoscente e fiducioso, tutto il contrario di Hamid Karzai che ha fatto ballare l'Amministrazione per mesi senza firmare l'accordo sulla sicurezza (Bsa) che ha di fatto spianato la strada - una volta siglato da Ghani - a un nuovo rapporto con gli Stati uniti. Tutto ciò ha permesso di ottenere al duo afgano (c'era infatti anche Abdullah) la promessa dal segretario di Stato John Kerry a da quello alla Difesa Ashton Carter che ci saranno i soldi per mantenere esercito e polizia nazionali (350mila uomini) e che ci saranno anche 800 milioni di dollari per l'agenda di riforme del governo. Quanto ai soldati che restano, non era probabilmente questo il vero obiettivo di Kabul, benché il risultato principale sia stato sbandierato come tale: con oltre 100mila soldati Nato già tornati a casa, l'Afghanistan è non peggiorato tanto dal punto di vista militare (aumentano attentati e vittime ma le bocce sono sostanzialmente ferme) ma soprattutto da quello economico. Centomila soldati e quasi altrettanti contractor diventano un affare che fa girar moneta oltre a costituire una sorta di garanzia psicologica per gli investitori. Se la macchina della guerra si ferma (senza che arrivi la pace) le cose tendono a complicarsi. Kabul ha bisogno di soldi più che di soldati. Ghani ha portato a casa entrambi. La storia dovrebbe averci insegnato che aihnoi non v'è l'uno senza l'altro.sabato 13 settembre 2014
L'Is, gli Usa e il gioco dei Saud
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| Le spade, la palma e un preciso disegno geostrategico |
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| Bush con l'allora ambasciatore saudita Bandar ben Sultan al Saud, dal 2012 al 2014 a capo dell'intelligence saudita |
giovedì 29 maggio 2014
America/mondo. Il tutto e niente del discorso di West Point
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| Più soldi e diplomazia prima di mostrare i muscoli militari. Obama ribadisce la distanza dalla politica di Bush ma con poche novità |
C'è una certa abilità nel dire non-dire che ha sempre contraddistinto la politica estera del presidente Obama. Ieri il capo di Stato americano non si è smentito. In un discorso, che secondo la Casa Bianca è il primo di una serie di interventi pubblici nei quali il presidente renderà chiaro il futuro prossimo della politica statunitense verso il mondo nei mesi a seguire, ha messo a fuoco una fetta di pianeta non da poco: Medio oriente e Africa. Quanto all'Afghanistan, appena qualche ora prima aveva fatto il punto sulla permanenza americana nelle valli dell'Hindukush: i soldati diminuiranno ma 10mila resteranno a presidiare il campo. Almeno sino al 2016.
martedì 27 maggio 2014
Ultime dal fronte, resteremo in diecimila
giovedì 9 gennaio 2014
L'AFGHANISTAN DI OBAMA SECONDO GATES
venerdì 12 luglio 2013
AFGHANISTAN: LA PUBBLICAZIONE DI ARCHIVIO DISARMO
sabato 9 marzo 2013
BRENNAN, PETRAEUS E LE OMBRE DELLA CIA
Quanto a Brennan, i repubblicani hanno fatto ostruzionismo per ore dibattendo se sia possibile che un drone uccida un cittadino statunitense nella stessa America. La risposta è stata logicamente no ma in realtà, oltre alle polemiche che non solo negli Stati uniti accompagnano la politica degli omicidi mirati coi velivoli senza pilota, sono in tanti a interrogarsi sul sistema di sorveglianza anti terroristica che la Cia tiene in piedi e che, oltre a spiare il resto del mondo, classifica e archivia due miliardi di mail al giorno. Ma questo non preoccupa i repubblicani anche se su questa vecchia storia, trama di film, memoriali e thriller, adesso si torna a parlare: l'economista americana di origini olandesi Saskia Sassen ha scritto che l'apparato di sorveglianza è aumentato a dismisura negli ultimi dieci anni e comprende almeno diecimila edifici, un milione di funzionari addetti e circa due miliardi di mail tracciate ogni giorno.
Brennan comunque ha superato l'impasse al Senato (63 a 34) dopo rassicurazioni ufficiali che i droni non si useranno mai in territorio Usa se non in casi “eccezionali”. E per altro ai repubblicani, il programma non dispiace affatto, specie se ci va di mezzo un “traditore”, come quel Anwar al-Awlaki, leader islamico yemenita nato negli Usa e ucciso nel settembre del 2011 nello Yemen. Da due droni.
Brennan, 58 anni di cui 25 passati alla Cia, già consigliere del presidente per l'antiterrorismo che in quel posto lo voleva dal 2008, è uno dei padri putativi del programma droni: fu il primo l'anno scorso a rivendicarne pubblicamente i successi dal Pakistan alla Libia. Il programma piace al presidente anche se le stime sui civili uccisi sono elevate: secondo un'inchiesta del Bureau of Investigative Journalism, le operazioni dei droni sono migliaia. Solo in Pakistan, nel periodo 2004-2013, i dati raccolti danno un bilancio totale di 362 azioni (310 imputabili all'amministrazione Obama). I morti oscillano tra 2.629 e 3.461. I civili tra 475 e 891 (di cui 176 sarebbero bambini). I feriti tra 1.267 e 1.431. Nello Yemen? Tra 43 e 53 attacchi, tra 228 e 325 civili uccisi tra cui oltre una dozzina sono bambini. L'incertezza sui numeri denuncia la difficoltà di valutare esattamente gli effetti del programma.
Quanto alle ombre sull'ex direttore della Cia (dal settembre 2011 al novembre 2012, quando fu travolto dallo scandalo delle mail rosa), David Petraeus era solo un generale quando andò in Irak ma lì aveva il compito di dirigere tutto, appena un passo dietro al titolare della Difesa Donald Rumsfeld. Come ha rivelato la stampa britannica, Rumsfeld aveva scelto un tal colonnello James Steele, che era stato nelle forze speciali ed era uno “specialista” nelle guerre sporche centramericane, per stroncare con ogni mezzo, e cominciando dai campi di detenzione, soprattutto i miliziani sunniti. Gli fu affiancato un altro specialista: il colonnello in pensione James Coffman. Ebbero soldi e carta bianca e fecero i supervisori di quello spicchio di guerra che fu il più oscuro di tutta l'occupazione. Petraeus era lì. Un'altra macchia sulla sua divisa. E su quella della Cia.
venerdì 8 marzo 2013
BRENNAN ALLA CIA, LA SPUNTA OBAMA
John Brennan, 58 anni di cui 25 passati alla Cia, è il nuovo capo della Central Intelligence Agency. L'ha spuntata dopo un lungo braccio di ferro al Senato, che ha l'ultima parola sulle nomine del presidente degli Stati uniti. Già consigliere di Obama per l'antiterrorismo e che alla Cia lo voleva già nel 2008, è uno dei padri putativi del programma droni: fu il primo l'anno scorso a rivendicarne pubblicamente i successi in Pakistan, Yemen, Somalia, Libia e Afghanistan. Del resto è noto che il programma piace al presidente anche se le stime dei civili uccisi sono elevate. Ha ha superato l'impasse (63 voti a 34) dopo una filippica di lunga durata (un “filibustering” di 13 ore) condotta dal senatore repubblicano Rand Paul sulla possibilità che i droni siano usati in territorio americano cosa possibile, secondo l'Amministrazione, solo in casi “eccezionali”. Non che ai repubblicani il programma, prediletto da Obama e perfezionato da Brennan, non piaccia, ma qui si trattava di mettere in difficoltà Obama più che Brennan, che è del resto già stato nell'occhio del ciclone diverse volte proprio per i posti che ha occupato, sia alla Cia, sia alla Casa bianca. Più che Brennan, l'ha spuntata Obama
sabato 16 febbraio 2013
I REPUBBLICANI CONTRO IL REPUBBLICANO DI OBAMA
Riguarda il passaggio di consegne a Chuck Hagel come ministro della Difesa in sostituzione di Leon Panetta. In America, le nomine importanti del presidente devono passare per il Congresso e Hagel, un repubblicano inviso ai repubblicani, per ora resta in stand by. La sua nomina è passata con facilità all'Armed Services Committee del Senato dove i democratici (14) hanno votato compatti contro i repubblicani (11), ma poi è arrivata la grana in assemblea. Quando la nomina è passata direttamente all'aula (il cui consenso serve al presidente per concludere trattati internazionali e per nominare funzionari e giudici federali), la minoranza repubblicana è riuscita a bloccare la conferma della nomina di Chuck Hagel alla guida del Pentagono con un'azione di “filibustering”, una forma di ostruzionismo che ha tirato per le lunghe il dibattito parlamentare.Cercando di porgli fine, il leader della maggioranza democratica Harry Reid ha deciso di mettere al voto una mozione che doveva chiuderlo, ma i 55 senatori democratici non sono riusciti ad ottenere i cinque voti necessari tra i repubblicani per arrivare a 60 senatori sul totale di 100, maggioranza necessaria alla luce verde. Hanno chiuso 58 a 40. Decisione rinviata anche se Obama ha reiterato il suo sostegno al candidato e se la nuova insidia ha scatenato polemiche, specie tra chi ritiene che i repubblicani, pur di far male al presidente, fanno male al Paese.
Quella contro Hagel comunque è una vecchia battaglia ed è per questo che convincere i repubblicani sembra in salita. Chuck Hagel è inviso ai suoi compagni di partito che lo considerano un traditore forse perché le canta chiare, dal Medio oriente all'Afghanistan. Critico con Israele, è stato tra i pochi del suo partito a paragonare nel 2005 l'Irak al Vietnam e, nel 2011, a considerare l'exit strategy di Obama dall'Afghanistan un'ottima idea per scalare l'impegno militare ed evitare di rimanere impantanati nel Paese asiatico. La stessa posizione di Obama e lo stesso ragionamento caro a John Kerry, designato dal presidente a dirigere la politica estera. L'ex senatore del Nebraska, nominato da Obama il 7 gennaio scorso, è il primo segretario della Difesa in pectore oggetto di un tale trattamento nella storia americana.
giovedì 14 febbraio 2013
IL MONDO PER OBAMA E LE SPINE AFGANE
Si becca due salve di applausi Barack Obama quando affronta il nodo afgano: «Già, abbiamo portato a casa 33mila dei nostri coraggiosi militari, uomini e donne. In primavera – dice Obama - le nostre forze avranno solo un ruolo di sostegno mentre le
forze di sicurezza afgane prenderanno l'iniziativa. Stanotte posso annunciare che il prossimo anno altri 34mila soldati americani torneranno a casa... ed entro la fine del prossimo anno, la nostra guerra in Afghanistan sarà finita». Gli applausi coprono le sue parole (e, dopo alcune ore, l'applauso gli arriva anche da Karzai in persona). Obama in effetti ha voluto rassicurare anche Kabul: «Dopo il 2014, il nostro impegno per un Afghanistan unito e sovrano durerà, ma cambierà la natura del nostro impegno. Stiamo negoziando un accordo con il governo afgano – aggiunge - che si concentra sulla formazione e l'equipaggiamento delle forze afgane in modo che il Paese non scivoli di nuovo nel caos, e sugli sforzi antiterrorismo che ci permettono la caccia ai resti di al Qaeda e affiliati». E se, dice Obama, l'organizzazione che ci ha attaccato l'11 settembre è «l'ombra di se stessa» (applausi) è pur vero che la minaccia si sposta in Africa. Ma, aggiunge, «per rispondere a questa minaccia, non abbiamo bisogno di inviare decine di migliaia di nostri figli e figlie all'estero o occupare altre nazioni». Il messaggio ai francesi è chiaro. Agli americani anche. Tutti a casa. Ma ci sono anche le ombre su cui il presidente, ovviamente, sorvola.In realtà sull'Afghanistan resta da sciogliere il nodo più grosso, anzi due: il primo si chiama basi militari e il secondo talebani. Il primo sembra per ora una palude coperta di nubi, il secondo resta viziato dalla richiesta Usa di immunità per le truppe che resteranno nel Paese dopo il 2014. Kabul per adesso tiene il punto e rifiuta. Poi c'è anche l'interrogativo su quanti militari resteranno dopo il 2014. Obama non lo scioglie ma, secondo il Post, 8mila unità potrebbe essere la mediazione tra le richieste del Pentagono (almeno 10mila) e le riduzioni imposte dalla presidenza. E' comunque stato più chiaro del nostro governo e del nostro ministero della Difesa, visto che non sappiamo bene se i mille soldati italiani che rientrano a casa sono già partiti, stanno partendo, partiranno.
mercoledì 13 febbraio 2013
I DUE SISMI PROVOCATI DA PYONGYANG
Ha scatenato due terremoti il terzo test nucleare nordcoreano, annunciato ieri in pompa magna alla Tv di Stato da Pyongyang. Il primo, di carattere geologico, l'ha provocato alle 4 ora italiana (mezzogiorno in Nord Corea), quando i sismologi hanno registrato un sisma di 4,9 gradi Richter e hanno subito capito la natura della scossa. Il secondo l'hanno invece provocato in mezzo mondo, facendo convocare d'urgenza una riunione del Consiglio di sicurezza che, solo dieci giorni fa, li aveva sanzionati nuovamente (all'unanimità) per la loro ultima attività militare: il lancio a dicembre di un “satellite” subito svelato come un missile a lungo raggio. Ma questa volta l'hanno fatta più grossa. E il consiglio di sicurezza dell'Onu, presieduto dalla Corea del Sud, ha immediatamente e ovviamente condannato il test nucleare e promesso «misure appropriate». Questa volta le misure potrebbe essere assai più implacabili che in passato, anche perché ormai tutta la rosa di sanzioni possibili è stata messa in atto. La provocazione per altro è stata sin troppo evidente.
L'ultimo test nucleare era del 2009 (in precedenza nel 2006) e la somma di questo, la cui qualità tecnologica sembra elevata, con il test missilistico a lungo raggio di due mesi fa (più un altro in aprile), comincia e diventare una questione più che seria. Così seria che anche i cinesi, che già col test missilistico si erano irritati, hanno fatto la voce ancora più grossa appena i nordcoreani hanno annunciato il successo del test nucleare. In linea – una scelta politica meditata – con la reazione di tantissimi Paesi, Stati uniti, Corea del Sud, Giappone e Palazzo di vetro in testa: tutti contro Pyongyang, dalla Nato – il che si capisce – alla Russia, uno degli ex alleati forti e ormai sempre più tiepidi di Pyongyang.
Stando ai coreani il test non solo avrebbe avuto successo ma dimostrerebbe una capacità di gestione dell'arma nucleare senza precedenti: avrebbero usato materiale nucleare in un dispositivo «miniaturizzato» in grado di sprigionare – hanno detto ufficialmente - un'energia esplosiva «ben maggiore» dei test precedenti...Continua su Lettera22
martedì 12 febbraio 2013
ALTRI 34MILA SOLDATI USA VIA DALL'AFGHANISTAN
Fonti che hanno richiesto l'anonimato hanno detto alla Reuters che il presidente Barack Obama starebbe per annunciare, nel discorso sullo Stato dell'Unione, un ulteriore ritiro di 34mila soldati dall'Afghanistan per l'inizio del 2014. Con quelli già ritirati saranno più di 60mila i militari Usa che fanno ritorno a casa prima della scadenza "naturale" del 2014, fissata per il ritiro della Nato dal Paese asiatico. Se la notizia sarà confermata, ne rimarrebbero circa 32mila.
venerdì 18 gennaio 2013
OBAMA, KARZAI E IL DOPO 2014
Lunedi scorso, al suo rientro dagli Stati uniti, ha affrontato di petto il tema delle elezioni che si devono tenere il 5 aprile del 2014 e che riguardano, innanzitutto, la presidenza della repubblica cui Karzai ha già detto di voler rinunciare (vi è peraltro costretto dalle regole). Le questioni in ballo sono tante, a cominciare dalla decisione del suo governo di tener buone le vecchie schede di registrazione degli aventi diritto che invece (più saggiamente) la Commissione elettorale indipendente (Iec) vorrebbe cancellare ricominciando da zero. Karzai però si è preoccupato di mettere soprattutto in chiaro una cosa. E cioè che gli americani “non interferiranno” nel processo elettorale e che si faranno avanti per dare una mano “solo se invitati”. Una netta affermazione di indipendenza... Segue su Lettera22
In voce su Oltreradio
martedì 8 gennaio 2013
KERRY, HAGEL, OBAMA E L'AFGHANISTAN
In questa intervista rilasciata al JounalStar del maggio 2011, in cui il nuovo titolare della Difesa commenta la fine di Bin Laden, Hagel spiega bene il suo pensiero: incalzare l'exit strategy del presidente per scalare l'impegno militare ed evitare di rimanere inguaiati nel pantano afgano. La stessa posizione di Obama. E lo stesso ragionamento caro a John Kerry. In linea insomma con la strategia delineata dal presidente e dai democratici.
Sull'exit strategy dunque, i tre sono d'accordo. Ma come la metteranno con le basi americane, la scelta del numero degli uomini da lasciare di guardia, il diritto all'impunità per i soldati ed extraterritorialità per le basi? I nodi sono ancora tanti anche dopo il 2014
giovedì 8 novembre 2012
OBAMA E ROMNEY VISTI DA KABUL
Obama o Romney per gli afgani non fa molta differenza anche se tra i due è meglio il presidente americano riconfermato al suo seocndo mandato nelle elezioni del 6 novembre
La prima preoccupazione degli afgani, in fatto di vicende elettorali, è stata in questi mesi la data delle consultazioni presidenziali nazionali e la domanda su chi saranno i candidati in corsa per sostituire Hamid Karzai, al termine del suo secondo mandato e cui la Costituzione vieta di ricandidarsi. Sciolto il primo nodo (la data è stata annunciata per aprile 2014) resta il secondo, che difficilmente si scioglierà a breve e con facilità. Non di meno, anche grazie a giornali, radio e soprattutto Tv – una novità nata nel dopo 2001 in un Paese dove media vecchi e nuovi si sono guadagnati uno spazio e un'attenzione di tutto rispetto – le elezioni americane non sono passate inosservate. Gli Stati uniti sono il primo partner dell'Afghanistan sotto diversi aspetti: in termini militari (circa 70mila soldati) ed economici, da poco ribaditi in un accordo che vincola i due Paesi a una stretta collaborazione oltre il 2014, data fissata per il ritiro dei contingenti militari. Dire quanto il dibattito tra i due candidati sia penetrato in profondità nella testa degli afgani è difficile da valutare, tenuto conto anche del fatto che esistono per molti una barriera linguistica e un gap tecnologico che impediscono un'analisi approfondita nel web. Inoltre la percezione in generale della nebulosa Stati uniti, resta viziata dal coinvolgimento di Washington in una guerra che dura da oltre dieci anni con le inevitabili ombre che accompagnano un conflitto tanto lungo. Il dato comunque certo è che gli afgani pensano agli Stati uniti come al maggior attore occidentale nella politica afgana e dunque un cambio o una riconferma del loro presidente non possono passare inosservati...
segue su Lettera22













