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sabato 19 marzo 2016

Chi si ricorda di Giovanni Lo Porto?

Presi come siamo dalla vicenda di Giulio Regeni, tra depistaggi e bugie, abbiamo forse dimenticato – in un Paese che tende a dimenticare alla svelta – la morte di un altro italiano: Giovanni Lo Porto, rapito nel 2012 in Pakistan e ucciso da un drone americano nel gennaio del 2015. A non dimenticare è la famiglia che, quattro giorni fa, ha tenuto una conferenza stampa a Montecitorio (andata deserta!) con gli avvocati che la assistono, i radicali (grazie a loro si può riascoltare nei podcast di Radio radicale) e il senatore Luigi Manconi. Quest'ultimo lunedi prossimo depositerà un'interrogazione al governo e al ministero degli Esteri per sapere sia il risultato delle promesse che il presidente Obama fece nella dichiarazione pubblica con la quale, nell'aprile 2015, rese nota la morte di Giovanni e si scusò con la famiglia, sia se gli Usa intendano procedere a un risarcimento. E sì, perché Obama fece delle promesse poi ribadite in un comunicato ufficiale della casa Bianca. Undici mesi fa.

mercoledì 13 maggio 2015

Perché difendo Seymour Hersh

Contro il povero Seymour Hersh, colpevole di aver smascherato quantomeno i buchi nel racconto della Casa Bianca sulla morte di Osama bin Laden, si è scatenata una vera e propria bufera, in parte riassunta in questo articolo di Internazionale. Naturalmente ci si aspetterebbe che quanti condannano lo scoop del vecchio Seymour adducano prove a sostegno di quanto afferma l'Amministrazione che, al contrario della fonte di Hersh, è una voce ufficiale e - aggiungo - proprio in quanto tale deve essere presa con le molle. Si è detto che Hersh cita solo fonti anonime e in quanto tali i pilastri della sua tesi sono dubbi. Ma, come ho già scritto, i giornali sono pieni di fonti anonime: compresi quelli anglosassoni che noi portiamo sempre in palma di mano come modello. Provate a digitare su google la frase  "according to a State Department source" (tra virgolette) e troverete circa 84mila occorrenze. Poi il giornalista bravo ci aggiunge anche un "familiar with the numbers" o "with a close relation with the White House" e voi ve la bevete tranquilli. Se vi viene qualche dubbio - immagino - controllate il nome dell'autore. Ed è l'autorevolezza del cronista a garantirvi che la fonte l'ha sentita.

Bin Laden: la ricostruzione di Seymour che non piace a Obama

Seymour Hesrh
Due ex militari pachistani hanno confermato all'agenzia France Press che effettivamente un uomo dei servizi segreti di Islamabad fornì informazioni agli Stati uniti su Osama bin Laden: avrebbe dato una mano per identificarne il Dna. E' la prima conferma che riguarda le notizie contenute nell'articolo che Seymour Hersh ha pubblicato domenica sulla London Review of Books e che, sbugiardando la Casa Bianca, fa tutto un nuovo racconto della morte dello sceicco del terrore.

Di questo “traditore” (che non sarebbe un uomo dell'Isi - i più potenti servizi pachistani - ma di un'altra agenzia) si sa solo che ormai vive negli Usa ma potrebbe essere la persona che Hersh – il giornalista divenuto famoso per aver rivelato nel 1968 il massacro di My Lay in Vietnam – ritiene responsabile di aver “venduto” il nascondiglio di Osama alla Cia per 25 milioni di dollari. La Casa Bianca ha smentito la ricostruzione di Hesrh che fa fare una pessima figura a tutto lo staff, da Obama all'ultimo dei Navy Seal, i soldati del team operativo che entrarono nella casa di Abbottabad il 2 maggio del 2011 uccidendo bin Laden, un uomo gravemente malato e indifeso. Una pessima figura su una storia totalmente ricostruita e che – scrive - sarebbe «potuta uscire dalla penna di Lewis Carroll», l'autore di Alice nel paese delle meraviglie.

venerdì 24 aprile 2015

L'errore "normale" che ha ucciso Giovanni Lo Porto

Giovanni Lo Porto. Sotto a sinistra
Warren Weinstein
E' un'operazione di trasparenza quella che il presidente Obama deve aver deciso di fare per rispetto nei confronti dei famigliari di Giovanni Lo Porto e Warren Weinstein, i due ostaggi uccisi a gennaio da un raid aereo americano che aveva l'obiettivo di colpire – come è stato - i due qaedisti americani Ahmed Farouq e Adam Gadahn. Ma è una trasparenza opaca.

Non dice Obama esattamente dove i suoi droni hanno colpito e non dice chi ne aveva la responsabilità diretta, chi comandò l'operazione ed è dunque responsabile dei suoi effetti collaterali. Il segreto di Pulcinella – il luogo è il Pakistan e il mandante è la Cia – si deve alle regole ferree della guerra al terrorismo che, proprio con Obama, ha avuto come caratteristica l'espansione dell'uso dei velivoli senza pilota. E' stata con tutta probabilità una delle tante operazioni segrete nelle aree tribali del Pakistan, probabilmente lungo il confine con l'Afghanistan, in uno dei tanti raid - notturni, all'alba, in pieno giorno - che in questi anni hanno ucciso militanti qaedisti o filo qaedisti e, con loro, migliaia di civili. Per errore. E' una guerra che impiega personale americano distante chilometri dalla zona dell'attacco e che utilizza i droni che stazionano nei depositi delle basi Usa in Afghanistan. Una guerra “tollerata” da Islamabad ma al contempo una piaga nei rapporti Usa-Pakistan per via di quella reiterata violazione della sovranità nazionale che i droni compiono indisturbati e comandati a distanza. A dirigere le operazioni ci sono i servizi segreti che, con l'esercito, fanno prima sorvolare le zone da colpire e poi pianificano le uccisioni mirate: una guerra pulita che non impegna truppe sul terreno e che si gioca come un video game. Quanto costa? Poco in termini di spesa militare. Molto in termini di vite umane.

mercoledì 25 marzo 2015

L'accordo con gli Usa che non piace ai talebani (che condannano l'omicidio di Farkhunda)

Per ora è difficile dire se l'attentato di oggi a Kabul (sette morti e quasi quaranta feriti)  sia la risposta a quel che Ashraf Ghani è riuscito a ottenere a Washington dove ieri ha incontrato il presidente Obama. Quel che è certo è che gli americani rimarranno in forze più del previsto - anziché dimezzarsi entro fine 2015, i quasi 10mila soldati di stanza in Afghanistan ci resteranno fino a fine anno per diminuire poi nei due successivi - come è anche certo che un accordo simile, per quanto abbastanza scontato e ampiamente annunciato fra le righe, sicuramente non può piacere alla guerriglia che fa dell'estromissione degli stranieri il suo paletto più importante. Ma ci sono talebani e talebani e, almeno finora, l'attacco di Kabul non ha rivendicazione né diretta motivazione. Chi lo ha fatto non si sa. Si sa invece che Zabihullah Mujahed, il "portavoce" ufficiale, ha condannato l'orribile omicidio di Farkhunda, la donna accusata falsamente  di aver bruciato il sacro Corano. E se i talebani prendono posizione, video e foto  - dove chiaramente si vedono furia e volti degli assassini - permetteranno  probabilmente almeno di fare giustizia. Ma torniamo a Ghani il cui viaggio americano è stato accompagnato da questa orribile vicenda e da notizie di vari attentati di routine.

All'arrivo al Congresso, dove ha tenuto un discorso  ai parlamentari, è stato accolto da una standing ovation di cinque minuti. Poi ha fatto l'afgano buono e amico degli americani: riconoscente e fiducioso, tutto il contrario di Hamid Karzai che ha fatto ballare l'Amministrazione per mesi senza firmare l'accordo sulla sicurezza (Bsa) che ha di fatto spianato la strada - una volta siglato da Ghani -  a un nuovo rapporto con gli Stati uniti. Tutto ciò ha permesso di ottenere al duo afgano (c'era infatti anche Abdullah)  la promessa  dal segretario di Stato John Kerry a da quello alla Difesa Ashton Carter che ci saranno i soldi per mantenere esercito e polizia nazionali (350mila uomini) e che ci saranno anche 800 milioni di dollari per l'agenda di riforme del  governo. Quanto ai soldati che restano, non era probabilmente questo il vero obiettivo di Kabul, benché il risultato principale sia stato sbandierato come tale: con oltre 100mila soldati Nato già tornati a casa, l'Afghanistan è non peggiorato tanto dal punto di vista militare (aumentano attentati e vittime ma le bocce sono sostanzialmente ferme) ma soprattutto da quello economico. Centomila soldati e quasi altrettanti contractor diventano un affare che fa girar moneta oltre a costituire una sorta di garanzia psicologica per gli investitori. Se la macchina della guerra si ferma (senza che arrivi la pace) le cose  tendono a complicarsi. Kabul ha bisogno di soldi più che di soldati. Ghani ha portato a casa entrambi. La storia dovrebbe averci insegnato che aihnoi non v'è l'uno senza l'altro.

sabato 13 settembre 2014

L'Is, gli Usa e il gioco dei Saud

Le spade, la palma e un preciso
disegno geostrategico
Dopo la decisione di Obama di sradicare il califatto in fieri dell'Is (Stato islamico) e dopo che il ministro degli esteri statunitense John Kerry si è recato l'altro ieri a Gedda - in Arabia saudita - per formare l'ennesima grande coalizione di volenterosi, emerge chiaramente chi è il vero vincitore della partita: la monarchia dei Saud, minacciata in novembre dalla svolta pro iraniana di Washington a Ginevra, dall'influenza della Repubblica islamica negli affari mediorientali dalla Siria al Bahrein, dalla marea delle primavere arabe. Dietro quel che accade in queste ore c'è con tutta probabilità un piano. Che viene da lontano e che ha un obiettivo preciso: contenere Teheran.


Bush con l'allora ambasciatore saudita
Bandar ben Sultan al Saud, dal 2012 al 2014
a capo dell'intelligence saudita
Parte diligente nella creazione dell'Is, cresciuto con finanziamenti privati sauditi e del Golfo, Riad ha allevato l'ennesimo mostro salvo poi prenderne le distanze e offrire le sue basi per una nuova campagna antiterroristica contro i jihadisti tenuti a battesimo solo qualche mese fa. Il piano è chiaro: contenere Teheran e mettere al riparo la retriva e oscurantista monarchia wahabita da movimenti, laici o islamisti, che potrebbero insidiare la sua monolitica stabilità. Ne hanno fatte le spese i Fratelli musulmani egiziani, prima finanziati da Riad e poi dichiarati “terroristi”, e la stessa Hamas, tenuta a bada dal nuovo governo di Al Sisi e da Tel Aviv. Adesso è arrivata l'ora di fermare il jihad anche in Irak e Siria, visto che ormai Riad ha ottenuto di portare dalla sua parte Washington e l'Europa, scalzando il paventato rientro sulla scena di Teheran come attore universalmente accettato. Quando John Kerry ha chiarito a Bagdad qualche giorni fa che, nel contro jihad, non c'è bisogno dell'Iran, i Saud hanno capito che era fatta. C'era solo da mettersi d'accordo per apparire i pilastri di un islam ragionevole (e sunnita) in barba al lungo sostegno fornito, dall'Africa all'Afghanistan, a tutti i movimenti più radicali.

giovedì 29 maggio 2014

America/mondo. Il tutto e niente del discorso di West Point

Deludente discorso di Obama a West Point. Vago sulla Siria. Continua la lotta al terrore ma prima la diplomazia. Si aspetta il piatto forte: forse la Cina di cui si parlerà nei prossimi interventi messi in agenda per spiegare come l'America continuerà a governare il mondo: "America Must Always Lead" è infatti il titolo scelto dalla Casa Bianca per il primo di una decina di discorsi del presidente
Più soldi e diplomazia prima di mostrare
 i muscoli militari. Obama ribadisce la distanza
dalla politica di Bush ma con poche novità

C'è una certa abilità nel dire non-dire che ha sempre contraddistinto la politica estera del presidente Obama. Ieri il capo di Stato americano non si è smentito. In un discorso, che secondo la Casa Bianca è il primo di una serie di interventi pubblici nei quali il presidente renderà chiaro il futuro prossimo della politica statunitense verso il mondo nei mesi a seguire, ha messo a fuoco una fetta di pianeta non da poco: Medio oriente e Africa. Quanto all'Afghanistan, appena qualche ora prima aveva fatto il punto sulla permanenza americana nelle valli dell'Hindukush: i soldati diminuiranno ma 10mila resteranno a presidiare il campo. Almeno sino al 2016.


martedì 27 maggio 2014

Ultime dal fronte, resteremo in diecimila

Gli Stati Uniti lasceranno in Afghanistan dopo il 2014 9.800 soldati. Dopo una visita rapida a Bagram e una telefonata a Karzai, Obama ha deciso: nessuna Opzione zero. Eppure il Bsa non è ancora stato furmato, anzi non c'è nemmeno il nuovo presidente che lo deve firmare. Con questa dichiarazione a sorpresa, dopo la melina di questi mesi, le pressioni e i ricatti, l'America ammette: non ce ne vogliamo andare e non ce ne andremo. Resteremo in 10mila (anche se il presidente dice che l'azzeramento avverrà nel 2016). Meglio che niente. In attesa di un accordo che permetta anche qualche soldato in più sine die.

giovedì 9 gennaio 2014

L'AFGHANISTAN DI OBAMA SECONDO GATES

Come nella miglior tradizione arriva per l'anno nuovo l'ultimo libro di memorie - Duty: Memoirs of a Secretary at War - regalato alla Storia dall'ex capo della Difesa americana Gates. Noi ci soffermiamo sulla parte afgana delle memorie di Gates (che toccano ovviamente anche l'Iraq e altre questioni di carattere internazionale). La sua tesi sull'Afghanistan di Obama, evinta dalle anticipazioni del Washington Post e del New York Times, sono a loro volta state riassunte dal Dawn, uno de più autorevoli quotidiani pachistani. Dice l'articolo che, secondo Gates, Obama la guerra in Afghanistan non l'ha mai veramente sentita come roba sua e non si è mai impegnato realmente, nemmeno quando decise l'invio di altre truppe in Afghanistan (30mila nel dicembre 3009).

Gates, segretario alla difesa dal dicembre 2006 al luglio 2011, afferma che i consiglieri della Casa Bianca hanno aumentato i dubbi del presidente portando continuamente notizie negative sulla guerra e che Obama non si fidava di quelli di cui avrebbe dovuto fidarsi: in una riunione alla Casa Bianca nel marzo 2011, Obama se la prese col suo ex comandante in Afghanistan, il generale David Petraeus, con l'ex capo militare ammiraglio Mike Mullen e lo stesso Gates. In più dubitava di Karzai. Aveva, dice Gates, una politica "esasperante e contraddittoria" che non mostrava “impegno per la causa” e che, in sostanza, mirava solo a uscire da quella guerra.


Il libro di Gates non aggiunge nulla a quanto già sapevamo se non che, evidentemente, i suoi consigli furono in parte ignorati. Meglio così. 

venerdì 12 luglio 2013

AFGHANISTAN: LA PUBBLICAZIONE DI ARCHIVIO DISARMO

Da oggi è disponibile online il saggio "Afghanistan", un nuovo paper di Archivio Disarmo che fa il punto sulla situazione afgana. E' il lavoro di un gruppo di ricercatori (Marina Aragona, Vincenzo Gallo, Eleonora Menozzi, Fabio Carlini) che risulta particolarmente interessante, a parte il sintetico riepilogo storico generale, nella parte che riguarda il nuovo esercito afgano e la spesa militare nel Paese, oggetto tra l'altro di un recente accalorato dibattito dopo che gli americani hanno ventilato l'ipotesi di un ritiro totale di soldati l'anno prossimo, nuova indiscrezione di stampa secondo cui Obama starebbe valutando una "zero option" per il dopo 2014. Ipotesi francamente degna di qualche dubbio. Karzai l'ha definita una "mossa tattica".

sabato 9 marzo 2013

BRENNAN, PETRAEUS E LE OMBRE DELLA CIA

La vittoria di Obama nel far passare al Senato la nomina alla Cia di John Brennan, il successore a Langley del generale David Petraeus, è accompagnata da ombre pesanti. E non tanto per il boicottaggio repubblicano che, come nel caso del titolare della Difesa Chuck Hagel, è stato in realtà una battaglia più contro Obama che contro le due nomine (anche se Hagel è indigesto al Grand Old Party che lo considera un traditore). Il fatto è che lo scambio Petraeus-Brennan somma le polemiche sui droni, fiore all'occhiello del pupillo di Obama, all'inchiesta che The Guardian e la Bbc hanno appena pubblicato sui lati più oscuri della guerra in Irak: torture e illegalità con la certezza che Petraeus sapeva.

Quanto a Brennan, i repubblicani hanno fatto ostruzionismo per ore dibattendo se sia possibile che un drone uccida un cittadino statunitense nella stessa America. La risposta è stata logicamente no ma in realtà, oltre alle polemiche che non solo negli Stati uniti accompagnano la politica degli omicidi mirati coi velivoli senza pilota, sono in tanti a interrogarsi sul sistema di sorveglianza anti terroristica che la Cia tiene in piedi e che, oltre a spiare il resto del mondo, classifica e archivia due miliardi di mail al giorno. Ma questo non preoccupa i repubblicani anche se su questa vecchia storia, trama di film, memoriali e thriller, adesso si torna a parlare: l'economista americana di origini olandesi Saskia Sassen ha scritto che l'apparato di sorveglianza è aumentato a dismisura negli ultimi dieci anni e comprende almeno diecimila edifici, un milione di funzionari addetti e circa due miliardi di mail tracciate ogni giorno.

Brennan comunque
ha superato l'impasse al Senato (63 a 34) dopo rassicurazioni ufficiali che i droni non si useranno mai in territorio Usa se non in casi “eccezionali”. E per altro ai repubblicani, il programma non dispiace affatto, specie se ci va di mezzo un “traditore”, come quel Anwar al-Awlaki, leader islamico yemenita nato negli Usa e ucciso nel settembre del 2011 nello Yemen. Da due droni.

Brennan, 58 anni di cui 25 passati alla Cia, già consigliere del presidente per l'antiterrorismo che in quel posto lo voleva dal 2008, è uno dei padri putativi del programma droni: fu il primo l'anno scorso a rivendicarne pubblicamente i successi dal Pakistan alla Libia. Il programma piace al presidente anche se le stime sui civili uccisi sono elevate: secondo un'inchiesta del Bureau of Investigative Journalism, le operazioni dei droni sono migliaia. Solo in Pakistan, nel periodo 2004-2013, i dati raccolti danno un bilancio totale di 362 azioni (310 imputabili all'amministrazione Obama). I morti oscillano tra 2.629 e 3.461. I civili tra 475 e 891 (di cui 176 sarebbero bambini). I feriti tra 1.267 e 1.431. Nello Yemen? Tra 43 e 53 attacchi, tra 228 e 325 civili uccisi tra cui oltre una dozzina sono bambini. L'incertezza sui numeri denuncia la difficoltà di valutare esattamente gli effetti del programma.
Quanto alle ombre sull'ex direttore della Cia (dal settembre 2011 al novembre 2012, quando fu travolto dallo scandalo delle mail rosa), David Petraeus era solo un generale quando andò in Irak ma lì aveva il compito di dirigere tutto, appena un passo dietro al titolare della Difesa Donald Rumsfeld. Come ha rivelato la stampa britannica, Rumsfeld aveva scelto un tal colonnello James Steele, che era stato nelle forze speciali ed era uno “specialista” nelle guerre sporche centramericane, per stroncare con ogni mezzo, e cominciando dai campi di detenzione, soprattutto i miliziani sunniti. Gli fu affiancato un altro specialista: il colonnello in pensione James Coffman. Ebbero soldi e carta bianca e fecero i supervisori di quello spicchio di guerra che fu il più oscuro di tutta l'occupazione. Petraeus era lì. Un'altra macchia sulla sua divisa. E su quella della Cia.

venerdì 8 marzo 2013

BRENNAN ALLA CIA, LA SPUNTA OBAMA

John Brennan, 58 anni di cui 25 passati alla Cia, è il nuovo capo della Central Intelligence Agency. L'ha spuntata dopo un lungo braccio di ferro al Senato, che ha l'ultima parola sulle nomine del presidente degli Stati uniti. Già consigliere di Obama per l'antiterrorismo e che alla Cia lo voleva già nel 2008, è uno dei padri putativi del programma droni: fu il primo l'anno scorso a rivendicarne pubblicamente i successi in Pakistan, Yemen, Somalia, Libia e Afghanistan. Del resto è noto che il programma piace al presidente anche se le stime dei civili uccisi sono elevate.

Ha ha superato l'impasse (63 voti a 34) dopo una filippica di lunga durata (un “filibustering” di 13 ore) condotta dal senatore repubblicano Rand Paul sulla possibilità che i droni siano usati in territorio americano cosa possibile, secondo l'Amministrazione, solo in casi “eccezionali”. Non che ai repubblicani il programma, prediletto da Obama e perfezionato da Brennan, non piaccia, ma qui si trattava di mettere in difficoltà Obama più che Brennan, che è del resto già stato nell'occhio del ciclone diverse volte proprio per i posti che ha occupato, sia alla Cia, sia alla Casa bianca. Più che Brennan, l'ha spuntata Obama

sabato 16 febbraio 2013

I REPUBBLICANI CONTRO IL REPUBBLICANO DI OBAMA

Dopo le polemiche su John Brennan, che Obama vorrebbe a dirigere la Cia, un'altra tempesta sulle nomine del presidente si è scatenata al Senato. Riguarda il passaggio di consegne a Chuck Hagel come ministro della Difesa in sostituzione di Leon Panetta. In America, le nomine importanti del presidente devono passare per il Congresso e Hagel, un repubblicano inviso ai repubblicani, per ora resta in stand by. La sua nomina è passata con facilità all'Armed Services Committee del Senato dove i democratici (14) hanno votato compatti contro i repubblicani (11), ma poi è arrivata la grana in assemblea. Quando la nomina è passata direttamente all'aula (il cui consenso serve al presidente per concludere trattati internazionali e per nominare funzionari e giudici federali), la minoranza repubblicana è riuscita a bloccare la conferma della nomina di Chuck Hagel alla guida del Pentagono con un'azione di “filibustering”, una forma di ostruzionismo che ha tirato per le lunghe il dibattito parlamentare.

Cercando di porgli fine, il leader della maggioranza democratica Harry Reid ha deciso di mettere al voto una mozione che doveva chiuderlo, ma i 55 senatori democratici non sono riusciti ad ottenere i cinque voti necessari tra i repubblicani per arrivare a 60 senatori sul totale di 100, maggioranza necessaria alla luce verde. Hanno chiuso 58 a 40. Decisione rinviata anche se Obama ha reiterato il suo sostegno al candidato e se la nuova insidia ha scatenato polemiche, specie tra chi ritiene che i repubblicani, pur di far male al presidente, fanno male al Paese.

Quella contro Hagel comunque è una vecchia battaglia ed è per questo che convincere i repubblicani sembra in salita. Chuck Hagel è inviso ai suoi compagni di partito che lo considerano un traditore forse perché le canta chiare, dal Medio oriente all'Afghanistan. Critico con Israele, è stato tra i pochi del suo partito a paragonare nel 2005 l'Irak al Vietnam e, nel 2011, a considerare l'exit strategy di Obama dall'Afghanistan un'ottima idea per scalare l'impegno militare ed evitare di rimanere impantanati nel Paese asiatico. La stessa posizione di Obama e lo stesso ragionamento caro a John Kerry, designato dal presidente a dirigere la politica estera. L'ex senatore del Nebraska, nominato da Obama il 7 gennaio scorso, è il primo segretario della Difesa in pectore oggetto di un tale trattamento nella storia americana.

giovedì 14 febbraio 2013

IL MONDO PER OBAMA E LE SPINE AFGANE

Ridurre l'arsenale nucleare nel mondo, rispondere alle provocazioni nordcoreane, ritirare altri 30mila soldati dall'Afghanistan. La politica estera entra nel discorso di Obama sullo Stato dell'Unione su tre punti il primo dei quali rilancia una strategia di contrazione dell'arma nucleare mentre l'ultimo affronta il tema più scottante per chi vuole passare per il presidente che avrà chiuso il capitolo guerre aperto dal predecessore. I passaggi sono stati brevi tranne quello dedicato al rapporto con Kabul, il più lungo e il più anticipato dalle indiscrezioni circolate prima del discorso del presidente.

Si becca due salve di applausi Barack Obama quando affronta il nodo afgano: «Già, abbiamo portato a casa 33mila dei nostri coraggiosi militari, uomini e donne. In primavera – dice Obama - le nostre forze avranno solo un ruolo di sostegno mentre le forze di sicurezza afgane prenderanno l'iniziativa. Stanotte posso annunciare che il prossimo anno altri 34mila soldati americani torneranno a casa... ed entro la fine del prossimo anno, la nostra guerra in Afghanistan sarà finita». Gli applausi coprono le sue parole (e, dopo alcune ore, l'applauso gli arriva anche da Karzai in persona). Obama in effetti ha voluto rassicurare anche Kabul: «Dopo il 2014, il nostro impegno per un Afghanistan unito e sovrano durerà, ma cambierà la natura del nostro impegno. Stiamo negoziando un accordo con il governo afgano – aggiunge - che si concentra sulla formazione e l'equipaggiamento delle forze afgane in modo che il Paese non scivoli di nuovo nel caos, e sugli sforzi antiterrorismo che ci permettono la caccia ai resti di al Qaeda e affiliati». E se, dice Obama, l'organizzazione che ci ha attaccato l'11 settembre è «l'ombra di se stessa» (applausi) è pur vero che la minaccia si sposta in Africa. Ma, aggiunge, «per rispondere a questa minaccia, non abbiamo bisogno di inviare decine di migliaia di nostri figli e figlie all'estero o occupare altre nazioni». Il messaggio ai francesi è chiaro. Agli americani anche. Tutti a casa. Ma ci sono anche le ombre su cui il presidente, ovviamente, sorvola.

In realtà sull'Afghanistan resta da sciogliere il nodo più grosso, anzi due: il primo si chiama basi militari e il secondo talebani. Il primo sembra per ora una palude coperta di nubi, il secondo resta viziato dalla richiesta Usa di immunità per le truppe che resteranno nel Paese dopo il 2014. Kabul per adesso tiene il punto e rifiuta. Poi c'è anche l'interrogativo su quanti militari resteranno dopo il 2014. Obama non lo scioglie ma, secondo il Post, 8mila unità potrebbe essere la mediazione tra le richieste del Pentagono (almeno 10mila) e le riduzioni imposte dalla presidenza. E' comunque stato più chiaro del nostro governo e del nostro ministero della Difesa, visto che non sappiamo bene se i mille soldati italiani che rientrano a casa sono già partiti, stanno partendo, partiranno.

mercoledì 13 febbraio 2013

I DUE SISMI PROVOCATI DA PYONGYANG


Ha scatenato due terremoti il terzo test nucleare nordcoreano, annunciato ieri in pompa magna alla Tv di Stato da Pyongyang. Il primo, di carattere geologico, l'ha provocato alle 4 ora italiana (mezzogiorno in Nord Corea), quando i sismologi hanno registrato un sisma di 4,9 gradi Richter e hanno subito capito la natura della scossa. Il secondo l'hanno invece provocato in mezzo mondo, facendo convocare d'urgenza una riunione del Consiglio di sicurezza che, solo dieci giorni fa, li aveva sanzionati nuovamente (all'unanimità) per la loro ultima attività militare: il lancio a dicembre di un “satellite” subito svelato come un missile a lungo raggio. Ma questa volta l'hanno fatta più grossa. E il consiglio di sicurezza dell'Onu, presieduto dalla Corea del Sud, ha immediatamente e ovviamente condannato il test nucleare e promesso «misure appropriate». Questa volta le misure potrebbe essere assai più implacabili che in passato, anche perché ormai tutta la rosa di sanzioni possibili è stata messa in atto. La provocazione per altro è stata sin troppo evidente.

L'ultimo test nucleare era del 2009 (in precedenza nel 2006) e la somma di questo, la cui qualità tecnologica sembra elevata, con il test missilistico a lungo raggio di due mesi fa (più un altro in aprile), comincia e diventare una questione più che seria. Così seria che anche i cinesi, che già col test missilistico si erano irritati, hanno fatto la voce ancora più grossa appena i nordcoreani hanno annunciato il successo del test nucleare. In linea – una scelta politica meditata – con la reazione di tantissimi Paesi, Stati uniti, Corea del Sud, Giappone e Palazzo di vetro in testa: tutti contro Pyongyang, dalla Nato – il che si capisce – alla Russia, uno degli ex alleati forti e ormai sempre più tiepidi di Pyongyang.

Stando ai coreani il test non solo avrebbe avuto successo ma dimostrerebbe una capacità di gestione dell'arma nucleare senza precedenti: avrebbero usato materiale nucleare in un dispositivo «miniaturizzato» in grado di sprigionare – hanno detto ufficialmente - un'energia esplosiva «ben maggiore» dei test precedenti...Continua su Lettera22

martedì 12 febbraio 2013

ALTRI 34MILA SOLDATI USA VIA DALL'AFGHANISTAN


Fonti che hanno richiesto l'anonimato hanno detto alla Reuters che il presidente Barack Obama starebbe per annunciare, nel discorso sullo Stato dell'Unione, un ulteriore ritiro di 34mila soldati dall'Afghanistan per l'inizio del 2014. Con quelli già ritirati saranno più di 60mila i militari Usa che fanno ritorno a casa prima della scadenza "naturale" del 2014, fissata per il ritiro della Nato dal Paese asiatico. Se la notizia sarà confermata, ne rimarrebbero circa 32mila.

venerdì 18 gennaio 2013

OBAMA, KARZAI E IL DOPO 2014

E' stato necessario aspettare che Hamid Karzai facesse ritorno da Washington per vederci un po' più chiaro sui colloqui che venerdi 11 gennaio si sono tenuti nella capitale statunitense tra il capo di Stato afgano e il presidente degli Stati uniti Barack Obama. La missione era molto complicata: da una parte Karzai cercava rassicurazioni per sé, il suo governo e il suo Paese per quanto riguarda l'aspetto militare. Dall'altro, il presidente afgano aveva bisogno di dimostrare di non essere un pupazzo nelle mani di Washington, una debolezza che non gli viene rimproverata solo dai talebani. Doveva insomma fare il muso duro tendendo il cappello; fare l'amico e il solido alleato senza però far figurare tutto ciò – e non solo davanti alla sua platea nazionale – come una svendita di sovranità. C'è riuscito? Qualche segnale dice di si.

Lunedi scorso, al suo rientro dagli Stati uniti, ha affrontato di petto il tema delle elezioni che si devono tenere il 5 aprile del 2014 e che riguardano, innanzitutto, la presidenza della repubblica cui Karzai ha già detto di voler rinunciare (vi è peraltro costretto dalle regole). Le questioni in ballo sono tante, a cominciare dalla decisione del suo governo di tener buone le vecchie schede di registrazione degli aventi diritto che invece (più saggiamente) la Commissione elettorale indipendente (Iec) vorrebbe cancellare ricominciando da zero. Karzai però si è preoccupato di mettere soprattutto in chiaro una cosa. E cioè che gli americani “non interferiranno” nel processo elettorale e che si faranno avanti per dare una mano “solo se invitati”. Una netta affermazione di indipendenza... Segue su Lettera22

In voce su Oltreradio

martedì 8 gennaio 2013

KERRY, HAGEL, OBAMA E L'AFGHANISTAN

Con John Kerry agli Esteri e Chuck Hagel alla Difesa, l'uscita di scena degli americani dall'Afghanistan si fa più vicina. Le posizioni di Kerry sono note, meno quelle di Hagel di cui si conoscono soltanto le polemiche con l'amministrazione Bush soprattutto sull'Iraq e sulla sua opzione di voler negoziare con l'Iran anziché spingerlo verso un conflitto (oltre a qualche gaffe in seguito rimediata).

In questa intervista rilasciata al JounalStar del maggio 2011, in cui il nuovo titolare della Difesa commenta la fine di Bin Laden, Hagel spiega bene il suo pensiero: incalzare l'exit strategy del presidente per scalare l'impegno militare ed evitare di rimanere inguaiati nel pantano afgano. La stessa posizione di Obama. E lo stesso ragionamento caro a John Kerry. In linea insomma con la strategia delineata dal presidente e dai democratici.

Sull'exit strategy dunque, i tre sono d'accordo. Ma come la metteranno con le basi americane, la scelta del numero degli uomini da lasciare di guardia, il diritto all'impunità per i soldati ed extraterritorialità per le basi? I nodi sono ancora tanti anche dopo il 2014

giovedì 8 novembre 2012

OBAMA E ROMNEY VISTI DA KABUL

Obama o Romney per gli afgani non fa molta differenza anche se tra i due è meglio il presidente americano riconfermato al suo seocndo mandato nelle elezioni del 6 novembre

La prima preoccupazione

degli afgani, in fatto di vicende elettorali, è stata in questi mesi la data delle consultazioni presidenziali nazionali e la domanda su chi saranno i candidati in corsa per sostituire Hamid Karzai, al termine del suo secondo mandato e cui la Costituzione vieta di ricandidarsi. Sciolto il primo nodo (la data è stata annunciata per aprile 2014) resta il secondo, che difficilmente si scioglierà a breve e con facilità. Non di meno, anche grazie a giornali, radio e soprattutto Tv – una novità nata nel dopo 2001 in un Paese dove media vecchi e nuovi si sono guadagnati uno spazio e un'attenzione di tutto rispetto – le elezioni americane non sono passate inosservate. Gli Stati uniti sono il primo partner dell'Afghanistan sotto diversi aspetti: in termini militari (circa 70mila soldati) ed economici, da poco ribaditi in un accordo che vincola i due Paesi a una stretta collaborazione oltre il 2014, data fissata per il ritiro dei contingenti militari. Dire quanto il dibattito tra i due candidati sia penetrato in profondità nella testa degli afgani è difficile da valutare, tenuto conto anche del fatto che esistono per molti una barriera linguistica e un gap tecnologico che impediscono un'analisi approfondita nel web. Inoltre la percezione in generale della nebulosa Stati uniti, resta viziata dal coinvolgimento di Washington in una guerra che dura da oltre dieci anni con le inevitabili ombre che accompagnano un conflitto tanto lungo. Il dato comunque certo è che gli afgani pensano agli Stati uniti come al maggior attore occidentale nella politica afgana e dunque un cambio o una riconferma del loro presidente non possono passare inosservati...

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mercoledì 2 maggio 2012

USA/KABUL, L'ACCORDO E' UFFICIALE

La cronaca di oggi del Nyt sulla visita a sorpresa in Afghanistan di Obama nel primo anniversario della morte di Osama bin laden, non leva e non aggiunge a quanto già sappiamo sull'accordo di partnership tra Washiongton e Kabul. Forse ci vorrà qualche giorno per sapere se i nodi sono stati risolti