Il
processo elettorale in Afghanistan non dovrebbe farci dimenticare che
la cosa più importante resta il processo di pace. I passi per
parlare col “nemico”, coi talebani, sono stati finora offuscati
da una nebbia articolata sparsa su un reticolo di relazioni segrete che
hanno coinvolto attori diversi, spesso forse, fuori luogo: gli afgani
dell'Alto consiglio di pace voluto dal governo, gli americani, i
tedeschi, i francesi, gli ex talebani, i talebani della shura di
Quetta, i gruppi a lato del movimento o integratisi in chiave
tattica. E ancora, gli attori che intervengono in veste di
consiglieri e/o finanziatori di questa o quella parte: principi
sauditi e del Golfo, turchi, pachistani, iraniani e così via (anche se ora le cose si vanno complicando). La
cosa è complessa. Ma quanto sappiamo poi dei talebani?Visualizzazioni ultimo mese
Cerca nel blog
Translate
giovedì 17 aprile 2014
Cosa sappiamo del nemico
Il
processo elettorale in Afghanistan non dovrebbe farci dimenticare che
la cosa più importante resta il processo di pace. I passi per
parlare col “nemico”, coi talebani, sono stati finora offuscati
da una nebbia articolata sparsa su un reticolo di relazioni segrete che
hanno coinvolto attori diversi, spesso forse, fuori luogo: gli afgani
dell'Alto consiglio di pace voluto dal governo, gli americani, i
tedeschi, i francesi, gli ex talebani, i talebani della shura di
Quetta, i gruppi a lato del movimento o integratisi in chiave
tattica. E ancora, gli attori che intervengono in veste di
consiglieri e/o finanziatori di questa o quella parte: principi
sauditi e del Golfo, turchi, pachistani, iraniani e così via (anche se ora le cose si vanno complicando). La
cosa è complessa. Ma quanto sappiamo poi dei talebani?giovedì 8 novembre 2012
OBAMA E ROMNEY VISTI DA KABUL
Obama o Romney per gli afgani non fa molta differenza anche se tra i due è meglio il presidente americano riconfermato al suo seocndo mandato nelle elezioni del 6 novembre
La prima preoccupazione degli afgani, in fatto di vicende elettorali, è stata in questi mesi la data delle consultazioni presidenziali nazionali e la domanda su chi saranno i candidati in corsa per sostituire Hamid Karzai, al termine del suo secondo mandato e cui la Costituzione vieta di ricandidarsi. Sciolto il primo nodo (la data è stata annunciata per aprile 2014) resta il secondo, che difficilmente si scioglierà a breve e con facilità. Non di meno, anche grazie a giornali, radio e soprattutto Tv – una novità nata nel dopo 2001 in un Paese dove media vecchi e nuovi si sono guadagnati uno spazio e un'attenzione di tutto rispetto – le elezioni americane non sono passate inosservate. Gli Stati uniti sono il primo partner dell'Afghanistan sotto diversi aspetti: in termini militari (circa 70mila soldati) ed economici, da poco ribaditi in un accordo che vincola i due Paesi a una stretta collaborazione oltre il 2014, data fissata per il ritiro dei contingenti militari. Dire quanto il dibattito tra i due candidati sia penetrato in profondità nella testa degli afgani è difficile da valutare, tenuto conto anche del fatto che esistono per molti una barriera linguistica e un gap tecnologico che impediscono un'analisi approfondita nel web. Inoltre la percezione in generale della nebulosa Stati uniti, resta viziata dal coinvolgimento di Washington in una guerra che dura da oltre dieci anni con le inevitabili ombre che accompagnano un conflitto tanto lungo. Il dato comunque certo è che gli afgani pensano agli Stati uniti come al maggior attore occidentale nella politica afgana e dunque un cambio o una riconferma del loro presidente non possono passare inosservati...
segue su Lettera22domenica 29 aprile 2012
AFGHANISTAN, RIFLESSIONI IN CORSO
Gli analisti, come ritualmente avviene, si sono preoccupati di commentare le dichiarazioni ufficiali che, abbastanza rapidamente, hanno fatto slittare la condanna da una generica accusa ai “talebani” a una più mirata responsabilità della Rete Haqqani, la fazione più radicale, più qaedista, più vicina all'Isi pachistano del movimento dei turbanti. In effetti la tattica dell'attacco e le modalità di esecuzione confermerebbero un'ipotesi che viene tradotta come l'esclusione degli Haqqani dal negoziato che, nonostante lo stop ufficiale dei talebani – irritati dalle polemiche americane sul trasferimento di alcuni detenuti da Guantanamo nella città qatariota di Doha – non sono del tutto naufragati. Questa lettura insiste sul timore degli Haqqani, che la rete “concorrente” dell'Hezb-e-Islami (Gulbuddin Hekmatyar) e la shura di Quetta (il Gran consiglio dei talebani di mullah Omar) li lascino fuori dai benefici di un eventuale negoziato. Oppure che gli Haqqani abbiano, con questa azione, segnalato una forma di pressione del Pakistan sul negoziato stesso, dal momento che è nota l'irritazione di Islamabad nei confronti dell'intera trattativa sul famoso ufficio di Doha (l' “ambasciata” talebana da aprire all'estero) che sarebbe stata condotta senza di loro. Ma è una teoria che non convince.Antonio Giustozzi, uno dei migliori conoscitori della realtà talebana, ha diffusamente spiegato in una lunga intervista a Giuliano Battiston (il manifesto, 19 aprile ) che considerare gli Haqqani “altro” dal movimento è “fuorviante”. Una lettura che condividono anche i ricercatori di Afghanistan Analysts Network (Aan), uno dei più autorevoli think tank della capitale. Non si può insomma, sostengono gli analisti, considerare la galassia talebana come un insieme formato da fazioni indipendenti, per quanto disomogenea e sottoposta, come ogni grande movimento, a una dialettica interna. Gli Haqqani dunque sarebbero solo una parte del tutto e con una limitata autonomia. Infine il movimento tende comunque a “coprire” anche le azioni non direttamente programmate dalla shura di mullah Omar. Giustozzi va più in là: sostiene – ci dice quando lo incontriamo in caffé della capitale - che l'azione dei giorni scorsi rende evidente, non tanto uno scontro tra fazioni quanto, tra direzione politica (Quetta) e direzione militare (Peshawar). Questa sorta di comitato strategico militare di creazione relativamente recente (2010) nella città settentrionale capoluogo delle aree tribali del Pakistan, rappresenterebbe al momento i contrari al negoziato: i delusi da un processo che si è subito arenato appena la vicenda dei prigionieri di Guantanamo è arrivata alle orecchie del Congresso, suscitando un dibattito negli Usa che ai talebani non è affatto piaciuto. Gli uomini di Peshawar sarebbero dunque inclini a tenere elevato il livello dello scontro, sia “per tenere alto il morale della truppa”, aggiungono gli analisti di Aan, sia perché “contrari al negoziato”, sostiene Giustozzi, secondo cui i favorevoli alla trattativa sarebbero adesso in minoranza: la vecchia guardia di Quetta, i turbanti più “politici” e più inclini al negoziato, sarebbe dunque in difficoltà.
Certo è che l'attacco dei giorni scorsi, sia che fosse un segnale contro il negoziato, sia che volesse in qualche modo segnalare o ribadire che la guerra è tutt'altro che finita e che deve considerare questo o quell'interlocutore, non sembra aver portato molta acqua al mulino della guerriglia. Forse sì all'interno delle dinamiche che attraversano il movimento, ma poco come risultato politico generale nonostante il roboante effetto mediatico di cui la stampa nazionale, ma soprattutto internazionale, si fa spesso supinamente interprete con titoloni allarmistici che amplificano la portata dell'evento. In realtà il maggior beneficiario dell'intera vicenda sembra esser stato proprio il nemico numero uno dei talebani: il presidente Hamid Karzai. Karzai ha aspettato, con l'acume politico che lo contraddistingue, che la battaglia finisse. Silente durante le quasi venti ore di scontro, appena ha avuto in mano dati sicuri (ad esempio il non elevato numero di civili uccisi. Otto in tutto, di cui quattro a Kabul) ha messo in campo una convincente strategia di comunicazione. Intercettando il “bisogno di eroismo” della capitale, come sostiene Fabrizio Foschini di Aan, Karzai ha sottolineato quello dei suoi soldati: poliziotti, militari, funzionari dei servizi che si sono sacrificati per la sicurezza della città. Pur non risparmiando le critiche all'intelligence afgana (uno degli edifici utilizzati dal commando si trova di fronte a una sede periferica dell'Nds, la Direzione nazionale per la sicurezza), il presidente ne ha approfittato per dare la colpa alla Nato. O, meglio, ha messo in luce il fatto che ormai l'aiuto degli stranieri si è ridotto così tanto che sono ormai le forze di sicurezza afgane la vera tutela dei cittadini.Il presidente sta giocando d'anticipo: ha di fronte il summit Nato di Chicago e soprattutto la fretta malcelata di un rapido ritiro americano e, in sequenza, degli altri partner dell'Alleanza. E cerca di sfruttarlo. Le truppe se ne andranno entro il 2014? Karzai dice che si potrebbe pensare al 2013. Gli americani hanno fretta di concludere l'accordo di partnership strategica con Kabul? Bene, purché accettino, pur se obtorto collo, le richieste afgane, come in gran parte già avvenuto (trasferimento dei detenuti a Bagram sotto giurisdizione afgana, fine dei raid notturni dell'Alleanza e degli americani. Resta solo la trattativa sul futuro delle basi). A che gli serve tutto ciò?
La sensazione è che Karzai stia preparando il dopo Karzai con un altro Karzai. Non un Karzai bis che la Costituzione gli vieta, ma una sorta di interim a qualche amico fidato che magari gli dia occasione di ripresentarsi dopo. Al momento la Costituzione gli vieta di ricandidarsi ma non è chiaro se, dopo un intervallo, ci si possa ripresentare. E poiché Karzai sembra favorevole ad anticipare le elezioni (il che richiede comunque di mettere mano alla Costituzione) ecco che, dicono i maligni, una volta cominciato a ridisegnare i punti della Carta che regolano la data per le presidenziali (per non farle coincidere nel 2014 col ritiro occidentale), si potrebbe anche prevedere una clausola che cambi le regole del gioco e gli dia la possibilità di ricandidarsi a un terzo mandato. Ipotesi.
Come che sia, a Kabul già girano i nomi del futuro candidato. Farooq Wardak, ad esempio, attuale ministro dell'Istruzione, personaggio che tra l'altro non sarebbe indigesto a Islamabad. Ballon d'essai? Può darsi come spesso accade quando nomi, ipotesi o date cominciano a girare con insistenza. Ma qualcosa si sta muovendo rapidamente. Anche il Pakistan non sta con le mani in mano. Tutti concordano nel dire, Haqqani o non Haqqani, che dietro l'ultimo attacco c'è lo zampino del Pakistan che ha fretta di chiudere la partita e sta in ogni modo cercando di condizionare questa fase del Grande gioco, da sempre oggetto di più di un appetito. Appetito di cui si può rimanere anche vittime, per volontà o per caso: i talebani hanno fatto avere le loro scuse al Giappone (che non ha militari in Afghanistan) per aver colpito, erroneamente nel recente attacco, anche la sua sede diplomatica. La dimostrazione di un'attenzione politica molto significativa.
mercoledì 18 aprile 2012
INTERVISTA
Cominciamo dagli attentati. Ormai tutti danno la colpa alla Rete Haqqani, il gruppo radicale più vicino ai servizi pachistani. Quindi danno, in un certo senso, la colpa a Islamabad...
E' una reazione tipica puntare il dito sugli Haqqani, perché il loro ruolo in azioni simili è stato già provato in passato e il modus operandi dell'ultima azione lascia pensare a una continuità. A livello politico invece, chiamare in causa gli Haqqani, come hanno fatto in questi giorni sia gli americani sia gli afgani, suggerisce un possibile mandante oltre confine il che funziona bene con gli afgani, che condannano unanimemente l'ingerenza pachistana, e serve a rassicurare le opinioni pubbliche occidentali sulla possibilità di un negoziato con la leadership storica, quella di Quetta...continua su Lettera22
venerdì 6 aprile 2012
NASCE UN CONSORZIO DEI MEDIA AFGANI INDIPENDENTI
The Killid Group, una rete di radio comunitarie che distribuisce anche due newsmagazine, Pajhwok, la più autorevole agenzia di stampa afgana, e Sabah, una Ong afgana che possiede anche una rete televisiva, hanno formato un consorzio indipendente che riunisce circa 300 reporter locali: l'Afghan Independent Media Consortium. Il Consorzio è in realtà una sorta di ombrello che riunisce e rafforza il lavoro di queste tre sigle informative con l'intento, nel produrre informazione indipendente, di fornire anche il punto di vista della società civile: di documentare cioè anche quanto si fa a livello locale per la riconciliazione e il processo di pace e lo stato di avanzamento dei diritti della società afgana. Vicini al progetto ci sono infatti le maggiori Ong, associazioni e centri di ricerca afgani, da Cpau ad Areu ad Afghanistan Analysts Network.
L'idea è quella di dare più forza alle voci indipendenti in un momento in cui, oltre a quella del governo, l'Afghanistan è terreno di gioco di pachistani, sauditi e iraniani (oltreché della Nato) che stanno investendo tantissimo nel settore dei media, uno dei più sviluppati dell'Afghanistan neotalebano. La rete avrà così a disposizione molte informazioni: preparerà notiziari radiofonici giornalieri, reportage e inchieste ma anche fiction a partire da fatti reali.
sabato 18 dicembre 2010
AFGHANISTAN, COSA NE PENSI DELLE ELEZIONI?

La crisi a Kabul è lo specchio non solo delle difficoltà di Karzai ma anche di quelle di Obama che ha confermato l'inizio del ritiro a luglio 2011 e sottolinea grandi progressi contro qaedisti e talebani, mentre l'esercito afgano crescerebbe a ritmi più elevati di quanto non preveda la Nato stessa. Ma l'analisi di Obama non corrisponde a quelle assai più impietose degli osservatori: per Kate Clark di Afghanistan Analyst Network, lo scenario di Obama è “luccicante quanto irreale” e non si vede come potrà “portare pace e stabilità”. L'Afghanistan continua ad essere insomma in ebollizione e il pantano della guerra sembra senza soluzione anche se i leader (occidentali) delle forze in campo hanno sempre cercato di aggiustare le cose nei Palazzi.
Un nuovo spunto lo fornisce Wikileaks coi cablogrammi che da Bruxelles andavano a Washington. Quello che riguarda una riunione del dicembre scorso, in cui figura anche l'ex ambasciatore italiano Ettore Serqui (all'epoca inviato speciale Ue a Kabul), raccontano proprio i particolari pre elettorali. Alla riunione partecipava Richard Holbrooke, il negoziatore americano morto qualche giorno fa, il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt (la Svezia era presidente di turno alla Ue): entrambi, mostrando un sano realismo, ripeterono quanto già detto un anno prima in occasione delle presidenziali, cioè che le elezioni andavano rinviate almeno di qualche mese per garantire trasparenza e un corretto processo elettorale. Anche Sequi era d'accordo tanto che i presenti accettarono il suo consiglio che era quello di far in modo che, in caso di rinvio, Karzai non perdesse la faccia proprio di fronte alla comunità internazionale. Che non facesse insomma da capro espiatorio. Ma poi, probabilmente su pressione di altri esponenti dell'Amministrazione Usa (l'ambasciatore a Kabul Eikenberry ad esempio, che era in rotta di collisione con gli europei), vinse la tesi delle elezioni subito e a ogni costo.
La vicenda rivela molte cose: quanto Holbrooke in realtà fosse isolato proprio nell'Amministrazione che lo aveva scelto come inviato speciale. Come gli europei fossero potenzialmente più ragionevoli degli americani e il ruolo della Turchia che, pur giocando a far squadra con l'Europa, era molto vicina alle posizioni di Karzai, comprese per altro assai bene anche da Sequi. Ma spiega anche l'astio di Eikenberry con gli europei perché Bildt si oppose al suo desiderio di assumere un ruolo rilevante nel quartiere generale Nato a Kabul che la Ue voleva meno americano. Ce n'è anche per Catherine Ashton, attuale capo della diplomazia europea. Bildt fu caustico: ottima per battaglie burocratiche ma con...nessuna conoscenza della politica estera.
