Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta costituzione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta costituzione. Mostra tutti i post

martedì 21 luglio 2020

La protesta soffia sul Sudest

Manifestazioni di piazza a Bangkok e nelle Filippine e, in Indonesia, contro cinesi della Rpc assunti da un’azienda a Sulawesi. L’Asia di Sudest, l’area del mondo meno colpita dal Covid-19, vede dimostrazioni continue in alcuni dei principali Paesi dove alla morsa del virus e agli effetti del lockdown sull’economia si aggiunge una rinvigorita protesta contro i regimi autoritari di Thailandia e Filippine.

Ieri a Bangkok un gruppo di attivisti ha dimostrato davanti al quartier generale dell'esercito per protestare contro un commento su Fb dell'ex vice portavoce Nusra Vorapatratorn. Il colonnello ha criticato la manifestazione che sabato scorso ha attraversato la capitale descrivendo i manifestanti come mung ming, in gergo chi – spiega il Bangkok Post - è giovane, carino, innocente e, pertanto, ignorante: gente che dovrebbe pensare a guadagnarsi il pane anziché scendere in piazza. Il militare ha poi rimosso il post ma qualcuno lo aveva già “catturato” e condiviso. Gli attivisti hanno sfidato il maggior potere del Paese, forti della manifestazione di sabato, organizzata dall'Unione studentesca e dal gruppo “Gioventù libera” che chiede una nuova Costituzione, lo scioglimento della Camera e nuove elezioni. Almeno 2mila persone, secondo gli organizzatori, hanno sfidato il premier Prayut Chan-o-cha e lo stato di emergenza in vigore da marzo per il Covid, che ha però permesso al governo di silenziare le proteste mai interrottesi dopo le contestate elezioni del 2019. Vi si sono aggiunte una sentenza in febbraio che ha sciolto il Future Forward Party, opposizione sempre più emergente, e la scomparsa di attivisti che si erano esiliati in Cambogia e in Laos.

Anche nelle Filippine la protesta va avanti da che il presidente Duterte ha voluto una nuova legge antiterrorismo liberticida e ha messo in difficoltà una delle maggiori reti televisive ritenuta nemica: la Abs-Cbn cui il Parlamento non ha rinnovato la concessione per le trasmissioni e che rischia una multa miliardaria e il sequestro della sede a Quezon City. Ma quel che è più sorprendente è la posizione della Chiesa locale, che si e schierata senza mezzi termini contro le misure emergenziali. Ieri il vescovo ausiliare di Manila, Broderick Pabillo – uomo assai poco tenero con l’autoritario Duterte – ha sfidato il consulente legale del presidente Salvador Panelo a querelare la Lettera pastorale della Conferenza episcopale delle Filippine (Cbcp) che ha sollevato preoccupazioni per la legge antiterrorismo, invitando a pregare per la sua abrogazione. Panelo – riferisce l’Inquirer - aveva affermato che la Lettera potrebbe aver violato la disposizione costituzionale che vigila sulla separazione tra Chiesa e Stato e ha accusato la Cbcp di aver fatto indebite pressioni sulla Corte Suprema in occasione della firma della legge. La vicenda ha anche una coda “politica” interna: quando il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon e presidente delle Conferenze episcopali asiatiche, ha chiesto preghiere contro la legge sulla sicurezza imposta a Hong Kong da Pechino (Bo è noto per le sue posizioni anti cinesi), i vescovi filippini gli hanno risposto che con certezza si sarebbero uniti nella preghiera per Hong Kong ma che al contempo gli chiedevano di pregare per le Filippine: non meno che a Hong Kong – dicono i presuli – i filippini sono allarmati per la recente approvazione della legge antiterrorismo.

Il clima filippino lo racconta bene la lettera di un sacerdote pubblicata dall’agenzia di stampa vaticana Fides, in cui paragona alla piazza di oggi quella del 1986 che portò alla caduta del dittatore Ferdinando Marcos: “...posso di nuovo sentire ciò che ho provato durante i giorni del People Power: l'emozione, il disgusto, la rabbia, la dedizione, l'impegno dei giovani". Il sacerdote Daniel Franklin Pilario, che è anche un docente di teologia, non teme di firmare il messaggio col suo nome: “Il 'No' emerge dal profondo della nostra umanità quando la nostra fibra morale viene violata. Diciamo che tutto questo è sbagliato e ci mobilitiamo per protestare… Sono molte le vittime di questo governo che meritano il nostro sostegno. È tempo di alzarsi e far sentire le nostre voci. Di fronte al male, il silenzio è un sì allo status quo. Neutralità significa essere complici del potere".

Di segno totalmente diverso invece le proteste in Indonesia - iniziate ad aprile e ancora in corso a luglio - contro l’assunzione di manodopera cinese da parte di alcune aziende che lavorano nella zona sudorientale dell’isola di Sulawesi: la società mineraria cinese PT Virtue Dragon Nickel Industry e la PT Obsidian Stainless Steel (OSS). Per calmare le acque, gli industriali hanno offerto, in cambio dell’assunzione degli operai specializzati dalla Cina, 5mila nuovi posti di lavoro per la manodopera locale indonesiana.

Articolo uscito oggi su il manifesto

giovedì 12 marzo 2020

La Lega birmana per la democrazia perde contro i militari

La settimana di voto nel parlamento del Myanmar che deve decidere sugli emendamenti costituzionali presentati dal partito di maggioranza per limitare il peso dei militari (Tatmadaw) nel Paese si avvia a conclusione con un pessimo risultato.

Gli emendamenti principali (praticamente tutti quelli votati con l’esclusione di due di scarsa importanza) sono stati bocciati grazie a un sistema parlamentare bloccato che prevede una forte presenza di militari non eletti in parlamento in grado di esercitare una sorta di veto. Secondo gli osservatori anche le votazioni ancora mancanti arriveranno allo stesso risultato. In Myanmar si vota entro la fine del 2020.

Gli argomenti in discussione sono riassunti qui

lunedì 9 marzo 2020

Le difficili settimane di Aung San Suu Kyi

La settimana scorsa nel parlamento birmano c’è stata una dura battaglia per l’approvazione di una serie di emendamenti alla Costituzione voluti dalla Lega nazionale per la democrazia (Nld), il partito di Auyng San Suu Kyi che ha vinto le ultime elezioni. Ma prima o poi, forse anche questa settimana, si potrebbe decidere di votarli  e l’esito, nonostante la Lega abbia la maggioranza dei seggi (255 su 440), non è affatto scontato.

Il principale ostacolo alla riforma costituzionale è un diritto di fatto di veto esercitato dai militari ai quali la Costituzione riserva il 25 percento dei seggi del Parlamento. Ai sensi dell’articolo 436 della Costituzione (riformata anni fa dai militari), le modifiche proposte allo statuto richiedono l’approvazione di oltre il 75 percento dei legislatori, il che significa che nessun cambiamento è possibile senza l’approvazione dei militari che contano su 110 seggi di diritto e dunque sul 25% degli scranni.

La Lega ha il 58 percento dei seggi in Parlamento, i partiti delle minoranze – che sarebbero favorevoli – etniche l’11 percento. Ma oltre al 25% costituzionale i militari possono contare sui 30 voti del Partito dell’unità, solidarietà e sviluppo (Usdp, una loro emanazione) che aggiunge un altro 5%. La Lega vorrebbe modificare il requisito per l’approvazione di un emendamento della Carta  con i due terzi dei rappresentanti eletti, esclusi quindi quelli nominati militari.Inoltre  vorrebbe ridurre gradualmente la quota di seggi militari: dal 25 al 15 percento dopo le prossime elezioni in agenda quest’anno. Al 10 percento dopo il 2025 e al 5 percento dopo il 2030. Ma non è l’unico punto...

segue su atlanteguerre

lunedì 16 ottobre 2017

Un'agenzia birmana per aiutare i rohingya: buona idea o foglia di fico?

Devo alla collega Francesca Lancini di Lifegate* una notizia che mi era sfuggita: il Guadian ha reso noto che Aung San Suu Kyi intende creare una agenzia civile, cioè senza aiuto dei militari, che si occupi di alleviare la condizione dei rohingya in accordo con le agenzie umanitarie internazionali. Una buona scelta o una foglia di fico? Un fatto è certo: se Aung San Suu Kyi tira troppo la corda, i militari usciranno dalle caserme e per lei e qualche decina di milioni di birmani scatteranno le manette. Bisogna essere prudenti e questo prezioso articolo di Irrawaddy spiega bene perché: i militari possono, per Costituzione, esautorare un governo civile e dichiarare lo stato di emergenza nazionale. Non è però cosi facile così come non è stato possibile dichiararlo nel Rakhine dove l'esercito voleva lo stato di emergenza e Suu Kyi si è opposta. Ma bisogna purtroppo farsi altre domande: cosa può fare questa agenzia umanitaria birmana? Per aiutare chi e dove? Aiutare gli oltre 530mila rohingya ormai in Bangladesh o quel mezzo milione che ancora non è stato cacciato e vive presumibilmente nella paura? Palliativi.

Penso che quanto Suu Kyi sta facendo sia qualcosa che si può comprendere anche se tutto ciò non giustifica il suo operato. Sono contrario alla campagna per la restituzione del Nobel e sono contrario alle sue dimissioni ma penso che il suo comportamento vada censurato anche se ci sono diversi motivi che rendono comprensibile il suo modo di agire. Si può comprendere ma non si può giustificare. Quello dei rohingya è l'esodo più imponente da un Paese non in conflitto che la storia recente ricordi. Circondato da un assordante silenzio rotto solo dal dolore degli uomini e donne invisibili che attraversano, ormai da un anno, la frontiera maledetta sul fiume Naf.

* A questo link un articolo ben documentato di Francesca sul land grabbing in Myanmar

venerdì 30 ottobre 2015

Nepalese, comunista e donna

Il nuovo capo dello Stato del Nepal è una donna. Una donna comunista. Ha 54 anni, si chiama Bidhya Devi Bhandari e ha un curriculum di tutto rispetto dove spiccano le battaglie in difesa delle donne in una società dominata dai maschi e dalle caste alte che dettano ancora – anche se forse sempre meno – la legge non scritta della tradizione.

La sua elezione è' una sorpresa due volte. Perché per una donna non è facile farsi strada in Nepal e lei è la prima donna presidente del suo Paese e perché il suo sfidante, Kul Bahadur Gurung, è comunque una figura di peso anche se ha perso: è il leader del Congresso nepalese, il primo partito del Paese. Ma il voto del parlamento, dove il secondo e il terzo partito sono della medesima area, le ha dato una maggioranza piena: 327 voti su 549. Non è maoista, come forse l'immaginario collettivo la pensa alla notizia che in Nepal ha vinto una comunista. Ma i voti dei maoisti (The Unified Communist Party of Nepal-Maoist, 80 seggi su 575) sono stati determinati. Il suo partito, Communist Party of Nepal-Unified Marxist–Leninist, poteva contare solo su 175 scranni. L'alleanza ha retto mentre al partito del Congresso invece non sono bastati gli alleati e i 196 seggi guadagnati nelle ultime elezioni (2013). La convivenza coi maoisti, che un prezzo lo avranno pur chiesto, non rappresenta al momento un problema: Bhandari può contare sul primo ministro Sharma Oli– l'uomo che ha il potere esecutivo in Nepal – che è comunista come lei, ed è anzi è il capo del partito di cui lei è comunque stata vicepresidente.

domenica 23 agosto 2015

Thailandia: la bomba e la nuova Costituzione

L'identikit dell'attentatore di Bangkok
A cinque giorni dalla strage di Bangkok, gli investigatori tailandesi sembrano per ora brancolare ancora nel buio. L'attentato in pieno centro, avvenuto in una zona molto frequentata e a ridosso di un piccolo tempio buddista dedicato a Brahma, non ha per ora che due riflessi politici evidenti: il primo è che polizia ed esercito non sembrano avere una pista e per ora si limitano a smentire le ipotesi circolate in questi giorni senza però escluderne nessuna, il che non fa loro fare una brillante figura. Il secondo è che la vicenda sta facendo passare in secondo piano l'approvazione della nuova costituzione voluta dal governo militare (civile in realtà ma il cui premier è il generale Prayuth Chan-ocha, a capo dell'esercito da cinque anni e autore del colpo di Stato del maggio del 2014).

La nuova costituzione è nelle mani del Consiglio nazionale per la riforma cui è stata consegnata da un Comitato costituente (Cdc) sul cui sito si può leggere (in tailandese) il testo: è molto lungo e pieno di particolari in linea con un governo di salute pubblica. Prevede un “Comitato di crisi” dai contorni confusi che, a certe condizioni, può prendere il posto di un governo eletto dalle urne. E, guarda caso, prevede che il premier possa essere un non parlamentare. Una costituzione evidentemente nelle grazie di Prayuth....

leggi tutto su Lettera22