Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta Camera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Camera. Mostra tutti i post

lunedì 1 luglio 2024

Torniamo a parlare dell'Afghanistan (e delle condizioni dei suoi abitanti)



Domani 2 luglio alle ore 11.30 Audizione sull'Afghanistan alla
Commissione permanente diritti umani presieduta da Laura Boldrini.

Parleranno Rossella Miccio (Emergency) Giovanni Visone (Intersos) Antonio Donini (United against Inhumanity) Giuliano Battiston (Afgana). Si può seguire (in diretta o differita) sul sito della Camera



domenica 10 novembre 2019

Diritti umani: com'è facile violarli

La bandiera dei diritti umani, la cui la Dichiarazione universale compie in dicembre 71 anni, troppo spesso è stata utilizzata per violarli. E per violarne il primo: vivere. Se la guerra è lo strumento per eccellenza della violazione dei diritti individuali e collettivi, due conflitti in piena salute sono forse i modelli attraverso cui i diritti umani sono stati utilizzati meglio per farne carta straccia. Il primo è il conflitto afgano, che compie quest’anno 40 anni, iniziato con l’invasione sovietica del ‘79 per proseguire con quella post11 settembre: entrambe sotto l’ombrello dei diritti. Per Mosca erano quelli della proprietà terriera diffusa, del diritto ad avere acqua potabile e servizi sanitari e, per le donne, di essere direttrici di giornali o ministre. L’invasione Nato-americana iniziò anch’essa con la bandiera dei diritti: delle donne, all’istruzione, alla democrazia. Ma l’imposizione armata dei relativi modelli di governance ha prodotto quello che abbiamo sotto gli occhi: nell’89 l’Urss si ritirò lasciando un Paese distrutto. Quanto a “noi”, nel 2019 i bombardamenti arei sono triplicati, negli ultimi mesi le vittime sono quasi duplicate e infine sappiamo che squadroni della morte addestrati dalla Cia fanno il lavoro sporco.

Di che diritti parliamo? La Libia è un altro manifesto del fallimento della Carta perché la guerra dilagata in quel Paese in mano a milizie e bande armate e dove si violano costantemente i diritti dei migranti, nacque dalla risoluzione 1973 del 2011 che, se giustamente poneva il problema della difesa dei civili allora accerchiati a Bengasi, fu il via libera all’uso della forza e, di fatto, all’intromissione nel Paese degli appetiti più diffusi che stavano aspettando il momento giusto non certo per salvaguardare diritti quanto per appropriarsi di pozzi e giacimenti. Sarebbe dunque il caso, per onorare quella Carta, di ripensare agli strumenti da usare perché la bandiera dei diritti non sia la strada migliore per violarli col suo brando più violento: la guerra.

L’occasione di questa riflessione personale è stata il convegno organizzato da PeaceGeneration e introdotto dalla sua presidente Marcella Foscarini mercoledi alla Camera e il cui titolo invitava a riflettere sullo stato della Dichiarazione dei diritti dell’uomo approvata dall’Onu nel 1948: A che punto siamo? I Diritti umani sono ancora diritti, e sono ancora universali?

Tra le molte risposte e i molti interventi dei relatori, Fabio Mini ha proposto quella dell’ossimoro della “Guerra per i diritti umani”: ossimoro degli ultimi 30 anni che ha il suo apice nella “guerra umanitaria” del Kosovo. Del resto – dice Mini – la Carta “svolge un ruolo morale ma non è giuridicamente vincolante” e “in caso di emergenza o pericolo per lo Stato, il diritto dei conflitti armati (Diritto internazionale bellico poi diventato Diritto internazionale... umanitario) diventa prevalente con le violazioni che ne conseguono”. Non solo con le armi: “le sanzioni economiche possono far peggio”. Comunque, “se la difesa dei diritti non è il primo pretesto per fare la guerra lo diventa poi a guerra in corso”. E gli strumenti di tutela (come la Corte penale internazionale) “intervengono solo dopo, mai preventivamente. A forza di violare le regole – mette in guardia Mini - la violazione diventa norma”.

Franco Ippolito (Fondazione Basso) riprende la relazione tra diritti effettivi e retorica politica sottolineando – a una platea di giovani studenti - un fallimento: “Abbiamo ereditato grandi conquiste con al centro la dignità dell’uomo ma la nostra generazione non ha saputo rendere effettivi quei diritti”. E’ un invito a chi adesso si ribella alla negazione anche dei diritti ambientali, nodo affrontato da più di un relatore. L’accademico Gianfranco Amendola vi affianca il tema del lavoro (l’Ilva ad esempio) e sottolinea come il diritto all’ambiente sia sancito da ben  quattro articoli della nostra Costituzione (4, 9, 32, 41). In proposito Rosario Lembo, del Contratto Mondiale sull’Acqua, ricorda l’importanza di una risorsa per la quale non esiste un accordo internazionale che possa regolare (e sanzionare) la gestione di quello che oggi è “merce e bene economico più che un diritto”.

Questo commento è uscito sabato anche su il manifesto

martedì 11 dicembre 2018

Il diritto dei rohingya

Il lavoro di raccolta di informazioni, testimonianze, prove che ha portato nel settembre del 2017 il Tribunale Permanente dei Popoli (Tpp) a emettere una sentenza di genocidio e crimini di Stato perpetrati a danno di Rohingya, Kachin e altre minoranze birmane, finirà nei faldoni della Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi). Un’organizzazione della società civile che per mesi ha raccolto le prove dei crimini birmani intende adesso passare alla Cpi tutti i materiali che furono presentati alla sessione internazionale di Kuala Lumpur nell’autunno dell’anno scorso: materiali che potrebbero integrare il lavoro dei magistrati che, da qualche mese, stanno valutando la possibile incriminazione di chi organizzò e mise in opera una “deportazione” di massa in Bangladesh che, in soli due mesi nel 2017, ha fatto fuggire dal Myanmar oltre 700mila persone. La decisione è stata resa nota ieri a Roma durante una Conferenza organizzata dal Tpp e dalla Fondazione Basso dedicata ai Rohingya nel 70mo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo. Una carta che il Myanmar, allora Birmania, fu tra i primi Stati membri dell’Onu a firmare.

“Prima che italiani, birmani o rohingya… noi siamo umani”. Ha appena iniziato a parlare Maung Zarni che subito strappa l’applauso a una platea in gran parte di studenti di diritto che, ospiti del presidente della Camera Roberto Fico, sono venuti a Montecitorio per l’incontro voluto dalla Fondazione Basso e dal Tpp sulla tragedia dei Rohingya, la minoranza musulmana senza cittadinanza cacciata dal Myanmar in Bangladesh pogrom dopo pogrom. Maung Zarni è un birmano buddista – dunque due volte colpevole di aver preso le parti dei reietti - che al suo Paese non può più mettere piede. Fa parte della Free Rohingya Coalition, un’organizzazione che fa campagna per il popolo ormai senza patria. In Europa, con il suo compagno Nay San Lwin, stanno facendo il giro delle capitali per convincere la Ue a prendere una posizione più dura verso il Myanmar: “per levare tutti i benefici commerciali” a un Paese che – spiega Zarni - “non può essere definito una democrazia in transizione visto che la Costituzione prevede come legale un golpe militare”. Ma Zarni e Lwin non hanno nessun appuntamento istituzionale. Il governo italiano, in linea con i precedenti, ha scelto il silenzio sul dossier rohingya. Un po’ come ha fatto per la giornata della Dichiarazione dei diritti dell’uomo che proprio ieri celebrava settant’anni. Bizzarro che a ricordarla sia solo la società civile e la sensibilità isolata del presidente della Camera. Bizzarro, forse, ma non certo inutile.

Franco Ippolito, che è presidente della Fondazione Basso e dunque anche del Tpp che da Lelio Basso fu fondato, sottolinea l’importanza di strumenti non istituzionali che alla fine riescono sempre a fare pressione sulle istituzioni. Il Tpp infatti è solo un “tribunale d’opinione” e, aggiunge il giurista Nello Rossi “il suo lavoro è più importante per le audizioni – ossia per la raccolta delle testimonianze - che non per le sentenze”. E’ un tribunale che dunque continuerà a lavorare, conclude Ippolito, “proprio perché perda di senso un tribunale d’opinione”. Perché, aggiunge Gianni Tognoni che del Tpp è segretario generale “le vittime siano dei soggetti” non delle semplici comparse. Nel fare il punto sullo stato dell’arte della tutela dei diritti umani, Giuseppe Palmisano e Luigi Ferrajoli, sottolineano il divario creatosi tra le promesse scaturite dopo la seconda Guerra mondiale e la realtà dei fatti. “Promesse – dice Ferrajoli – di una stagione costituente formidabile” ma che ha sempre bisogno di strumenti di denuncia e di dibattiti uno dei quali, ricorda Palmisano, dovrebbe ritornare sul problema complesso “dell’uso della forza”.

La grande stanza dove aleggiano gli arazzi che richiamano la formidabile stagione costituente che partorì la Costituzione italiana è attraversata dal brivido che solo certe parole possono evocare: genocidio, deportazione, trasferimento forzato, stupro, omicidio di massa. Ci vuole che la giurista Flavia Lattanzi, una signora coi capelli bianchi e lo spirito di una trentenne, prenda la parola dal pubblico: “Se la Corte penale internazionale ha deciso, dopo molte resistenze, di avviare l’indagine, si deve alla caparbietà e al lavoro anche di qualche giovane giurista che è riuscito a spuntarla. Lo dico a voi – dice questa canuta giovinetta alla platea - perché ognuno di noi e di voi può fare, nel suo piccolo, qualcosa”. E lascia acceso un piccolo testimone luminoso con la certezza che qualcuno lo raccoglierà.


lunedì 2 dicembre 2013

AFGHANISTAN, LE DONNE MA ANCHE TUTTO IL RESTO



Il mio intervento al Seminario : Afghanistan 2014 - Bilancio e prospettive per le donne alla  Camera dei Deputati, nella Sala della Regina, organizzato dal Gruppo di contatto delle deputate italiane con le donne afgane e da ActionAid.

Ha aperto la prima sessione dei lavori per valutare progressi e criticità dal punto di vista delle istituzioni, la Vice Presidentee coordinatrice del Gruppo, Marina Sereni. Sono intervenute quindi la ministra degli Affari esteri, Emma Bonino e la vice ministra per gli Affari femminili dell'Afghanistan, Fawzia Habibi.

Ha coordinato i lavori l'inviata Rai Lucia Goracci.

Nel dibattito sono intervenute le componenti il Gruppo di contatto con le donne afghane, deputate Deborah Bergamini, Marta Grande, Marta Grande, Pia Elda Locatelli, Federica Mogherini e Gea Schirò e le deputate afghane Shukria Barakzai, Presidente della Commissione Difesa, Nilufar Ibrahimi, membro della Commissione Sanità, Attività Sportive, Giovani e Lavoro, Raihana Azad, membro della Commissione per la Società Civile, i Diritti Civili e le pari opportunità della Wolesi Jirga.

sabato 4 febbraio 2012

MISSIONI ALL'ESTERO, COME ORIENTARSI

La "Conversione in legge del decreto-legge 29 dicembre 2011, n. 215, recante proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia, iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno ai processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione, nonché disposizioni urgenti per l'Amministrazione della difesa" ( numero 4864) dà mandato per un anno al Governo e al Tesoro di dar via alle nostre missioni all'estero. E' stato appena approvato dalla Camera e tutta l'attività parlamentare (testo, emendamenti, discussioni) si può leggere sul sito della Camera.

Una chiosa sulla legge e il dibattito che riguarda il rifinanziamento, si può leggere in questa sintesi critica di G. Battiston, con due elementi aggiuntivi che suggeriamo: l' articolo 7 della legge, che tratta degli interventi di cooperazione civile in Afghanistan e Pakistan (con una spesa autorizzata su 12 mesi di euro 34.700.000 ), e l' Odg, approvato contestualmente, che tratta dell'iniziativa di Afgana a favore della società civile afgana.

A differenza delle precedenti leggi (semestrali) questa volta la legge ha effetto dal 1o gennaio 2012 al 31 dicembre 2012 (annuale).

Ho letto su "Europa" un articolo a proposito della legge scritto da Federica Mogherini (che la considera un passo avanti) e nel quale sostiene che "cala di circa 200 unità la presenza militare in Afghanistan". In realtà questo passaggio nella legge non l'ho trovato ma credo che si riferisca a quanto ha fatto sapere, piuttosto informalmente, la Difesa, senza però che mi risulti per ora un dato certo e su quale mi pare che il ministro Di Paola sia rimasto piuttosto vago (sarebbe comunque un ritiro di meno del 5% della truppa attualmente impiegata, onestamente poco più che simbolico).