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domenica 10 novembre 2019

Diritti umani: com'è facile violarli

La bandiera dei diritti umani, la cui la Dichiarazione universale compie in dicembre 71 anni, troppo spesso è stata utilizzata per violarli. E per violarne il primo: vivere. Se la guerra è lo strumento per eccellenza della violazione dei diritti individuali e collettivi, due conflitti in piena salute sono forse i modelli attraverso cui i diritti umani sono stati utilizzati meglio per farne carta straccia. Il primo è il conflitto afgano, che compie quest’anno 40 anni, iniziato con l’invasione sovietica del ‘79 per proseguire con quella post11 settembre: entrambe sotto l’ombrello dei diritti. Per Mosca erano quelli della proprietà terriera diffusa, del diritto ad avere acqua potabile e servizi sanitari e, per le donne, di essere direttrici di giornali o ministre. L’invasione Nato-americana iniziò anch’essa con la bandiera dei diritti: delle donne, all’istruzione, alla democrazia. Ma l’imposizione armata dei relativi modelli di governance ha prodotto quello che abbiamo sotto gli occhi: nell’89 l’Urss si ritirò lasciando un Paese distrutto. Quanto a “noi”, nel 2019 i bombardamenti arei sono triplicati, negli ultimi mesi le vittime sono quasi duplicate e infine sappiamo che squadroni della morte addestrati dalla Cia fanno il lavoro sporco.

Di che diritti parliamo? La Libia è un altro manifesto del fallimento della Carta perché la guerra dilagata in quel Paese in mano a milizie e bande armate e dove si violano costantemente i diritti dei migranti, nacque dalla risoluzione 1973 del 2011 che, se giustamente poneva il problema della difesa dei civili allora accerchiati a Bengasi, fu il via libera all’uso della forza e, di fatto, all’intromissione nel Paese degli appetiti più diffusi che stavano aspettando il momento giusto non certo per salvaguardare diritti quanto per appropriarsi di pozzi e giacimenti. Sarebbe dunque il caso, per onorare quella Carta, di ripensare agli strumenti da usare perché la bandiera dei diritti non sia la strada migliore per violarli col suo brando più violento: la guerra.

L’occasione di questa riflessione personale è stata il convegno organizzato da PeaceGeneration e introdotto dalla sua presidente Marcella Foscarini mercoledi alla Camera e il cui titolo invitava a riflettere sullo stato della Dichiarazione dei diritti dell’uomo approvata dall’Onu nel 1948: A che punto siamo? I Diritti umani sono ancora diritti, e sono ancora universali?

Tra le molte risposte e i molti interventi dei relatori, Fabio Mini ha proposto quella dell’ossimoro della “Guerra per i diritti umani”: ossimoro degli ultimi 30 anni che ha il suo apice nella “guerra umanitaria” del Kosovo. Del resto – dice Mini – la Carta “svolge un ruolo morale ma non è giuridicamente vincolante” e “in caso di emergenza o pericolo per lo Stato, il diritto dei conflitti armati (Diritto internazionale bellico poi diventato Diritto internazionale... umanitario) diventa prevalente con le violazioni che ne conseguono”. Non solo con le armi: “le sanzioni economiche possono far peggio”. Comunque, “se la difesa dei diritti non è il primo pretesto per fare la guerra lo diventa poi a guerra in corso”. E gli strumenti di tutela (come la Corte penale internazionale) “intervengono solo dopo, mai preventivamente. A forza di violare le regole – mette in guardia Mini - la violazione diventa norma”.

Franco Ippolito (Fondazione Basso) riprende la relazione tra diritti effettivi e retorica politica sottolineando – a una platea di giovani studenti - un fallimento: “Abbiamo ereditato grandi conquiste con al centro la dignità dell’uomo ma la nostra generazione non ha saputo rendere effettivi quei diritti”. E’ un invito a chi adesso si ribella alla negazione anche dei diritti ambientali, nodo affrontato da più di un relatore. L’accademico Gianfranco Amendola vi affianca il tema del lavoro (l’Ilva ad esempio) e sottolinea come il diritto all’ambiente sia sancito da ben  quattro articoli della nostra Costituzione (4, 9, 32, 41). In proposito Rosario Lembo, del Contratto Mondiale sull’Acqua, ricorda l’importanza di una risorsa per la quale non esiste un accordo internazionale che possa regolare (e sanzionare) la gestione di quello che oggi è “merce e bene economico più che un diritto”.

Questo commento è uscito sabato anche su il manifesto

domenica 4 gennaio 2009

ESSERE DONNE IN AFGHANISTAN



In una trascrizione da una Tv privata afgana, l'Ariana Tv, vengono riportate le dichiarazioni dell' Afghanistan Independent Human Rights Commission - una commissione molto seria e apprezzata e che lavora con non poche difficoltà - che ha registrato nel 2008 almeno 3mila casi di violenza contro le donne nel paese. Nel servizio televisivo, tra l'altro, si fa menzione del fatto che il 57 per cento delle minorenni sono obbligate a sposarsi dalle famiglie in una situazione in cui il 99 per cento dei casi di violenze contro le donne in Afghanistan non arriva all'autorita' giudiziaria per via di inveterate abitudini tradizionali e non islamiche...

Per saperne di più vai a AsiaMaiorSpecialeAfghanistan

La foto è di Romano Martinis (Baghlan, Afghansitan del Nord 2007)

martedì 18 novembre 2008

IL DRAMMA DELLE DONNE AFGANE



Ha fatto il giro del mondo la storia terribile della giovanissima Shamsia, una ragazza di Kandahar che, come ogni giorno con le sue compagne, stava andando a scuola - al liceo femminile Mirwais Nika della sua città. Due fanatici, armati di pistola ad acqua carica di acido solforico, l'hanno sfigurata.
L'indignazione che ha attraversato il mondo, e presumibilmente larga parte dell'Afghanistan, racconta non solo una brutalità senza giustificazioni ma anche un modo di pensare duro a morire: le ragazze a casa, sempre e comunque, sottomesse al bastone del comando di un impero maschile. E se sgarrano, punizione esemplare. Quanto c'entra l'islam, la tradizione, un conflitto che è ormai quotidiano come la povertà, è difficile da decifrare in un paese che ormai quasi trent'anni di conflitto hanno ricacciato in un medioevo che ottunde il sentimento e fa sconfinare la guerra nella barbarie. Una barbarie che si innesta comunque su un tessuto sociale in cui il ruolo della tradizione si è ormai radicato su un degrado sociale che difficilmente consente aperture. In un mondo dominato dalla paura e da un risveglio, ogni mattina, che non sa mai se, quel giorno, sarà accompagnato anche dalla vista del tramonto.
La vicenda di Shamsia ha radici lontane. Un dramma nascosto, eppur così vicino alla vicenda della nostra giovane studentessa, viene infatti vissuto ogni giorno della loro vita di donne da molte ragazze afgane. La guerra o i talebani c'entrano poco se non per il fatto di aver inasprito il clima e aver radicalizzato comportamenti in una stagione che, per gli afgani, è ormai attraversata, da sei lustri, dal vento gelido della guerra e dunque dalla mancanza di una speranza.
Ce ne siamo resi conto un giorno visitando l'ospedale Esteqlal di Kabul, il secondo della capitale, dov'è attiva la Cooperazione italiana. E' li, un po' appartato, che si trova il centro per ustioni forse migliore del paese. In quelle stanzette, su piccoli letti di metallo, riparate da una mussola leggera che ne nasconde la tragedia fisica, i giovani corpi delle ragazze ustionate nascondono agli occhi di chi viene a visitare i pazienti la “vergogna”. Eppure quelle ustioni, è questo il paradosso, sono per evitarne un'altra: quella di aver scelto di rompere con la morte (che fortunatamente in molti casi non arriva, lasciando però sfigurati i corpi di queste giovani disgraziate) il sacro pegno del matrimonio. Un matrimonio imposto che però non funziona e a cui ci si cerca di sottrarre distruggendo il proprio corpo.
“E' una storia che riguarda ragazze tra i 17 e i 18 anni, a volte anche meno” ci spiega il dottor Ali Eshan, direttore sanitario dell'ospedale. “A molte di queste giovani – racconta - non viene chiesto chi vogliono sposare. Si combina il matrimonio e basta”. Ma chi non accetta di vivere con un uomo che non ha scelto, decide di darsi fuoco. “E' l'unico modo – spiega - per far passare il rifiuto come un incidente domestico. In questo modo, l'onore della famiglia è salvo”. L'ultimo pensiero è dunque per la famiglia, per evitare lo scandalo. Ma, racconta ancora il dottore, “può succedere anche dopo il matrimonio se ci sono problemi con la suocera o con i fratelli del marito. Anche qui conta l'onore”. E ancora: “può accadere anche per altri motivi e ben prima del matrimonio: magari la causa è l'esclusione dalla scuola oppure semplicemente ribellione perché si nega loro di vedere la tv, sentire la radio o di uscire di casa”.
Una protesta generazionale, uno scontro tra consuetudine e modernità, tra tradizione e desideri. Una guerra nascosta che si consuma dietro i fornelli della cucina. Senza bisogno dei talebani.

martedì 28 ottobre 2008

SPIRAGLIO DI LUCE NEL CASO BIANZINO



Per la magistratura di Perugia il caso di Aldo Bianzino non è chiuso. Il giudice per le indagini preliminari Massimo Ricciarelli ha infatti ordinato al pubblico ministero Giuseppe Petrazzini ulteriori accertamenti medico legali che possano fare chiarezza sull'oscura vicenda di una morte di carcere. Una notizia che riaccende il filo della speranza nei famigliari dell'ebanista di Pietralunga che, arrestato per detenzione di erba, entrò con la sua compagna nel carcere di Capanne il 12 ottobre di un anno fa per uscirne senza vita due giorni dopo.
Dopo la sua morte, l'indagine aveva fatto decidere a Petrazzini per l'archiviazione: Aldo è morto per cause naturali, un aneurisma scoppiato all'improvviso che ne ha causato il decesso. Una bomba a tempo di cui risponde solo la natura. Ma la famiglia di Aldo, e in particolare la compagna Roberta Radici, non si dà per vinta. Per i genitori di Bianzino, i suoi figli, gli amici, la verità sembra troppo lontana per accettare l'archiviazione e, al più, un risarcimento danni in sede civile. A luglio l'avvocato Massimo Zaganelli presenta una corposa memoria facendo opposizione all'archiviazione. Ad agosto si viene a sapere che il Gip, che avrebbe potuto rifiutarla, l'ha invece accolta: studia le carte e, evidentemente, resta colpito da una ricostruzione in cui l'indagine appare, secondo i famigliari di Aldo, lacunosa e con molti interrogativi, a cominciare da un fegato spappolato, come strappato via dalla sua sede naturale. Il 17 ottobre il Gip convoca il Pm e le parti, ossia i legali della famiglia. E infine scrive la sua ordinanza che riapre i giochi.
Non si limita il Gip a chiedere ulteriori accertamenti medico legali e ad esigere dunque un'indagine più completa ma auspica anche che il magistrato inquirente utilizzi nuove figure professionali per vederci più chiaro: professionisti esterni con cui setacciare tutte la sequenza di quei giorni che lasciarono nel corpo di Aldo almeno un segno evidentissimo sul suo fegato....

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venerdì 8 agosto 2008

POLITICA E SPORT A PECHINO 2008



Alla fine ci siamo. Le Olimpiadi più scrutinate della storia, quelle su cui si sono addensate nubi e polemiche rimbalzate, nell'era della globalizzazione, sui siti Internet più o meno oscurati di tutto il mondo, sono arrivate ai nastri di partenza. Città blindata e scrutata dagli occhi attenti di oltre centomila agenti anti terrorismo, migliaia di poliziotti, telecamere ed elicotteri, Pechino è però anche la sede di un'euforica attesa sportiva che è stata attraversata da avvenimenti che con lo sport hanno poco a che fare ma che per il capo della diplomazia europea Solana è la “celebrazione comune di amicizia e sportività".

Non si fermano però tensioni e polemiche: c'è un botta e risposta tra Bush e le autorità cinesi che respingono al mittente le “interferenze esterne”, la questione tibetana e delle libertà delle minoranze e ancora le minacce del terrorismo che si sono ieri affacciate dal web con un video attribuito al sedicente Partito islamico del Turkestan (che ha già rivendicato diversi attentati). Il video mostra immagini con il logo dei Giochi in fiamme e un'esplosione virtuale in uno dei siti olimpici di Pechino.

Vigilia densa insomma, e piena di spunti polemici e con il tema dei diritti umani che continua a essere ben presente. Al presidente cinese Hu Jintao (nella foto) è arrivato un appello perché "permetta una soluzione pacifica" della questione tibetana, protegga "le libertà di espressione, di religione e di opinione nel suo Paese incluso il Tibet", assicuri che i difensori dei diritti umani "non siano più intimiditi e imprigionati" e fermi la pena di morte. Le firme sono importanti: grossi calibri dello sport come Blanka Vlasic o Antonietta Di Martino, Dee Dee Trotter o Tero Pitkamaki.
Ma a Pechino forse brucia di più il messaggio di cui è latore Nicolas Sarkozy. Che, prima di imbarcarsi per la Rpc, ha inviato alle autorità cinesi, nella sua veste di presidente di turno dell'Unione Europea, una lista di detenuti politici e attivisti per i diritti umani. Sarkozy è stato scaltro e ha sapientemente bilanciato il suo viaggio a Pechino, da cui non poteva esimersi non solo per le buone relazioni tra Parigi e la Rpc, ma anche perché rappresenta l'Europa: ha infatti detto che non avrebbe incontrato adesso il Dalai Lama ma ha fatto però sapere che comunque lo vedrà entro la fine dell'anno. E intanto il leader spirituale dei tibetani sarà ricevuto il prossimo 13 agosto a Parigi dal senato francese.

I Giochi olimpici sono comunque al via. Telecineoperatori, giornalisti, turisti e curiosi, atleti e sponsor, politici e naturalmente attivisti che scaldano i muscoli nei rispettivi box. A Pechino e casa propria. “La situazione dei diritti umani in Cina sta peggiorando giorno per giorno”, sostiene in un appello Reporter senza frontiere mentre, secondo l'organizzazione Chinese Human Rights Defenders (Chrd), nel corso degli ultimi 12 mesi vi sono stati in Cina 428 casi di «arresti arbitrari». Migliaia di tibetani hanno manifestato ieri in India contro il pugno di ferro in Tibet e gli stessi attivisti, che l'altro ieri hanno innalzato striscioni filotibetani a Pechino per essere poi fermati dalla polizia, hanno minacciato nuove azioni (pacifiche).

Come che vadano queste Olimpiadi, una cosa è certa. Nonostante tutti gli sforzi per non “politicizzare” la manifestazione, le Olimpiadi di Pechino saranno ricordate forse soprattutto per la politica. Le sorprese del medagliere del resto devono ancora arrivare.

giovedì 7 agosto 2008

OLIMPIADI, TORNA DI SCENA LA QUESTIONE TIBETANA



A sinistra la foto, tratta dal sito dell'emittente Abc, della protesta di ieri mattina a Pechino

Sono le cinque e mezzo del mattino a Pechino quando quattro attivisti filotibetani (due britannici e due americani) guadagnano la piazza antistante il nuovo stadio a nido tutto lustrini per l'apertura dei Giochi olimpici. Si arrampicano, in due, su un alto palo della luce e vi appendono due striscioni con scritto, sia in inglese sia in cinese, “One World One Dream / Free Tibet” e “Tibet Will Be Free”, il sogno della libertà dell'identità tibetana.
Protesta silenziosa e di breve durata. I quattro sapevano che sarebbero stati arrestati ma hanno voluto correre il rischio. In tutto dieci minuti. Mentre uno dei due aderenti al movimento Students for a Free Tibet, che si dichiara “Ian di Edinburgo”, parla al telefono con l'emittente Abc spiegando che gli attivisti sono entrati in Cina con visto turistico, arriva la polizia. Il fermo avviene senza incidenti e gli striscioni vengono rimossi. Poco dopo un portavoce del Comitato organizzatore spiega che la Cina ha le sue regole. Che in questi giorni seguono ovunque un diktat: “non politicizzare i Giochi”. Una speranza che si sta dimostrando vana.
Il clima a Pechino è quello di un coprifuoco che non si manifesta come tale ma che si dovrebbe nutrire per tutta la durata delle Olimpiadi di circa 100mila agenti anti terrorismo, mentre la polizia già occupa i punti strategici, gli angoli delle strade, i tetti degli edifici. E i passeggeri di metrò o i visitatori degli edifici “sensibili” vengono minuziosamente perquisiti. Incombe il Tibet ma, ancor di più, qualche possibile nuova sorpresa uigura dopo lo smacco di tre giorni fa quando due attentatori, stando alla versione ufficiale, hanno ucciso in un solo colpo 16 poliziotti e ne hanno mandati altrettanti all'ospedale di Kashgar, nello Xinjiang.
Intanto a Pechino è arrivata la torcia olimpica. La fiaccola, portata nel centro della capitale dal campione di basket Yao Ming, ha viaggiato per 140mila chilometri e attraversato il pianeta da quando, il 24 marzo scorso, partì da Olimpia, la città greca che è un po' la madre di tutte le Olimpiadi: come i lettori ricorderanno, fu una partenza “funestata” dalla prima evidente protesta mediatica dopo i fatti di Lhasa di qualche settimana prima. Alcuni attivisti di Reporter senza frontiere apparvero alle spalle degli organizzatori sventolando una bandiera con i cerchi olimpici sotto forma di manette, logo diventato l'emblema della politicizzazione dei Giochi. Ma in seguito, dopo la dura repressione dei moti tibetani e il pungo di ferro anche con i manifestanti in India, Nepal e nelle città europee, la vicenda tibetana si era un po' assopita. Anche i colloqui tra le autorità di Pechino e gli emissari del Dalai lama non hanno portato a molto. Il gesto degli attivisti di ieri mattina ha rilanciato la polemica.
In Asia in realtà la cosa è andata avanti nonostante le notizie dal continente sulle proteste filotibetane non siano più state ritenute degne dei riflettori della cronaca. In India soprattutto, dove per oggi la Tibetan Youth Congress ha organizzato una nuova manifestazione di protesta. Da Dharamsala fanno sapere che Lhasa sarebbe sotto una sorta di stato d'assedio con un massiccio controllo poliziesco e che anche in India le forze di sicurezza non scherzano. Fonti locali fanno sapere che il poeta e attivista tibetano Tenzin Tsundue è stato arrestato qualche giorno fa mentre cercava di raggiungere una settantina di tibetani diretti verso il confine sino-indiano. Decine di marciatori sarebbero stati arrestati e detenuti nelle località di Manali e Bhuntar. Tra di loro anche lama Shingza Rinpoche, originario dell'Amdo, e considerato uno dei principali maestri spirituali della diaspora. Tutti gli arrestati avrebbero iniziato uno sciopero della fame e della sete mentre a Delhi si sono aggravate le condizioni di salute dei sei militanti della Tibetan Youth Congress che sono in sciopero della fame dalla fine luglio. Ma sempre da Dharamsala il Dali Lama getta acqua sul fuoco: “Vorrei porgere i miei auguri alla Cina, agli organizzatori ed agli atleti. Rivolgo le mie preghiere per il successo dell'evento”.

venerdì 1 agosto 2008

ALDO BIANZINO, UNA SCHEGGIA DI LUCE SU UNA MORTE CON TROPPE OMBRE



Come morì Aldo Bianzino, l'ebanista di Pietralunga entrato in perfetto stato di salute in carcere il 12 ottobre dell'anno scorso e uscito senza vita dalla casa circondariale di Perugia due giorni dopo? La domanda, cui la richiesta di archiviazione del Pm Giuseppe Pietrazzini, sembrava aver dato una risposta definitiva con la richiesta di archiviazione, rimbalza adesso nuovamente su una vicenda sin dall'inizio apparsa oscura e piena di misteri. Il Gip Massimo Ricciarelli, cui diverso tempo fa' i famigliari presentarono opposizione in sede civile, ha deciso di accogliere adesso anche l'opposizione alla richiesta di archiviazione presentata in luglio dall'avvocato dei genitori di Aldo – Giuseppe e Maura – e di Roberta Radici, la compagna di Bianzino con lui arrestata e poi rilasciata senza che nemmeno le fosse stato detto, se non all'uscita dal carcere, che Aldo era morto.
Si deve alla caparbietà dei famigliari dunque se il caso non si chiude in uno scaffale degli uffici giudiziari perugini e se le eccezioni sollevate dal legale, l'avvocato Massimo Zaganelli, ricostruiscono un percorso di dubbi e interrogativi non ancora sciolti che il magistrato ha evidentemente considerato validi, quantomeno a non far diventare la storia di Aldo un semplice faldone di carte polverose. La ricostruzione della parte civile mette in fila tutte le contraddizioni di quelle terribili ore a cominciare dalla mattina di domenica 14 ottobre quando Aldo è rinvenuto, inanimato, sulla branda superiore del suo letto. I suoi indumenti si trovano, ordinati, su quella inferiore. La finestra della cella è aperta seppure sia ottobre inoltrato e Aldo indossi solo una maglietta a maniche corte. Per il resto è nudo. Il corpo viene prelevato dagli agenti, trasportato subito fuori della cella e deposto sul pavimento del corridoio dell’infermeria, sita a pochi metri. Viene innalzato un lenzuolo così che gli altri detenuti nulla possono vedere....

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domenica 22 giugno 2008

IMPUNITA', UNA LEZIONE DA GIACARTA



Ci sono voluti quattro anni ma alla fine il mandante dell'avvelenamento di un attivista per i diritti umani indonesiano è finito in manette. E non è cosa da poco visto che si tratta di un generale, già vice direttore dei servizi segreti (Bin) e con un passato di comandante del Kopassus, il corpo d'élite dell'esercito indonesiano noto per essere stato la punta di diamante della dittatura conclusasi nel 1998. Il generale Muchdi Purwopranjono è tra quelli che la resistenza timorese indicò nella rosa dei grandi mostri di Timor Est. Noto quanto lo era Munir (nell'immagine), questo il nome dell'attivista ucciso, per la su attività di denuncia proprio delle malefatte indonesiane nell'ormai ex provincia indonesiana.
Il generale si è consegnato spontaneamente forse sperando di farla franca ma non gli sarà facile. Rischia la pena capitale per omicidio premeditato e poiché il “caso Munir” ha fatto il giro del mondo, il suo arresto è adesso il segno che la fragile democrazia indonesiana è anche uno stato di diritto. Prova che ancora manca dopo che il dittatore Suharto, morto qualche mese fa, è passato a miglior vita senza esser giudicato da alcun tribunale.
La vicenda risale al 7 settembre 2004. Munir, 39 anni, segnalato come giovane leader emergente asiatico dalla rivista AsiaWeek, noto per le indagini sulle stragi a Timor grazie a cui cui aveva dimostrato i legami tra esercito e milizia unionista, decide di partire per l'Olanda con un volo Garuda, la compagnia di bandiera. Ma ad Amsterdam, il fondatore di Kontras (Commissione per gli scomparsi e le vittime di violenza) arriva morto. Lo coglie un “malore” in volo. I medici olandesi però gli praticano l'autopsia e fanno gli esami due volte prima di consegnarli, il 9 novembre, agli indonesiani. Rilevano nel suo corpo una quantità di arsenico dieci volte superiore a quella tollerabile: nelle urine, nel sangue, nello stomaco.
Le indagini indonesiane, che si avvalgono di una commissione ad hoc voluta dall'attuale presidente Yudhoyono, portano all'arresto – con condanna a vent'anni per omicidio - di un pilota della Garuda, Pollycarpus Budihari Priyanto. E' sua la mano che avvelena Munir all'aeroporto di Sdingapore. Si trova su quel volo con un foglio di servizio firmato dal direttore della compagnia Indra Setiawan, poi condannato a un anno e ora libero dopo 10 mesi di pena. Al processo del pilota, colpo di scena: un agente dell'intelligence, Budi Santoso, fa il nome del potente Muchdi che lo aveva incaricato di dare a Pollycarpus in due riprese circa 1500 dollari (una discreta cifra in Indonesia). Pollycarpus nega ma la corte non gli crede. Le indagini scoprono che l'omicidio è figlio dei servizi: viene coinvolto l'ex altro funzionario As'ad, per le pressioni su Garuda, e infine si arriva a Muchdi, il mandante nell'ombra. In fatto di impunità l'Indonesia potrà d'ora in avanti andare a testa alta. E forse insegnare qualcosa persino ai paesi di più antica civiltà giuridica. Come l'Italia, ad esempio.

giovedì 19 giugno 2008

COME VA LA SALUTE (PUBBLICA)? NON TROPPO BENE GRAZIE



Se l'ultimo rapporto Ocse-Dac sull'Aiuto pubblico alla sviluppo registrava una strana schizofrenia per cui aumentano le promesse dei paesi ricchi ma il loro aiuto pubblico diminuisce con una contrazione nel 2007 dell'8,4% rispetto all'anno precedente (e un rapporto tra aiuti e Pil sceso dallo 0,31% allo 0,28), ieri il secondo rapporto di “Azione per la salute globale” ha rincarato la dose. Dimostrato che, accompagnato spesso da una discutibile efficacia, anche l'investimento nella sanità ha andamenti alterni, a trent'anni di distanza dalla celeberrima dichiarazione di Alma Ata che santificò il principio che la salute - completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente assenza di malattia - è un diritto umano fondamentale e il fondamento dello sviluppo. Se alcuni paesi – dice il rapporto – sono stati virtuosi (Germania e Spagna grazie all'aumento della cooperazione bilaterale), altri arrancano: la Francia ad esempio ma, ancora una volta, soprattutto l'Italia, salvatasi in corner l'anno scorso dalla figuraccia peggiore: la mancata erogazione del suo contributo al Fondo globale contro le grandi pandemie. In termini di investimento in aiuto alla sanità, Roma vede una diminuzione del suo contributo nell'ordine del 7% per quel che riguarda la salute di base e addirittura del 62% nel settore delle politiche per la popolazione e la salute riproduttiva, tutte quelle buone pratiche che prevengono tra l'altro le malattie trasmissibili sessualmente.
Azione per la salute globale (Asg) è una rete internazionale europea che conta al suo interno due Ong italiane (Aidos e Cestas) e alcune grandi organizzazioni internazionali con sede anche in Italia. Il suo compito è seguire l'andamento degli investimenti in questo delicato settore dove, accanto alle grandi pandemie, convive la difficoltà dei sistemi di sanità pubblica dei paesi in via di sviluppo (per non parlare di quelli nostrani di cui però la rete non si occupa). Nel suo secondo rapporto, se l'Italia sfigura, in generale non si stanno raggiungendo i risultati intermedi fissati dagli Obiettivi del Millennio: nel settore salute, dice Asg, l'Europa “non ha rispettato l'obiettivo di destinare i 27 miliardi di dollari concordati per il 2007”. Il rapporto esce a due mesi dall'incontro che, in settembre ad Accra in Ghana, dovrà constatare quanto siamo ancora lontani dai tre grandi obiettivi fissati dall'Onu per il 2015: ridurre il tasso di mortalità infantile di due terzi e di tre quarti quello di mortalità materna; produrre infine una diminuzione se non l'arresto della diffusione di Hiv, Aids, tubercolosi e malaria.
Ma il rapporto critica anche il moltiplicarsi di iniziative e meccanismi di finanziamento nuovi e complessi che “se creano nuove opportunità” rischiano anche di “sovraccaricare i governi dei Pvs” o di “minarne la titolarità”. I funzionari locali sono spesso “travolti dal gran numero di delegazioni” estere che li va a visitare o dal gran numero di “modalità di monitoraggio” sul loro lavoro. Morire di burocrazia.
Tornando all'Italia la sua sfida più alta è la presidenza del G8 nel 2009 cui il governo tiene moltissimo tanto che Frattini si è tenuto la delega per la cooperazione. Qualche giorno fa a New York in un incontro all’Onu per fare il punto, con i rappresentanti di 147 stati, sui progressi della lotta contro l’Aids rispetto agli impegni presi nel 2001 e nel 2006, Roma si è presa un bel impegno. In vista della presidenza del G8 i delegati italiani hanno ribadito l'impegno per il raggiungimento dell’obbiettivo dell’Accesso universale a cura, prevenzione e trattamento da raggiungere già entro il 2010, come promesso dai paesi del G8 durante il vertice di Gleaneagles nel 2005 e nei successivi summit. Roma ha garantito che metterà al centro dell’agenda del G8 2009 la lotta contro le tre grandi pandemie: Hiv/Aids, Tb e malaria. Decisione che l’Osservatorio Italiano contro l’Aids ha giudicato positivamente, mettendo in guardia però sul carattere assai impegnativo della promessa. Sarà infatti bene ricordare che dopo molte pubbliche promesse fu proprio l'Italia a bloccare i finanziamenti al Fondo globale contro le pandemie, sbloccatisi poi nell'ultima finanziaria. Chissà che fine faranno nella prossima.

venerdì 6 giugno 2008

BAILE LATINO AL VERTICE FAO



La dichiarazione finale del Vertice Onu di Roma sulla crisi alimentare sembra arenarsi su una parola e sull'opposizione di un fronte principalmente sudamericano guidato da Argentina, Venezuela e Cuba e appoggiato da Nicaragua, Ecuador e Bolivia.. La parola si riferisce a un comma della dichiarazione finale che irrita non solo Buenos Aires. Ma alla fine si arriva a un compromesso per cui all'approvazione della dichiarazione di Roma, che quel termine contiene, ne verrà allegata una integrativa molto critica E argomentata firmata dai contrari. Ma al di la' della battaglia su quel termine, che ha spaccato il summit, la dichiarazione finale scontenta un po' tutti e dice poco su come governare l'emergenza e il futuro dell'economia agricola del pianeta. Ci si e' arrivati con un lungo negoziato di tre settimane, una battaglia nelle ultime ore e un documento ridotto nei capitoli quanto nel succo politico. Nessuno ne esce vincitore e alla fine il summit, che rischiava di chiudersi con un nulla di fatto, riesce solo a dire qualcosa, a raccogliere fondi per l'emergenza e ad affidare a una task force dell'Onu la gestione di un da farsi molto vago e che comunque non tocca i grandi nodi del business agroalimentare, della speculazione finanziaria, del dilemma degli agrocarburanti o di nuove forme di protezione delle reti contadine. L'unico risultato e' che, pur tra mille difficoltà, del problema si e' discusso e lo si e' fatto in un forum multilaterale. Molto poco. E in un futuro incerto per quel miliardo di persone che hanno fame senza sapere a chi dare la colpa.... Leggi tutto su Lettera22

martedì 3 giugno 2008

FAME/FAO, VISTI DA UN'ALTRA ANGOLAZIONE



Non piace agli attivisti dell'Ipc, il network globale della società civile e dei movimenti contadini, la “task force” che Ban Ki-moon ha organizzato per risolvere i problemi della fame. Per loro, riuniti a Roma al Forum internazionale parallelo Terra Preta alla vigilia del summit della Fao, il problema della “sicurezza alimentare” non si declina distribuendo qualche aiuto qui e là con una logica assistenziale che non arriva ai nodi del problema e, soprattutto, che non ne fa uscire le responsabilità.
Pensano di assaltare il Palazzo d'Inverno, nello specifico il palazzone littorio dell'Agenzia per l'agricoltura e il cibo dell'Onu, con un documento. Che ribadisca un paio di concetti e proponga qualcosa di nuovo. Nessuna task force ma una “nuova commissione Bruntland”, come la definisce Antonio Onorati, della Ong Crocevia, una delle colonne italiane della battaglia sulla sovranità alimentare. La Commissione Bruntland su ambiente e sviluppo prendeva il nome dalla combattiva Gro Harlem Bruntland, socialista di ferro e già premier norvegese, e fu forse il primo passo avanti – era il 1983 - nel riconoscere che ambiente e risorse erano un problema globale che riguardava tutti e di cui bisognava assumersi le responsabilità....

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mercoledì 28 maggio 2008

MISTERO ITALIANO: DA ABU OMAR AD ALDO BIANZINO




Nel lungo documento sull'Italia che accompagna il corposo Rapporto 2008 di Amnesty International, più di un capitolo è dedicato a prigioni, tribunali e processi. Come quelli seguiti al G8 di Genova del 2001 e al caso di Carlo Giuliani per il quale la Corte europea per i diritti umani, nel marzo scorso, “ha dichiarato ammissibile il ricorso” presentato dai famigliari. Ma si ricorda anche il procedimento per le violenze avvenute in Val di Susa nel 2005 o quello per la morte di Federico Aldrovandi. Poi c'è il capitolo delle “rendition” sulle quali, ricorda AI, “...il governo italiano non ha collaborato pienamente alle indagini degli organismi internazionali che hanno accertato precise responsabilità dell'Italia nei trasferimenti illegali da un paese all'altro, generalmente culminati in arresti arbitrari, sparizioni, detenzione senza processo e tortura...”. AI cita i casi di Abu Omar, Maher Arar, Abou El Kassim Britel e ricorda anche che in Italia non è stato ancora inserito nel codice penale il reato di tortura, una richiesta su cui Amnesty batte ormai da anni,
Ma ci sono anche i capitoli oscuri della morte di Gabriele Sandri, ucciso da un poliziotto mentre era assieme ad amici per andare a vedere una partita a Milano, e quello, ancor più controverso, di Aldo Bianzino, di cui “il manifesto” si è molto occupato sin dal suo stranissimo decesso avvenuto nell'ottobre scorso nel carcere di Capanne a Perugia.
Del caso di Aldo, il falegname di Pietralunga trovato morto in prigione dopo una notte dalla dinamica molto incerta, Amensty si occupò sin dalla fine di quell'ottobre su interessamento della famiglia. “In seguito – spiega la compagna di Bianzino, Roberta Radici – il “Comitato verità per Aldo” mi chiese tutta una serie di documenti che avevo e di cui fu spedita una copia ad Amnesty”.
Il caso però per la procura di Perugia è chiuso. Archiviato il reato di omicidio, i magistrati perugini sono orientati alla sola omissione di soccorso e semmai a un risarcimento civile. Ma la famiglia non intende mollare e la difesa di parte sta preparando una memoria per opporsi alla decisione del tribunale. Il fatto che Amnesty abbia segnalato il caso nell'allegato al Rapporto 2008 indica le molte perplessità che ancora gravano su quell'oscura vicenda. La morte di Aldo è stata liquidata come decesso da emorragia cerebrale in seguito ad un aneurisma. Ma nessuno ha saputo spiegare come mai Bianzino avesse il fegato spappolato.

sabato 24 maggio 2008

L'AMBIGUA SVOLTA DEI GENERALI BIRMANI



La prima domanda legittima è se c'è da crederci. Non erano infatti passati che pochi minuti dalla conferenza stampa di Ban ki-moon dopo il suo incontro con Tan Shwe (nella foto), il generale dei generali birmani, che alcuni colossi dell'umanitario, come Medici senza frontiere, esprimevano le loro riserve sulla “svolta” della giunta che, dice il segretario dell'Onu di ritorno dalla capitale fantasma Napidaw, è pronta ad aprire le porte all'aiuto umanitario. E anche il compassato dispaccio della Bbc, l'emittente britannica che per eccesso di zelo cita sempre le fonti ufficiali quando produce un bilancio delle vittime, ricorda che i birmani hanno un “record” nel tradire le promesse fatte alla comunità internazionale. Un Guinness di cui i generali possono andar fieri. Ma quali sono le promesse?
Ban, sbarcato l'altro ieri in Birmania per cercare di convincere il regime militare ad aprirsi agli aiuti internazionali (a tre settimane dal passaggio del ciclone Nargis che ha causato oltre 133mila tra morti e dispersi e 2.5 milioni di sinistrati) si è incontrato ieri per la prima volta col capo dei capi, il generale Tan Shwe. Non era mai, è bene ricordarlo, nemmeno riuscito a parlare al telefono col generalissimo. Prima dell'incontro a Ban era stato “permesso” visitare alcune zone totalmente devastate dal ciclone nel delta dell'Irrawaddy (ma – dicono le agenzie - sotto stretta scorta di esponenti del regime). Infine la visita nella neo capitale nel centro del paese. Ban Ki-moon ha riferito che il generale Than Shwe “ha acconsentito a fare entrare nel paese tutti i soccorritori” che da settimane attendono ai confini. Alla domanda se la decisione possa rappresentare una svolta nella gestione dei soccorsi, Ban ha risposto che pensa di si, un modo diplomatico per non compromettersi troppo. Per il segretario generale dell'Onu si è trattato comunque di un “buon incontro” in cui Ban ha registrato una “posizione assai morbida” e in cui il generale ha accettato che l'aeroporto di Rangoon sia utilizzato come “piattaforma internazionale per la distribuzione dei soccorsi”. Subito dopo però una portavoce delle Nazioni Unite ha detto, parlando con i giornalisti a Ginevra, che non si conoscono ancora le modalità dell'apertura delle autorità birmane. Comunque, ha aggiunto, la qualifiche delle persone che potranno entrare conterà più del loro numero. Dall'avvio delle operazioni di soccorso, 133 aerei dall'estero sono arrivati in Birmania e solo un centinaio di funzionari umanitari hanno finora ottenuto un visto di ingresso.
Ma la svolta, se è reale, a cosa si deve? Forse la giunta è stata mossa da considerazioni politiche, forse da uno spirito di emulazione dei cinesi visto che il lutto nazionale è stato decretato in Birmania il giorno dopo che Pechino aveva fatto lo stesso per via del sisma. La giunta lavora a un'operazione di immagine nella quale evidentemente rientra il fatto che ieri ha consentito ad Aung San Suu Kyi di votare per il contestato referendum sulla costituzione, già vinto per altro con percentuali “birmane” e sul quale nei prossimi giorni si esprimeranno i distretti nei quali il suffragio era stato rinviato. In ballo non c'è solo la faccia da mostrare al mondo (un mondo ”che vi osserva” ha detto ai birmani Ban Ki-moon) ma anche la Conferenza dei donatori di domenica prossima. Bruxelles ha confermato tutti i suoi impegni ma probabilmente vuole vedere fino a che punto la giunta manterrà le promesse. Una giunta che sa bene che l'Onu ha ricevuto sinora circa il 25 % de 201 milioni di dollari chiesti ai paesi donatori per finanziare le operazione in favore dei sinistrati dell'Irrawaddy. Senza un qualche segnale questa cifra rischia di rimanere al palo. E anche i generali sanno che un disastro ben maneggiato può persino essere un'occasione di sviluppo.

martedì 20 maggio 2008

AFGHANISTAN, GLI INTERROGATIVI DELLA GIUSTIZIA E


Il caso di Parwiz Kambakhsh (nella foto) e la denuncia dello special rapporteur dell'Onu per l'Afghanistan, Philip Alston, che, alcuni giorni fa, ha denunciato la morte di almeno cinquecento civili, duecento dei quali per operativi militari di polizia, esercito afgano e forze multinazionali, e – questo il lato più oscuro – in operazioni extra giudiziali “coperte” e imputabili ai servizi segreti occidentali

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La giustizia torna ancora alla ribalta in Afghanistan. Con il caso del giovane giornalista condannato a morte per blasfemia e che settimana prossima si ripresenterà davanti alla corte d'appello di Kabul e con la denuncia dello special rapporteur dell'Onu per l'Afghanistan, Philip Alston, che, alcuni giorni fa, ha denunciato la morte di almeno cinquecento civili, duecento dei quali per operativi militari di polizia, esercito afgano e forze multinazionali, e per – questo il lato più oscuro – in operazioni extra giudiziali “coperte” e imputabili ai servizi segreti occidentali. Evidenze, subito rispedite al mittente dalla Nato, che per il professor Alston, minano sempre più il consenso degli afgani.
Il giudice della corte di appello di Kabul Abdul Salam Qazizada ha dato al giornalista afgano Parwiz Kambakhsh (nella foto) una settimana per preparare la sua difesa contro l'accusa di blasfemia che contempla la pena capitale. Non molto ma certo assai più dei tre minuti che, mesi fa, gli vennero concessi quando la prima udienza fu tenuta nel Nord del paese e gli fu comminata la pena di morte in prima istanza...

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domenica 18 maggio 2008

SCONCERTO RAZZIALE


Ho ricevuto dal gruppo EveryOne (nella lista dei link trovate la strada per leggere l'ottimo sito da cui è tratta l'immagine) questo resoconto sulla situazione dei Rom a Napoli: davvero sconcertante. Lo posto così com'e' ringraziando Roberto Malini e Laura Todisco che me l'anno inviato

Napoli, ultime notizie sull'assedio razziale che stringe i Rom

di Roberto Malini e Laura Todisco

La persecuzione dei Rom in Italia ha raggiunto punte di efferatezza, disumanità e abuso ormai intollerabili per i democratici, gli antirazzisti e le persone che hanno mantenuto un barlume di coscienza umana e civile. Il Gruppo EveryOne sollecita da tempo, con il sostegno dei Radicali e altre organizzazioni politiche/attivistiche, l'invio da parte dell'Ue di una commissione di ispezione in Italia, per verificare le condizioni dei campi Rom, a partire dal Casilino 900, simbolo dell'oppressione razziale. La Commissione europea ha scelto l'europarlamentare Rom ungherese Viktoria Mohacsi, che a sorpresa ha visitato oggi, guidata da una delegazione di Radicali italiani, l'insediamento romano e domani sarà a Napoli per effettuare una serie di ispezioni e verificare le reali dinamiche degli eventi che hanno condotto al pogrom di via Malibran e a una sequenza impressionante di aggressioni, violenze e minacce nei confronti dei Rom. Uno degli episodi su cui intende far chiarezza è il presunto rapimento di cui è accusata (ingiustamente, come il Gruppo EveryOne ha dimostrato) la giovane Rom Angelica, attualmente detenuta presso il carcere di Nisida. La Mohacsi, dopo la visita al Casilino 900, ha pronunciato un giudizio molto severo: "La situazione dei Rom in Italia è orribile. È incredibile che in un paese democratico ci siano persone che vivono senza diritti e senza documenti anche se sono qui da 40 anni. Sono venuta qui in seguito all'assalto del campo nomadi di Ponticelli a Napoli," ha continuato Viktoria Mohacsi, "e per vedere la situazione con i miei occhi. Sono preoccupata per ciò che avviene in Italia, dove bambini appartenenti alla terza generazione di immigrati non hanno ancora i diritti fondamentali di cittadinanza. E' urgente che si attui un programma di integrazione, specialmente per le persone che arrivano dai nuovi stati membri dell'Ue. Lunedì sera riferirò a Strasburgo ciò che ho visto in Italia". Intanto a Napoli la caccia al Rom continua, nonostante i media locali celino i più recenti episodi dietro una cortina di silenzio, che per alcuni è omertà, per altri vergogna. Sono passati solo pochi giorni dall'atrocità del pogrom di Ponticelli e adesso sono gli abitanti di Soccavo a intraprendere azioni violente e intimidatorie per cacciare via i Rom. La montatura del rapimento di Ponticelli e le più atroci calunnie contro i Rom sono stati il pretesto per nuovi incendi e a raid che hanno causato la fuga disperata di tutti i Rom che abitavano i campi della zona. Stamattina si sparsa la voce che due Rom avrebbero tentato di rapire un bambino in via dell'Epomeo. A mezzogiorno si è vociferato di altri due tentati rapimenti di neonati. Dicerie che si sono diffuse a macchia d'olio, provocando nuovi atti violenti, inseguimenti, aggressioni, terrore. A distanza di poche ore, quattro donne si sono presentate ripetutamente all'ingresso dell'ex scuola Deledda dove sono ospitati alcuni Rom, tra cui gli scampati di Ponticelli, minacciando di dar fuoco a tutto se non se ne fossero andati.
Intanto, ronde formate da decine di energumeni a bordo di scooter pattugliano la zona e, contemporaneamente, altri quartieri di Napoli in cui vivono comunità Rom. Le pattuglie passano ripetutamente davanti all'ex scuola, si fermano e i razzisti levano alte grida: "Ve ne dovete andare, se no bruciamo tutto!"
Gruppi di cittadini, uomini e donne, minacciano gli operatori della protezione civile che cerca di proteggere il centro di accoglienza e persino i poliziotti, prontamente accorsi sul posto per evitare che dalle minacce si passi a vie di fatto. Intanto nel centro di accoglienza i numerosi bambini osservano i movimenti delle ronde e odono le grida, in lacrime, rincuorati dai coraggiosi genitori. La forza pubblica assiste senza accennare la minima reazione alle intimidazioni, subisce minacce e si premura solo di evitare che la situazione possa degenerare ulteriormente. Con totale mancanza di senso di responsabilità, Rai1 ha piazzato alcune telecamere di fronte alla ex scuola, sul balcone di un'abitazione. "Il loro intento è quello di riprendere eventuali maltrattamenti di bambini Rom da parte dei genitori," rivela una persona informata, "per fare audience approfittando dei sentimenti anti-Rom sempre più accesi".

giovedì 15 maggio 2008

CHE PAESE E' QUESTO....

..dove si bruciano i campi rom e si pratica una sorta di pulizia etnica col fuoco davvero imbarazzante per non dire tragica. Sui giornali ho letto che c'è anche lo zampino della camorra e la cosa non stupisce stupisce semmai che si lasci passare come acqua fresca quello che, quando accade altrove, ci indigna in modo altisonante. La mia amica (e collega) Paola Caridi ha proposto una riflessione sul suo blog che vi invito a leggere a questo indirizzo. La cosa più bella è il titolo: "Rom, fratello mio"
Anche il mio amico (e collega) Attilio Scarpellini ha scritto una cosa che condivido e che vi invito a leggere

Ps Sull'ultimo numero del mensile Geo (www.geomondo.it/default.htm) c'è un lungo servizio sui Rom. Contrariamente a quel che si può credere, Geo non è solo una rivista di ambiente e viaggi ma anzi un raro buon esempio di come si coniugano questi temi all'intelligenza interdisciplinare della penna

lunedì 5 maggio 2008

PICCOLA PUBBLICITA'


Dal 7 maggio in edicola con IL Riformista una raccolta di saggi curata da Lettera22

TIBET, LOTTA E COMPASSIONE SUL TETTO DEL MONDO

Nel marzo del 2008 scoppia a Lhasa una rivolta duramente repressa da Pechino che si appresta a inaugurare le Olimpiadi. Non è la prima sommossa nel Paese delle nevi, occupato nel 1950 dai cinesi, ma questa volta tutti i riflettori sono accesi su una zona del mondo che diplomazia e geopolitica hanno relegato al crudo silenzio di una repressione feroce divenuta, nelle parole del Dalai Lama, “genocidio culturale”. Questa raccolta di saggi, curata da Lettera22 per Il Riformista, comprende contributi di Carlo Buldrini, Emanuele Giordana, Junko Terao, Ilaria Maria Sala, Piero Verni e ripercorre storia, difficoltà politiche e controversie internazionali in un lungo reportage sul Tetto del mondo

Il saggio viene presentato il 5 maggio alla Camera




martedì 29 aprile 2008

CONTRORDINE COMPAGNI



Dopo la timida apertura di un paio di giorni fa, attribuita forse troppo frettolosamente a un “successo diplomatico” della Ue, Pechino sembra aver imboccato la via, se non di una rapida marcia indietro, quantomeno di una ripuntualizzazione dei suoi inossidabili paletti

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La torcia olimpica, per una volta, ha potuto percorre il suo tragitto senza traumi. Niente contestazioni, né tafferugli, né Reporter senza frontiere con manette al posto dei simboli dell'Olimpiade. La sua corsa infatti ha toccato ieri Pyongyang, alleato fedele di Pechino, e la capitale della Corea del Nord ha riservato ai cinesi lo spettacolo che si attendevano, con quelle coreografie che tanto piacciono al paese del fresco mattino e al monarca dalla faccia imberbe che lo comanda. I cinesi sono gli unici padrini della dinastia dei Kim. Gli stessi che disinnescarono la bomba a tempo accesa dai nordcoreani quando decisero di levare i sigilli Aiea dai loro reattori e che contribuirono a raffreddare la crisi inventando il tavolo negoziale che, a cadenze più o meno fisse, si riunisce a Pechino. Uno sgarbo nei loro confronti sarebbe stato impensabile...

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giovedì 20 marzo 2008

TIBET, LA SVOLTA DI GORDON BROWN

Un'immagine dalla manifestazione per il Tibet di ieri a Roma in Campo de' fiori

“La situazione è davvero tesa e si sente una pesante presenza militare. Vedo numerosi convogli dell'esercito dirigersi verso Lhasa...”. Passando attraverso le maglie della censura le testimonianze filtrano continuamente dal paese che non c'è. Quest'ultima, rigorosamente anonima e arrivata al servizio e-mail della Bbc, conferma quanto raccontano altre fonti tibetane: “movimenti di truppe” che dicono non soltanto dei timori di Pechino su una protesta tutt'altro che spenta, ma anche il fatto che la rivolta continua, seppur con forme diverse e del tutto spontanee. Gansu, Hezuo,Sichuan, Aba, Qinghai sono i nomi di un nuovo dizionario geografico che abbiamo imparato in questi giorni. Sono i toponimi delle provincie cinesi in cui l'amministrazione imperiale di Pechino ha diviso il Tibet storico oltre la provincia autonoma propriamente detta e sono i luoghi, le località, i monasteri dove la protesta non si ferma. Circolano filmati con cavalieri tibetani che sembrano usciti da un vecchio film, studenti e maestri che strappano bandiere cinesi e innalzano la colorata tela con le insegne tibetane, cortei spontanei, monaci che mostrano i pugni...Girano le fotografie sui siti del dissenso: corpi ammassati, fori di proiettile nella carne dei cadaveri, sfregi, sangue. E' la ritualità macabra della morte che riesce a uscire dal paese delle nevi perenni e che racconta quello che non abbiamo visto 49 anni fa, nel 1959, o durante la repressione dell'88-'89.
Queste immagini devono aver visto anche Gordon Brown e il Pontefice, i protagonisti politici – col Dalai Lama e Wen Jabao - della giornata di ieri. E mentre Benedetto XVI trovava il coraggio di dire le parole che tutti si aspettavano da lui - e che si sono concluse con un appello al negoziato - che con il Dalai Lama condivide il peso di orientare le coscienze dei fedeli, il primo ministro britannico telefonava a Wen Jabao. Mosso forse anche dalle tante iniziative della società civile, dalle parole sempre più forti che qualche leader ha iniziato a pronunciare, dalle iniziative che qualche cancelleria ha preso (l'Italia ponendo sul piatto la missione della troika Ue in Tibet) il premier britannico è riuscito a scucire all'omologo cinese una prima disponibilità: la disponibilità ad avere colloqui con il Dalai Lama. Con delle condizioni, certo, ma se resta confermato quanto riferito da Gordon Brown, prima in parlamento e poi parlando coi giornalisti, quella di ieri diventa le prima svolta considerevole dopo il profluvio di insulti inoltrati dallo stesso Wen alla “cricca” del Dalai Lama.
Il primo ministro del Regno Unito – riferiscono le agenzie - aveva detto ieri nel corso del question time ai Comuni che avrebbe incontrato il Dalai Lama in maggio durante la visita prevista per allora da Sua santità a Londra. Decisione comunicata a Wen in mattinata e alla quale Brown aveva aggiunto le sue raccomandazioni dicendogli “chiaramente” che le violenze in Tibet devono cessare immediatamente, anche se il rapporto con la Cina è vitale per Londra. Brown ha poi rivelato che nel corso della sua conversazione telefonica il leader cinese si è detto disposto a colloqui con il Dalai Lama, ma ponendo precise condizioni: “a patto che vengano confermate due cose che il Dalai Lama ha già detto, ovvero che egli non sostiene la piena indipendenza del Tibet e che dice no alla violenza”. Gli Stati Uniti hanno subito commentato favorevolmente l'apertura.
Dal suo esilio di Dharamsala, nel Nord dell'India, il Dalai Lama ha intanto proposto ai cinesi di riprendere il dialogo sospeso da quasi due anni e ha poi chiesto agli organizzatori della marcia tibetana verso la frontiera indo-cinese di sospenderla, come ha riferito Sergio D'Elia, tornato ieri dall'India per presenziare alla convocazione delle commissioni esteri di Camera e Senato riunite su sua richiesta ieri mattina.
Mentre la diplomazia dunque batte un colpo sarebbero intanto 160 le persone che si sono consegnate alle forze di sicurezza a Lhasa, prima della scadenza dell'ultimatum fissato per la mezzanotte di lunedì 17 marzo. Ora la preoccupazione è quel che succederà agli arrestati. Le notizie che provengono da Lhasa non sono affatto rassicuranti ma il fatto che la comunità internazionale si stia muovendo forse può aiutare a cambiare le cose. E a proteggere dunque anche il loro incerto destino.
(Questo articolo è uscito oggi anche su Il Riformista)