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mercoledì 15 giugno 2016

Dopo Orlando: oltre la pista islamo qaedo daeshista. Le armi in pugno

La piaga della diffusione di pistole e fucili tra i privati. Negli Usa sono 89 ogni cento abitanti. La percentuale più alta del pianeta


Negli Stati Uniti ogni giorno in media 36 persone vengono uccise da armi da fuoco. La metà di loro sono giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni; un terzo sono giovanissimi con meno di 20 anni. Per aggiungere un altro dato, tra queste trentasei vittime quotidiane (il bilancio esclude i suicidi), nel 2015 circa il 50% sono stati afroamericani che rappresentano solo il 6% della popolazione. E son stati proprio i controversi omicidi di afroamericani ad aver rialimentato, negli ultimi 12 mesi, il dibattito e la polemica sulla diffusione delle armi in America.

Anche la strage di Orlando ha finito, per forza di cose, per riportare il problema del possesso diffuso di armi nel dibattito pre elettorale. Ma l’insieme dei commenti, in America e altrove, sembra prestare poca attenzione al fatto che gli Stati Uniti sono il Paese dove circola liberamente il maggior numero di piccole (e grandi) armi del pianeta. La ricerca del “lupo solitario”, della pista islamo qaedo daeshista o dei motivi, materiali o psicologici, che spingono qualcuno ad ammazzare uomini come formiche, è più seducente che risollevare una vecchia polemica con la quale gli americani non riescono a fare i conti e con la quale anche Obama ha perso un’altra battaglia. Se però si dà un’occhiata alle tabelle, i dati parlano chiaro. I Paesi dove si muore di più per colpa di un’arma da fuoco sono quelli in guerra: Afghanistan o Irak ma, appena dopo le nazioni in conflitto, appaiono gli Usa. Nel mondo girano - secondo lo Small Arms Survey- circa 875 milioni di armi leggere (pistole, fucili, carabine e mitragliatrici), prodotte da oltre un migliaio di aziende in circa cento Paesi per un giro d’affari di circa sei miliardi di dollari all’anno. Chi le possiede? Soldati, poliziotti, guardie? In minima parte

martedì 17 marzo 2015

Armi, chi compra e chi vende

I dati contenuti nel rapporto annuale del Sipri, istituto internazionale che studia il commercio delle armi e ha base a Stoccolma,  sono sempre una lettura importante e interessante. Soprattutto per noi, Paese a vocazione pacifista. Archivio Disarmo ne ha fatto una sintesi che mi permetto di riportare proprio perché puntualizza la posizione del nostro Paese. I  cinque maggiori esportatori nel 2010-14 sono stati Stati Uniti, Russia, Cina, Germania e Francia e i cinque maggiori importatori sono stati India, Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti (EAU) e Pakistan. E l'Italia? Come si vede dal grafico accanto è ben piazzata: all'ottavo posto (non eravamo appunto l'ottava potenza mondiale?).



Vediamo intanto i big: l'export armato  statunitense ha visto un incrementato del 23% tra il 2005–2009 e il 2010–14, diretto a 94 acquirenti. L'export cinese è cresciuto del 143% tra il 2005–2009 e il 2010–14 e così la Cina passa dal 3 a 5% delle esportazioni mondiali. Anche Mosca ha aumentato il suo export del 37 % tra il 2005–2009 e il 2010–14, fornendo armi a 56 stati (e alle forze ribelli in Ucraina) nel 2010–14. Le esportazioni tedesche dei maggiori sistemi d'arma, invece, sono diminuite del 43% tra il 2005– 2009 e il 2010–14. Invio a 55 stati. Eccoci a noi: Roma si piazza all'ottavo posto a livello mondiale prima di Ucraina e Israele, esportando agli EAU (9% del suo export totale), India (9%) e Turchia (7%). L'Italia si segnala per l'accresciuto export di UAV (droni). In totale, le esportazioni italiane tra il 2005–2009 e il 2010–14 sono cresciute di oltre il 30% (a sinistra la tabella degli importatori).

Archivio Disarmo sottolinea che si  è in attesa della relazione governativa sull'export militare italiano nel 2014, che a breve dovrebbe essere consegnata - ai sensi della legge 185/90 - al Parlamento italiano. "Peraltro, nel corso degli anni, tale relazione - scrive Maurizio Simoncelli di AD -   è diventata sempre meno trasparente e più opaca, mentre la rispondenza ai criteri fondanti la legge (non esportazioni a paesi in guerra, dittature o assenza di rispetto dei diritti umani) appare sempre meno stringente, come hanno dimostrato lo scorso anno la consegna dei caccia da addestramento e da bombardamento leggero M346 ad Israele, proprio all'inizio dell'ennesimo conflitto "Margine di protezione" contro i palestinesi, o le forniture all'Arabia Saudita (48 contratti), agli Emirati Arabi Uniti (23 contratti) e all'Oman (8 contratti), noti per il loro scarso rispetto dei diritti umani".




venerdì 6 dicembre 2013

LETTURE CONSIGLIATE: L'IRAN DI ARCHIVIO DISARMO

Tra le pubblicazioni di Archivio Disarmo (l'istituto di ricerca fondato da Luigi Anderlini  che studia i problemi del controllo degli armamenti, della pace e della sicurezza internazionale) è uscito da poco L’accordo di Ginevra sul nucleare iraniano del 24 novembre 2013 di Roberta Daveri, una ricercatrice che fa il punto sul negoziato, sul dietro le quinte dell'accordo esui suoi fautori e detrattori, fuori e dentro i Paesi che l'anno siglato.


L'abstract:
Al termine di due mesi di intenso negoziato, nella notte tra il 23 e il 24 novembre 2013, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania (P5 +1) hanno siglato con l’Iran il primo elemento di un accordo quadro in grado di portare nel corso dei prossimi sei mesi alla negoziazione di un “accordo complessivo” sul tema del nucleare. In cambio, il gruppo P5 +1 hanno deciso di eliminare parte delle sanzioni contro Teheran. L’accordo siglato a Ginevra può giustamente essere visto come prodromico a una fase di “limbo” in cui l’Iran e gli Stati Uniti valuteranno l’affidabilità delle intenzioni e delle azioni della controparte. Tutto ciò allo scopo di individuare concretamente i termini e le modalità di una graduale ripresa delle relazioni per la normalizzazione dei rapporti diplomatici. Nell’entusiasmo generale, tuttavia, non mancano già gli ostacoli causati dalla presenza di diversi interessi in gioco.


(in inglese)
After two months of intense negotiation, during the night between 23 and 24 November 2013, the five permanent members of the UN Security Council plus Germany (P5 +1) have signed with Iran the first element of a framework agreement that can lead, in the next six months, to parley a comprehensive agreement about the Iranian nuclear issue. In return, the P5 +1 have decided to remove part of the sanctions against Teheran. This ultimate agreement signed in Geneva, moreover, can rightly be seen as forerunner to a limbo phase in which Iran and the United States will assess each other the reliability of their intentions and actions, in order to identify concretely terms and conditions for a gradual resumption of diplomatic relations. In the general enthusiasm for this first result, however, there are already obstacles caused by the existence of different interests at stake.

venerdì 12 luglio 2013

AFGHANISTAN: LA PUBBLICAZIONE DI ARCHIVIO DISARMO

Da oggi è disponibile online il saggio "Afghanistan", un nuovo paper di Archivio Disarmo che fa il punto sulla situazione afgana. E' il lavoro di un gruppo di ricercatori (Marina Aragona, Vincenzo Gallo, Eleonora Menozzi, Fabio Carlini) che risulta particolarmente interessante, a parte il sintetico riepilogo storico generale, nella parte che riguarda il nuovo esercito afgano e la spesa militare nel Paese, oggetto tra l'altro di un recente accalorato dibattito dopo che gli americani hanno ventilato l'ipotesi di un ritiro totale di soldati l'anno prossimo, nuova indiscrezione di stampa secondo cui Obama starebbe valutando una "zero option" per il dopo 2014. Ipotesi francamente degna di qualche dubbio. Karzai l'ha definita una "mossa tattica".

mercoledì 10 luglio 2013

CARA DIFESA




Quanto spende l'Italia per la Difesa e quanto contano in questo quadro la nuova legge voluta a fine legislatura dall'ex ministro Di Paola e gli acquisti di nuovi caccia e navi per aeronautica e marina? Risponde un dossier di Archivio Disarmo, che da anni si occupa di armamenti ma anche di come potrebbe o dovrebbe essere il nostro modello di Difesa. La ricerca (Fulvio Nibali: La spesa militare in Italia – Rapporto 2013), parte dalla considerazione che mentre ogni anno 15 milioni di persone muoiono per malattie legate a scarsità e qualità di cibo e acqua e che la Banca Mondiale ha stimato che per debellarle occorrerebbe investire annualmente 200 miliardi di dollari, un decimo di questa cifra è quel l'Italia da sola spende ogni anno per la Difesa.

L'Italia, scrive il rapporto, è in linea con un trend mondiale che anziché debellare malattie endemiche si dedica al gioco della guerra in un quadro che vede una crescita costante della spesa militare che, senza considerare quella per il mantenimento degli arsenali nucleari, ammonta a più di 1700 miliardi di dollari.

Dei venti miliardi circa la metà sono stipendi (in crescita) mentre il comparto investimenti subisce una leggera flessione (3,3 mld nel 2013 e 3 nel 2015). Ma quel che preoccupa i ricercatori è soprattutto dove vanno i soldi: il programma F-35 Joint Strike Fighter fa la parte del leone: “I ritardi nello sviluppo e nella consegna dei velivoli, uniti a evidenti difetti di progettazione, hanno fatto lievitare i costi fino a 127 milioni di euro stimati per unità... sollevando sempre più spesso l’ipotesi secondo cui sarebbe meglio rinunciare al programma e destinare le risorse economiche ad altri settori dell’economia”. Ma dice il rapporto “se il prezzo unitario è lievitato in maniera così esponenziale, l’esborso per 90 aerei sarebbe comunque superiore a quello previsto per i 131 originariamente ipotizzati” e la riduzione del numero di caccia “sarebbe senza effetti economici concreti”. Sotto accusa anche la famosa “creazione di 10mila posti di lavoro in Italia...che fonti sindacali assicurano non saranno più di 1.500”. Infine, aggiunge il rapporto, non essendo stato firmato il contratto definitivo “eventuali penali per il mancato acquisto non esistono”. La spesa incide parecchio: “gli stanziamenti previsti per gli anni 2012 e 2013 relativi allo sviluppo del caccia ammontano a 548,7 e a 500,3 milioni...i più consistenti dell’intero bilancio della Difesa”. Fronte mare: la Marina ha annunciato l’acquisto di dodici navi con un costo unitario di 250 milioni per un totale di 3 miliardi. Navi dual use, utilizzabili per far fronte a catastrofi naturali ma “con la possibilità di ospitare centrali di controllo e armamenti come missili e siluri”.

Difenderci da cosa?
Il rapporto ragiona sulle sfide elencate dal penultimo governo (che restano la linea guida di quello odierno): terrorismo internazionale, armi di distruzione di massa, minacce all'accesso alle risorse e alla sicurezza cibernetica. La risposta italiana, commenta il dossier, è “quasi esclusivamente militare...fa aumentare le spese e la quantità di armi in circolazione...fa aumentare quindi i rischi di guerre”. Scrive il rapporto che “sarebbe più opportuno impostare modelli di difesa capaci di gestire le emergenze e i rischi con strumenti alternativi e meno pericolosi”...ma in Italia - conclude – un “serio dibattito sulla politica internazionale e su un nuovo modello di difesa manca”. Aggiungiamo noi: il modello c'è ed è stato appena riverniciato di fresco da Di Paola. Cambiando tutto perché non cambi nulla: via un po' di militari e acquisto di nuove armi.