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giovedì 26 luglio 2018

Sangue sulla scheda in Belucistan

Alle sei pomeridiane di ieri le urne pachistane, aperte dalla mattina per eleggere i deputati dell’Assemblea nazionale – la Camera bassa del Pakistan – hanno chiuso i battenti dando luogo al conteggio dei voti espressi da una larga fetta degli oltre cento milioni di aventi diritto. Ma la giornata del voto, come si temeva nonostante il forte dispiegamento di soldati e poliziotti, è stato macchiato dal sangue come accade spesso in questo grande ma disgraziato Paese. Succede a Quetta quando aprono i seggi. Nella capitale del Belucistan, provincia riottosa del confine occidentale e che ha già pagato un altissimo tributo di sangue durante la campagna elettorale, un kamikaze si fa strada tra la gente che va a votare. Ma viene intercettato e si fa esplodere fuori dal seggio: uccide oltre trenta persone e altrettante ne ferisce. Qualche ora dopo, tramite l’agenzia Amaq, il sedicente Stato Islamico rivendica.

La giornata trascorre poi con episodi minori (ma anche con vittime e ferimenti) che vedono al lavoro poliziotti (450mila) e soldati (370mila) in veste di controllori. Scattano le manette, altrove si spara ma poi le operazioni di voto si svolgono nella “calma” sospesa che ha caratterizzato la vigilia mentre gli adepti di Al Bagdadi preparavano la strage. Forse gli stessi che, a metà luglio, hanno firmato la strage sempre in Belucistan dove in un solo giorno hanno ucciso quasi 150 persone che seguivano le mosse di un partito autonomista moderato in ascesa. Perché, viene da chiedersi, proprio lì, tutto sommato marginale al confine con Iran e Afghanistan? Lì è forte autonomismo e secessionismo, la criminalità organizzata ha buone basi, la guerriglia scessionista ha i suoi santuari. Lì intingono la penna i servizi segreti di molti Paesi, quelli indiani in primis.

Il Belucistan è sia una provincia marginale – povera e ai confini del mondo pachistano propriamente detto concentrato su Punjab e Sindh - sia un luogo strategico. Non è solo la porta d’accesso all’Iran sciita e non è solo il luogo che i talebani afgani hanno eletto a domicilio nella città “afgana” di Quetta dove ha sede la shura più importante, il Consiglio politico guidato da mullah Akhundzada, leader dei talebani e che a fatica governa il disomogeneo movimento dei turbanti armati. Il Belucistan è anche il luogo dove ha sede il porto di Gwadar, nato con soldi cinesi per portare gas e petrolio dal Golfo – o meglio dall’Iran – alle assetate industrie del Pakistan, dell’India e ovviamente della Cina. Con tutti quegli occhi addosso, il Belucistan è un posto difficile nel quale si aggiungono tensioni etnico religiose. E’ Quetta la località dove gli Hazara afgani – minoranza sciita vessata in patria – scelgono di andare quando decidono di lasciare una patria che non li protegge e tentare il grande salto verso l’Europa. Ed è a Quetta che i gruppi settari pachistani, non estranei ai circuiti di finanziamento mediorientali, fanno strage di sciiti colpendo una comunità di paria per religione e tratti somatici (turco mongoli).

Ed è ancora il Belucistan la regione dove i maneggi della Lega Nawaz, il partito di centrodestra dominante che in questi giorni è alla prova del fuoco, ha perso consensi in favore di un nuovo partito beluci nato proprio per dissidi interni al partito (a sua volta diviso in due fazioni nazionali): il Baluchistan Awami Party, così duramente colpito durante la campagna elettorale. Dietro all’estremismo islamico radicale si muovono da sempre padrini molto poco religiosi e che, in passato, hanno usato gruppi settari e radicali per fini politici interni. E’ così anche adesso?
Comunque si è votato e tra poco si saprà chi ha vinto la corsa.

lunedì 18 giugno 2018

Un bilancio della tregua afgana e un consiglio al governo italiano

Mentre il convoglio partito dall’Helmand 38 giorni fa è arrivato stamane a Kabul, si può tentare un bilancio della tregua decisa da governo e talebani in Afghanistan. Ghani lancia la proposta di otto giorni di cessate il fuoco a cavallo di Eid el-fitr, la festa che celebra la fine del digiuno rituale. I talebani aderiscono all’idea per soli 3 giorni (da giovedi notte a domenica notte). Ghani in seguito si spinge a proporre un prolungamento cui chiede aderiscano anche i turbanti in armi. I talebani dicono no e aggiungono che la loro non è stata una decisione dovuta all’appello del governo ma una scelta autonoma che comunque prevedeva una tregua solo con gli afgani e non con gli stranieri. Da oggi, a loro dire, riprende la guerra contro invasori e “puppet” locali. Ma il dato resta. La tregua ha funzionato con scene incredibili di abbracci e strette di mano tra talebani e parenti ma anche con soldati e ufficiali dell’esercito. Molti guerriglieri sono entrati nelle città e nei villaggi - dove da anni non possono mettere piede – aderendo alla richiesta che non lo facessero armati.

La tregua ha tenuto e, trattandosi della prima in assoluto, si conferma un successo totale. La speranza di un prolungamento era appunto una speranza e può anche darsi che abbiano influito i due attentati nella provincia di Nangarhar (uno dei quali rivendicato dallo Stato islamico) che hanno ucciso civili, soldati e talebani facendo scattare, da quel momento, il divieto per i guerriglieri di recarsi a incontri con parenti o soldati. Lo Stato islamico ce l’ha messa tutta per far deragliare questa anticamera di uno spazio negoziale, ma le sue stragi hanno solo un effetto tattico e in realtà rafforzano il desiderio di pace.

E' un desiderio che è ormai esploso pubblicamente e di cui la marcia di circa 800 chilometri dall’Helmand è il segno. La gente comune vuole la pace, dall’Helmand a Kunduz, da Herat a Kabul. Le donne di Helmand ieri hanno chiesto ai talebani di aderire al prolungamento della tregua e gli attivisti della marcia sono pronti a consegnare a governo e talebani un piano in 4 punti: estensione del cessate il fuoco; colloqui di pace tra governo e talebani; accordo su leggi condivise; ritiro delle truppe straniere. Programma chiaro, condivisibile e accettabile.

Cosa succederà adesso? Un successo raggiunto non è per forza l’apertura di una via maestra senza intoppi ma se la tregua ha funzionato è anche perché la gente comune si è data da fare: marciando, protestando, alzando la voce, reiterando le richieste. La saggezza imporrebbe a governo e talebani – ma anche a noi stranieri – di capire che l’occasione è storica. E se davvero volessimo la pace, noi occidentali che ce ne riempiamo sempre la bocca, dovremmo essere i primi a sostenere le proposte dei marciatori, cioè del popolo afgano. Vediamo se il governo pentasalvinato – espressione di due gruppi da sempre favorevoli al ritiro – batterà un colpo. Per ora non mi pare che abbia detto mezza parola (a parte 4 righe in un comunicato della Farnesina del 17 giugno peraltro bilanciate da una trentina sull'incontro tra Moavero e Jens Stoltenberg a Roma il 10). Del resto anche Trump era per il ritiro delle truppe salvo poi decidere di triplicare i bombardamenti.

domenica 3 marzo 2013

GRILLO, BERSANI E LE BOMBE DEL GULISTAN

Ho notato con grande soddisfazione che aver postato la foto di un bombardamento italiano di due giorni fa nel Gulistan ha suscitato tantissime reazioni (la ripubblico ingrandita perché è la prima che vedo: mi è stata gentilmente veicolata dall'Aeronautica) segno forse che l'abitudine alla guerra non ha toccato tutti i cuori e le coscienze del mio Paese. Un Paese che, senza nemmeno un decente passaggio parlamentare, ha deciso l'estate scorsa, per scelta del ministro tecnico Di Paola, di armare i nostri caccia in Afghanistan, fino ad allora impegnati in sole azioni ricognitive. La notizia all'epoca di reazioni ne suscitò davvero pochine. Ci fu solo l'Idv a prendere posizione con un'interrogazione parlamentare da cui uscì una conferma: ebbene si, siamo cresciuti, bombardiamo anche noi. Quante volte e con che effetti non è dato sapere. Importante era che ci si abituasse all'idea. Passata sotto silenzio dai maggiori partiti dell'Italia repubblicana, dal Pd al Pdl.

Mi ha scritto un sostenitori del M5S per dirmi che Grillo sulla guerra ha le idee chiare. Ma aihmé anche Beppe Grillo ha passato quelle bombe sotto silenzio. Si certo, sin dal 2002 se non erro ha detto che quella guerra era sbagliata e che bisognava riportare a casa i nostri. Sufficiente? Penso di no. Una posizione simile l'hanno avuta in tanti, articolandola in modi diversi, dall'Idv a Sel, passando per la Lega Nord che, pur essendo al governo, parlò alla pancia del popolino: via dalla guerra, tutti a casa.

Riportare i soldati a casa ormai è solo questione di tempo (entro il 2014 Nato dixit) anche se per ora non si sa con che tempi e con che modi, una delega in bianco lasciata a Di Paola, che decida con comodo. Nessuno, se non uno sparutissimo gruppo di parlamentari (dell'Idv) gli ha mai fatto le pulci. Nessuno, a iniziare dal Pd, ha chiesto chiarezza. Nessuno ha parlato del futuro. Che faremo dopo? E l'Afghanistan lo lasciamo così? E di quelli che temono la guerra civile che facciamo? Diamo loro asilo politico quando saremo tutti tornati a casa? Che facciano pure domanda da Patrasso, dove di solito arrivano a piedi, a un Paese che in materia è piuttosto sordastro.

So di affrontare un argomento così scomodo e negletto da diventare fastidioso. C'è chi ha detto che il pacifismo è roba d'altri tempi. Ma qui non è questione di essere solo pacifisti. Mentre infuria la polemica sul governo, gli Amx partono dalle loro basi e sparano. Non è solo che questo ci costa caro, è che dall'aria si commettono errori da cui troppo spesso non si torna più indietro. Ogni giorno di non governo è un missile in più. Ogni giorno passato a prendere le misure anche. E poi vedremo quando chi andrà a Montecitorio prenderà in mano la matassa. Comincino a dire che gli Amx devono restare a terra. Li facciano tornare a casa prima dei soldati. Spendano una parola sulla guerra più odiosa, quella dall'aria. Chi avrà il coraggio di farlo si prenderà il mio voto. Sono disposto a sacrificare l'ideologia se si salva anche solo una vita umana. Anche se è così lontana che la sua morte non fa rumore. Come le bombe nel Gulistan.