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mercoledì 22 agosto 2018

Bombe e confusione a Kabul nel giorno di Eid

Figlia della grande confusione politica che regna sotto il cielo afgano, la guerra infinita si è arricchita ieri - nel giorno della celebrazione di Eid al-Adha, il sacrificio di Abramo - di un nuovo capitolo. E mentre Ashraf Ghani stava mandando al popolino il suo messaggio di “Eid Mubarak” - a due giorni dalla richiesta del presidente afgano di una nuova tregua - i miliziani dello Stato islamico hanno lanciato razzi sul palazzo presidenziale e sulla “zona verde” delle ambasciate. Arrivati in città con un paio di furgoncini si sono nascosti nell’area vicina alla grande moschea di Eidgah e hanno iniziato a sparare: una trentina di razzi, che hanno colpit la zona del palazzo e quella dove si trova il quartier generale Nato, l’ambasciata americana (e la nostra). Poi hanno ingaggiato una battaglia durata tre ore che ha visto intervenire anche gli elicotteri da combattimento dell’esercito afgano a pochi giorni dall’ennesima prova di forza nella città di Ghazni: un attacco della guerriglia talebana durato cinque giorni. Quattro dei nove miliziani sono stati uccisi. Sei i feriti. In altre zone del Paese invece la festa e la preghiera non hanno registrato incidenti.

In attesa di avere un bilancio più preciso (come insegna la battaglia di Ghazni che dalle venti vittime
Ashraf Ghani: in cerca
di una tregua 
civili iniziali ha visto salire il bilancio a 200-250 di cui molti uccisi dal fuoco amico dei raid statunitensi) qualche considerazione va fatta. Quando lunedi Ghani ha lanciato l’idea di una nuova tregua che, a partire dalla vigilia di Eid, avrebbe dovuto estendersi sino al 21 novembre (capodanno del Profeta) e quindi coprire il periodo elettorale, non molti avevano scommesso sull’adesione dei talebani anche se alcune fonti la davano per possibile. L’idea del presidente è piuttosto sembrato l’atto di chi conta forse su un movimento guerrigliero disomogeneo da cui è lecito aspettarsi di tutto. Forse anche una spaccatura. Ma la decisione unilaterale, condizionata all’adesione talebana, si è rivelata alla fine una dimostrazione di debolezza: i talebani non hanno risposto, a pochi giorni dalla prova di forza di Ghazni dove hanno tenuto in scacco la città quasi una settimana. I razzi di Daesh sono stati la cigliegina sulla torta e la tregua di Eid el-Fitr di metà giugno scorso, durata tre giorni e figlia della pressione popolare pacifista che si va allargando nell’intero Paese, è rimasta una goccia nel mare quando gli americani – a sorpresa – han fatto sapere di essere pronti a colloqui diretti coi talebani.

Concordata o meno con Ghani, la mossa ha per forza spiazzato il governo di Kabul che ha sempre fatto dei negoziati interafgani un punto fermo. Gli americani han sparigliato le carte senza però prendere una posizione ufficiale chiara: con contatti più o meno segreti e aprendo un canale che non contempla la presenza del governo di Kabul né di rappresentanti pachistani. Con quale effetto? Quello di aumentare la confusione.

Lo si capisce dal messaggio per Eid al-Adha che mullah Akhundzada, il capo della shura di Quetta, ha appena scritto: “... Eid-ul-Adha si avvicina mentre il nostro jihad contro l'occupazione americana è alle soglie della vittoria grazie ad Allah… gli invasori infedeli hanno perso ogni volontà di combattere, la loro strategia è fallita… gli arroganti generali americani sono stati costretti a piegarsi...”. I talebani hanno in effetti appena ridicolizzato i militari stellestrisce, che si eran detti sicuri che la guerriglia non sarebbe più entrata nelle città. Inoltre, vorrebbero negoziare ma continuano i raid, come è successo a Ghazni, con case distrutte e famiglie decimate come denunciato dai residenti.

Se mai i talebani volessero aderire a una tregua, possono ora farlo da una posizione di forza anche se la prudenza è d’obbligo. La guerriglia non ha infatti alcun interesse a creare condizioni pacifiche per le elezioni di ottobre che si svolgeranno in questo quadro confuso e violento che già ha caratterizzato l’iscrizione alle liste elettorali. Lo stesso quadro con cui Kabul andrà a Ginevra in settembre per stabilire le priorità che la  comunità internazionale dovrà in seguto finanziare. Con documenti, dice una fonte locale, che contengono esattamente gli stessi problemi del 2001. Gli stessi di... diciotto anni fa

Articolo uscito oggi su il manifesto

giovedì 26 luglio 2018

Sangue sulla scheda in Belucistan

Alle sei pomeridiane di ieri le urne pachistane, aperte dalla mattina per eleggere i deputati dell’Assemblea nazionale – la Camera bassa del Pakistan – hanno chiuso i battenti dando luogo al conteggio dei voti espressi da una larga fetta degli oltre cento milioni di aventi diritto. Ma la giornata del voto, come si temeva nonostante il forte dispiegamento di soldati e poliziotti, è stato macchiato dal sangue come accade spesso in questo grande ma disgraziato Paese. Succede a Quetta quando aprono i seggi. Nella capitale del Belucistan, provincia riottosa del confine occidentale e che ha già pagato un altissimo tributo di sangue durante la campagna elettorale, un kamikaze si fa strada tra la gente che va a votare. Ma viene intercettato e si fa esplodere fuori dal seggio: uccide oltre trenta persone e altrettante ne ferisce. Qualche ora dopo, tramite l’agenzia Amaq, il sedicente Stato Islamico rivendica.

La giornata trascorre poi con episodi minori (ma anche con vittime e ferimenti) che vedono al lavoro poliziotti (450mila) e soldati (370mila) in veste di controllori. Scattano le manette, altrove si spara ma poi le operazioni di voto si svolgono nella “calma” sospesa che ha caratterizzato la vigilia mentre gli adepti di Al Bagdadi preparavano la strage. Forse gli stessi che, a metà luglio, hanno firmato la strage sempre in Belucistan dove in un solo giorno hanno ucciso quasi 150 persone che seguivano le mosse di un partito autonomista moderato in ascesa. Perché, viene da chiedersi, proprio lì, tutto sommato marginale al confine con Iran e Afghanistan? Lì è forte autonomismo e secessionismo, la criminalità organizzata ha buone basi, la guerriglia scessionista ha i suoi santuari. Lì intingono la penna i servizi segreti di molti Paesi, quelli indiani in primis.

Il Belucistan è sia una provincia marginale – povera e ai confini del mondo pachistano propriamente detto concentrato su Punjab e Sindh - sia un luogo strategico. Non è solo la porta d’accesso all’Iran sciita e non è solo il luogo che i talebani afgani hanno eletto a domicilio nella città “afgana” di Quetta dove ha sede la shura più importante, il Consiglio politico guidato da mullah Akhundzada, leader dei talebani e che a fatica governa il disomogeneo movimento dei turbanti armati. Il Belucistan è anche il luogo dove ha sede il porto di Gwadar, nato con soldi cinesi per portare gas e petrolio dal Golfo – o meglio dall’Iran – alle assetate industrie del Pakistan, dell’India e ovviamente della Cina. Con tutti quegli occhi addosso, il Belucistan è un posto difficile nel quale si aggiungono tensioni etnico religiose. E’ Quetta la località dove gli Hazara afgani – minoranza sciita vessata in patria – scelgono di andare quando decidono di lasciare una patria che non li protegge e tentare il grande salto verso l’Europa. Ed è a Quetta che i gruppi settari pachistani, non estranei ai circuiti di finanziamento mediorientali, fanno strage di sciiti colpendo una comunità di paria per religione e tratti somatici (turco mongoli).

Ed è ancora il Belucistan la regione dove i maneggi della Lega Nawaz, il partito di centrodestra dominante che in questi giorni è alla prova del fuoco, ha perso consensi in favore di un nuovo partito beluci nato proprio per dissidi interni al partito (a sua volta diviso in due fazioni nazionali): il Baluchistan Awami Party, così duramente colpito durante la campagna elettorale. Dietro all’estremismo islamico radicale si muovono da sempre padrini molto poco religiosi e che, in passato, hanno usato gruppi settari e radicali per fini politici interni. E’ così anche adesso?
Comunque si è votato e tra poco si saprà chi ha vinto la corsa.

martedì 15 maggio 2018

Indonesia. Il ritorno del califfo

Dopo che per due giorni Surabaya, la seconda città dell’Indonesia, è stata macchiata da una tragica scia di sangue, montano le pressioni sul parlamento di Giacarta perché voti una legge ad hoc - già sottoposta dall’esecutivo nel febbraio 2016 - che garantisca pieni poteri all’anti terrorismo. Tutto comincia domenica, quando un’intera famiglia – genitori e figli anche minorenni – scelgono tre chiese cristiane – cattoliche e protestanti - per farsi saltare all’ora della messa. Il giorno dopo altri kamikaze  (ancora una famiglia) scelgono invece il quartiere generale della polizia. Fa da cornice un’esplosione in una casa privata che segna il fallimento di un attentato in fieri e la morte dell’artificiere. Il bilancio, forse ancora provvisorio, è di 25 morti e 47 feriti, rivendicati dallo Stato islamico.
Un duro colpo dopo mesi di calma (relativa) costellata di piccoli episodi, attentati andati a vuoto, perquisizioni e retate dell’intelligence da quel 2016 in cui affiliati al califfato avevano colpito nel pieno centro di Giacarta. Oggi gli inquirenti puntano l’indice sul gruppo Jamaah Ansharut Daulah (Jad), perché Dita Upriarto, il padre folle che ha guidato la sua famiglia contro le chiese, ne sarebbe stato il capo a Surabaya. Jad (anche nota come Jamaah Ansharut Tauhid) è un gruppo filo Califfato creatosi da una costola della Jemaah Islamiyah, organizzazione clandestina filoqaedista ormai praticamente smantellata e ritenuta la responsabile della strage di Bali del 2002.

Dal presidente Joko Widodo alle organizzazioni islamiche si chiede ora al parlamento di approvare velocemente (forse già in settimana) misure che garantiscano all’antiterrorismo e alla sue cellule esecutive (come la famigerata Densus 88) di poter eseguire arresti anche solo in base a sospetti e non soltanto in presenza di azioni criminali. Il grande timore viene da un migliaio di indonesiani partiti per la Siria quando a Raqqa governava il califfo e che sarebbero tornati a casa. Dita era tra questi.

Il volume A Oriente del Califfo
Dal 2016 in avanti, quando ci fu l’attacco al cuore di Giacarta, le cose sembravano essere sotto controllo anche se gli obittivi del neo califfato in Asia orientale restavano abbastanza indefiniti e in parte dormienti: tutto infatti, scrive Guido Corradi nel volume A oriente del califfo: il progetto dello Stato Islamico per la conquista dei musulmani non arabi – “può rappresentare un obiettivo funzionale alla politica del terrore dello Stato islamico e nello stesso tempo un segnale di risposta alle azioni militari contro di esso in Siria ed Iraq. Comunque sia, rimane il fatto che (l’attentato a Giacarta) è uno fra i primi e più gravi compiuto da affiliati al Califfato nell’intero Sudest asiatico. Certamente non il primo, in Indonesia, di matrice fondamentalista islamica. Infatti nel corso di questo nuovo secolo non sono mancate aggressioni anche più gravi, per lo meno rispetto al bilancio delle vittime”. Bali appunto, al netto della presenza di un islam nazionale su posizioni molto moderate. “Più del 90% della popolazione aderisce alla scuola shafi’i, una delle quattro principali scuole giuridiche sunnite, ma molte sono ancora le anime dell’islam indonesiano, soprattutto a Giava dove si concentra oltre metà degli abitanti. Qui – scrive Corradi - in particolare nella parte centro orientale, è ancora molto forte il legame sincretico con l’antica cultura giavanese di matrice indo-buddista, quella degli abangan, che si identificano nella kejawen - la giavanesità - caratterizzata da un mistico e diretto contatto con il divino. In contrapposizione ad essi stanno i santri, gli ortodossi, che invece seguono forme di religione prive di sincretismi. Sempre a Giava sono nate nei primi decenni del secolo XX le due principali organizzazioni musulmane ancora oggi attive e significative per numero di adepti, circa 60 milioni: Nahdlatul Ulama e Muhammadyah”. Ed è proprio in queste organizzazioni che ora si chiede il pugno di ferro verso chi devia.

Il governo non può che apprezzare: l’attentato giunge al termine di una settimana che ha visto riunirsi a Giava teologi indonesiani, afgani e pachistani nel tentativo di organizzare una mediazione intraislamica per alimentare il processo di pace. Forse c’è persino una correlazione tra le bombe di maggio e la lontana guerra nell’Hindukush.

martedì 24 aprile 2018

La terza via (di pace) afgana

Mentre continuano gli attentati ai centri di registrazione per il voto di ottobre, entra nel secondo mese la protesta di un movimento pacifista autoconvocato. In Afghanistan e in Pakistan.

Sarebbero ormai una sessantina i morti dell’ultimo attacco stragista rivendicato dallo Stato islamico che domenica, a Kabul, ha ucciso in un quartiere a maggioranza sciita chi si stava registrando per le elezioni che si terranno in ottobre. Lo stesso giorno, nella provincia di Baghlan, un altro attentato uccideva sei persone, sempre in un centro di registrazione per il voto. La notizia delle stragi, ormai pane quotidiano da che anche gli emuli del califfato operano nel Paese, non è che l’ennesimo boicottaggio di un processo elettorale cui credono davvero in pochi. La mancanza di sicurezza gioca sicuramente a sfavore, ma c’è altro. La gente non ci crede, dicono i giornali afgani indipendenti, e sta per altro trovando nuove vie per dimostrare cosa vuole veramente: né col governo, né coi talebani, né ingerenze esterne ma una tregua pur che sia, come chiede ormai da un mese un vasto movimento autoconvocato dal basso e che raccoglie – già in diverse province – il vero sostegno popolare di cui non gode né il governo, né la guerriglia, né le truppe di occupazione.

I dati della registrazione elettorale parlano chiaro: in dieci giorni si sono registrate poco più di 290mila persone, ossia un segmento irrisorio degli aventi diritto. E un quarto di loro sono kuchi, i nomadi afgani (pashtun ma non solo) che, proprio grazie al loro nomadismo che li tiene un po’ fuori dai giochi, sembrano sfuggire più dei residenti ad attentati, bombardamenti e bombe sulla strada. La gente insomma non va volentieri a registrarsi: nel Paese ci sono 1400 centri per farlo di cui 83 del resto sono chiusi (20 dei quali nella capitale). Andrà a votare?

Il movimento pacifista, nato dal basso dopo l’ennesima strage a Lashkargah, in una delle aree più conflittuali del Paese, si è allargato a macchia d’olio con sit in, manifestazioni, scioperi della fame e una proposta a governo e guerriglia (e dunque alle forze straniere): tregua subito senza ma o se. La cosa – come spiega bene unrapporto uscito ieri dal centro di ricerca afgano Afghanistan Analysts Network – ha messo in imbarazzo sia la guerriglia in turbante, sia il governo, latore di un piano di pace sempre snobbato dai talebani. Adesso che la richiesta di pace viene dal popolino – analfabeta, ignorante, povero e disarmato, vessato dalla guerra e unico vero pagatore degli effetti del conflitto – i combattenti della fede sono spiazzati tanto quanto la leadership di Kabul. Il governo tace e manda emissari più o meno dissimulati. I talebani han fatto prima il muso duro (accusando i manifestanti di essere eterodiretti) poi han scelto un imbarazzato silenzio.


Reazioni spontanee hanno cominciato a fiorire prima nella provincia di Helmand (Lashkargah è la capitale) poi nella vicina Kandahar. Poi in giro per il Paese in ben 16 province, come testimonia il resoconto del ricercatore afgano Ali Mohammad Sabawoon: sit in di appoggio alla protesta dei famigliari delle vittime di Lashkargah si contano a Herat, Nimruz, Farah, Zabul, Kandahar, Uruzgan, Ghazni, Paktia, Kunduz, Kunar, Nangrahar, Balkh, Parwan, Daykundi, Maidan Wardak e Jawzjan. La novità consiste proprio nella resistenza nel tempo della protesta pacifica e nell’assenza di una leadership: un moto spontaneo che potrebbe essere un’occasione eccezionale per tutti. Per lo stesso governo, i talebani e l’insipiente diplomazia internazionale, chiusa nelle sue ambasciate-fortino che ormai non rilasciano più visti agli afgani. Colpevoli di cercare la pace nei Paesi dei loro supposti alleati.

Il fatto interessante è che nel vicino Pakistan accade qualcosa di molto simile. Qui c’è un movimento pashtun strutturato - Pashtun Tahaffuz Movement – e una piattaforma pragmatica che ha visto domenica a Lahore migliaia e migliaia di pashtun criticare governo e militari il cui pugno di ferro anti terroristico colpisce indiscriminatamente. La manifestazione era vietata ma la polizia è rimasta immobile anche se il governo ha obbligato molti media a censurare la notizia della protesta che, per l’establisment militare, sarebbe – guarda caso – eterodiretta. Si ripeterà a breve a Karachi. La protesta ha molto in comune con quella oltre frontiera. E a Islamabad, come a Kabul, come nelle montagne dove si rifugiano talebani pachistani e afgani, l’imbarazzo è palpabile.

giovedì 22 marzo 2018

Bombe sul nuovo anno

Il Nawroz è una ricorrenza tradizionale persiana che corrisponde all’equinozio di primavera e che celebra il nuovo anno: dall’Iran all’Albania, dalla Bosnia all’Azerbaigian. Sceglierla per fare strage, com’è avvenuto ieri in Afghanistan, sembra lontano da qualsiasi logica anche perché il nuovo anno lo celebrano sia sunniti sia sciiti. Il terrorista – lo Stato islamico ne ha rivendicato l’azione – che ieri si è fatto esplodere, ha scelto un’area, quella dell’Università non lontana da un luogo di culto, dove si può massimizzare il risultato perché è una delle zone maggiormente frequentata di Kabul, ci sia lezione o meno. Mentre scriviamo il bilancio delle vittime aveva già superato la trentina andandosi ad aggiungere morti a quello che proprio in questi giorni è stato ricordato anche dalla Commissione nazionale afgana per i diritti umani come l’anno peggiore per numero di vittime civili. Molte lo sono per stragi che avvengono in gran parte nella capitale, da sempre luogo prescelto per la sua eco mediatica ma ultimamente anche terreno di scontro tra talebani e Stato islamico in una sorta di rincorsa al suprematismo terrorista.

Al di là dell’attentato di ieri firmato dallo Stato islamico, una frangia di quel che resta del progetto di Raqqa e che si è ormai ridotta in Afghanistan ad atti stragisti dimostrativi, la sequenza di attentati delle ultime settimane (sabato scorso ai danni di una base di mercenari stranieri) sembra aver decretato la fine definitiva di qualsiasi speranza di negoziato tra le parti. Alcune settimane fa i talebani, in una lettera aperta ai cittadini degli Stati Uniti, avevano offerto un ramoscello d’olivo respinto da Washington ma subito raccolto dal governo afgano e con un’apertura senza precedenti per un dialogo interafgano con la guerriglia. Ma i talebani restano fermi sulla precondizione di un'uscita di scena delle truppe straniere e chiedono quindi semmai di parlare con gli americani e non con i loro “burattini” a Kabul.

In questa difficile situazione, in cui ogni possibile spiraglio negoziale è appeso a un filo, gli Stati Uniti, imbaldanziti dalle aperture di una piccola fazione talebana, hanno creduto che la mossa vincente risiedesse nella politica appena inaugurata da Trump: una carota appesa a un bastone. Gli Usa hanno triplicato le missioni aeree, dato luce verde alla Cia per raid anche in Afghanistan, aumentato le truppe in loco e, infine, messo a capo della diplomazia Mike Pompeo, già direttore della Cia e uno dei fautori della politica del bastone. Che però non ha dato i frutti sperati. Anziché cedere, i talebani hanno aperto una nuova stagione stragista mentre il governo di Kabul, troppo dipendente dai soldi e dalle decisioni americane, non ha la credibilità per poter condurre una trattativa con la guerriglia.

Al momento, l’unica speranza sembra quella di una guerra di logoramento progressivo che potrebbe indurre tutti a più miti consigli. A cominciare dagli eserciti occupanti. Stati Uniti in testa, ovviamente, ma anche Nato, Italia in primis. Il Paese col maggior numero di soldati dopo quelli americani che su questo dossier non ha una posizione.

venerdì 2 febbraio 2018

Dietro la nuova offensiva talebana

La guerra in sordina dell’Afghanistan, un conflitto che ogni anno reclama un sempre maggior numero di vittime, è tornata improvvisamente sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. L’esposizione mediatica è dovuta soprattutto a due attentati che, in rapida sequenza, hanno colpito la capitale e che portano la firma dei talebani, il movimento guerrigliero fondato da mullah Omar e oggi guidato da mullah Akhundzada. Il primo ha colpito il 20 gennaio l’hotel Intercontinental, un vasto edificio razionalista da sempre residenza di corrispondenti esteri e uomini d’affari che si trova su una collina alla periferia della città. L’assedio al commando asserragliato nell’edifico, durato quasi un’intera giornata, si è concluso con un bilancio di almeno 25 vittime, tra cui molti stranieri. Una settimana dopo, i talebani hanno colpito nel mucchio con una strage nel cuore della capitale: un’auto bomba – nascosta dalle insegne di un’ambulanza – è saltata in aria col suo conducente in un’area dove si affacciano gli uffici dell’Unione europea, alcune sezioni del ministero dell’Interno e, poco più in là, il quartier generale della polizia. La zona, sempre molto trafficata e non lontana dal municipio e dal gran bazar di Kabul, è frequentata da funzionari e poliziotti ma soprattutto da cittadini ordinari. Il bilancio ha superato i cento morti, in uno degli attentati più sanguinari della storia della capitale. A rendere ancora più tragica la sequenza di attentati talebani, è stato – qualche giorno dopo – la strage di oltre una decina di soldati sempre a Kabul e – alcuni giorni prima - l’assalto alla sede di una Ong internazionale a Jalalabad, nell’oriente afgano a ridosso del Khyber Pass. I terroristi hanno firmato i due massacri con la sigla dello Stato islamico: prendendo in ostaggio la sede di Save the Children e uccidendo membri del personale locale e dello staff internazionale di un organismo per la protezione dell’infanzia, gli emuli di Al-Bagdadi si sono assicurati la pubblicità che consente loro di dimostrare di essere sopravvissuti alle macerie di Raqqa…

venerdì 29 dicembre 2017

Lo Stato islamico nel caos permanente afgano

Sfiora i cento morti la prima grande  strage da iscrivere allo Stato islamico e al suo progetto del Grande Khorasan. Avviene a Kabul, nel luglio del 2016. Al Baghdadi ha già tentato di insediarsi sulla frontiera orientale e sta cercando adepti in Pakistan sfruttando la fragilità del cartello dei talebani pachistani riuniti sotto l’ombrello del Tehrek Taleban Pakistan (Ttp). La rivendicazione arriva rapidamente ma non servirebbe: la strage ha come obiettivo una manifestazione pacifica di hazara, la minoranza sciita del Paese, che si oppongono a un progetto idrico che bypassa la loro area. Da quel momento, sempre più in difficoltà sul piano militar-territoriale, invisi alla popolazione locale, inseguiti dai soldati afgani e della Nato ma, soprattutto, dai talebani, gli adepti del progetto di Al Baghdadi ripiegano sugli attentati. L’ ultimo è quello rivendicato ieri che colpisce infatti sciiti e giornalisti, questi ultimi entrati nel mirino dei terroristi assieme a chi devia, come gli hazara, dalla retta via. La scia è lunga: nel marzo di quest’anno lo Stato islamico entra in un ospedale militare e fa strage. In ottobre – non è l’ultimo né il primo attacco a un tempio sciita – una moschea è teatro di una mattanza di 39 persone. Gli episodi contro gli sciiti sono ricorrenti a Kabul e altrove.


Per i giornalisti il 2017 è un anno nero anche se la colpa non è solo degli islamisti ispirati da Raqqa (l’organizzazione Nai-Supporting Open media in Afghanistan lamenta 141 incidenti con accuse per il 44% dei casi al governo e per il 33% alla guerriglia). Ma se anche i talebani hanno colpito i media (famoso l’attacco a un pulmino di dipendenti di Tolo Tv) lo Stato islamico attacca in maggio la tv di Stato a Jalalabad uccidendo sei persone. In novembre è la volta di Shamshad Tv, una stazione privata. Ieri tocca all’Ava News Agency, colpevole di essere finanziata dagli iraniani sciiti. C’è altro: il 31 maggio un camion bomba che ha come obiettivo il quartiere diplomatico scoppia prima del tempo e uccide più di 150 persone. Non c’è rivendicazione e resta uno dei tanti attentati senza padrini ma lo Stato islamico rimane tra gli indiziati. Creare il caos e il terrore ovunque e comunque. Gli epigoni di Al Baghdadi scelgono l’ultima via rimasta per far vedere che ancora sopravvivono.

Con la caduta della basi in Medio oriente, lo Stato islamico e il suo progetto contano probabilmente di ritornare nell’alveo della madre di tutte le guerre sante: l’Afghanistan. Ci ha convissuto Osama bin Laden, ci si è formato Abu Musad Al Zarkhawi, ci sono talebani afgani e transfughi – non sempre ben digeriti – dai territori pachistani dove l’esercito di Islamabad sta cercando di liberarsi di uzbechi, ceceni, uiguri. Ma la frontiera porosa tra i due Paesi, i dissidi tra Kabul e Islamabad e la politica americana (ondivaga, brutale e ormai completamente declinata sul solo piano militare) forniscono il terreno di coltura migliore e forse il rifugio più sicuro per chi scappa da Raqqa o da Mosul. Può essere che i numeri siano esagerati, ma se è vero – come sostiene Mosca – che lo Stato islamico può contare in Afghanistan su 10mila combattenti, questo significa che l’afflusso di stranieri è ricominciato verso il santuario migliore per un combattente di professione: la guerra permanente.

Caduta nell’oblio, la guerra afgana è la più lunga guerra del secolo e si avvia a competere con i vent’anni del Vietnam, il conflitto che segnò la più grave sconfitta di Washington nel secolo passato.

Ma se in Pakistan lo Stato islamico ha trovato adepti tra i fuoriusciti del cartello talebano-pachistano, in Afghanistan per loro è più dura. I talebani afgani, che rimarcano da sempre la loro essenza di movimento di liberazione nazionale, non hanno mai accettato di buon grado i combattenti stranieri fatta eccezione per i militanti islamisti pachistani, la gran parte dei quali appartiene alla comunità pashtun, la stessa da cui provengono gli studenti di religione afgani. Anche con bin Laden si limitarono ad essere ospitali ma non erano interessati – fu spiegato più di una volta – al jihad globale. State a casa vostra, è sempre stato il messaggio, e vi lasceremo in pace. Ecco perché lo Stato islamico ha avuto vita dura in Afghanistan. Ecco perché, forse, c’è persino un legame tra l’attacco di ieri e la richiesta di 700 religiosi afgani al governo perché i talebani aprano un ufficio politico a Kabul. E’ paradossale ma nella lotta allo Stato islamico la guerriglia in turbante è il miglior alleato.

martedì 1 agosto 2017

Da Raqqa con furore

Il sito di Amq, voce del "califfato"
Colpire il nemico fuori dal teatro siriano iracheno. Punirlo per aver annunciato (alcuni giorni fa con un incontro stampa) la presa di Mosul. Attaccare un obiettivo che dia risalto mediatico all’azione esemplare. Sembra questo il ragionamento che ha portato ieri un commando dello Stato islamico, nella sua versione “Territorio del Khorasan”, ad attaccare l’ambasciata irachena a Kabul, nel cuore commercial diplomatico della capitale. Azione rapida e con meccanismi noti: un kamikaze vestito da poliziotto afgano si fa esplodere all’ingresso della legazione irachena; la porta si apre e un commando di tre uomini entra per fare strage. Ma le cose vanno male: un poliziotto viene ferito e mentre i guardiani dell’ambasciata impegnano il commando gli altri riescono a fuggire. Poi escono tutti mentre la legazione viene circondata e finisce sotto il fuoco incrociato della truppe speciali afgane. Dura circa quattro ore l’assedio al commando (dalle 11 del mattino alle 15), poi i tre vengono fatti fuori mentre l’agenzia Amaq, la sirena mediatica del califfato di Al Baghdadi, rivendica l’azione. Fortunatamente sfortunata. Il prezzo lo pagano soprattutto gli uomini del commando anche se due civili hanno perso la vita ed è sempre presto per sapere se non vi siano altre vittime. Le vittime civili della guerra, come ha appena denunciato il rapporto semestrale dell’Onu, sono quelle con i numeri più alti, in un conflitto che si è spostato sempre più nella capitale: degli 1662 morti nei primi sei mesi del 2017, il 20% ha perso la vita a Kabul.

domenica 4 giugno 2017

Dietro le bombe senza un padrino

Babur: si vuole che la sua tomba a Kabul
respingesse le pallottole durante la guerra
tra mujahedin
Sono da poco passate le tre del pomeriggio al cimitero di Khair Khana a Kabul. Un migliaio di persone sono li a rendere l’ultimo omaggio alle vittime della manifestazione antigovernativa di venerdi dove le forze di sicurezza hanno sparato sulla folla. Tra questi c’è anche il cadavere di Salem Izdyar, figlio di un senatore della Repubblica e dunque sono presenti anche le alte cariche dello Stato: c’è il primo ministro Abdullah Abdullah e il ministro degli Esteri Salahuddin Rabbani. Anche perché il padre di Salem, Mohammad Alam Izdyar, non è un senatore qualsiasi ma il rappresentante alla Meshrano Jirga della Provincia del Panjshir – a maggioranza tagica e bacino elettorale fieramente antitalebano di Abdullah. La funzione religiosa viene interrotta da tre esplosioni: un ordigno e due kamikaze che si fanno saltare in aria e gettano nello scompiglio la folla che cerca salvezza nella fuga. Il bilancio è ancora incerto: decine i feriti e, secondo alcune fonti, almeno 20 morti.
Ma cosa c’è dietro questa nuova stagione del terrore con un quadro ancor più confuso dal fatto che gli attentati non vengono rivendicati e sono stati prontamente condannati dai talebani?

La pista pachistana

I servizi segreti afgani lo hanno detto sin dalle prime ore di mercoledi quando una cisterna è esplosa nel cuore ella capitale uccidendo un centinaio di civili: dietro le stragi ci sono i servizi pachistani che si servono, come in passato, della Rete Haqqani, la fazione più stragista dei talebani. E’ un’ipotesi non nuova e con diversi precedenti anche se spesso Islamabad sembra solo il colpevole più facile da indicare: una pista che raccoglie sempre il consenso dell’uomo della strada. In passato queste stragi senza paternità erano soprattutto servite a far deragliare l’avvio degli stentati tentativi di mettere in piedi un tavolo negoziale che però – almeno per quel se ne sa – in questo momento è ben lungi dall’essere apparecchiato.

venerdì 2 giugno 2017

The day after

Guerra senza fine
E’ ancora senza paternità l’attentato che mercoledi mattina ha raggiunto il primato del più sanguinoso attacco suicida che la capitale afgana ricordi. Fonti del ministero della Sanità di Kabul hanno contato almeno cento morti e 600 feriti ma è un bilancio che è per difetto: ci sono ancora circa una ventina di dispersi e ancora non sono stati trovati i corpi dei poliziotti che erano di guardia al check point di Zarbaq Square, nella zona “diplomatica” di Wazir Akbar Khan che si trova nel pieno centro della capitale. Un’area, non lontana dall'ospedale di Emergency, che a quell’ora, le 8 e 20 del mattino, è solitamente un ingorgo di mezzi civili guidati da chi va al lavoro. Tra i dispersi c’è ad esempio il comandante Assadullah Andarabi dell’Afghan National Police che, al comando di otto poliziotti, era di guardia al check point. Le prime ricostruzioni dicono che l’ufficiale avrebbe fermato la cisterna bloccandola nella piazza e che il conducente si sarebbe dunque fatto esplodere forse ancora lontano dal suo obiettivo reale. Il risultato dell’attentato resta comunque spaventoso: sia in termini di vite umane, mutilazioni e danni che la Camera di commercio afgana ha stimato a circa dieci milioni di dollari.

giovedì 9 marzo 2017

Attacco al “nemico vicino”

Lo Stato islamico in Afghanistan cambia strategia. Per scippare la scena ai talebani. Trenta morti all’ospedale militare di Kabul ( a dx in un'immagine di Tolonews)

Sono le nove del mattino davanti all’ospedale militare Daud Khan, uno dei nosocomi più grandi della capitale con 400 posti letto e una sede nel cuore di Kabul, poco distante dal quartiere generale Nato e dall’ambasciata Usa. Un uomo si fa esplodere e consente così ad altri tre del commando di farsi strada nell'ospedale. Sono vestiti da paramedici e dunque, fino a quel momento, non hanno dato nell’occhio. Appena entrati iniziano a sparare su dottori, pazienti, tecnici e su chiunque si aggiri nei corridoi: oltre 40 vittime e decine di feriti. La gente cerca rifugio sul tetto e c’è chi salta dai piani alti per salvarsi. Alla fine, e sono ormai oltre le tre del pomeriggio, le forze di sicurezza hanno ragione del commando che si è ritirato sul tetto. Ma non sono talebani. Questa volta, con un’azione militare eclatante e in un edifico simbolico, la rivendicazione - sul sito di Amaq – è dello Stato islamico. E’ un salto di qualità. Uno schiaffo alla Nato e all’esercito afgano, al presidente Ghani ma anche alla guerriglia talebana cui ora il Califfato cerca di levare il primato nella guerra. La Croce rossa internazionale – già entrata nel mirino del Califfato anche in Afghanistan - denuncia l'ennesimo crimine contro l’umanità e la violazione di ogni regola umanitaria che impedisce di colpire gli ospedali.

C’è una scelta strategica nuova. Non più – o non solo – sparare nel mucchio di “takfir”, dei musulmani devianti come sono per Al Bagdadi sciiti, sufi o minoranze: è un’azione di guerra militare che si accoppia alle stragi finora condotte soprattutto contro chi non segue la corretta via delle scritture così come i salafiti le interpretano. I talebani sono costretti a prender subito le distanze: la guerriglia in turbante di mullah Akhundzada, dove c’è chi guarda anche al negoziato politico, viene spinta tra i “revisionisti”, tra gli incapaci non solo di seguire correttamente il Corano ma nemmeno più di avere la supremazia nella guerra di liberazione. Che per i talebani è guerra all'invasore e per Al Bagdadi guerra ai “crociati”.

martedì 28 febbraio 2017

Appuntamenti jihadisti il 1 marzo (a Milano)


--------------- Milano ore 18 ------


Arcipelago jihad. Lo Stato islamico e il ritorno di al-Qaeda
domani a 1 marzo, 2017@18:00–19:30
un libro di i Giuliano Battiston
Quartiere Isola, in via Carmagnola 4 angolo via Pepe. 

con Andrea Carati, Università degli Studi di Milano
Giuliano Battiston, giornalista e ricercatore freelance
Emanuele Giordana, giornalista e saggista
ed Elisa Giunchi, Università degli Studi di Milano

Giuliano Battiston, giornalista e ricercatore freelance, scrive per quotidiani e periodici tra cui “l’Espresso”, “il manifesto”, “pagina99” e “Lo straniero”. Esperto di Afghanistan, si occupa di islamismo armato, politica internazionale e globalizzazione. Per le edizioni dell'Asino ha pubblicato i libri-intervista Zygmunt Bauman. Modernità e globalizzazione (2009) e Per un’altra globalizzazione (2010).



 -----------------     ...più tardi a Seregno -------------

Incontro “Dentro il Jihadistan”
Perchè l’islam, non è il nemico
1 marzo 2017
Sala Minoretti
Circolo Culturale San Giuseppe
Via Cavour 25, Seregno

L’incontro verrà introdotto da Alberto Rossi (Pres. Il Caffè Geopolitico), e moderato in maniera
attiva da Lorenzo Nannetti (Resp. Scientifico Il Caffè Geopolitico).
Relatori: Emanuele Giordana (Giornalista e scrittore) e Arturo Varvelli (Analista, ISPI)
Gli orari verranno gestiti in maniera flessibile dai relatori e dal moderatore
21.00 – 21.15 Presentazioni e introduzione ospiti (A. Rossi)
21.15 – 22.15 interventi (circa 25 minuti totali per relatore)

Moderatore della serata sarà Alberto Rossi
La sala dove si svolge l’incontro è all’interno di una zona chiusa al traffico, è possibile parcheggiare
comunque nei pressi di via Cavour, nei pressi dell’incrocio con Corso Matteotti.

mercoledì 22 febbraio 2017

Pakistan contabilità del terrore

Jinnah, il fondatore del Pakistan.
 Musulmano ma non integralista
Il bilancio dell’ultimo attacco terroristico in Pakistan è ancora incerto: cinque le vittime secondo alcune fonti, sette secondo altre. Quel che è certo è che i tre attentatori della Jamaat-ul-Ahraar (JuA) – una fazione che si è scissa nel 2014 dal fronte dei talebani pachistani del Tehreek-e-Taleban (Ttp) – volevano compiere una strage e ci sono riusciti solo in parte.

L’obiettivo, come già in passato, è un tribunale di Charsadda, una cittadina capoluogo di distretto a una trentina di chilometri da Peshawar, capitale della provincia del Khyber Pakhtunkhwa, e vicina al confine con l’Afghanistan. Secondo le prime ricostruzioni, i tre attentatori si sono avvicinati come normali cittadini al tribunale ma appena il primo militante è stato fermato dagli agenti, ha lanciato una granata. E’ stato ucciso subito dopo. Stressa fine per il secondo, freddato sull’ingresso mentre il terzo è riuscito a farsi esplodere. In totale i kamikaze hanno potuto comunque lanciare sei granate ma senza riuscire però a mettere a segno la strage che dovevano avere in animo se fossero entrati nella corte di giustizia, affollata di avvocati e civili.

Bacha Khan con Gandhi. Pacifisti
Sotto: arte del gandhara
Charsadda non è nuova ad attacchi terroristici: un’altra corte di giustizia era entrata nel mirino nel marzo scorso quando un suicida – sempre di Jamaat-ul-Ahraar - era riuscito a farsi esplodere dentro il tribunale. Nel gennaio 2016 invece, l’Università Bacha Khan di Charsadda era stata l’obiettivo dell’attacco di un commando che aveva gettato nel panico i duecento studenti dell’ateneo dedicato a una nobile figura del pacifismo pashtun (Bacha Khan, appunto, noto anche come “Il Gandhi della Frontiera”). Allora i morti furono 22 e l’attacco venne rivendicato dalla Tariq Geedar Afridi, una fazione del Ttp, il cui vertice aveva però poi smentito di aver dato luce verde alla strage.

Charsadda è uno dei tanti luoghi simbolo di un Paese con una storia complessa e antica alle spalle: non solo Charsadda ha dedicato una scuola a un pacifista che usava il Corano come strumento di pace ma è anche il luogo che ospita le rovine dell’antico sito di Pushkalavati – la Città del loto – capitale del regno del Gandhara dal sesto secolo Ac al secondo Dc. Secondo il Ramayana, testo sacro hindu, il nome deriva dal fondatore Pushkala, figlio di Bharat e nipote di Rama. Fu una città zoroastriana, animista e in seguito buddista. E’ una delle culle – con l’Afghanistan - della civiltà greco-buddista e cioè dell’antichissimo legame tra Oriente e Occidente. Ha dunque tutti i requisiti per essere in odio all’islamismo più radicale che, per non farsi mancare nulla, ha aggiunto la supposta apostasia di Bacha Khan, un uomo che forse solo i soldati britannici avevano odiato di più (era contrario tra l’altro alla spartizione del Raj tra India e Pakistan).

Tutto farebbe pensare a un’azione dello Stato islamico cui la JuA (Assemblea della fede) aveva inizialmente garantito il suo sostegno nell'agosto del 2014 salvo poi nel marzo 2015 – ma è difficile seguire le geometrie variabili della galassia jihadista - tornare sotto il cappello del Ttp. E’ invece da imputarsi allo Stato islamico – che l’ha rivendicata - la strage di giovedi scorso al tempio sufi di Lal Shahbaz Qalander, a Sehwan, nel Sindh, con un bilancio che potrebbe arrivare a contare 90 morti e che ha fatto reagire con veemenza gli alti comandi dell’esercito, ora sotto la guida del generale Qamar Javed Bajwa che, tanto per cambiare, ha accusato l’Afghanistan di essere il retrovia per le operazioni del Califfo. La reazione si è risolta anche nella chiusura della frontiera afgano pachistana con l’ordine di “sparare a vista” e in un momento di altissima tensione tra i due Paesi, dal momento che Islamabad sta espellendo un milione di afgani “indocumentati” (ma in molti casi con lo status di rifugiati) e ne ha già mandati in Afghanistan 600mila. Quanto al quadro interno, la cronaca racconta di oltre cento morti nel solo giro di dieci giorni: il 13 febbraio un kamikaze del Ttp uccide a Lahore 13 persone. Lo stesso giorno due sminatori vengono uccisi a Quetta. Il 15 JuA firma un attentato kamikaze nell'agenzia tribale di Mohmand uccidendo cinque persone mentre a Peshawar il Ttp cerca di uccidere un giudice ma fredda il suo autista. Il 16 febbraio, govedi, è la volta del tempio sufi di Lal Shahbaz Qalandar, nel Sud del Paese mentre un Ied (bomba sporca) uccide nel Belucistan tre agenti della sicurezza. Ieri Charsadda.

Vale la pena di notare, al di là dei numeri, che la violenza politica (non sempre e solo attribuibile ai talebani e ai loro sodali più o meno alleati) si è ormai espansa a macchia d’olio in tutto il Paese e che la promessa del pugno di ferro con i gruppi islamisti – a lungo coccolati da governi e servizi – è tardiva. Dopo una macabra luna di miele forse definitivamente tramontata.

Questo articolo è uscito oggi su il manifesto

domenica 19 febbraio 2017

Frontiere e terrore: "sparate a vista"

Dopo la strage di venerdi scorso al tempio sufi di Lal Shahbaz nel Sindh (il bilancio attuale dice che
le vittime sono già 90 con 340 feriti) le autorità pachistane hanno chiuso la frontiera con l'Afghanistan sul passo Khyber: la "Porta dell'amicizia", per dirla tutta. Una misura comprensibile anche se un terrorista può benissimo scegliere altra strade (l'attentato è stato rivendicato dallo Stato islamico).

 Ma quel che invece non si capisce è l'ordine di "sparare a vista" che le autorità di Islamabad hanno dato alle proprio forze dell'ordine di guardia al passo. Non si capisce se non come un'ulteriore escalation nelle incomprensioni (per usare un eufemismo) tra i due Paesi. Il Pakistan fa la faccia dura mentre da quella frontiera ha già espulso 600mila afgani. Se uno cercasse di tornare indietro? "Sparate a vista"-

giovedì 9 febbraio 2017

Una rosa e una spina a Kabul per il presidente

Ci sono anche una rosa e una spina afgani nella nuova amministrazione americana di Donald Trump. La rosa è Ashraf Ghani che Trump ha avuto come professore quando il presidente era esule negli States. L’Afghanistan non figura nella lista dei sette Paesi maledetti e la rituale telefonata tra Trump e Ghani è stata amichevole. Anche perché, benché in campagna elettorale Trump fosse per il disimpegno, adesso le cose sono cambiate. L’Afghanistan e soprattutto il controllo delle sue basi aeree restano un baluardo formidabile in caso di guerra con l’Iran e, comunque, un fortino verso le mire russe, che Putin sia amico o no. Le spine sono invece quelle della guerra infinita e portano il nome “taleban”. L'emirato, che ne dà notizia sul suo sito,  ha scritto a Trump una lettera invitandolo a fare le valigie. Dopo 15 anni, scrive la guerriglia in turbante, la lezione è chiara e, conclude il messaggio non senza ironia: «Forse alcuni contenuti di questa lettera si riveleranno amari per il vostro gusto. Ma dal momento che sono realtà e fatti tangibili, devono essere accettati e trattati come una amara medicina che viene assunta dai pazienti per evitare che la loro condizione peggiori».

La guerra continua, non risparmia nessuno e non si ferma nemmeno durante l’inverno: ieri sei membri dello staff dell’Icrc (il Comitato della Croce rossa, per antonomasia l’organo più neutrale che esista) sono stati uccisi da un uomo armato nella provincia di Jawzian mentre andavano a consegnare aiuti umanitari. Due i dispersi. I talebani hanno smentito un loro coinvolgimento. L'Icrc ha sospeso le attività nel Paese dopo il grave attentato che potrebbe ascriversi a un'impresa dello Stato islamico. Stato islamico che ha rivendicato intanto oggi l'attentato dell’altro ieri quando un kamikaze si è fatto esplodere nel parcheggio della Corte suprema e ha ucciso 21 persone tra cui 17 funzionari del tribunale. I feriti sono una quarantina. Quattro sono cittadini di passaggio. Tutte vittime civili.

giovedì 19 gennaio 2017

Domenica a Milano il progetto orientale dell'Isis al Salone della Cultura

L'idea del Califfato in una mappa
diffusa da un'organizzazione islamista. Lo
Stato islamico ci si è ispirato?
Sappiamo tutto o quasi del progetto dello Stato islamico di Al Baghdadi per la Siria e l'Irak o per l'espansione del suo progetto in Libia e per l'esportazione del terrore in Europa o in Turchia. Ma esiste un progetto anche per il mondo non arabo? Esiste un progetto di espansione a Est dove il mondo musulmano è più numeroso? Elisa Giunchi (Afghanistan e Pakistan) e Guido Corradi (Indonesia) parleranno degli elementi caratteristici del messaggio del Califfato nell'estremo Est del Sudest asiatico e nell'area della guerra permanente lungo il confine afgano pachistano. Emanuele Giordana coordinerà l'incontro e parlerà dello sviluppo dello Stato islamico in Bangladesh (dove in luglio vennero uccise 23 persone tra cui 17 stranieri di cui 9 italiani) da dove è appena tornato.



 il 22 gennaio, ore 14,00

 L'ISIS IN ORIENTE: IL PROGETTO DELLO STATO ISLAMICO A EST DI RAQQA 
Salone della Cultura – Sala 2
ICOO, Istituto di Cultura per l’Oriente e l’Occidente
Superstudio Più, via Tortona, Milano

Guido Corradi - è un esperto dell'area malese indonesiana. Ha insegnato all'IsMeo Isiao e attualmente collabora con l'Università Bicocca a Milano. Con Emanuele Giordana ha scritto "La scommessa indonesiana" e sta collaborando alla collettanea "A Oriente del Califfo. Il progetto dello Stato islamico a Est di Raqqa"  in uscita per Rosemberg&Sellier

Elisa Giunchi - docente all'Università degli Studi di Milano, è un'esperta di storia e istituzioni del mondo musulmano. Ha scritto diversi saggi tra cui due dedicati a Pakistan e Afghanistan (Carocci)

giovedì 13 ottobre 2016

Strage di sciiti in Afghanistan firmata Daesh

Sono due nel giro di 24 ore gli attacchi alla minoranza sciita dell’Afghanistan che hanno ucciso oltre una trentina di persone e ne hanno ferite a decine durante la vigilia e la festa dell’Ashura, che segna l’inizio del primo mese del calendario islamico (Muharram) e commemora la morte di Husain ibn Ali, il nipote del profeta Maometto. L’ultima strage in ordine di tempo avviene ieri con una bomba che esplode fuori da un tempio sciita a venti chilometri da Mazar-i-Sharif, la capitale della provincia settentrionale di Balkh. I morti erano già saliti a 15 nel pomeriggio di ieri, mentre i feriti sono oltre una ventina. La sera prima invece è la volta di Kabul dove un cecchino uccide almeno 18 persone e ne ferisce una cinquantina tra i fedeli che si stanno recando ala moschea Cart-i-Sakhi (nell'immagine un particolare del tempio) in un distretto della capitale. Tra loro c’è anche Sumaia Mohammadi, un membro del Coniglio provinciale della provincia di Daikundi, ma non è lei l’obiettivo. La strategia, già testata dallo Stato Islamico, è colpire nel mucchio come ha già fatto in luglio, sempre a Kabul, uccidendo oltre 80 hazara (sciiti) che protestavano per un progetto governativo che li penalizzava. Daesh infatti ha rivendicato la strage di martedì notte ed è molto probabile, se non certo, che sia da attribuire ai sodali di Raqqa in Afghanistan anche il massacro di Mazar.

L’effetto degli attentati è quello di dare al presidente Ashraf Ghani, che con altri membri del governo ha partecipato ieri a una manifestazione di pubblica celebrazione dell’Ashura, la possibilità di ribadire l'unita degli afgani al di là del tipo di appartenenza religiosa e di chiedere agli ulema di entrambe le correnti – sciiti e sunniti – di unirsi contro il terrorismo. Ma è anche quello di far capire che una nuova stagione di violenza è cominciata anche se Daesh appare isolato ma comunque in grado di sparare nel mucchio e far crescere la tensione in un Paese quotidianamente vittima di un conflitto che dura ormai da oltre 35 anni.

sabato 9 aprile 2016

Libri consigliati: Battiston su Daesh


Venerdì 1 aprile è uscito per l'Espresso un ebook di Giuliano Battiston: "Stato islamico. La vera storia". 

La genesi, i protagonisti, l'ideologia, la strategia militare, la governance dei territori, la propaganda, le finanze, i foreign fighters. Un viaggio dall'Iraq all'Afghanistan, dall'Egitto alla Siria, dal Pakistan alla valle del Pankisi, passando per il cuore dell'Europa. Il racconto dall'interno delle ragioni che hanno portato alla nascita e all'affermazione del gruppo guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, dentro la storia più ampia del jihadismo contemporaneo.

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venerdì 15 maggio 2015

La guerra infinita sulla frontiera dell'Afpak

L'Aga Khan, figura di riferimento
della comunità ismaelita
Quella degli ismailiti è una piccola minoranza nella minoranza sciita del Pakistan. Ma pochi o tanti, poco importa ai gruppi che hanno fatto della guerra agli apostati la loro religione. L'ultimo attentato, 43 morti e 23 feriti, avvenuto mercoledi a Karachi in pieno giorno dove un commando ha assaltato un autobus carico di fedeli, colpisce la piccola setta presente anche in Afghanistan e, in maggior numero, in India. Mentre ieri si sono svolti i funerali per la strage, si fanno i conti con le rivendicazioni che puntano dritte allo Stato islamico. O meglio, al gruppo Jundallah, organizzazione settaria che come altre prende da sempre di mira chi devia dalla retta via e che, fino a novembre scorso, faceva parte del Ttp (Tehreek Taleban Pakistan), l'ombrello talebano pachistano in odore di scissione da mesi e dal quale molti gruppi si staccano per aderire al progetto dello Stato islamico che prevede un Khorasan (area che nella testa di Al Bagdadi comprende Afghanistan e Pakistan) affiliato al Grande Califfato.

Jundallah (soldati di Allah) è di formazione abbastanza recente e si è fatto notare per diverse azioni con risonanza anche all'estero: quella nel giugno 2013 nel Gilgit-Baltistan dove fa strage di un gruppo di alpinisti di diverse nazionalità. A settembre due kamikaze fanno invece saltare la chiesa di Ognissanti a Peshawar: 127 morti e 250 feriti. A ottobre 2014 se la prendono con un jihadista “moderato” - maulana Fazlur Rahman della Jamiat Ulema-e-Islam (F) – che però riescono solo a ferire. Dopo l'adesione all'Is (di cui forse c'è già un'avvisaglia nell'attentato a un musulmano “deviato” come Fazlur Rahman), attaccano la parata dell'esercito pachistano al posto di frontiera di Wagah con l'India: 60 morti. Da gruppo anti sciita, sono passati a uccidere turisti, cristiani e soldati pachistani, una deriva che li avvicina molto all'Is. Ultimo colpo a gennaio:49 morti in una moschea sciita. Il governo però getta acqua sul fuoco.

martedì 11 novembre 2014

Reclutamento pachistano per Daesh

La smentita ufficiale il governo di Islamabad l'ha affidata al ministro dell'Interno Chaudhry Nisar Ali Khan, secondo il quale non esiste in Pakistan nessun gruppo che si chiami Is, Stato islamico o Daesh. Ci son voluti un po' di giorni dopo che il quotidiano The Dawn ha pubblicato un rapporto top secret del 31 ottobre firmato dal governo provinciale del Belucistan (estremo occidente al confine con l'Afghanistan e l'Iran). Il documento (a destra nell'immagine) metteva in guardia su un possibile reclutamento di 10-12mila miliziani avvenuto nelle agenzie tribali (Kurram e Hangu) dove l'Is avrebbe offerto lavoro in particolare a due gruppi radicali - Lashkar-e-Jhangvi (LeJ) e Ahl-e-Sunnat Wai Jamaat (Aswj), già Sipah-e-Sahaba - il cui mandato, non a caso, è la persecuzione degli sciiti, motivo per il quale sono considerati gruppi simpatizzanti con l'Arabia saudita, uno dei primi sponsor dell'Is.