Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta Tokyo Conference. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tokyo Conference. Mostra tutti i post

domenica 8 luglio 2012

AFGHANISTAN, SE L'ITALIA E' BIFRONTE

Mi sono ripromesso di riferire del summit di Tokyo e lo farò. Ma intanto c'è, come dire, un'emergenza che viene dalla cronaca. Posto dunque il comunicato di "Afgana" sul summit ma anche su quanto avviene a Farah...

E' singolare che mentre a Tokyo l'Italia ha tenuto un altissimo profilo e si sia battuta come un leone per includere nella dichiarazione finale della Conferenza dei donatori un più preciso impegno della comunità internazionale a favore dei diritti delle donne, dei diritti umani e della società civile afgana, notizie di stampa di ieri e di oggi riferiscono che i caccia Amx italiani, ufficialmente impiegati per sola ricognizione, stanno bombardando la zona di Farah. Due novità di segno totalmente opposto nello stesso giorno, l'ultima della quali, proprio alla viglia del ritiro del nostro contingente, fa temere una pericolosa schizzofrenia del governo italiano che sta surrettiziamente cambiando il profilo della missione militare proprio mentre la nostra diplomazia sta cercando di dare un segnale preciso della posizione dell'Italia come attore primario nella ricostruzione e nello sviluppo dell'Afghanistan.


La rete Afgana, che ha sempre condannato l'uso dei bombardamenti da parte degli alleati Nato dell'Italia e a cui non risulta che vi sia alcun mandato parlamentare che abbia cambiato le regole d'ingaggio dei nostri aerei (idea lanciata ma poi ritirata dall'ex ministro Ignazio La Russa), chiede che le notizie di stampa vengano smentite o confermate ufficialmente dal ministro Giampaolo Di Paola. In questo secondo caso, che dimostrerebbe anche una totale incoerenza politica nella scelta dei tempi o, peggio, un'azione a lungo tenuta segreta, chiediamo che la vicenda sia oggetto di un dibattito parlamentare preciso che indichi se il ministero della Difesa può o meno autorizzare l'uso dei bombardamenti aerei, finora – a quanto si sapeva – mai utilizzati.


Afgana rileva invece che l'Italia ha tenuto a Tokyo una profilo molto preciso che indica una più profonda coscienza del governo italiano sul tema dei diritti, in particolare della condizione femminile, e del ruolo della società civile, in questo recependo pienamente anche indicazioni parlamentari. Al punto che il sottosegretario Staffan De Mistura, nel suo discorso durante la plenaria, era arrivato a minacciare il possibile ritiro della firma italiana dal documento finale se questo non avesse contenuto una relazione diretta tra il denaro con cui Roma si impegna finanziare Kabul e quanto Kabul fa e farà nel rispetto di questi temi. Una posizione molto apprezzata dalla delegazione di “Afgana” presente a Tokyo.


Afgana, come già sapete se seguite i miei post, è una rete della società civile italiana che comprende associazioni, Ong, sindacati, accademici, giornalisti e cittadini. E' nata nel 2007 e si occupa di sostenere la società civile afgana e di promuovere in Italia un più approfondito dibattito sull'Afghanistan

TUTTI GLI IMPEGNI DI TOKYO

Fino all'ultimo quel che mancava sul documento finale preparato per la Conferenza di Tokyo sull'Afghanistan, è stata la cifra che i 70 paesi presenti si sarebbero impegnati a sottoscrivere oggi. Poi nel pomeriggio l'accordo e, ieri sera, la comunicazione del ministro degli esteri nipponico Koichiro Gemba: oltre 16 milioni in quattro anni a colpi di 4 fino al 2015. Di questi 16, tre li garantirà Tokyo stessa ma fino al 2016 e con questa percentuale: due terzi per la ricostruzione, un terzo per la sicurezza. Poi si vedrà. La cifra e l'impegno temporale saranno ufficializzati oggi nella capitale nipponica e per ora di certo c'è che, se la comunità internazionale è disposta a dare a Karzai la cifra che ha chiesto per quattro anni, dopo quella data il futuro resta incerto. L'appoggio politico alla ricostruzione è scontato per almeno dieci anni, quello finanziario un po' meno (gli Usa hanno intanto garantito a Kabul uno status di speciale privilegio economico riservato agli alleati non Nato).

Entrato ieri nel suo secondo giorno di pre conferenza, il summit di Tokyo ha visto però una novità importante e fortemente sostenuta dai giapponesi. La presenza attiva della società civile afgana e dunque un'attenzione a quella parte di società che rappresenta un po' una terza via tra una guerriglia conservatrice e tradizionalista e un governo che, nonostante l'impegno contro la corruzione (un punto fermo del vertice), resta dominato da signori della guerra, della terra e della speculazione urbana.

Dimostrando un'elevata qualità di analisi politica, i rappresentanti (più di trenta) di circa 25 reti nazionali e di oltre 4mila organizzazioni, hanno colpito nel segno: chiedono che il loro Paese sia considerato altro che una semplice retrovia da cui combattere il terrorismo internazionale e un impegno che sostenga la presenza attiva della società civile come strumento di controllo di quanto fa il governo. Chiedono un impegno perché la legge in Afghanistan diventi legge, le elezioni siano trasparenti, i bisogni primari e i diritti, donne in primis, davvero una priorità e non solo un'enunciazione di principio. Nella due giorni di pre conferenza, ospitata dal Comitato non governativo giapponese per la società civile, il dibattito è stato qualitativamente alto. Peccato che i rappresentanti del governo di Kabul, salvo rare eccezioni (come il ministro delle Finanze Zakhilwal), abbiano disertato.

La società civile è stata protagonista anche nel dibattito tra ministri: nel documento finale la parte che la riguardava era trattata in un capitolo che comprendeva anche il settore privato, come se organizzazioni non profit e imprenditori fossero la stessa cosa. L'Italia prima, poi la Svezia, infine l'Unione europea, si sono battute per dividere i due capitoli. Piccolecose, si dirà, ma indicative di sensibilità che cambiano. Gli italiani, raccogliendo un ordine del giorno del parlamento, hanno anche chiesto più precisi riferimenti alla difesa dei diritti delle donne (la famosa risoluzione 1325), per altro già presente in un documento dove la questione di genere occupa un posto rilevante. Il che si deve anche alla società civile: alle donne afgane, molto agguerrite e con le idee molto chiare.

Ancora sul fronte italiano, a Tokyo la rete “Afgana” ha rilanciato la proposta, per ora solo del Belpaese, già fatta nel dicembre scorso con Rete disarmo e Tavola della pace: destinare il 30% del risparmio originato dal ritiro del contingente militare a operazioni di cooperazione civile che vengano discusse sia con la società civile italiana, sia con quella afgana. Si vorrebbe ora che la cosiddetta “Iniziativa 30%” diventasse europea e afgana, non solo italiana. L'unica maniera perché, in qualche modo, i governi che dovrebbero applicarla tendano l'orecchio.

Ora la preoccupazione più presente tra gli attivisti afgani è il “dopo Tokyo”. «Io – ci dice una delegata – di questi diplomatici mi fido poco». L'appuntamento con la prossima “ministeriale” è tra due anni. E si vedrà se è vero quel che si dice del summit. «La chiamano – ci diceva a Kabul un funzionario Onu – l'“ultima conferenza”. Chiusi i riflettori, tutti potrebbero girare lo sguardo da un'altra parte».

sabato 7 luglio 2012

ULTIMORA, A TOKYO SI STACCHERA' UN ASSEGNO DA 16 MILIARDI

Tutto in gran segreto ma poi è arrivata la comunicazione del ministro degli Esteri nipponico Koichiro Gemba a confermare i rumor: 16 milioni in quattro anni a colpi di 3 fino al 2015 più un milione. Poi si vedrà. La cifra e l'impegno temporale saranno ufficializzati domani nella capitale nipponica e per ora di certo c'è che, se la comunità internazionale è disposta a dare a Karzai la cifra che ha chiesto per quattro anni, dopo quella data il futuro resta incerto. L'appoggio politico alla ricostruzione è scontato per almeno 10 anni, quello finanziario un po' meno.

DIARIO DA TOKYO, DUE FANTASMI E LA SOCIETA' CIVILE

Due fantasmi si aggiravano ieri mattina nella capitale nipponica all'apertura della Conferenza dei donatori sull'Afghanistan che domani dovrà dire con quanti soldi e per quanto tempo la comunità internazionale vuole farsi carico della ricostruzione del Paese. Il primo fantasma è l'entità monetaria dell'impegno. Il secondo, sono i talebani. Nonostante il 27giugno scorso un loro inviato, Shaikh Din Mohammad, si sia incontrato pubblicamente col consigliere di Karzai Masoom Stanekzai (entrambi ospiti di un dibattito all'Università Doshisha a Kyoto), la guerriglia in turbante non sarà tra i protagonisti del summit, anche se il presidente afgano, nelle interviste della vigilia, ha teso loro il rituale ramoscello d'ulivo.

Il negoziato vero, quello che avrebbe dovuto portare all'apertura di un ufficio dei talebani a Doha, è in netto stallo e, per ora, tutti sembrano aver altro cui pensare che non a come stia andando una trattativa attualmente molto virtuale.

Quanto al denaro, fin dall'inizio tutti si erano affrettati a chiarire che Tokyo non sarebbe stata una “pledging conference”, un evento cioè dove si mettono i soldi (o almeno le intenzioni) nel piatto. Poi però i giapponesi hanno fatto pressioni per sapere, almeno informalmente, quanto ognuno dei 70 Stati presenti intende mettere nel cappello. E, dicono i rumor, l'accordo potrebbe essere in linea con quanto sia Karzai (3,9 miliardi di dollari), sia la Banca mondiale (da 3,3 a 3,9) hanno già chiesto pubblicamente: sembra dunque che ci si stia assestando sui 4 miliardi l'anno, appena un filo meno di quanto dovrebbe costare il futuro impegno militare (tra consiglieri e sostegno alle forze armate afgane), come, grosso modo, stabilito alla Conferenza di Chicago.

Ma se la cifra verrà o meno confermata e soprattutto quanto lungo sarà l'impegno (per adesso si rumoreggia di un totale di circa 15 miliardi ma non è chiaro per quanti anni) si saprà ufficialmente domenica, dopo la presentazione del piano in 22 punti delle “priorità nazionali” scritto da Kabul e dopo che si sarà più o meno articolata la cornice di garanzia (ad esempio la costituzione di un fondo fiduciario per la ricostruzione e lo sviluppo affidato alla BM) sia per bypassare l'endemica corruzione che si mangia parte dei proventi, sia per capire come, in che modo e con quale trasparenza il denaro internazionale sarà speso: “Mutua responsabilità” è la parola magica del vertice: ognuno insomma si prenda le sue.
Chi sicuramente la responsabilità se l'è presa è la società civile afgana, le centinaia di organizzazioni che, su invito del governo giapponese, hanno mandato a Tokyo oltre trenta rappresentanti eletti di cui due con diritto di parola alla plenaria del giorno 8. Una vera novità, fortemente voluta dal Sol Levante e per la quale non son state da meno l'Italia (qui con il sottosegretario Staffan De Mistura e l'inviato speciale Francesco Talò) e la Svezia, gli unici due Paesi che hanno incluso nelle delegazioni ufficiali anche due rappresentanti delle rispettive società civili. Molti altri sono arrivati per conto loro – come i britannici di Baag, la rete delle Ong che lavorano in Afghanistan - per non parlare delle migliaia di twittate che si inseguono in rete e che, per tutto il giorno, hanno accompagnato la Conferenza della società civile afgana (che dura anche oggi), per la prima volta veramente con status di protagonista e non di semplice comparsa.

La vera responsabilità sulla trasparenza, il sistema legale, l'accesso all'informazione, per ora se la sono assunta loro. Anche se, per chiosare Samira Hamidi di Afghan Women's Network, non hanno nessuna intenzione di tornare da Tokyo “a mani vuote”.