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sabato 7 giugno 2014

Cinque domande sull'Afghanistan: il ministro risponde

Per la prima volta un  ministro della Repubblica, interrogato da un'associazione della società civile italiana sull'Afghanistan, risponde. E, senza vender fumo, va al cuore del problema. Cambiare passo - dice Federica Mogherini nella sua  lettera a il manifesto che risponde ai quesiti posti da Afgana - si può e si deve. Ecco il testo

Il 2014 sarà un anno cruciale per la transizione in Afghanistan, sia dal punto di vista politico sia da quello della gestione della sicurezza. E invece rischiamo di fare l'errore di pensare che con la fine di Isaf non sarà più necessario occuparsi di quel paese, delle sue contraddizioni e della sua faticosa ricerca di democrazia, pace, diritti. Per questo rispondo con piacere agli amici di Afgana, con i quali ho avuto occasione di collaborare spesso in passato e che ringrazio sia per il sostegno dato in questi anni alla società civile dell’Afghanistan. Mi si chiede dunque quale sia la strategia del governo per il dopo Isaf. Prima di tutto credo sia fondamentale mantenere l'impegno, preso formalmente con la comunità internazionale ma innanzitutto con la società civile afghana, di "non abbandonare" l'Afghanistan con la fine di Isaf. Però bisogna cambiare prospettiva: ogni passo dovrà essere deciso, disegnato, attuato su richiesta degli afghani e assieme a loro. così progetteremo il nostro sostegno alle istituzioni e alla società civile, e il sostegno alle forze di sicurezza afghane, con una residua presenza militare condizionata quindi a una richiesta di Kabul e limitata, eventualmente, solo a funzioni di formazione e assistenza. La strada che abbiamo intenzione di seguire è esattamente quella indicata da Afgana. Sono convinta, d'altra parte, che questo debba essere il tratto distintivo della nostra politica estera in tutte le aree di crisi e di transizione, dall'Ucraina alla Libia. Per rendere concreti questi impegni, appena ci saranno un nuovo presidente e un nuovo governo insediato andrò a Kabul per presiedere, assieme al ministro degli Esteri afghano, la prima riunione della Commissione congiunta prevista dall'accordo bilaterale di partenariato e impostare insieme un lavoro comune. Il sostegno alla società civile, su cui già si è molto lavorato, diventerà l’asse portante del nostro impegno così che dialogo e riconciliazione da un lato e tutela della libertà e dei diritti di tutti dall'altro possano poggiare su un terreno solido, pronto, su forme di partecipazione reale e diffusa. Manterremo e rafforzeremo quindi l'impegno della Cooperazione allo Sviluppo, con iniziative dirette e con il finanziamento a ong e spero che insieme al Parlamento potremo aumentare le risorse e renderle stabili. Sappiamo bene che serve però anche un serio sostegno internazionale. Con l’Ue si sta lavorando a un piano strategico, per il biennio 2014-2016, e nel nostro semestre di presidenza Ue lavoreremo all'attuazione. Infine, ma non da ultimo, sappiamo di doverci concentrare sia sulla riconciliazione interna, con il coinvolgimento politico di tutte le parti, sia sulla più ampia dimensione regionale e a fine agosto l'Italia parteciperà  a Tianjin, in Cina, alla riunione del processo di Istanbul. La comunità internazionale ha il dovere, e l'interesse, di continuare a occuparsi dell'Afghanistan e di farlo in modo nuovo, sostenendo un processo di transizione che deve essere prima di tutto in mano agli afghani.  

martedì 3 giugno 2014

Una lettera aperta sull'Afghanistan per il ministro Mogherini

La lettera pubblicata oggi su il manifesto dall'associazione “Afgana”

Cinque domande alla titolare degli Esteri
per capire se il governo intende cambiare passo
Il 2014 è un anno cruciale per l’Afghanistan. Perché segna il passaggio dalla prima, lunga parentesi post-talebana – inaugurata manu militari con l’intervento del 2001 guidato dagli Stati Uniti - a una nuova fase, i cui contorni sono ancora indefiniti. Nelle prossime settimane il presidente Hamid Karzai cederà il posto al suo successore, Abdullah Abdullah o Ashraf Ghani; entro la fine dell’anno, con il compimento della missione Isaf, la maggior parte delle truppe straniere lasceranno il paese, completando l’inteqal (la transizione), il passaggio della sicurezza dalle mani degli internazionali a quelle delle forze di sicurezza locali. Come ogni fase di transizione, anche l’inteqal afgana porta con sé molte incognite e molte opportunità. Le incognite riguardano la tenuta dell’assetto istituzionale, con un governo fragile, corrotto, incapace di soddisfare i bisogni della popolazione; la capacità delle forze di sicurezza di far fronte alla minaccia dei movimenti anti-governativi; lo stallo del processo di pace e di riconciliazione; la dipendenza dell’economia dagli aiuti internazionali; la giustizia che non c’è; i diritti negati, soprattutto per le donne. Affinché la società e il governo afgano riescano a fronteggiare adeguatamente tali sfide, c’è bisogno del sostegno della comunità internazionale. Ma affinché tale sostegno rifletta le aspettative della popolazione occorre voltare pagina, cogliendo le opportunità dell’attuale fase di passaggio.

Fin qui, in Afghanistan la componente civile del sostegno internazionale è stata subalterna a quella militare, che ha prevalso in termini di risorse impiegate e di obiettivi programmatici. Nonostante le ingenti risorse dedicate, lo strumento militare si è rivelato inefficace, perfino controproducente, nel proteggere la popolazione, sconfiggere i gruppi di opposizione armata, consolidare un governo democratico. Il fallimento del paradigma adottato in Afghanistan - dove i Talebani rimangono una forza tutt’altro che residuale e la percentuale delle vittime civili continua a crescere - dimostra l’anacronismo e la disfunzionalità dell’equazione che in politica internazionale associa realismo e militarismo, l’idea cioè che la sicurezza e la stabilità possano essere garantite e perseguite affidandosi alle armi. La transizione afgana offre alla comunità internazionale l’occasione di archiviare tale paradigma, in favore di uno completamente diverso, fondato sulla cooperazione, la diplomazia, il multilateralismo, la faticosa ricerca del dialogo e della riconciliazione. Un paradigma che non veda più la politica estera schiacciata o subalterna alla politica della difesa e che non riduca più la politica della difesa alla semplice questione della “sicurezza”. A partire dalla piena attuazione dell’articolo 11 della Costituzione e dal legame che esso stabilisce tra vocazione pacifista e vocazione internazionalista del nostro paese, il governo italiano potrebbe farsi promotore in Europa di questo nuovo paradigma, evitando che la comunità internazionale ripeta i suoi errori o che abdichi alle proprie responsabilità in un momento così delicato per le sorti dell’Afghanistan.

Alla luce di questi elementi di discussione, ci rivolgiamo al ministro degli Esteri, Federica Mogherini – che nel corso degli anni, da deputato, ha dimostrato sincero interesse per gli sforzi compiuti in ambito civile in Afghanistan – per sapere: 1) quale sia la strategia del governo italiano per l’Afghanistan nella fase successiva al compimento della missione Isaf; 2) se il governo italiano intenda favorire una posizione comune sull’Afghanistan in sede europea e un maggior protagonismo delle Nazioni Unite; 3) quali iniziative intenda assumere il governo italiano per favorire il processo di pace e riconciliazione; 4) quali iniziative intenda assumere il governo per favorire la società civile afgana; 5) quali iniziative intenda assumere il governo per sostenere le attività svolte dalle Ong italiane che operano in Afghanistan.



domenica 1 dicembre 2013

LA CONFERENZA DI HERAT SULLA SOCIETA' CIVILE (La Videoteca di Amanullah)




Conferenza internazionale di Herat giugno 2013 "Afghan Civil Society in Transition: role, opportunities, challenges and expectations" organizzata da "Afgana" in collaborazione con Arcs e dal Comitato della società civile afgana, col sostegno del Mae

Girato di Romano Martinis
Montaggio Andrea Musi

martedì 19 febbraio 2013

MAXI RETATA NEL BELUCISTAN PACHISTANO

C'è anche un ex ministro provinciale nella maxi retata che polizia e Frontier Corps, le forze paramilitari pachistane per le questioni delle aree tribali, hanno messo in atto dopo le massicce proteste seguite alla strage di sabato nel mercato di Quetta (89 persone ma più di 200 dall'inizio dell'anno). Centosettanta arresti tra cui, dice la polizia, anche uno degli architetti della strage che ha perpetrato l'ennesimo massacro tra la comunità sciita pachistana della città beluci. E'il primo effetto della vasta mobilitazione sia degli sciiti di Quetta sia degli sciiti pachistani (circa il 20% dei musulmani del Paese). Manifestazioni si sono svolte in tutto il Pakistan ma vi hanno partecipato, dice la stampa locale, anche non sciiti, in una nuova importante manifestazione di solidarietà della società civile pachistana.

Ma la protesta non si ferma e gli hazara di Quetta si rifiutano di smettere il lpro sit-in.

venerdì 14 dicembre 2012

PAKISTAN, IL BREVE RISVEGLIO DELLA COSCIENZA CIVILE

Malala Yousafzai, la giovane studentessa pachistana sfuggita a un omicidio il 9 ottobre scorso è diventata cittadina onoraria della città di Roma, mentre è stata lanciata via Facebook una campagna per far sottoscrivere una petizione di candidatura al Premio Nobel da capi di Stato e altri esponenti governativi. Nel frattempo, le Nazioni Unite hanno istituto un “Malala Day”, pensando a quei 35 milioni di bambine che nel mondo non hanno accesso all'istruzione. La giornata servirà così a ricordare l'attentato a questa giovanissima studentessa dello Swat pachistano, rea di aver difeso il diritto allo studio delle sue coetanee; aveva poi tenuto un diario per la BBC che denunciava i metodi cui vengono sottoposte le ragazze come lei nel cono d'ombra più scuro del Pakistan tradizionalista. È questo il tunnel in cui vivono gran parte delle bambine e delle donne del Paese dei puri...

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sabato 7 luglio 2012

DIARIO DA TOKYO, DUE FANTASMI E LA SOCIETA' CIVILE

Due fantasmi si aggiravano ieri mattina nella capitale nipponica all'apertura della Conferenza dei donatori sull'Afghanistan che domani dovrà dire con quanti soldi e per quanto tempo la comunità internazionale vuole farsi carico della ricostruzione del Paese. Il primo fantasma è l'entità monetaria dell'impegno. Il secondo, sono i talebani. Nonostante il 27giugno scorso un loro inviato, Shaikh Din Mohammad, si sia incontrato pubblicamente col consigliere di Karzai Masoom Stanekzai (entrambi ospiti di un dibattito all'Università Doshisha a Kyoto), la guerriglia in turbante non sarà tra i protagonisti del summit, anche se il presidente afgano, nelle interviste della vigilia, ha teso loro il rituale ramoscello d'ulivo.

Il negoziato vero, quello che avrebbe dovuto portare all'apertura di un ufficio dei talebani a Doha, è in netto stallo e, per ora, tutti sembrano aver altro cui pensare che non a come stia andando una trattativa attualmente molto virtuale.

Quanto al denaro, fin dall'inizio tutti si erano affrettati a chiarire che Tokyo non sarebbe stata una “pledging conference”, un evento cioè dove si mettono i soldi (o almeno le intenzioni) nel piatto. Poi però i giapponesi hanno fatto pressioni per sapere, almeno informalmente, quanto ognuno dei 70 Stati presenti intende mettere nel cappello. E, dicono i rumor, l'accordo potrebbe essere in linea con quanto sia Karzai (3,9 miliardi di dollari), sia la Banca mondiale (da 3,3 a 3,9) hanno già chiesto pubblicamente: sembra dunque che ci si stia assestando sui 4 miliardi l'anno, appena un filo meno di quanto dovrebbe costare il futuro impegno militare (tra consiglieri e sostegno alle forze armate afgane), come, grosso modo, stabilito alla Conferenza di Chicago.

Ma se la cifra verrà o meno confermata e soprattutto quanto lungo sarà l'impegno (per adesso si rumoreggia di un totale di circa 15 miliardi ma non è chiaro per quanti anni) si saprà ufficialmente domenica, dopo la presentazione del piano in 22 punti delle “priorità nazionali” scritto da Kabul e dopo che si sarà più o meno articolata la cornice di garanzia (ad esempio la costituzione di un fondo fiduciario per la ricostruzione e lo sviluppo affidato alla BM) sia per bypassare l'endemica corruzione che si mangia parte dei proventi, sia per capire come, in che modo e con quale trasparenza il denaro internazionale sarà speso: “Mutua responsabilità” è la parola magica del vertice: ognuno insomma si prenda le sue.
Chi sicuramente la responsabilità se l'è presa è la società civile afgana, le centinaia di organizzazioni che, su invito del governo giapponese, hanno mandato a Tokyo oltre trenta rappresentanti eletti di cui due con diritto di parola alla plenaria del giorno 8. Una vera novità, fortemente voluta dal Sol Levante e per la quale non son state da meno l'Italia (qui con il sottosegretario Staffan De Mistura e l'inviato speciale Francesco Talò) e la Svezia, gli unici due Paesi che hanno incluso nelle delegazioni ufficiali anche due rappresentanti delle rispettive società civili. Molti altri sono arrivati per conto loro – come i britannici di Baag, la rete delle Ong che lavorano in Afghanistan - per non parlare delle migliaia di twittate che si inseguono in rete e che, per tutto il giorno, hanno accompagnato la Conferenza della società civile afgana (che dura anche oggi), per la prima volta veramente con status di protagonista e non di semplice comparsa.

La vera responsabilità sulla trasparenza, il sistema legale, l'accesso all'informazione, per ora se la sono assunta loro. Anche se, per chiosare Samira Hamidi di Afghan Women's Network, non hanno nessuna intenzione di tornare da Tokyo “a mani vuote”.

giovedì 12 gennaio 2012

APPUNTAMENTI

Martedì 17 gennaio
ore 18.00
Casa della Cultura
via Borgogna 3
Milano


Elisa Giunchi (curatrice del libro)
Anna Vanzan (Università degli Studi di Milano)
Christian Elia (E - il mensile di Emergency)

presentano

SOCIETÀ CIVILE E DEMOCRAZIA IN MEDIO ORIENTE E ASIA

a cura di Elisa Giunchi

O barra O Edizioni


Afghanistan, Tagikistan, Caucaso, Coree, Palestina, Israele, Cina, Turchia, Iran, Malaysia: qual è il ruolo che la società civile sostiene attualmente nelle situazioni post-conflitto, nella composizione di conflitti regionali, nell'apertura alla democrazia?

domenica 3 aprile 2011

FUORI DALLA PORTA DEL GANDAMAK

Il “Gandamak”, alla fine del quartiere di Sherpur e all'inizio di Sharenaw, è il manifesto perfetto della distanza tra gli occidentali e il mondo reale in cui vivono quattro milioni di afgani a Kabul. Fondato da un famoso giornalista, è un luogo ameno un po' délabrée con un fascino d'altri tempi: vecchi fucili ad avancarica in rastrelliera, un'antica Royal Enfield monocilindrica di sapore coloniale all'ingresso e stucchi pseudo vittoriani su un ampio giardino su cui si affaccia un ristorante d'antan che serve croissant caldi e caffè fatto con la Moka. Ma questo ritrovo di contractor, giornalisti, spioni e diplomatici ha un piccolo difetto: è vietato agli afgani per via che vengono serviti gli alcolici e dunque, a parte i prezzi stratosferici, è un luogo così esclusivo da farvi venire un discreto voltastomaco.

Ma se il mondo occidentale, trasferitosi in Afghanistan con cinquemila funzionari e centomila soldati, è distante dagli afgani quasi per default per via dell'inevitabile differenza tra ricchi e poveri, sviluppati e sottosviluppati, potenti e disperati, anche nella stessa società afgana c'è una profonda cesura. Quella che si crea tra un governo e un parlamento usciti da elezioni a dir poco controverse e il mondo reale di trenta milioni di afgani molti dei quali, senza auto con la scorta e amicizie che contano, non sanno come conciliare il pranzo con la cena. Non di meno nella società di questo paese che soffre le evidenti ferite di trent'anni di guerra, il mormorio che sale dal basso si va facendo sempre più impetuoso: attraverso l'associazionismo di base – siano sindacati, Ong, fondazioni culturali, club delle nuove figure emergenti come avvocati o giornalisti – che comincia non solo a parlar chiaro per far valere i suoi diritti ma anche a parlare con una voce sola.

Se “società civile” rischia di essere una parola abusata, buona per tutte le stagioni e tutte le perifrasi che completano analisi sofisticate e intellettuali, in Afghanistan la società organizzata nelle sue forme più diverse e variegate, non solo esiste ma è tutt'altro che un piccolo segmento del paese: è un mondo che, a volerlo vedere, esiste e si fa sentire. Oltre i talebani e la Nato.
Sembra essere questo il risultato principale della Conferenza (“Rafforzare il ruolo della società civile nel processo decisionale”) che ha visto riuniti a Kabul 150 delegati, la metà dei quali donne, provenienti da tutte le province afgane ed espressione di piccole realtà di base o di grossi network che vanno dai disabili ai lavoratori della scuola, dalle Ong che fanno lobby sui diritti umani, ai centri di ricerca dove giovani neolaureati cominciano a produrre analisi più sensate di quelle che si fanno a Londra o a Washington. Se non altro perché sanno bene di che paese stanno parlando.

Dalla conferenza della società civile afgana il messaggio uscito per il governo è stato forte e chiaro, come si direbbe in gergo militare, l'unico che fino ad ora l'ha fatta da padrone: le organizzazioni di base vogliono entrare a far parte del dibattito nazionale, monitorare quel che fa il governo, spingere verso un processo di giustizia sociale che faccia i conti col passato, chiedere conto di come si spende il denaro pubblico. Ma il messaggio è stato forte e chiaro anche per la comunità internazionale che, da un anno a questa parte, ha scoperto la locuzione “società civile” (da unire alle varie declinazioni dell'exit strategy) non sapendo però bene come conciliare la parola con la realtà.

A donatori e cancellerie occidentali gli afgani chiedono più coerenza e investimenti di lungo periodo: non “progetti” ma la valorizzazione del pensiero locale e dunque di chi nel paese vive e forse sa davvero di cosa si avrebbe bisogno. Con realismo. Nella dichiarazione finale si fa cenno all'importanza della “formazione”, perché l'analfabetismo è ancora diffuso, all'università accedono ancora troppo poche persone e perché il diritto alla salute, all'istruzione o alla giustizia si pratica anche sapendo come chiederlo.

Il governo ha in parte snobbato la conferenza. La maggior parte delle cancellerie ha fatto lo stesso, anche se Karzai ha mandato un portavoce presidenziale a leggere un messaggio di augurio (e pare che a breve voglia incontrare il comitato organizzatore) e alcune ambasciate (Giappone, Germania, Canada e naturalmente Italia, la cui cooperazione ha fornito i fondi per organizzare l'incontro di Kabul) hanno prestato orecchio. Qualcosa si muove. Qualcuno inizia ad ascoltare. Forse qualcuno inizierà anche a muoversi.

La fotografia è di Romano Martinis

venerdì 1 aprile 2011

LA CAPACITA' DI PRESTARE ORECCHIO

La Conferenza della società civile afgana conclusasi ieri a Kabul, di cui l'Italia ha qualche merito, può sembrare ai più poca cosa. Belle parole al vento su un termine usato e abusato che spesso non vuol dir nulla, al più una seccatura imposta dal buon cuore. Questo è quello che deve aver pensato, e con lui molti governi occidentali, anche il governo afgano, il cui ministro dell'Economia, che aveva promesso un intervento, non si è fatto vedere senza neppure preavvertire. Ma 150 delegati da 34 province, la metà dei quali donne - anche piuttosto agguerrite - dovrebbero far riflettere. E non solo sull'atto di cortesia e di rispetto che si deve a chi fa, con qualche difficoltà, una marcia dalla periferia alla capitale sfidando bombe e talebani, tagliagole e mine al ciglio della strada.

Ascoltare le voci che provengono dal basso dovrebbe forse diventare uno dei nuovi strumenti della diplomazia moderna soprattutto se, com'è successo a Kabul, tra quei 150 delegati non c'erano soltanto le solite tre o quattro Ong che parlano il dialetto convenzionale dei summit ma i rappresentanti di associazioni e sindacati (ebbene si, ci sono anche in Afghanistan), fondazioni culturali e think tank nazionali (ebbene si, ci sono anche quelli), club di poeti e leghe di avvocati e giornalisti. Se dunque per società civile si intende non una semplice accozzaglia di sigle ma un insieme di idee e di vivacità che, sorprendentemente, animano anche un panorama sociale devastato da trent'anni di guerra, forse è bene prestare orecchio.

Questo genere di presenze, questo tipo di attori, questa razza disomogenea e vivace è qualcosa in più della semplice “generazione facebook” con cui abbiamo derubricato le rivoluzioni del Maghreb e del mondo arabo, che non solo non abbiamo visto arrivare ma che stentiamo a capire. La nostra diplomazia, i nostri governi, buona parte dei media, abituati al fatto che “ormai tutto si decide a quattr'occhi nei G20 o nei G2”, a questo mormorio non prestano orecchio col risultato che quando accade qualcosa non conosciamo gli interlocutori, ci sfuggono i motivi, non sappiamo nulla di quel mondo sommerso che ci pare sia comparso sul web come d'incanto.

L'istruzione sempre più diffusa, masse di neo laureati che entrano in mercati del lavoro asfittici, cittadini che malsopportano regimi autocratici o falsamente democratici, fanno di questo mormorio una lenta marea montante che, apparentemente in modo improvviso, fa saltare pentole e coperchi di fronte alle facce stupite di ambasciatori e analisti, ministri e sottosegretari, algidi funzionari delle più svariate commissioni. Eppure il mormorio, nelle strade del Cairo o di Kabul, nei vicoli di Avenue Bourghiba o dietro ai centri commerciali di Manama, si sarà pur sentito. E' difficile prevedere una rivoluzione e sarebbe anzi più augurabile che le turbolenze pre rivoluzionarie fossero percepite da un ascolto attento che le trasformi in un dialogo aperto anziché in movimento antagonista. E spesso è solo questione di ascoltare. Ma per farlo bisogna scendere in strada. Ai piani alti certi mormorii proprio non arrivano.

mercoledì 30 marzo 2011

IL GOVERNO AFGANO SNOBBA LA SOCIETA' CIVILE

Si è aperta oggi a Kabul la prima Conferenza della società civile afgana organizzata da un comitato locale formato dai maggiori network del Paese che raccolgono associazioni, Ong, sindacati, centri studi e organizzazioni culturali.

La Conferenza, che è stata organizzata con l'aiuto del network di “Afgana” - rete italiana di associazioni, Ong, sindacati e cittadini - ha come tema “Il rafforzamento della società civile nei processi decisionali dell'Afghanistan” e disegna la nascita del primo grande network informale dell'associazionismo di base del Paese asiatico.

Oltre 150 delegati dalle 34 province afgane hanno preso parte alla Conferenza che si concluderà domani nella capitale con un documento politico che verrà presentato nel pomeriggio alla stampa nazionale e internazionale. Il presidente Hamid Karzai ha mandato un messaggio di apprezzamento per i lavori della conferenza letto da un portavoce della presidenza, ma i delegati hanno espresso disappunto per la mancata presenza del titolare dell'Economia, il ministro Abdul Hadi Arghandiwal che non si è presentato ai lavori.

martedì 18 maggio 2010

LE SOLUZIONI DAL BASSO

Perugia - Ad aver voglia di ascoltarli gli afgani, molte delle soluzioni alla guerra ci sarebbero già. Ci sarebbe già un percorso possibile in quelle lontane lande dove certe idee sono già ben prefigurate. E sono altro da quel che dice Hillary Clinton, il generale McChrystal o l'italico Palazzo dove il mantra è sempre quello: si deve restare anche se a far cosa non si sa.
Prendete le donne di Afghan Women's Network, il maggior ombrello di organizzazioni femminili del Paese: rispetto al Piano per la sicurezza nazionale, è necessario che questo funzioni in linea con le risoluzione dell'Onu e, dicono, col Piano nazionale che riguarda i temi di genere. E ancora, rispetto al Programma nazionale di pace e riconciliazione, dice ancora un documento ufficiale di Awn, bisogna essere certi che ne siano parte piena le donne: che i fondi a disposizione costituiscano un incentivo per favorire i loro diritti e la loro autonomia nel lavoro e nella società. Questa, che dovrebbe essere musica per le nostre orecchie occidentali, è però una voce molto flebile, sottoposta agli urti di una guerra che, dopo le dichiarazioni di principio, ha altro per la testa.

Najila Ayubi, che il coordinamento delle donne afgane ha inviato alla Perugia Assisi su invito della Tavola della pace e del network di “Afgana”, si spiega meglio: “C'è un'assoluta mancanza di sintonia tra quello che sta facendo il governo afgano e chi prepara l'imminente lancio di un'offensiva al Sud.” Come si fa, dice, a parlare di pace e impugnare le armi? Di più, le donne afgane hanno chiesto al governo di essere presenti al processo di pace che inizia formalmente a fine maggio a Kabul. Ma anche Najila sa che questa richiesta, se non viene appoggiata, rischia di cadere come tutte quelle che provengono dalla società civile. Che ha le idee molto chiare...

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domenica 9 novembre 2008

IL COMPLEANNO DEI DIRITTI UMANI



Tanto per cominciare una marcia pacifica sulla Rai il 10 dicembre per i 60 anni della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Ma anche blocchi stradali organizzati da settimana prossima dal “No Dal Molin” a Vicenza. O l'iniziativa di leggere la Costituzione nelle scuole il 17 novembre, come annuncia Stefania Carreri dell'Unione degli studenti.
Sono le idee che vengono lanciate dall'Assemblea nazionale che “Tavola della pace”, “Libera” e “Strada Facendo” hanno tenuto ieri a Roma: occasione di incontro in cui associazioni e reti della società civile italiana hanno provato a “intrecciare percorsi”, partendo ognuno dalla propria esperienza sul territorio, e a suggerire una strategia per “tradurre in pratica il discorso sui diritti umani iniziando a scrivere insieme una nuova Agenda politica”. Ecco perché la Rai, “servizio pubblico che paghiamo – dice Flavio Lotti della Tavola – e da cui dunque possiamo pretendere che l'Agenda di cui si parla non sia solo quella dettata da una politica autoreferenziale”. Appuntamento su cui puntare anche per Roberto Natale, presidente del sindacato dei giornalisti (Fnsi), che lo ritiene una pressione importante per incidere “sull'Agenda stessa della comunicazione in Italia”.
Nonostante il significato della ricorrenza, proprio in Italia, il governo Berlusconi, “unico forse tra i paesi occidentali”, non ha dedicato nemmeno un appuntamento degno di questo nome alla giornata dei diritti umani che ne festeggia i 60 anni. Ricorrenze buone per essere tagliate dalla mannaia Tremonti. Ecco allora il presidio alla Rai per ricordare che esiste un pianeta pieno di “esseri zero, gente che non ha alcun diritto o che ha una cittadinanza di serie B”, a Milano, Roma o Palermo non meno che a Mogadiscio o a Bagdad.
L'incontro di Roma ha chiaramente sottolineato come il tema dei diritti universali (alla salute, all'educazione, a un'eguaglianza divenuta – dice il magistrato Livio Pepini – un “disvalore”) sia anche molto italiano, oltreché evidentemente dei luoghi della povertà o della guerra, da Kabul a Goma ((in proposito Lisa Clark ha riproposto il tema del disarmo ed Eugenio Melandri un appello sul Kivu che si può leggere su http://www.beati.org). Tonio Dell'Olio, di “Libera” invita allora a tirare fuori di nuovo le bandiere per appenderle ai balconi: “non solo quelle della pace – dice - ma quelle che volete, purché sventolino a ricordare non un solo pericolo (come fu la guerra in Iraq ndr) ma tutti i pericoli che corrono i nostri diritti”. Joli Ghibaudi, dell'iniziativa “Strada Facendo” ne cita uno, dalla sua diretta e recente esperienza, che fa rabbrividire: duecento rifugiati che, assistiti soltanto da un centro sociale, hanno a disposizione...due soli bagni. Un racconto che le fa tremare la voce.
Riunite nel cinema Aquila, dedicato a Tom Benetollo (il presidente dell'Arci morto nel 2004 e il cui ricordo è stato accolto da un applauso) e rinato dopo la confisca del bene alla banda della Magliana, associazioni e reti che si occupano a tutto campo dei diritti (precariato, immigrazione, disabilità, marginalità e così via) tentano insomma di ridar fiato a una società civile che in Italia è forse una delle maggiori risorse e ricchezze del paese.
Il 10 dicembre si ritroveranno a Piazza Mazzini cercando di esserci, dice ancora Lotti, “come persone che vogliono investire contro la sfiducia, la frantumazione, le contrapposizioni e gli orticelli”. Per essere davvero società civile “responsabile”.