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giovedì 5 settembre 2019

Kabul alza la testa (e Bruxelles e Roma la chinano)

Marginalizzato e politicamente indebolito dai negoziati solo bilaterali tra Talebani e Americani, il
governo di Kabul prova a fare la voce grossa. Ieri Seddiq Sediqui, il portavoce del presidente Ashraf Ghani, ha reso noto che il governo “è preoccupato e per questo chiede ulteriori chiarimenti per esaminare accuratamente rischi potenziali e conseguenze negative” dell’accordo di Doha tra i Talebani e l’inviato di Trump, Zalmay Khalilzad. Che lunedì ha portato il testo a Ghani e ne ha anticipato alcuni contenuti in un’intervista alla tv ToloNews: ritiro entro 135 giorni dalla firma di 5.400 dei circa 14.000 soldati Usa. Il resto del testo non è pubblico, ma è chiaro il nodo politico. Gli afghani, spalle al muro, si sentono in parte traditi da Khalilzad, che ha derubricato come secondario ciò che fino a pochi mesi fa riteneva prioritario: che alla “pace” tra Americani e Talebani corrisponda quella tra il governo di Kabul e la guerriglia.

La preoccupazione non è solo sua. Dagli Stati Uniti – dove Ghani ha vissuto a lungo – arriva una dichiarazione congiunta di 9 tra ex ambasciatori e inviati speciali Usa in Afghanistan. Sostengono con forza la soluzione negoziata al conflitto, ma chiedono “che il ritiro completo delle truppe avvenga solo dopo una vera pace”, non prima, e che il governo afghano venga sostenuto, non tagliato fuori dai negoziati, come fin qui avvenuto. Rigettano inoltre una delle ipotesi ventilate nelle scorse settimane – un esecutivo a interim dopo la firma dell’accordo – e si dicono a favore dello svolgimento delle presidenziali del 28 settembre. Nessuno sa se si terranno o meno.

Ghani, in cerca del secondo mandato, assicura che le elezioni sono indispensabili per la legittimità del sistema ma alcuni candidati poco convinti si sono già ritirati mentre uno dei favoriti, l'ex consigliere per la sicurezza nazionale Hanif Atmar, ha sospeso la campagna e il premier Abdullah è disposto a rinunciarvi "per favorire la pace". Sul voto un funzionario internazionale da anni a Kabul e che preferisce restare anonimo è sconsolato: “Continua a stupirmi la mancanza di conoscenza diretta della realtà dell'Afghanistan quotidiano di vari analisti che pontificano sul futuro... se solo chiedessero in strada e nelle campagne alla gente cosa pensa delle elezioni che, secondo la consumata narrativa americana, ogni non talebano vorrebbe disperatamente…”. Sfiducia sul voto dunque ma anche rabbia e rumor di ogni tipo tra cui quello, riferisce una fonte, secondo cui gli americani sparerebbero addirittura sui soldati afgani. Clima teso e preoccupato. Anche tra gli umanitari che lavorano nel Paese. Luca Lo Presti di “Pangea” se ne fa tramite: “Al tavolo negoziale sono assenti i temi legati alla popolazione: i diritti delle donne o quello all’istruzione. Solo controllo e spartizione del potere. Che trattativa è”?

Non la spiega nemmeno il segretario generale della Nato Stoltenberg che, incontrando Mike Pompeo, si limita a ribadire “sostegno pieno agli Usa”. Si, ma i suoi 16mila soldati che faranno? In Italia la cosa è nelle mani di due neoministri: Di Maio e Lorenzo Guerini, che dal Comitato parlamentare per la sicurezza (Copasir, controllo parlamentare sui servizi segreti) è stato mandato alla Difesa a sostituire la ministra pentastellata Trenta che si è distinta per le sue visite in mimetica (uno stile ereditato da La Russa) al contingente italiano in Afghanistan (800 uomini) che il governo gialloverde, nonostante le posizioni “ritiriste” in campagna elettorale, ha ridotto solo di un centinaio di unità. Lodigiano e già vicesegretario del Pd si spera che almeno smetta l’uso della mimetica. Ma soprattutto il nuovo capo della Farnesina potrebbe prendere una posizione visto che erediterà dal silenziosissimo Moavero Milanesi il dossier afgano che il suo predecessore aveva avocato a sé sottraendolo al sottosegretario per l’Asia Manlio Di Stefano. Per tenerlo nel cassetto.

A quattro mani con Giuliano Battiston


sabato 31 marzo 2018

Se si fa sentire la società civile

C’è modo di reagire a una guerra che sembra infinita? E da dove cominciare quando le armi della politica e della diplomazia sembrano spuntate? Uno spiraglio lo indica una vicenda afgana dove, forse per la prima volta in maniera così spontanea e coraggiosa, ma soprattutto nell’area di maggior conflitto del Paese, la società civile diventa protagonista. E la sua ferma richiesta di un cessate il fuoco, che coinvolge centinaia di giovani, donne e anziani “autoconvocati”, mette in imbarazzo sia il governo sia i talebani. Entrambi spiazzati da un movimento dal basso imprevisto e battagliero.

Comincia tutto lunedì scorso, tre giorni dopo l’ennesimo attentato che venerdi 23 fa strage di civili (almeno 16 morti e oltre 40 feriti) che a Lashkar Gah, capoluogo della provincia meridionale dell’Helmand – uno dei capisaldi talebani – hanno assistito o partecipato a una manifestazione sportiva. Un’autobomba si fa strada per raggiungere i cancelli dove stazionano i militari di guardia proprio mentre la gente defluisce per recarsi a pregare. L’attentato resta senza rivendicazione (anche se vengono sospettati i talebani) ma per la gente è comunque troppo. Senza che apparentemente vi sia un organizzatore o qualche gruppo promotore, gli autoconvocati sfilano per la città con slogan e manifesti. Poi issano una tenda e iniziano un sit-in. Ma non si accontentano di protestare, piangere e maledire. Chiedono alle parti un cessate il fuoco e anzi si spingono decidere una marcia verso Musa Qala, uno dei luoghi dove vogliono consegnare il loro messaggio ai capi talebani. Governo e guerriglia non riescono a parlarsi? Bene, lo faremo noi. Il mercoledì, alla tenda che è stata piantata di fianco allo stadio, se ne aggiunge un’altra: decine di donne, col classico chadri che le copre integralmente, raggiungono i maschi. Gente del popolo: stanche, spaventate forse, ma anche stanche di aspettare la tregua che non c’è. E sono pronte a marciare su Musa Qala. Il governo tace. I talebani rispondono.

sabato 3 giugno 2017

Kabul spari sulla folla 5 morti

Chi non vuole vedere l'abisso afgano?
La strage senza paternità che mercoledi ha ucciso un centinaio di cittadini di Kabul e ne ha feriti ennesimo episodio mortale. A farne le spese alcuni dimostranti uccisi dalle forze di sicurezza afgane mentre, assieme ad altri, erano convenuti sul ruolo della strage per protestare contro l’insicurezza quotidiana che circonda la vita nella capitale e in un Paese dove, nei primi tre mesi del 2017, sono state uccise oltre settecento civili e che nel 2016 ha totalizzato il bilancio più grave della guerra infinita: 3.500 morti, in aumento rispetto all’anno precedente.
oltre 400 con effetti devastanti sul centro città che si sono sentiti fino a 4 chilometri dal sito dell'esplosione, è stata seguita ieri da un

La protesta che dalle prime ore del mattino aveva raccolto un migliaio di persone si è rapidamente trasformata in una manifestazione politica con slogan che chiedevano la testa dei capi degli apparati di sicurezza ma anche le dimissioni del governo di unità nazionale. Numerosi gli slogan contro i talebani (che hanno preso le distanze dalla strage) e il Pakistan. I media locali sostengono che molti dimostranti fossero armati e che abbiano lanciato pietre contro gli agenti (alcuni dei quali sono stati feriti) ma la reazione delle forze dell’ordine, stando anche a quanto dichiarato dai responsabili di Amnesty International nella regione, sarebbe stata spropositata. L’organizzazione internazionale chiede ora un’inchiesta sull'impiego di armi da fuoco durante il corteo. Quel che è certo è che la tensione è salita alle stelle quando i dimostranti hanno cercato di spingersi verso il palazzo presidenziale, non molto distante dal luogo dell’attentato. In sostanza, quando la manifestazione, da semplice reazione di rabbia spontanea, è diventata politica, la sicurezza del governo è entrata in azione. Gas e acqua non sono stati ritenuti sufficienti e si è iniziato a sparare. I morti accertati sarebbero almeno cinque. Molti anche i feriti, con pallottole che hanno colpito alcuni dimostranti ai piedi e alle gambe.

giovedì 9 febbraio 2017

Una rosa e una spina a Kabul per il presidente

Ci sono anche una rosa e una spina afgani nella nuova amministrazione americana di Donald Trump. La rosa è Ashraf Ghani che Trump ha avuto come professore quando il presidente era esule negli States. L’Afghanistan non figura nella lista dei sette Paesi maledetti e la rituale telefonata tra Trump e Ghani è stata amichevole. Anche perché, benché in campagna elettorale Trump fosse per il disimpegno, adesso le cose sono cambiate. L’Afghanistan e soprattutto il controllo delle sue basi aeree restano un baluardo formidabile in caso di guerra con l’Iran e, comunque, un fortino verso le mire russe, che Putin sia amico o no. Le spine sono invece quelle della guerra infinita e portano il nome “taleban”. L'emirato, che ne dà notizia sul suo sito,  ha scritto a Trump una lettera invitandolo a fare le valigie. Dopo 15 anni, scrive la guerriglia in turbante, la lezione è chiara e, conclude il messaggio non senza ironia: «Forse alcuni contenuti di questa lettera si riveleranno amari per il vostro gusto. Ma dal momento che sono realtà e fatti tangibili, devono essere accettati e trattati come una amara medicina che viene assunta dai pazienti per evitare che la loro condizione peggiori».

La guerra continua, non risparmia nessuno e non si ferma nemmeno durante l’inverno: ieri sei membri dello staff dell’Icrc (il Comitato della Croce rossa, per antonomasia l’organo più neutrale che esista) sono stati uccisi da un uomo armato nella provincia di Jawzian mentre andavano a consegnare aiuti umanitari. Due i dispersi. I talebani hanno smentito un loro coinvolgimento. L'Icrc ha sospeso le attività nel Paese dopo il grave attentato che potrebbe ascriversi a un'impresa dello Stato islamico. Stato islamico che ha rivendicato intanto oggi l'attentato dell’altro ieri quando un kamikaze si è fatto esplodere nel parcheggio della Corte suprema e ha ucciso 21 persone tra cui 17 funzionari del tribunale. I feriti sono una quarantina. Quattro sono cittadini di passaggio. Tutte vittime civili.

mercoledì 27 agosto 2014

Come si fa a far vincere i talebani. Le nuove bizze di Abdullah

Abdullah (nella foto di Pajhwok con Ghani)
 fa di nuovo saltare il banco
Il sospetto che Abdullah Abdullah e Asharf Ghani, i due candidati alle presidenziali afgane, non abbiano trovato un accordo sulla spartizione futura dei poteri e che il primo si sia sentito messo nell'angolo è forte e chiaro. E sembra più il fallimento di questa trattativa da bassa macelleria diplomatica e nella peggior tradizione del bazar il motivo vero per il quale oggi Abdullah ha ritirato i suoi osservatori dal processo di revisione delle schede uscite dal voto al ballottaggio e che l'Onu sta monitorando. Nonostante l'intervento di Kerry, le rassicurazioni di Karzai, i cedimenti di Ghani alle sue rimostranze, l'impegno dell'Onu e le pressioni della diplomazia,  Abdullah deve aver ottenuto nel futuro governo di larghe spartizioni troppo poco e ancora dunque tira la corda contestando le regole che ha accettato solo qualche giorno fa. La disillusione tra gli afgani, amarezza compresa, dev'essere forte, come dimostra un sondaggio di ToloTv secondo cui la metà di chi ha fatto clic per dire la sua spera che i due si metteranno d'accordo mentre l'altra metà pensa di no.

Così finiscono per aver ragione i talebani che, sul loro sito, bollano le elezioni come una farsa. Non basterà questo a far vincere la guerriglia in turbante ma questo basterà a far credere sempre di più agli afgani che le elezioni all'europea sono solo una coperta elastica
che poi si può tirare a piacimento da una parte all'altra prima di spegnere la luce.

lunedì 7 luglio 2014

Afghanistan presidenziali, Ghani in testa

Come si pensava, i risultati preliminari ufficiali delle elezioni afgane consegnano per ora la vittoria ad Ashraf Ghani. L'affluenza sarebbe stata attorno al 60% (38% donne) con oltre 8 milioni di schede valide. Le percentuali annunciate sono: 56,44% a Ghani contro il 43,56% del rivale.
Oggi tra l'altro la stampa afgana (The Killid Group) riferisce della lettera di Afgana al ministro Mogherini e della sua risposta. La prima volta, sottolinea, in cui un titolare degli Esteri si prende la briga di rispondere a una piccola associazione, confermando l'impegno italiano a favore della società civile afgana anche dopo il ritiro dei soldati.

domenica 22 giugno 2014

Bomba Abdullah, intercettazioni incastrano Commissione elettorale

Non c'è niente di peggio di un'intercettazione telefonica per mettere in dubbio l'onestà intellettuale di un individuo. E quelle rivelate oggi a Kabul dal candidato Abdullah Abdullah incastrano il  segretario della Commissione elettorale (Iec).  Scoppia una nuova bomba sul processo elettorale

Il segretario della Commissione Zia ul Haq Amarkhil, di cui Abdullah chiede la testa da giorni,avrebbe orchestrato una truffa su scala industriale per favorire lo sfidante Ashraf Ghani. (Leggi tutta la storia su Lettera22). Nelle telefonate intercettate si parla di ovini ma il linguaggio in codice è fin troppo evidente. Ovviamente ci si chiede come Abdullah le abbia ottenute e da chi. Ma sono domande che passano in secondo piano e rilanciano la bufera sul processo elettorale mentre tutti i giorni le strade si riempiono di dimostranti, tende e sit-in in favore di Abdullah (non grandi ma sufficienti a farsi notare.

La Commissione elettorale intanto ha fatto sapere che i risultati elettorali del secondo turno subiranno un rinvio  ma ha reiterato che la partecipazione al voto del 14 giugno è stata di oltre sette milioni di afgani.

mercoledì 18 giugno 2014

L'ora delle polemiche sul voto: Abdullah alza la voce (aggiornato)

Se al processo elettorale afgano non è mai mancato il sale, adesso è l'ora del pepe. Polemiche, dibattiti e discussioni si incrociano nei giorni in cui, dopo il voto di ballottaggio del 14 giugno, è iniziata la conta dei voti. Ma Abdullah Abdullah, cui i primi conteggi attribuirebbero (in modo del tutto non ufficiale) una sconfitta, ha chiesto che il conteggio venga fermato. Abdullah è certo: ci sono state frodi e pesanti. Due sono le cose che alimentano i sospetti dell'ex candidato favorito: i dati provenienti dalle province, che indicherebbero in alcuni casi un'affluenza addirittura superiore al primo turno e, soprattutto, il caso del segretario generale dell'Independent Election Commission (Iec), Zia-ul-Haq Amarkhail, accusato senza mezzi termini di brogli: in effetti sabato sera – la sera del voto - una macchina del suo staff proveniente dagli uffici dell'Iec viene fermata dalla polizia con un bagagliaio pieno di schede non utilizzate. E com'è che, in una fase tanto delicata, questi girano senza una scorta di polizia e con schede bianche? La Commissione, cui Abdullah chiede la testa di Zia nega ogni addebito, respinge l'idea di fermare la macchina elettorale e si giustifica col fatto che, quella sera,  scorta non ce n'era per accompagnare il viaggio incriminato. Ma tanto basta ad Abdullah per ritenere che ci sia di che preoccuparsi.

sabato 14 giugno 2014

Il ballottaggio tra Ghani e Abdullah (aggiornato)

Torno nella capitale afgana dopo  diversi mesi di assenza e proprio nel giorno in cui inizia il voto di ballottaggio per scegliere tra Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah. La sfida è interessante non solo come prova della maturità del sistema elettorale (che finora se l'è cavata bene) ma anche per capire chi e come vincerà la partita. Nelle ultime settimane abbiamo visto diversi cambi di casacca: Rassoul, candidato di Karzai (era il suo ex ministro degli Esteri), sostiene Abdullah ma a sorpresa uno dei fratelli del presidente (Qayum, il più potente) ha scelto Ghani mentre un altro si è schierato con l'uomo dell'ex Alleanza del Nord. Stessa cosa per i fratelli del Leone del Panjshir,  Shah Massud: uno con l'ex braccio destro del leone, l'altro con l'ex funzionario della Banca Mondiale. E poi tutta una pletora di personaggi, mullah, assemblee di villaggio che si sono dichiarate per questo o per quello. Interessante il gioco del presidente: si potrebbe dire che, per non restare appeso, abbia pianificato una strategia che in qualche modo lo mantiene in carreggiata avendo, in un certo senso, appoggiato entrambi i candidati...

venerdì 25 aprile 2014

Testa a testa afgano: terzo scrutinio (82% del voto). Cominciano i corteggiamenti

A sinistra Abdullah, a destra Ghani
Terzo round di risultati parziali del voto presidenziale annunciati ieri a Kabul: Abdullah Abdullah è primo con 43,8%, Ashraf Ghani 32,9%, Zalmai Rassoul 11,7%, Sayyaf 7%, Helal 2,8%, Sherzai 1,6%, Sultanzoy 0,5%, Arsala 0,2%. Voti contati all'82,59%.

Con l'avvicinarsi del ballottaggio, il testa a testa sui due si gioca adesso sulle alleanze ed ecco profilarsi la prima. Entrambi hanno offerto  all'ormai ex presidente Karzai un ruolo nel nuovo governo con l'occhio a quell'11% raccolto da Rassoul: arma a doppio taglio, come la percentuale di altri candidati (Sayyaf ad esempio). Sposterà voti questa alleanza, certamente, ma ne potrà far anche perdere. Anche se a contare ancora sono e saranno le alleanze tribali, questa tornata sembra dire - e il caso Rassoul-Karzai sembra dimostrarlo - che contano meno di una volta. 

lunedì 21 aprile 2014

Se la differenza la fa l'islamista più radicale

Abdullah Abdullah
Come abbiamo visto ieri, Abdullah Abdullah è in testa con una buona performance (44,4%) che mette in difficoltà Ashraf Ghani (33,2%). Le percentuali cambieranno, ma è fuor di dubbio che la partita del ballottaggio presidenziale imminente si giocherà tra i due. Chi farà la differenza per far superare ai contendenti la fatidica soglia del 50%?


Sayyaf e la bandiera che è il suo simbolo
sulla sua pagina Facebook dove ha raccolto 200 like
Una spunta degli altri risultati indica chiaramente che il più forte contributore sarà AbdulRassoul Sayyaf, all'inizio al 5% ma con le ultime proiezioni, basate sul 50% dei voti contati, è addirittura al 7.6. I rimanenti, sommati, (Qutbuddin Helal 2.7%, Gul Agha Sherzai 1.6%, Daoud Sultanzoy 0.5%, Hedayat Amin Arsala 0.2%) non superano attualmente il 3,5%. Dunque Sayyaf. Questo signore (della guerra), originario di Paghman, è un'islamista della prima ora, l'autore delle peggiori modifiche legislative e un fiero alleato ideologico, benché li combatta, dei talebani. Da lui dipenderà il gioco tra le parti nelle quali Abdullah ha già scelto tra i suoi vice Mohaqeq, un mullah sciita conservatore con un passato che dovrebbe vederlo imputato come criminale di guerra. Come Sayyaf. E' bene saperlo (e denunciarlo) perché le alleanze future si decidono in queste ore. 

ps
Scelgo i profili di AfghanBio, che trovo equilibrati,  ma sui vari personaggi, a cominciare da Sayyaf, esiste una vasta pubblicistica

domenica 20 aprile 2014

A mezzo giro Abdullah Abdullah è in testa

Karzai, sta a guardare. Ma il suo
cavallo non corre
Col 50% dei voti delle elezioni presidenziali contati (49,67%), il leader di quel fronte che una volta si riconosceva nell'"Allenza del Nord" è in testa. Abdullah Abdullah, il medico personale di Ahmad Shah Massud e uomo immagine della lotta ai talebani ma anche di forte connotazione etnica (tagico, o meglio "panjshiri"), guida la classifica del primo effettivo risultato, quantunque ancora parziale. Ha ottenuto il 44,4% contro il 33,2% di Ashraf Ghani – inizialmente dato per favorito e lui stesso sicuro di guadagnare la metà del voto, -seguiti a diverse lunghezze da Zalmai Rassoul, l'uomo di Karzai, col 10,4%. La Commissione elettorale indipendente (Iec) mette in guardia da facili annunci di vittoria, ma l'indicazione di circa 3,5 milioni di voti è comunque significativa.

Vai al sito di Pajhwok o di Tolonews

martedì 8 aprile 2014

Com'è andata. Riflessioni sul voto afgano


Dall'Afghanistan, tutto sommato, arrivano buone notizie. L'affluenza alle urne ha superato abbondantemente il 50%, toccando quasi il 60%. Per un Paese che si affaccia da pochi anni su questa strada e che è in guerra da trent'anni è un gran risultato. 


In questo collage dell'agenzia Pajhwok gli otto
candidati in corsa. Nessuno tra loro può farcela al primo turno
Su 12 milioni di aventi diritto, solo 7 si sono presentati alle urne ma nel 2009, gli elettori che avevano infilato nell'urna la scheda in quella contestatissima tornata elettorale, avevano di poco superato i 4 milioni. In un Paese dove la guerriglia ha minacciato chiunque abbia voluto votare e dove sabato si sono registrate più di un centinaio di intimidazioni e atti di violenza (con un bilancio di oltre una ventina di morti), recarsi alle urne è una scelta coraggiosa e complessa. Nel 2009, i talebani amputarono le dita di molti tra coloro che avevano votato. Questa volta, le immagini restituiteci dal Paese, mostravano afgani e afgane (il 34% degli elettori, una percentuale elevatissima per per quel Paese) che esibivano quel dito macchiato di inchiostro con orgoglio. Il dito marcato da una tinta indelebile - il sistema per evitare il doppio voto - è diventato un'esibizione di dignità democratica assai più che la prova di un broglio sventato. E a Kandahar, città del conflitto per eccellenza, l'affluenza ha superato le aspettative.

domenica 16 marzo 2014

Anche Wardak getta la spugna

Dopo il fratello di Karzai, Quayum, tocca adesso al generale Abdul Rahim Wardak fare spazio a candidati più forti. Il generale ha infatti deciso di rinunciare a correre per la presidenza. Statura massiccia, già ministro della Difesa, uomo vicino a Karzai, Wardak fa un passo indietro anche se per ora non dice a chi vuol traghettare i suoi (pochi) possibile elettori.

Da 11 concorrenti siamo passati a 9 e Zalmai Rassoul guida la classifica del post Karzai in nome e per conto dell'ormai quasi ex capo dello Stato. I giochi sono ancora tutti aperti - specie per Ashraf Ghani e Abdullah  Abdullah - ma alleanze e passaggi di voto si delineano ben prima del ballottaggio che per altro appare inevitabile.

martedì 4 marzo 2014

Karzai dopo Karzai

L'eredità politica che il presidente afgano vorrebbe lasciarsi alle spalle e i progetti per il futuro

Nei giorni scorsi, lunedi 18 febbraio, dal palazzo presidenziale dove ormai Hamid Karzai conta alla rovescia il tempo che lo separa dalle presidenziali afgane del 5 aprile, è arrivato uno stop deciso all'ultima riforma del nuovo codice di procedura penale. Il disegno di legge, già approvato dai due rami del parlamento e cui manca solo la firma del presidente, è entrato nell'occhio del ciclone quando il testo è stato reso noto. Le organizzazioni afgane per i diritti di genere, e pilastri dei diritti umani come Human Rights Watch, hanno bollato la legge di oscurantismo e vero e proprio lasciapassare per gli abusi contro le donne, visto che uno dei capitoli sentenzia che i parenti degli imputati non possono essere testimoni a carico: dal momento che la maggior parte degli abusi di genere – dalla violenza al matrimonio forzato - avviene tra le pareti domestiche, se si escludono le testimonianze dei parenti, l'accusato non può che farla franca.

Il palazzo però ha fatto la voce grossa. Lo stesso palazzo che approvò anni fa, nonostante le polemiche, la famosa legge sul diritto di famiglia degli sciiti (che riconosceva di fatto lo stupro intra-familiare) e che, mesi addietro, non si è fatto per nulla sentire a favore del decreto legge sui diritti delle donne (Evaw), messo sotto accusa del parlamento che tuttora vuole emendarlo. Che il presidente abbia e abbia sempre avuto una politica ambigua, con un occhio agli alleati e uno al consenso interno anche delle frange più conservatrici, non è una novità. Ma questa volta è in gioco qualcosa di diverso. Karzai sta per lasciare il suo incarico dopo essere stato l'unico presidente dell'Afghanistan dalla caduta dei talebani, un uomo che, attraverso un interim e due mandati popolari, si configura come uno dei capi di Stato più longevi: ha trattato con Bush e con Obama, visto l'intera parabola di Ahmadinejad, stretto la mano di Musharraf e Nawaz Sharif, conosciuto premier e presidenti europei pochi dei quali sono sopravvissuti al primo mandato e nessuno dei quali ha goduto in sovrappiù del periodo di grazia che inizialmente a Karzai fu garantito dal vuoto lasciato dalla caduta dei talebani nel 2001.

domenica 24 febbraio 2013

KABUL LA CITTA' PIU' INSICURA DEL MONDO?

Secondo Asraf Ghani, ex candidato alla presidenza e a capo della Transition Coordination Commission "Kabul is the most insecure capital in the world". Ghani ha spiegato ieri che nella capitale va anche bene ma sono i dintorni a rendere preoccupante la situazione: Logar, Wardak, Parwan, Kapisa, Laghman sono tutte province con strade per nulla sicure. Anzi, a mettere carne al fuoco, ci sono anche i capi della polizia locale a confermare: tra talebani, affiliati di Al-Qaeda, Haqqani Network e Hizb-e-Islam, in queste province si registrerebbero decine di gruppi attivi. A Logar e Wardak addirittura cento per provincia. Manipoli che infestano le strade. Ammissione grave, forse anche per alzare la posta in vista del ritiro Nato del 2014.