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sabato 14 giugno 2014

Il ballottaggio tra Ghani e Abdullah (aggiornato)

Torno nella capitale afgana dopo  diversi mesi di assenza e proprio nel giorno in cui inizia il voto di ballottaggio per scegliere tra Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah. La sfida è interessante non solo come prova della maturità del sistema elettorale (che finora se l'è cavata bene) ma anche per capire chi e come vincerà la partita. Nelle ultime settimane abbiamo visto diversi cambi di casacca: Rassoul, candidato di Karzai (era il suo ex ministro degli Esteri), sostiene Abdullah ma a sorpresa uno dei fratelli del presidente (Qayum, il più potente) ha scelto Ghani mentre un altro si è schierato con l'uomo dell'ex Alleanza del Nord. Stessa cosa per i fratelli del Leone del Panjshir,  Shah Massud: uno con l'ex braccio destro del leone, l'altro con l'ex funzionario della Banca Mondiale. E poi tutta una pletora di personaggi, mullah, assemblee di villaggio che si sono dichiarate per questo o per quello. Interessante il gioco del presidente: si potrebbe dire che, per non restare appeso, abbia pianificato una strategia che in qualche modo lo mantiene in carreggiata avendo, in un certo senso, appoggiato entrambi i candidati...

domenica 20 aprile 2014

A mezzo giro Abdullah Abdullah è in testa

Karzai, sta a guardare. Ma il suo
cavallo non corre
Col 50% dei voti delle elezioni presidenziali contati (49,67%), il leader di quel fronte che una volta si riconosceva nell'"Allenza del Nord" è in testa. Abdullah Abdullah, il medico personale di Ahmad Shah Massud e uomo immagine della lotta ai talebani ma anche di forte connotazione etnica (tagico, o meglio "panjshiri"), guida la classifica del primo effettivo risultato, quantunque ancora parziale. Ha ottenuto il 44,4% contro il 33,2% di Ashraf Ghani – inizialmente dato per favorito e lui stesso sicuro di guadagnare la metà del voto, -seguiti a diverse lunghezze da Zalmai Rassoul, l'uomo di Karzai, col 10,4%. La Commissione elettorale indipendente (Iec) mette in guardia da facili annunci di vittoria, ma l'indicazione di circa 3,5 milioni di voti è comunque significativa.

Vai al sito di Pajhwok o di Tolonews

martedì 8 aprile 2014

Com'è andata. Riflessioni sul voto afgano


Dall'Afghanistan, tutto sommato, arrivano buone notizie. L'affluenza alle urne ha superato abbondantemente il 50%, toccando quasi il 60%. Per un Paese che si affaccia da pochi anni su questa strada e che è in guerra da trent'anni è un gran risultato. 


In questo collage dell'agenzia Pajhwok gli otto
candidati in corsa. Nessuno tra loro può farcela al primo turno
Su 12 milioni di aventi diritto, solo 7 si sono presentati alle urne ma nel 2009, gli elettori che avevano infilato nell'urna la scheda in quella contestatissima tornata elettorale, avevano di poco superato i 4 milioni. In un Paese dove la guerriglia ha minacciato chiunque abbia voluto votare e dove sabato si sono registrate più di un centinaio di intimidazioni e atti di violenza (con un bilancio di oltre una ventina di morti), recarsi alle urne è una scelta coraggiosa e complessa. Nel 2009, i talebani amputarono le dita di molti tra coloro che avevano votato. Questa volta, le immagini restituiteci dal Paese, mostravano afgani e afgane (il 34% degli elettori, una percentuale elevatissima per per quel Paese) che esibivano quel dito macchiato di inchiostro con orgoglio. Il dito marcato da una tinta indelebile - il sistema per evitare il doppio voto - è diventato un'esibizione di dignità democratica assai più che la prova di un broglio sventato. E a Kandahar, città del conflitto per eccellenza, l'affluenza ha superato le aspettative.

giovedì 27 marzo 2014

L'en plein del cavallo di Karzai

Nader Naeem in una foto di Pajhwok
Zalmai Rassoul, il candidato di Karzai alle presidenziali, ha un nuovo supporter: l'ormai ex concorrente Nader Naeem che, da ieri, ha rinunciato alla corsa presidenziale.
Il principe Nader Naeem (classe 1965) è di sangue blu: figlio dell'ultima figlia di Zaher Shah, l'ultimo re afgano, è anche nipote del primo presidente afgano, quel Mohammed Daoud Khan che aveva esautorato suo nonno dal trono (fu un golpe in famiglia nel 1973 a istituire la repubblica). Ma Nader (che nella foto vediamo a un convegno su Daud) seguì le sorti del nonno. Si esiliò nel Regno unito e riapparve quando Zaher decise il suo rientro a Kabul dove lo prese come segretario personale. 

domenica 16 marzo 2014

Anche Wardak getta la spugna

Dopo il fratello di Karzai, Quayum, tocca adesso al generale Abdul Rahim Wardak fare spazio a candidati più forti. Il generale ha infatti deciso di rinunciare a correre per la presidenza. Statura massiccia, già ministro della Difesa, uomo vicino a Karzai, Wardak fa un passo indietro anche se per ora non dice a chi vuol traghettare i suoi (pochi) possibile elettori.

Da 11 concorrenti siamo passati a 9 e Zalmai Rassoul guida la classifica del post Karzai in nome e per conto dell'ormai quasi ex capo dello Stato. I giochi sono ancora tutti aperti - specie per Ashraf Ghani e Abdullah  Abdullah - ma alleanze e passaggi di voto si delineano ben prima del ballottaggio che per altro appare inevitabile.

venerdì 14 marzo 2014

L'ultima mossa del maresciallo Fahim

La Costituzione vuole che, anche se mancano ormai un pugno di giorni, il maresciallo Fahim, già a capo dell'Alleanza del Nord ai tempi della cacciata dei talebani nel 2001, ministro della Difesa nel primo governo di transizione e infine vicepresidente (si presentò alle ultime elezioni del 2009 in ticket con Karzai e Khalili), venga rimpiazzato. Morto nel suo letto nell'imponente residenza di Kart-e-Parwan per un attacco di cuore (soffriva di diabete), il maresciallo lascia un vuoto in un momento difficile, garante com'era degli equilibri di potere (assai più che etnici) tra gli ex dell'Alleanza del Nord (Abudllah Abdullah ad esempio) e la covata Karzai, al momento rappresentata nella corsa elettorale soprattutto da Zalmai Rassoul. La scelta dell'uomo che dovrà stare a fianco del presidente nei prossimi mesi (il ballottaggio è forse l'unica certezza delle presidenziali di aprile) avrà dunque una sua importanza e non potrà essere solo una scelta di routine. L'uomo sarà comunque del partito di Fahim (e dell'ex presidente Rabbani, anche lui morto da poco vittima di un attentato). L'Hezb-e-Islami è un partito islamista in piena regola ma che ha saputo far buon viso a cattivo gioco, subendo la presenza della comunità internazionale che, a sua volta, ha fatto buon viso a cattivo gioco evitando di ricordare a Fahim, Khalili, Sayyaf, Dostum e molti altri ex mujaheddin il peso del loro passato.
Il corteo funebre in uno scatto tratto
dal sito di Tolo. Nella notte una delle ultime nevicate

martedì 4 marzo 2014

Karzai dopo Karzai

L'eredità politica che il presidente afgano vorrebbe lasciarsi alle spalle e i progetti per il futuro

Nei giorni scorsi, lunedi 18 febbraio, dal palazzo presidenziale dove ormai Hamid Karzai conta alla rovescia il tempo che lo separa dalle presidenziali afgane del 5 aprile, è arrivato uno stop deciso all'ultima riforma del nuovo codice di procedura penale. Il disegno di legge, già approvato dai due rami del parlamento e cui manca solo la firma del presidente, è entrato nell'occhio del ciclone quando il testo è stato reso noto. Le organizzazioni afgane per i diritti di genere, e pilastri dei diritti umani come Human Rights Watch, hanno bollato la legge di oscurantismo e vero e proprio lasciapassare per gli abusi contro le donne, visto che uno dei capitoli sentenzia che i parenti degli imputati non possono essere testimoni a carico: dal momento che la maggior parte degli abusi di genere – dalla violenza al matrimonio forzato - avviene tra le pareti domestiche, se si escludono le testimonianze dei parenti, l'accusato non può che farla franca.

Il palazzo però ha fatto la voce grossa. Lo stesso palazzo che approvò anni fa, nonostante le polemiche, la famosa legge sul diritto di famiglia degli sciiti (che riconosceva di fatto lo stupro intra-familiare) e che, mesi addietro, non si è fatto per nulla sentire a favore del decreto legge sui diritti delle donne (Evaw), messo sotto accusa del parlamento che tuttora vuole emendarlo. Che il presidente abbia e abbia sempre avuto una politica ambigua, con un occhio agli alleati e uno al consenso interno anche delle frange più conservatrici, non è una novità. Ma questa volta è in gioco qualcosa di diverso. Karzai sta per lasciare il suo incarico dopo essere stato l'unico presidente dell'Afghanistan dalla caduta dei talebani, un uomo che, attraverso un interim e due mandati popolari, si configura come uno dei capi di Stato più longevi: ha trattato con Bush e con Obama, visto l'intera parabola di Ahmadinejad, stretto la mano di Musharraf e Nawaz Sharif, conosciuto premier e presidenti europei pochi dei quali sono sopravvissuti al primo mandato e nessuno dei quali ha goduto in sovrappiù del periodo di grazia che inizialmente a Karzai fu garantito dal vuoto lasciato dalla caduta dei talebani nel 2001.