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martedì 17 giugno 2014

Carta vince carta perde. La sfida afgana tra Ghani e Abdullah

Lontani dagli occhi e soprattutto dal cuore di un pianeta che per più di dieci anni ha seguito le peripezie di un Paese ormai entrato nella categoria dell'oblio, sette milioni di afgani sono andati sabato a votare al secondo turno delle presidenziali per scegliere chi sostituirà l'inossidabile Hamid Karzai, giunto forse al termine della sua perigliosa avventura politica. La capitale appariva sabato più deserta che in un giorno di festa: vietata la circolazione, negozi serrati e, sorprendentemente, una corsa di primo mattino alle urne per intingere l'indice nell'inchiostro indelebile e firmare così la scheda. «Per le presidenziali non c'è un limite di seggio – spiega Timur, uno dei protagonisti della scena culturale locale – e quindi, per evitare lunghe code, tutti di buon'ora sono andati al seggio più vicino».

lunedì 21 aprile 2014

Se la differenza la fa l'islamista più radicale

Abdullah Abdullah
Come abbiamo visto ieri, Abdullah Abdullah è in testa con una buona performance (44,4%) che mette in difficoltà Ashraf Ghani (33,2%). Le percentuali cambieranno, ma è fuor di dubbio che la partita del ballottaggio presidenziale imminente si giocherà tra i due. Chi farà la differenza per far superare ai contendenti la fatidica soglia del 50%?


Sayyaf e la bandiera che è il suo simbolo
sulla sua pagina Facebook dove ha raccolto 200 like
Una spunta degli altri risultati indica chiaramente che il più forte contributore sarà AbdulRassoul Sayyaf, all'inizio al 5% ma con le ultime proiezioni, basate sul 50% dei voti contati, è addirittura al 7.6. I rimanenti, sommati, (Qutbuddin Helal 2.7%, Gul Agha Sherzai 1.6%, Daoud Sultanzoy 0.5%, Hedayat Amin Arsala 0.2%) non superano attualmente il 3,5%. Dunque Sayyaf. Questo signore (della guerra), originario di Paghman, è un'islamista della prima ora, l'autore delle peggiori modifiche legislative e un fiero alleato ideologico, benché li combatta, dei talebani. Da lui dipenderà il gioco tra le parti nelle quali Abdullah ha già scelto tra i suoi vice Mohaqeq, un mullah sciita conservatore con un passato che dovrebbe vederlo imputato come criminale di guerra. Come Sayyaf. E' bene saperlo (e denunciarlo) perché le alleanze future si decidono in queste ore. 

ps
Scelgo i profili di AfghanBio, che trovo equilibrati,  ma sui vari personaggi, a cominciare da Sayyaf, esiste una vasta pubblicistica

martedì 8 aprile 2014

Com'è andata. Riflessioni sul voto afgano


Dall'Afghanistan, tutto sommato, arrivano buone notizie. L'affluenza alle urne ha superato abbondantemente il 50%, toccando quasi il 60%. Per un Paese che si affaccia da pochi anni su questa strada e che è in guerra da trent'anni è un gran risultato. 


In questo collage dell'agenzia Pajhwok gli otto
candidati in corsa. Nessuno tra loro può farcela al primo turno
Su 12 milioni di aventi diritto, solo 7 si sono presentati alle urne ma nel 2009, gli elettori che avevano infilato nell'urna la scheda in quella contestatissima tornata elettorale, avevano di poco superato i 4 milioni. In un Paese dove la guerriglia ha minacciato chiunque abbia voluto votare e dove sabato si sono registrate più di un centinaio di intimidazioni e atti di violenza (con un bilancio di oltre una ventina di morti), recarsi alle urne è una scelta coraggiosa e complessa. Nel 2009, i talebani amputarono le dita di molti tra coloro che avevano votato. Questa volta, le immagini restituiteci dal Paese, mostravano afgani e afgane (il 34% degli elettori, una percentuale elevatissima per per quel Paese) che esibivano quel dito macchiato di inchiostro con orgoglio. Il dito marcato da una tinta indelebile - il sistema per evitare il doppio voto - è diventato un'esibizione di dignità democratica assai più che la prova di un broglio sventato. E a Kandahar, città del conflitto per eccellenza, l'affluenza ha superato le aspettative.

venerdì 16 marzo 2012

QUEL CHE HO DA DIRE SU MOHAMMAD MOHAQEQ

A proposito dell'incontro con l'ex mujaheddin sulla lsista nera di Hrw

A proposito della visita in Italia di Mohammad Mohaqeq, a capo della Commissione giustizia del parlamento afgano, è necessario un chiarimento se non altro per fare un po' di luce chiara su un'informazione che, nella fretta di gettare la croce addosso a qualcuno, prima ha tacciato “Afgana”, la rete di società civile che rappresento, di aver “avallato” la visita di Mohaqeq, infine di aver annaspato nell'imbarazzo perché, come è stato scritto su un sito “...in rete si sprecano gli interventi di chi – è il caso della Rete Afgana – si dice vittima di una mancanza di comunicazione e informazione all’origine dell’abbaglio”. Si sprecano gli interventi? Ma quali? Che io sappia Afgana non ne ha fatto alcuno se si esclude una correttissima precisazione di Nino Sergi di Intersos (che fa parte della Rete) sulla pagina web di Giuliana Sgrena. Nessuno ha sprecato niente perché non c'è niente da sprecare né nulla da cui difendersi. Provo a dire perché.

All'annuncio dell'arrivo del parlamentare afgano, il Cisda, organizzazione attiva da anni in Afghanistan e in Italia e molto sensibile sulle vicende dell'impunità e della giustizia, lancia un allarme che è apparso in inglese anche sul sito di Rawa, un'organizzazione afgana che dai signori della guerra ha subito ogni nefandezza. Secondo il Cisda e Rawa è inammissibile che in Italia siano ricevuti personaggi di quella fatta e dunque il ricevimento in Campidoglio, che comprendeva un saluto del sindaco, e, a seguire, una tavola rotonda, non s'ha da fare.

Dopo un po' che il comunicato gira in Rete (figurarsi se i quotidiani si occupano di queste quisquilie*) un imbarazzo diffuso fa ritrattare la presenza al sindaco e ai due parlamentari del Pd Touadi e Vernetti. La tesi è, grosso modo, che nessuno aveva ben capito con chi si aveva a che fare. Ma veniamo a noi. “Afgana”, e io per lei (nell'invito figurava anche Lisa Clark semplicemente perché è con me la portavoce della rete** ma sono io ad essere stato contattato da un'associazione di afgani in Italia), era stata invitata con Sergi, Toaudi e Vernetti alla tavola rotonda. Sapevamo chi è il signor Mohaqeq e abbiamo fatto un supplemento di indagine a Kabul chiedendo chi è adesso, cosa fa e con chi si accompagna. Conosciamo il suo passato tutt'altro che specchiato e sappiamo anche che fu favorevole, come la maggior parte del parlamento afgano, alla legge di amnistia che, con un colpo di spugna, ha (per ora) cancellato i crimini della guerra civile. Il problema è che nel parlamento di Kabul come lui ce ne sono tanti. Diciamo pure la maggioranza. Il primo vicepresidente della Repubblica e così l'attuale figurano sulla stessa lista citata dal Cisda (e compilata da Hrw) e nella quale una lunga sfilza di personaggi viene accusata di crimini durante la guerra contro i sovietici e subito dopo. Da questo punto di vista, nelle istituzioni, chi si salva in Afghanistan è un pugno di persone, tra cui Karzai che, non a caso, è uomo della diaspora. Non bisogna parlare con nessuno di loro?

Questa è la posizione assunta dal Cisda. Legittima e rispettabile. Ma non è la mia. Io (ed evidentemente anche Nino Sergi tacciato in qualche messaggio di “irrecuperabile farabutto”) la penso diversamente. In un paese ostaggio da 30 anni di guerra parlo con tutti. Se avessi l'occasione di parlare con mullah Omar, lo farei. Anzi lo avrei fatto dal 2006, quando ormai si era già capito che o si faceva un accordo coi turbanti o la guerra sarebbe stata infinita. Naturalmente le mie opinioni e quelle del Cisda sono divergenti ma credo ci sia spazio per entrambe. La politica è esattamente questo. Ci sono delle persone che mediano (e che secondo alcuni sono dei pompieri, secondo altri dei venduti, per altri ancora strumenti di pacificazione e costruzione) e ce ne sono altre che assumono posizioni più radicali. Che ricordano ai primi, se possiamo banalizzare, che non bisogna mollare troppo o abbassare la guardia. E, direi, viceversa. Ai miei tempi si chiamava dialettica.

Messe le cose a posto almeno sul piano della chiarezza delle posizioni, aggiungo che personalmente sono andato a incontrare Mohaqeq. Ci sono andato con Nino Sergi e alla presenza di un giornalista che, figura terza, potrà se crede smentire o confermare. Vorrei dire che è stata un'iniziativa personale perché non volevo trascinare in una polemica le decine di associazioni che aderiscono ad Afgana, molte delle quali sono state turbate da questa vicenda che inizialmente ha seminato panico e imbarazzo. Perché ci sono andato? Perché io e Sergi volevamo far presente a Mohaqeq le vive preoccupazioni di molti italiani dopo la pubblicazione del “codice di condotta” firmato dal Consiglio degli ulema afgani e appena avallato da Karzai. Ma non ci siamo limitati ai lai: abbiamo chiesto che la commissione da lui presieduta facesse un gesto forte, segnalando alla presidenza che questo avallo presidenziale è fuori luogo. Mohaqeq ha sostenuto davanti a noi che ritiene l'editto “contrario alla legge afgana”. Glielo abbiamo fatto ripetere per vedere se avevamo capito bene. Ha aggiunto che riferirà delle nostre rimostranze in commissione. Poco? Può darsi. E poi, lo farà? Ci ha preso in giro? Aveva le penne abbassate per via della polemica nata dal Cisda? Tutto è possibile. Compreso il fatto che questo incontro costituisce un precedente (forse pessimo per qualcuno) in cui, davanti alla stampa, Mohaqeq (che è tra l'altro un influente mullah sciita) ha messo la croce sull'editto (e se lo ha fatto perché è in rotta con Karzai o perché sono sunniti e lui no, poco importa. Le opinioni vanno, i fatti restano).

Dopo qualche ora Mohaqeq doveva incontrare Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri. Lo avevamo informato di quanto detto a Mohaqeq, seppur a titolo personale. E credo che De Mistura abbia dunque avuto in mano una carta più per far sentire la voce del governo italiano su questa questione del codice di condotta che davvero non va giù, né agli italiani, né agli svedesi o agli spagnoli ma nemmeno a tanti afgani. Insomma alla fin fine, la buriana ha, dal mio punto di vista, persino creato le condizioni migliori per dire a Mohaqeq quel che gli andava detto. E che forse sarebbe venuto fuori in maniera meno pressante nella tavola rotonda che mai non fu.

* Con rare eccezioni...Sulla vicenda vedi anche il blog Diritti e rovesci di G. Cadalanu

** Nel bloggismo web la povera Lisa è stata definita “pacifista” tra virgolette. Possiamo capire che in Italia non si sappia chi è Mohaqeq, ma che non si sappia chi è Lisa Clark è un po' più grave. Dove saranno stati i virgolettatori quando Lisa si beccava i "proiettili" serbi a Sarajevo o rischiava "bastonate" in Congo o qualche "attentato a Kabul" (il virgolettato è mio)?