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martedì 17 giugno 2014

Carta vince carta perde. La sfida afgana tra Ghani e Abdullah

Lontani dagli occhi e soprattutto dal cuore di un pianeta che per più di dieci anni ha seguito le peripezie di un Paese ormai entrato nella categoria dell'oblio, sette milioni di afgani sono andati sabato a votare al secondo turno delle presidenziali per scegliere chi sostituirà l'inossidabile Hamid Karzai, giunto forse al termine della sua perigliosa avventura politica. La capitale appariva sabato più deserta che in un giorno di festa: vietata la circolazione, negozi serrati e, sorprendentemente, una corsa di primo mattino alle urne per intingere l'indice nell'inchiostro indelebile e firmare così la scheda. «Per le presidenziali non c'è un limite di seggio – spiega Timur, uno dei protagonisti della scena culturale locale – e quindi, per evitare lunghe code, tutti di buon'ora sono andati al seggio più vicino».

sabato 14 giugno 2014

Il ballottaggio tra Ghani e Abdullah (aggiornato)

Torno nella capitale afgana dopo  diversi mesi di assenza e proprio nel giorno in cui inizia il voto di ballottaggio per scegliere tra Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah. La sfida è interessante non solo come prova della maturità del sistema elettorale (che finora se l'è cavata bene) ma anche per capire chi e come vincerà la partita. Nelle ultime settimane abbiamo visto diversi cambi di casacca: Rassoul, candidato di Karzai (era il suo ex ministro degli Esteri), sostiene Abdullah ma a sorpresa uno dei fratelli del presidente (Qayum, il più potente) ha scelto Ghani mentre un altro si è schierato con l'uomo dell'ex Alleanza del Nord. Stessa cosa per i fratelli del Leone del Panjshir,  Shah Massud: uno con l'ex braccio destro del leone, l'altro con l'ex funzionario della Banca Mondiale. E poi tutta una pletora di personaggi, mullah, assemblee di villaggio che si sono dichiarate per questo o per quello. Interessante il gioco del presidente: si potrebbe dire che, per non restare appeso, abbia pianificato una strategia che in qualche modo lo mantiene in carreggiata avendo, in un certo senso, appoggiato entrambi i candidati...

venerdì 23 maggio 2014

Se il vecchio presidente si schiera con Ghani

Classe 1926, già capo dello Stato del governo ad interim nato con la fine dell'occupazione sovietica e poi presidente dell'Afghanistan dopo la caduta di Najibullah nel 1992 (anche se solo per pochi mesi),Sibghatullah Mojadedi è uno dei pochi leader mujaheddin a non vantare una carriera insanguinata dalla lotta fratricida scatenatasi con la guerra civile all'uscita di scena dell'Urss nell'89 e sopratutto dopo la presa di Kabul nel '92. Il vecchio teologo, che si è più volte dimesso da cariche ufficiali in polemica con Karzai, gode di un certo rispetto e dunque ha un peso la sua decisione di appoggiare Ashraf Ghani. E non è l'unico endorsement di peso che l'ex ministro è riuscito a guadagnarsi: mentre Zalmai Rassoul dava la sua adesione ad Abdullah Abdullah, il suo numero due Ahmad Zia Massoud (il fratello minore del “Leone del Panjshir”) la dava a Ghani in compagnia di altri personaggi di rilievo come l'ex candidato Dawoud Sultanzoi e il sodale del generale Wardak (ritiratosi dalla corsa) Syed Hussain Anwari.

venerdì 25 aprile 2014

Testa a testa afgano: terzo scrutinio (82% del voto). Cominciano i corteggiamenti

A sinistra Abdullah, a destra Ghani
Terzo round di risultati parziali del voto presidenziale annunciati ieri a Kabul: Abdullah Abdullah è primo con 43,8%, Ashraf Ghani 32,9%, Zalmai Rassoul 11,7%, Sayyaf 7%, Helal 2,8%, Sherzai 1,6%, Sultanzoy 0,5%, Arsala 0,2%. Voti contati all'82,59%.

Con l'avvicinarsi del ballottaggio, il testa a testa sui due si gioca adesso sulle alleanze ed ecco profilarsi la prima. Entrambi hanno offerto  all'ormai ex presidente Karzai un ruolo nel nuovo governo con l'occhio a quell'11% raccolto da Rassoul: arma a doppio taglio, come la percentuale di altri candidati (Sayyaf ad esempio). Sposterà voti questa alleanza, certamente, ma ne potrà far anche perdere. Anche se a contare ancora sono e saranno le alleanze tribali, questa tornata sembra dire - e il caso Rassoul-Karzai sembra dimostrarlo - che contano meno di una volta.