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martedì 17 giugno 2014

Carta vince carta perde. La sfida afgana tra Ghani e Abdullah

Lontani dagli occhi e soprattutto dal cuore di un pianeta che per più di dieci anni ha seguito le peripezie di un Paese ormai entrato nella categoria dell'oblio, sette milioni di afgani sono andati sabato a votare al secondo turno delle presidenziali per scegliere chi sostituirà l'inossidabile Hamid Karzai, giunto forse al termine della sua perigliosa avventura politica. La capitale appariva sabato più deserta che in un giorno di festa: vietata la circolazione, negozi serrati e, sorprendentemente, una corsa di primo mattino alle urne per intingere l'indice nell'inchiostro indelebile e firmare così la scheda. «Per le presidenziali non c'è un limite di seggio – spiega Timur, uno dei protagonisti della scena culturale locale – e quindi, per evitare lunghe code, tutti di buon'ora sono andati al seggio più vicino».

martedì 8 aprile 2014

Com'è andata. Riflessioni sul voto afgano


Dall'Afghanistan, tutto sommato, arrivano buone notizie. L'affluenza alle urne ha superato abbondantemente il 50%, toccando quasi il 60%. Per un Paese che si affaccia da pochi anni su questa strada e che è in guerra da trent'anni è un gran risultato. 


In questo collage dell'agenzia Pajhwok gli otto
candidati in corsa. Nessuno tra loro può farcela al primo turno
Su 12 milioni di aventi diritto, solo 7 si sono presentati alle urne ma nel 2009, gli elettori che avevano infilato nell'urna la scheda in quella contestatissima tornata elettorale, avevano di poco superato i 4 milioni. In un Paese dove la guerriglia ha minacciato chiunque abbia voluto votare e dove sabato si sono registrate più di un centinaio di intimidazioni e atti di violenza (con un bilancio di oltre una ventina di morti), recarsi alle urne è una scelta coraggiosa e complessa. Nel 2009, i talebani amputarono le dita di molti tra coloro che avevano votato. Questa volta, le immagini restituiteci dal Paese, mostravano afgani e afgane (il 34% degli elettori, una percentuale elevatissima per per quel Paese) che esibivano quel dito macchiato di inchiostro con orgoglio. Il dito marcato da una tinta indelebile - il sistema per evitare il doppio voto - è diventato un'esibizione di dignità democratica assai più che la prova di un broglio sventato. E a Kandahar, città del conflitto per eccellenza, l'affluenza ha superato le aspettative.

mercoledì 9 ottobre 2013

PRESIDENZIALI AFGANE, SI AFFILANO LE ARMI


Se in Afghanistan non si è ancora conclusa la guerra con i talebani, di conflitto ne è appena iniziato un altro: quello che da l'altro ieri, quando la lista dei 27 candidati alla presidenza è stata resa pubblica, è ufficialmente scoppiato per garantirsi la poltrona più importante del Paese. Hamid Karzai, presidente tre volte e che non può correre, ha davanti sei mesi per fare in modo che il “suo” candidato venga eletto. E sul come che ci si interroga. In ballo, prima di aprile, ci sono parecchi dossier: entro questi sei mesi sarà necessario infatti anche definire il quadro del ritiro delle truppe Nato (non proprio tutte) entro il 2014 e soprattutto i rapporti con gli alleati dopo quella data.

Proprio la Nato è stata uno dei punti toccati in un'intervista rilasciata da Karzai alla Bbc in cui il presidente ci è andato pesante. “Sul fronte della sicurezza l'intero esercizio della Nato è stato connotato dall'aver causato all'Afghanistan un sacco di sofferenza, un mucchio di perdite di vite umane e nessun guadagno perché il Paese non è sicuro”. La Nato, per il presidente afgano in uscita, ha sbagliato tattica e strategia, concentrandosi sui villaggi afgani anziché sui santuari della guerriglia in Pakistan. Non male come arrivederci o addio all'Alleanza atlantica. Per ora sembra la Nato far da parafulmine. La situazione è delicata e in ballo c'è ancora l'accordo di sicurezza bilaterale (Bsa) con Washington, che deve definire ruolo e permanenza dei soldati americani (ancora 68mila) e il destino delle basi. Marie Harf, vice portavoce del Dipartimento di Stato Usa, ha detto lunedi che le cose stanno marciando e anche a Kabul si dicono certi che tutto andrà bene, ma l'argomento resta molto delicato, specie in campagna elettorale. Tra l'altro il Bsa dovrebbe essere ratificato da una Loya Jirga (grande assemblea). E' uno dei grossi temi assieme al rapporto con i talebani. Alla Bbc Karzai ha detto che “sono afgani...possono lavorare nel governo...sono i benvenuti...ma perché ciò avvenga devono partecipare alle elezioni”. Un vecchio mantra.

Elezioni. Il tema è bollente e non solo per i talebani. Tanto per cominciare, nonostante Karzai abbia promesso pubblicamente che non ci saranno ingerenze esterne e interne e che i soldi del governo non andranno ad alcun candidato, tra questi c'è suo fratello Qayum, il che fa salire il tasso di sospetto. E come se non bastasse, il governatore della provincia di Balkh, Atta Muhammad Noor, ha detto al canale Tolo che il suo partito - Jamiat-e-islami - ha ricevuto offerte, anche dal presidente, per ottenere sostegno per i suoi favoriti: avrebbero promesso soldi e la carica di primo vice presidente senza far nomi ma con la raccomandazione di una rosa: da Ashraf Ghani a Zalmai Rassoul (ministro degli Esteri) al contestatissimo ex signore della guerra Abdul Rasul Sayyaf. La sua candidatura ha già sollevato un vespaio e preoccupazioni nella comunità internazionale, cui ieri si è rivolto il Congresso nazionale afgano, associazione di politologi, analisti e attivisti: la esortano a bloccare chi ha violato i diritti umani impedendo candidature sporche di sangue. Il nome di Sayyaf non viene fatto ma è chiaro che il bersaglio è lui in compagnia del generale Dostum, l'ex macellaio di Mazar candidato come vice di Ghani. Che Karzai li sostenga, seppur indirettamente, non è una bella notizia. I due ex leader mujaheddin sono accusati di patenti violazioni dei diritti umani durante la guerra civile. Ma sono uomini potenti e pieni di ottime relazioni (che Ghani e Rassoul non hanno). La partita è aperta.

domenica 22 novembre 2009

HALLO MISTER DOSTUM


Durante l'insediamento di Karzai alla presidenza dell'Afghanistan, all'ambasciatore Eikenberry Karl - un ex militare apprezzato anche dai liberal - è toccato sorbirsi il sorriso beffardo di Fahim, il nuovo vice presidente che molti amerebbero vedere in tribunale. Ma che dire quando Hillary Clinton ha calorosamente salutato Dostum, il generale che era stato incirminato per omicidio dalla procura della capitale e che per Obama è solo un tristo assassino? Certo non lo aveva riconosciuto. ma l'ennesima gaffe e quel sorriso a tutta bocca del segretario di Stato deve esser stato davvero imbarazzante. Chissà come sghignazzava Dostum.
Come tanti altri per la verità. Perché la signora Clinton disfa per pranzo ciò che il suo presidente ha disposto a colazione. A volte senza nemmeno rendersene conto