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domenica 5 novembre 2017

Avviso di reato

Fatou Bensouda. Sotto, Donald Trump
«La situazione nella Repubblica Islamica d'Afghanistan è stata assegnata a una Camera preliminare della Corte Penale Internazionale (Icc) a seguito della mia decisione di chiedere l'autorizzazione ad avviare un'inchiesta sui reati che si suppone siano stati commessi in relazione al conflitto armato». La dichiarazione della procuratrice capo del Tribunale penale internazionale Fatou Bensouda rimbalza nelle agenzie di stampa nella notte di venerdi, giorno della partenza di Trump per il suo viaggio in Asia, il più lungo – recita la velina della Casa Bianca – che un presidente americano abbia fatto nell’ultima quarto di secolo. Ma Trump non andrà in Afghanistan e del resto la tegola era attesa da circa un anno: da quando, a metà novembre 2016, la giurista del Gambia a capo della Corte dal 2012, aveva annunciato nel suo Rapporto preliminare di attività (quel che in sostanza si intendeva fare) che il dito era puntato anche contro gli Stati Uniti per i quali c’erano «ragionevoli basi» per procedere contro soldati e agenti americani che in Afghanistan avrebbero commesso «torture» e altri «crimini di guerra». Con loro, sotto la lente, polizia e 007 afgani e parte dei talebani. Ma adesso il passo è diventato formale e dunque esecutivo, con una richiesta di autorizzazione a procedere per le accuse di crimini di guerra in Afghanistan dopo l'invasione guidata dagli Usa 17 anni fa.

domenica 4 giugno 2017

Dietro le bombe senza un padrino

Babur: si vuole che la sua tomba a Kabul
respingesse le pallottole durante la guerra
tra mujahedin
Sono da poco passate le tre del pomeriggio al cimitero di Khair Khana a Kabul. Un migliaio di persone sono li a rendere l’ultimo omaggio alle vittime della manifestazione antigovernativa di venerdi dove le forze di sicurezza hanno sparato sulla folla. Tra questi c’è anche il cadavere di Salem Izdyar, figlio di un senatore della Repubblica e dunque sono presenti anche le alte cariche dello Stato: c’è il primo ministro Abdullah Abdullah e il ministro degli Esteri Salahuddin Rabbani. Anche perché il padre di Salem, Mohammad Alam Izdyar, non è un senatore qualsiasi ma il rappresentante alla Meshrano Jirga della Provincia del Panjshir – a maggioranza tagica e bacino elettorale fieramente antitalebano di Abdullah. La funzione religiosa viene interrotta da tre esplosioni: un ordigno e due kamikaze che si fanno saltare in aria e gettano nello scompiglio la folla che cerca salvezza nella fuga. Il bilancio è ancora incerto: decine i feriti e, secondo alcune fonti, almeno 20 morti.
Ma cosa c’è dietro questa nuova stagione del terrore con un quadro ancor più confuso dal fatto che gli attentati non vengono rivendicati e sono stati prontamente condannati dai talebani?

La pista pachistana

I servizi segreti afgani lo hanno detto sin dalle prime ore di mercoledi quando una cisterna è esplosa nel cuore ella capitale uccidendo un centinaio di civili: dietro le stragi ci sono i servizi pachistani che si servono, come in passato, della Rete Haqqani, la fazione più stragista dei talebani. E’ un’ipotesi non nuova e con diversi precedenti anche se spesso Islamabad sembra solo il colpevole più facile da indicare: una pista che raccoglie sempre il consenso dell’uomo della strada. In passato queste stragi senza paternità erano soprattutto servite a far deragliare l’avvio degli stentati tentativi di mettere in piedi un tavolo negoziale che però – almeno per quel se ne sa – in questo momento è ben lungi dall’essere apparecchiato.

giovedì 21 novembre 2013

IL DOPPIO COLPO DEL DRONE AMERICANO

Gli Stati Uniti avevano promesso che in futuro non avrebbero più effettuato   attacchi di droni in Pakistan durante i colloqui di pace con i talebani. Ma non hanno mantenuto la promessa, forse facendo la distinzione tra talebani pachistani e afgani. La promessa era arrivata dopo l'uccisione dell'ex capo talebano del Tehrek-e-Taleban Pakistan  Hakimullah Mehsud agli inizi di novembre.

Ma proprio mentre una delegazione afgana di alto profilo si stava recando in Pakistan per concordare colloqui coi talebani afgani da poco rilasciati da Islamabad (tra cui l'ex numero 2 di mullah Omar, mullah Baradar),  gli americani hanno ridato luce verde ai droni che hanno colpito giovedi  prima dell'alba la stanza di una madrasa nell'area di Tal, distretto di Hangu. I primi resoconti dicono che tra gli uccisi (sei o nove a seconda delle fonti) ci sarebbero due figure chiave del clan Haqqani, Abdul Rehman e soprattutto Maulvi Ahmed Jan quest'ultimo ritenuto una figura chiave del movimento noto come Haqqani network.

Ma il raid, che come tutti gli altri viene malamente digerito a Islamabad, questa volta ha colpito fuori dalle tradizionali aree della tribal belt (l'area delle sette agenzie autonome a prevalenza pathan), colpendo un distretto che fa parte - come loro - della provincia del Khyber Pakhtunkhwa, ma si trova a ridosso della cintura tribale. Una sorta di doppia violazione della sovranità nazionale pachistana perché i missili ha centrato il loro obiettivo fuori dalla tradizionale area di combattimento (che è soprattutto l'agenzia del Waziristan).

Nell'immagine in alto , una mappa delle aree tribali (blu) e della provincia del Pakhtunkhwa (verde). Hangu (rosso) si trova fuori dalla tribal belt

Nell'immagine in basso, una riedizione tristemente ironica del dollaro

martedì 25 dicembre 2012

PROCESSO DI PACE: KARZAI APRE AGLI HAQQANI

Il consigliere per la politica estera dell'High Peace Council di Kabul, Mohammad Ismail Qasemyar, ha detto a ToloNews che qualsiasi gruppo accetti la Costituzione e recida i legami con Al Qaeda è benvenuta nel processo di pace, anche la Rete Haqqani, sulla lista nera delle Nazioni Unite. Molti parlamentari hanno criticato la mossa che, per altro, è un'apertura sul nulla. Già mullah Omar non è disposto ad accettare il primo punto (su Al Qaeda i talebani son stati invece sempre molto chiari e l'apparentamento a loro non interessa), figurarsi gli Haqqani. Tant'è. Segnali. Anche se per ora siamo davvero a timidi passi iniziali, per altro già visti e sentiti, senza che nulla di reale sia stato avviato. In un processo negoziale che, per ora, non ha nemmeno un mediatore terzo credibile e condiviso. Prima inequivocabile condizione per negoziare.

domenica 9 settembre 2012

STRAGE NELLA GREEN ZONE

Non è ancora chiaro se il kamikaze fosse in motorino o in bicicletta, se fosse o meno un minorenne. Non è chiarissima la dinamica e anche l'obiettivo è controverso. Ma due cose risultano fin troppo evidenti e incontestabili: che a pagare sono ancora una volta dei civili, quelli sì tra l'altro minorenni, e che la guerriglia è in grado di colpire anche nel cuore del potere occupante, nella famigerata “green zone” di Kabul, finora centrata solo da missili e proiettili, mai con un attacco così profondo all'interno dell'area più protetta e controllata della città. A torto dunque, ritenuta la più sicura.

Sono circa
le 11 e mezza del mattino di ieri lungo la strada che costeggia, a destra, il quartier generale della Isaf/Nato contornato da altissimi muraglioni di cemento armato, e, a sinistra, una sequenza di case, alcune delle quali contigue anche a edifici che hanno a che vedere con le sedi diplomatiche (è il caso degli uffici della cooperazione italiana o della legazione spagnola). La strada, il cui ingresso nel quartiere di Shashdarak è vietato alle auto non autorizzate ed è guardato a vista, sbuca dopo circa 400 metri in un quadrivio su cui si affaccia la Nato e, poco più avanti, a sinistra l'ambasciata americana, a destra l'italiana. Di solito è pieno di ragazhttp://www.blogger.com/img/blank.gifzini che elemosinano “one dollar mister” o cercano di vendere qualche gomma ai soldati o ai funzionari che escono a piedi dai vari uffici.

E' un quadrivio militarizzato: una volta c'era un ristorantino a poco prezzo, snobbato dai “bianchi” ma meta dei lavoratori afgani (traditori collaborazionisti per i talebani), salariati della Nato e delle ambasciate. Il guerrigliero arriva sin quasi sul quadrivio e si fa esplodere. Sul terreno rimangono, assieme a lui, almeno sei persone, in maggioranza proprio quei mocciosi che cercano, tollerati come sono da militari e funzionari, di portare a casa qualche banconota...

segue su Lettera22

sabato 23 giugno 2012

ASSALTO SUL LAGO

Il comandante Nato in Afghanistan, il generale John Allen, non ha dubbi: l'assedio all'albergo fuori Kabul che ieri ha tenuto in ostaggio per mezza giornata l'edificio sul lago alle porte della capitale, porta la firma della Rete Haqqani, la fazione più radicale dei talebani. A loro va imputato l'ennesimo attacco della guerriglia e un tragico bilancio di una ventina di morti. Alla dichiarazione dà grande rilevo la stampa pachistana perché gli Haqqani, famiglia ex mujaheddin passata ad Al Qaeda, è considerata un'emanazione dei servizi segreti – più o meno deviati – di Islamabad. In un momento di grave tensione tra Usa e Pakistan, sono la ciliegina sulla torta.

Per ora in realtà
, è presto per dire chi sta dietro l'ultima sfida, dopo l'assalto alla “zona verde” e al parlamento del maggio scorso compiuti da commando asserragliatisi in edifici in costruzione, che hanno tenuto in scacco la capitale per quasi 24 ore. Questa volta la cosa si è risolta più rapidamente, anche perché l'hotel Spozhmai, sulle rive del lago artificiale di Qargha, luogo di villeggiatura alle porte della capitale sulla strada per Paghman, si trova in un sito aperto e facilmente espugnabile nonostante a pagare in termini di vite umane siano stati almeno una quindicina di civili. Il commando “talebano” (l'azione è stata rivendicata come del resto avviene per qualsiasi episodio guerrigliero) era formato da quattro-sette uomini che hanno preso in ostaggio, dopo aver ucciso le guardie all'ingresso del resort, una quarantina di persone facendone fuori almeno una dozzina.

Secondo fonti talebane, l'hotel è stato scelto perché luogo turistico per afgani abbienti che bevono alcool e usano prostitute ma, se l'albergo è meta di locali in buona salute finanziaria, la località è soprattutto frequentata da famiglie che, specie al venerdi, vanno a gustarsi frescura e meloni. I talebani dicono però di aver risparmiato “civili innocenti”. Il fatto più evidente è che l'albergo è un obiettivo facile ed esposto. Un segno di debolezza forse, dopo che la capitale, blindata per un recente summit, si aspettava un attacco giorni fa quando Kabul era piena di ministri e funzionari da diversi paesi del mondo.

martedì 17 aprile 2012

PASTICCIACCIO TALEBANO

Si può chiamare “offensiva di primavera” questa ennesima battaglia nella capitale e in altre zone del Paese. Ma vista da vicino, ha solo l'immagine devastante del sangue che sembra segnare come una cifra indelebile le pagine degli ultimi trent'anni di storia afgana. La distanza che separa la nostra residenza dalla realtà, dall'area cioè dove si è svolta l'azione più eclatante e dove sono entrati in scena gli elicotteri in una zona illuminata a giorno dai riflettori nell'alba ancora acerba di ieri, è la stessa che si registra nelle ipotesi. Più ti avvicini alla rotonda tra Wazir Akbar Khan e Sharenaw, quando ormai la battaglia è finita, e più ti rendi conto di quanto approssimativo era il primo resoconto, basato su testimonianze imperfette, sulle immagini discontinue della tv, sulla mappa anch'essa discontinua di una città che è come una fungaia: basta un'acquazzone e nasce un palazzo.

Allo stesso modo più ti avvicini alla ragioni che dovrebbero comporre un'analisi dignitosa per tradurre quanto succede, più ti rendi conto che si basa su fonti imperfette e sulla potenza della propaganda: della Nato, del governo, della guerriglia, dei vari servizi segreti. Che le immagini, chiare nella tua stanza d'albergo, si confondono appena esci per sentire un'altra campana.

Così anche andare sul luogo del delitto aiuta sino a un certo punto. Capisci in effetti la dinamica, ma ti chiedi se è vero che gli afgani, come si dice qui, han fatto tutto da soli. Se è vero che tra i terroristi c'erano dei pachistani, se hanno in effetti usato i burqa per coprirsi la faccia...
Il quadro politico è confuso come le ragioni di una strategia che pur qualche mira deve avere ma che, nel caso specifico, ha segnato punti solo per la squadra di Karzai. La tattica della casa in costruzione ormai è consolidata e permette di armare un mini esercito con bracciate di Rpg nascosti nei sacchi di sabbia e di cemento. Ma per fare cosa? I commando sono composti da “martiri” che non molleranno fino alla fine, il che dà la possibilità alle forze di sicurezza di uccidere senza farsi problemi. La gente plaude contenta: “lo meritano quei bastardi”. E nessuno nasconde l'orgoglio che siano stati solo afgani a fare pulizia. Si, una dozzina di shahid tiene in scacco la città per 18 ore, ma tutti sanno ormai che non si spiana subito l'edificio solo per evitare vittime civili: che si aspetta che salgano ai piani alti per smitragliare con gli elicotteri. Sale il consenso verso la polizia, diminuisce per i talebani. Perché allora?

Le tesi più accreditate sono due: la prima dice che è un modo di mullah Omar per alzare il prezzo, per condizionare il negoziato sotto traccia malamente gestito dagli americani. Per “farsi sentire”, come recita il mantra più gettonato. La seconda, più approfondita ma anche quella favorita dagli afgani e soprattutto dall'intelligence locale, è che sia opera degli Haqqani, fazione radicale più vicina all'Isi, i servizi segreti del Pakistan, oltreché ad Al Qaeda, da cui (contrariamente a Omar) gli Haqqani, una vecchia famiglia di mujaheddin fondamentalisti e fiolopachistani, non ha mai preso le distanze. Sarebbe insomma il modo per Islamabad di mettere i piedi nel piatto di un negoziato che ha escluso il Pakistan e che Omar si gestirebbe in autonomia con gli inviati di Washington. Ma c'è anche una terza tesi non priva di seduzione.

E' quella della concorrenza tra i tre gruppi principali in cui è divisa la resistenza a Karzai: con Omar stanno i talebani doc, nazionalisti e fondamentalisti ma non jihadisti, né per il trionfo della rivoluzione qaedista. E' il gruppo dove alligna un dibattito interno anche duro tra “modernisti” (se si può passare il termine) e tradizionalisti, comunque orientati a trattare, ancorché da una posizione di forza: quindi pronti a rivendicare come “talebana” ogni azione d'avanguardia. Poi ci sono appunto gli Haqqani ma che se la devono vedere con la supremazia della shura di Quetta (il consiglio diretto da Omar) e soprattutto con la rete di Gulbuddin Hekmatyar, uomo militarmente potente, in grado anche di influenzare il parlamento e il più consapevole di come funziona la macchina del potere a Kabul.

Ora, la shura di Omar tratta con Washington direttamente e Gulbuddin ha mandato una delegazione a Kabul. Gli Haqqani, bestia nera, sembran tagliati fuori ma forse fan comodo anche gli altri due gruppi. Questa “concorrenza” funzionale (una volta si sarebbe detto “convergenze parallele”) non sarebbe comunque una lettura tagliata col coltello. I vasi sarebbero pur sempre comunicanti e, in quanto tali, confusi. Nel rompicapo afgano è forse l'ipotesi più politica e la più convincente: una geometria variabile dove l'interesse di fazione è, ma non sempre, subordinato a un obiettivo comune. Cacciare gli stranieri e mettere in difficoltà Karzai. Poi si vedrà.

domenica 15 aprile 2012

BATTAGLIA NELLA CAPITALE

Siamo appena arrivati a Kabul (con Giuliano Battiston) che la lunga quiete che avvolgeva la capitale si dissipa d'un fiato. Mentre siamo a pranzo da amici nella zona del bazar. Tempismo?

Ore 13,40:Prima una piccola raffica. Rumori che si confondono col rumore del traffico. Poi, è da poco passata la una e mezza del pomeriggio (ora locale, le undici in Italia), alle raffiche di kalashnikov si alternano botti che hanno tutta l'aria di granate: esplosioni che si susseguono mentre i colpi aumentano di intensità. Ci mettiamo poco a capire che non è un singolo attacco kamikaze. Nel giro di un'ora l'intero centro viene bloccato dalla polizia: i clacson impazziscono e si assiste a un concitato esodo di automobili verso la periferia. Le raffiche si mescolano alle sirene dei pick up verdi scoperti che trasportano i poliziotti verso i luoghi degli attacchi. Dopo un paio d'ore fanno il loro ingresso in scena anche gli “occidentali” di Isaf/Nato.

E' una vicenda annunciata ma in un certo senso inaspettata dopo mesi di quiete, pur se apparente e sempre sospesa, nella capitale afgana, dove un attacco coordinato in più punti (tre sicuramente anche se la Nato ha parlato di sette obiettivi) non si vedeva dal settembre scorso (e prima ancora da giugno) salvo rari episodi condotti per lo più individualmente. La battaglia di Wazir Akbar Khan, in realtà all'incrocio che segna l'inizio del quartiere di Sharenaw, dove a pochi metri dalla rotonda si trova l'ospedale di Emergency, e la cosiddetta “Green zone” (dove tra le altre c'è anche la missione diplomatica italiana), è durata circa un'ora e mezza. Poi un lungo silenzio sino alle 13.45 ora italiana quando è ripreso il crepitio delle armi automatiche per dar la caccia ai guerriglieri asserragliati dietro a un albergo a 5 stelle in un palazzo in costruzione.

E' in questo edificio
, utilizzato oggi come una rampa lanciagranate, che i kamikaze – i guerriglieri sanno che il loro destino è di venire uccisi – hanno probabilmente stoccato nei giorni scorsi proiettili e razzi per poter poi raggiungere l'improvvisato covo e da li colpire l'ambasciata tedesca o quella britannica, le più esposte sulla linea di tiro. Ma non è da escludere che altri colpi siano stati sparati da altri luoghi verso l'ambasciata americana e il quartiere generale della Nato, situati più all'interno rispetto alla linea di fuoco innescata dall'azione partita dall'edificio in costruzione.
Stessa tecnica davanti al parlamento dove prima i guerriglieri tentano di entrare e poi riparano in un edificio vicino mentre alcuni loro compagni attaccano una baracca della Nato in un'altra zona della città più periferica, dove si trova anche il carcere e l'università di polizia.

Attacco coordinato e rivendicato dai talebani come l'inizio della “campagna di primavera”. Ma c'è chi avanza qualche dubbio: e cioè che, come già avvenuto in passato, la rivendicazione sia solo di facciata mentre l'azione non sarebbe propriamente “talebana” o non almeno dei talebani di mullah Omar, la parte più corposa e nazionalista della guerriglia. L'azione dimostrativa al cuore dello Stato e nel centro pulsante della capitale potrebbe essere l'indicazione che alcuni gruppi radicali più marginali, filo talebani ma non direttamente agli ordini di mullah Omar, vogliano farsi sentire per dire soprattutto ad americani e inglesi: “Ci siamo anche noi”. Un'azione che starebbe a significare che alcuni gruppi, sentendosi tagliati fuori dal negoziato diretto tra americani e talebani di Omar, vogliono far sapere che senza di loro no si può negoziare. Come avvenne per le azioni di settembre e marzo 2011, i sospetti riguardano la cosiddetta Rete Haqqani, l'area protalebana più radicale e che non ha mai smentito i suoi rapporti con Al Qaeda. Particolarmente feroci, teorici dell'attacco kamikaze e vocati al martirio, i leader della Rete sono in stretto contatto con la parte più oscura dell'Isi, i servizi segreti pachistani, loro pure irritati, e non da oggi, dalle iniziative americani unilaterali che avrebbero tagliato fuori, almeno in larga misura, Islamabad.

Ore 18,30:Le ipotesi si sprecano mentre, col tramonto che scende, le mitragliette non smettono di sparare e, a tratti, il ripetersi delle scariche si intensifica per poi tornare a tacere. Sono le 16 in Italia e le 18 e trenta qui, dove sta per calare il buio.

Ore 20,30: Notte fonda e silenzio. Il ronzio di qualche elicottero. Pare che un paio di guerriglieri siano ancora asserragliati nell'edificio che sta sulla Green zone. Non sappiamo degli altri davanti al parlamento.

Ore 20,56: Spari in sequenza per almeno un paio di minuti nella zona di Wazir Akbar Khan con Sharenaw (dove sono asserragliati almeno due guerriglieri). Poi ancora silenzio. Non riusciamo a sentire se ci sono elicotteri nell'area devato la corrente ed è molto difficile parlare al cellulòare con chi vi risiede

domenica 2 ottobre 2011

CACCIA GROSSA AGLI HAQQANI

La notizia del giorno è la cattura di Haji Mali Khan, un religioso fondamentalista che fa parte della cosiddetta Rete Haqqani, una delle fazioni più crudeli e brutali della galassia talebana e l'organizzazione più vicina, ideologicamente ad Al Qaeda. Ma il colpo della Nato/isaf alla Rete, nel mirino degli americani soprattutto dopo l'ultimo attacco a Kabul del mese scorso, si lega inevitabilmente alla scelta resa nota venerdi dal presidente afgano Karzai di non voler più trattare coi talebani ma di voler negoziare direttamente col Pakistan.

La situazione è di grande complessità. Vediamo di riepilogarla.

La Nato/Isaf mette a segno un colpaccio: Haji Mali Khan non è infatti solo la “mente” del gruppo Haqqani ma lo zio di Siraj, il trentenne a capo di fatto dell'organizzazione fondata dal padre Jalaluddin, un ex mujaheddin che però secondo alcune fonti sarebbe ormai morto o gravemente malato. Il bastone del comando sta nelle mani di Sirajuddin, un giovane che non ha la statura del padre ma che sarebbe il teorico delle azioni più eclatanti messe a segno da questa fazione talebana di 2mila militanti(secondo alcune fonti Siraj siederebbe anche nella shura di Quetta, il Gran consiglio talebano capeggiato da mullah Omar) che ha una sua propria agenda: politica, militare e ideologica. L'agenda ideologica è qaedista: è questo il gruppo che ha maggiori legami sia con ciò che resta di Al Qaeda (e i suoi finanziamenti), sia con Tarek-e-taliban-Pakistan, la fazione talebano-pachistana che, negli ultimi due anni, si sta distinguendo in efferatezza e violenza in Pakistan senza alcuno scrupolo verso le vittime civili che produce.

La tattica militare è tipicamente qaedista: sarebbe stato Jalaluddin a introdurre nella guerra afgana i kamikaze di cui la rete fa largo uso. L'agenda politica è molto filopachistana al punto che gli americani, che lo sanno da tempo, hanno da diversi giorni accusato i servizi di Islamabad di aver stretto con gli Haqqani un vero e proprio matrimonio d'interesse. Di fatto gli Haqqani vogliono spingere Kabul a negoziare una possibile pace senza ignorare il Pakistan che, fino a ieri, Karzai ha cercato di tenere fuori dalla porta. Ecco dunque come la vicenda si intreccia con le dichiarazioni, venerdi, di Karzai che, accusando la shura di Quetta di avergli appena ucciso il suo capo negoziatore (Rabbani, nominato al vertice dell'Alto consiglio di pace afgano) ha scelto adesso di negoziare con il Pakistan. Un'ipotesi a cui gli americani sembrano propensi tanto che il generale Mullen, capo di Stato maggiore uscente, ha detto al suo successore, Martin Dempsey: senza il Pakistan non c'è soluzione nella regione.

Dunque gli Haqqani, che qualcuno sospetta essere gli autori dell'uccisione di Rabbani, avrebbero ottenuto lo scopo: allontanare Karzai da una soluzione solo inter afgana. Fargli rompere i negoziati in corso con Omar e fargli seguire invece la sirena di Islamabad (che su Omar ha meno influenza rispetto agli Haqqani).

Gli Haqqani comunque sono un problema. Gli americani sono favorevoli a un Pakistan tranquillo (tale sarebbe solo se fosse sicuro di pilotare il negoziato afgano per avere, cioè un governo alleato a Kabul in futuro) ma nel contempo vedono negli Haqqani la longa manus di Al Qaeda. Vorrebbero insomma un tavolo negoziale con un mullah Omar ridimensionato, con Gulbuddin Hekmatyar, (la terza fazione “talebana”) ma senza gli Haqqani. Che però di fatto stanno favorendo un buon posto a tavola per Islamabad. Una tavolata ancora piena di incertezze.

venerdì 1 luglio 2011

POKER AL BUIO A KABUL

La violazione plateale di un emblema della sicurezza della capitale avviene martedi sera al calar delle tenebre, quando ormai la città pensa di aver appena oltrepassato un altro giorno senza sangue. E' all'Intercontinental, l'albergo che con il “Serena Hotel” rappresenta per antonomasia uno dei luoghi “sicuri” scelti dal governo o dagli internazionali per i loro summit, che i talebani mettono a segno un colpo che ha un solo eclatante precedente: la strage al Serena, appunto, del gennaio 2008.

La tecnica è simile e forse anche i mandanti (Haqqani, i più qaedisti della variegata galassia guerrigliera); l'obiettivo politico è più vago. A Kabul sono in programma due eventi: uno vedeva tra i clienti dell'Intercontinental diversi governatori delle province convenuti a Kabul per parlare della “transizione”. L'altro era il summit appena concluso del “Gruppo di contatto”, riunione degli “inviati speciali” (tra cui l'italiano Francesco Talò appena nominato) che hanno appena terminato un incontro sullo stesso tema: la transizione in mano afgana del quadro politico militare. Ma nella capitale, da oltre un anno a questa parte, azioni così eclatanti sono rare. La città sembrava godere di uno status speciale che, per via delle trattative sotto traccia, sembrava una sorta di salvacondotto. Non che le azioni kamikaze o gli assalti siano mancati. Ma erano effetti speciali. Dovuti, come in questo caso, a mosse tattiche che rispondono all'agenda del tutto personale di qualche gruppo...(SEGUE)

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sabato 2 aprile 2011

LA STRAGE A MAZAR E LA NUOVA STRATEGIA DELLA GUERRIGLIA

La dinamica dell'assalto di ieri pomeriggio a Mazar-i-Sharif non è ancora chiara ma la concomitanza di tre manifestazioni in tre diverse città del Paese (e chissà forse anche in qualche centro minore) racconta di un piano probabilmente architettato con l'intento evidente di dare una copertura di massa all'azione del commando: una novità nella tecnica guerrigliera talebana. I talebani non hanno mai cercato coperture di massa e l'azione di ieri indica un cambiamento di strategia e denuncia al contempo una debolezza: la necessità di simulare consenso o di far apparire che le loro azioni ne abbiano tra la popolazione civile. Un tentativo evidentemente smascherato dai numeri e dalle foto che immortalano soprattutto ragazzi giovani (i talebani hanno un certo seguito tra gli studenti universitari). Ma c'è altro.

Il fronte della guerra si è però lentamente spostato nel Nord “pacificato” del Paese ma con tattiche molto diverse rispetto alla guerra nel Sud, la vera roccaforte dei talebani fedeli a mullah Omar e alla Shura di Quetta, il comando dei puri e ala tradizionalista e “territorialista” dei talebani, che privilegiano la guerra di terreno e le mine sul ciglio delle strade (Ied) alle azioni kamikaze , di cui fanno un utilizzo mirato.

Nel Nord invece si spara nel mucchio: la guerriglia è più debole e l'aera è meno sensibile al richiamo talebano. In questa zona la Shura di Quetta ha scarsa influenza. Nel Nord dominano signorotti della guerra e mafie locali e il vecchio Gulbuddin Hekmatyar, un mujaheddin dell'epoca della guerra ai sovietici e che si è prima battuto contro i talebani per poi allearsi, a stagioni alterne, con loro. L'area sconterebbe anche infiltrazioni dal Pakistan di gruppi radicali che sfuggono al controllo della Shura di Quetta e forse dello stesso Hekmatyar e che potrebbero avere legami con i qaedisti o con la famiglia Haqqani, che vive in Pakistan e controlla parte dell'Est afgano. Gli Haqqani, qaedisti per fede, privilegiano le azioni di commando esemplari, gli attacchi suicidi, la strategia del terrore: una scelta che li ha messi in rotta di collisione con molte altre fazioni talebane e in un momento in cui si parla a Kabul di trattative sotto traccia addirittura tra emissari americani e uomini della Shura di Quetta, i fedelissimi di mullah Omar