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mercoledì 1 aprile 2026

La Cina vince la guerra Usa Iran


Guangzhou – Quello che colpisce la mattina qui a Canton, mentre si prende il caffè leggendo sul tablet i giornali, è l'assenza di rumore nel traffico di questa città da  15 milioni di abitanti. E' perché, a parte qualche clacson, auto, moto e motorini sono elettrici. La Cina, un miliardo e passa di residenti, non ha il problema della benzina in un Paese che la svolta elettrica (pur se dominata dal fossile) l'ha fatta anni fa investendo sulle rinnovabili e limitando benzina e gasolio e sempre meno mezzi. Con riserve energetiche stimate a sei mesi, è l'unico Paese dell'Asia che per la guerra in Iran registra solo qualche turbolenza. Una cosa ben diversa dalla vicina Thailandia dove eravamo a inizio settimana quando, in previsione del rincaro di mercoledi scorso, che ha aumentato il costo del litro del 18%, la gente è accorsa con taniche e bidoni e nelle province i rubinetti dei benzinai sono stati sigillati. Ben diverso dal Myanmar o dalle Filippine che, dipendendo per il 90% dell'energia dal Golfo, ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale. O ancora dalla Corea del Sud, come il Giappone affamata di energia, che sta correndo ai ripari. Paesi che non hanno solo un problema di costi ma che rischiano di rimanere a secco.

L'Asia è in termini globali il continente più penalizzato dalla chiusura di Hormuz e se il pieno dal benzinaio è solo uno dei sintomi di malessere, visto che aumenta tutto dagli alimentari ai fertilizzanti, la Cina tiene. E anzi, se uno volesse chiedersi chi sta vincendo la guerra in Iran – a parte Israele che non vuole mollare l'osso libanese – verrebbe da dire che l'unica capitale che ne esce vittoriosa è Pechino. L'America, che continua rinviare la promessa resa dei conti, è visibilmente impantanata e l'Iran, comunque vadano le cose, dovrà fare i conti con un Paese a pezzi. Ma gli effetti collaterali, i detriti dei missili, piovono ovunque. Molto poco al The Wheele of History, una bettola del quartiere centrale di Canton sempre affollata di giovani e classe media che succhiano da pentoloni di brodo di pollo le prelibate zampe di gallina. Ci sono arrivati col motorino elettrico.... 


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domenica 24 luglio 2016

Ankara, Mosca, Teheran. La nuova politica estera del sultano in cerca di alleanze. A Est

L'immagine è ripresa dal sito Il caffè geopolitico
Se il vecchio adagio “I nemici dei miei nemici sono miei amici” è sempre valido, potrebbe essere questa la chiave di lettura della recente svolta turca in politica estera. Non che il golpe c'entri qualcosa con un processo già avviato (col “licenziamento” in maggio del premier già capo degli Esteri Ahmet Davutoğlu), ma certo la presa di distanze dal comportamento di Erdogan di molti Paesi, a cominciare dalla Germania di Angela Merkel, ha probabilmente accelerato un processo di cui si sono visti recentemente i primi passi formali. Il  più evidente è quello verso la Russia, dove una delegazione del governo turco, guidata dal vice primo ministro Nurettin Canikli, si recherà in visita il 26-27 luglio per colloqui – dicono fonti di stampa – che dovrebbero includere l’energia. Dopo le scuse turche per l'abbattimento del bombardiere russo, la marcia innestata è quella alta: Mosca dal canto suo ha ripreso i voli per la Turchia e presto riprenderanno anche i charter, carichi di turisti russi in cerca di spiagge europee. Avviata una nuova luna di miele con Israele, si è visto un seppur timido riavvicinamento anche con Teheran (che avrebbe avvisato Ankara dell’imminente golpe), amica nemica di sempre. «Sono mosse che si spiegano con alleanze di mutuo interesse perché – spiega Michele Brunelli, storico dell'Università di Bergamo - alla Russia fa comodo un alleato come la Turchia che non ha aderito all'embargo imposto a Mosca. Per la Turchia invece un asse con Mosca significa poter uscire dal pasticcio mediorientale dove Ankara non è riuscita a fare quel che voleva. Quanto a Teheran, in cerca di ogni possibile amico, la Turchia va benissimo e lo stesso vale per Ankara, al momento senza più grandi alleati. L’Iran è sempre stato tra l’altro un buon mercato per i turchi se si pensa al sistema di telecomunicazioni o all’aeroporto internazionale Khomeini. Poi però gli iraniani avevano frenato. Ora le cose sono cambiate e le strade si ricongiungono». Motivi economici e politici.

venerdì 29 gennaio 2016

Se un uccello (protetto) cambia la geopolitica

Esemplare di ubara, dall'arabo hubara,
della famiglia degli otididi.
Una sorta di otarda (avis tarda)
La Corte suprema di Islamabad, ribaltando una precedente sentenza, ha annullato venerdi scorso il bando in Pakistan sulla caccia all'ubara, un volatile a rischio di estinzione di cui vanno ghiotti teste coronate ed emiri del Golfo. Ecco come come un piccolo animale è diventato l'emblema di un grande problema di sovranità nazionale

A volte le cose più strane creano conflitti o diventano soluzione di problemi. E' il caso di un uccello dal piumaggio colorato, di una dinastia di paludati monarchi del Golfo e di un Paese povero dell'Asia meridionale. L'uccello si chiama ubara – in inglese Houbara bustard - ed è un animale grazioso della famiglia conosciuta come Chlamydotis undulata. E' originario del Nord Africa ma comprende una specie diffusa in Asia, detta MacQueen's bustard. In origine considerata una sottospecie della famiglia africana, è in realtà il tipo di ubara più numeroso. Ma ha un problema: la caccia. La caccia avviene quando l'ubara migra dalle steppe dell'Asia centrale, predilette dalla famiglia MacQueen, per andare a svernare in India e nel Sud del Pakistan, un Paese cui il caldo non manca mai. E qui abbiam detto dell'uccello e del Paese povero. Ora veniamo ai cacciatori: questi abitano tra Riad e Kuwait City, sono ricchi e appassionati della caccia col falco. Per loro, le steppe dell'Asia centrale son lontane. Il Pakistan invece, è il caso di dire, è a un tiro di schioppo. Ed è anche un Paese dove è facile ottenere il permesso per una specie protetta come è nel caso dell'ubara. Non è però la solita storia del ricco che va a caccia nel giardino del povero infischiandosene della legge. L'ubara è diventato un affare di Stato, anzi di Stati, che finisce a raccontare più di geopolitica che di arte venatoria o di giusta indignazione animalista. E' una storia che vale la pena di raccontare.

Se la geopolitica fosse fatta solo di confini, accordi diplomatici e, in caso di guerra, di forniture di
armi, mezzi e soldati, la lettura di come va il mondo sarebbe molto semplice. In poche parole, per capire cosa accade tra il Pakistan e l'Arabia saudita, dopo che Islamabad ha prima negato i suoi soldati a Riad nella guerra in Yemen e, recentemente, si è dimostrata molto fredda verso la coalizione anti sciita messa in piedi dai sauditi per contenere l'Iran, basta guardare la carta geografica: il Pakistan confina con l'Iran, Paese a maggioranza sciita con cui ha accordi commerciali importanti e progetti in corso. Il Pakistan è interessato al petrolio e al gas iraniano e infine ospita una minoranza sciita importante. Se volete c'è anche di mezzo l'Afghanistan, Paese in guerra e con cui i nostri due confinano. Si capisce dunque la riluttanza di Islamabad a schierarsi coi sauditi nel loro jihad anti irano-sciita. Ma c'è dell'altro, un uccello appunto. Il nostro, o la nostra, ubara.

sabato 31 ottobre 2015

Pensierino della sera

Il sostegno iraniano per sovvertire i Paesi arabi è grande una minaccia per la regione come il sedicente Stato  islamico (IS) ha detto  il ministro degli Esteri del Bahrein Sheikh Khaled bin Ahmed Al Khalifa  sabato in una conferenza sulla sicurezza a Manama. "Queste azioni non sono meno una minaccia per noi che Daesh", ha aggiunto. (fonte The Dawn)

Meglio di tante teorie geopolitiche ecco una dichiarazione che dice pane al pane e vino al vino. E spiega molte cose

giovedì 30 luglio 2015

Il Grande Gioco in Pakistan dopo la morte di mullah Omar e l'accordo tra Iran e Usa

La bandiera dell'Armata di Jhangvi: si riferisce a Haq

Nawaz Jhangvi fondatore di Sipah- e -Sahaba Pakistan, gruppo islamista sunnita
nato nel 1980. Lashkar-e-Jangvi nasce nel 1996. Entrambi si rifanno 
alla tradizione Deobandi, la scuola islamista del subcontinente 



Mentre si diffondeva la notizia della presunta morte di mullah Omar, da morte sicuramente certa veniva colpito in Pakistan Malik Ishaq, capo di Lashkar-e-Jhangvi, sanguinario gruppo estremista anti sciita. Catturato una settimana, Malik è stato ucciso (coi figli Usman e Haq Nawaz e altri 11 militanti della sua organizzazione) durante un tentativo per liberarlo che è finito con la morte di tutti e 14 i militanti, uccisi dalle forze di sicurezza pachistane. Benché al bando da anni, Lashkar-e-Jhangvi ha sempre goduto di una certa impunità. Lo stesso Malik, pluriaccusato per stragi che hanno ucciso decine di sciiti, ha fatto 14 anni di prigione ma nel 2011 è uscito e, arrestato più volte, è sempre stato liberato. Ora però il gruppo settario e filo qaedista è nel mirino come quasi tutte le formazioni radical-islamiste del Paese. Qualcosa sta cambiando e non si tratta di un mero fatto nazionale.

mercoledì 8 aprile 2015

Un ruolo (politico) del Pakistan nella guerra yemenita: verso una mediazione di Islamabad?

Ci sono due buone notizie sul fronte della guerra nello Yemen. La prima è che né Afghanistan né Pakistan, due Paesi eminentemente sunniti e alleati con Riad, hanno alcuna intenzione di entrare in guerra a fianco dei caccia sauditi. Appoggio si ma solo verbale e anche lì con molti distinguo (dopo le dichiarazioni ufficiali di appoggio a Riad, Kabul ha chiarito che "la guerra non è la soluzione"; quanto al Pakistan, in parlamento molti deputati si sono detti  contrari a un intervento militare di appoggio al conflitto). La seconda buona notizia è che non solo Islamabad non ha dunque intenzione di garantire un sostegno militare ai sauditi ma che addirittura potrebbe cercare di mediare per arrivare a una soluzione politica della crisi. Così almeno sembra dopo la visita del ministro degli Esteri iraniano  Javad Zarif  a Islamabad mercoledi (e dove giovedi incontra il premier Nawaz Sharif) che  ha chiesto al Pakistan di lavorare a una soluzione politica della crisi. Sembra abbia trovato orecchie attente sull'ipotesi di una possibile mediazione.

lunedì 27 ottobre 2014

Califfato, da dove viene il buon esempio

Mastro Titta, il boia del Papa.
 La decapitazione è piaciuta anche a noi 
Opinione pubblica e giornali hanno seguito con apprensione e giustamente condannato l'esecuzione di Reyhaneh Jabbari, la donna iraniana che aveva ucciso l'uomo che la voleva violentare. L'Iran, un Paese dove la condanna a morte è buona regola (otto persone sono state appena impiccate a Shiraz e Kerman), ha perso un occasione di civiltà. Non di meno, tutti noi che abbiamo seguito così da vicino la vicenda iraniana, non solo ci dovremmo preoccupare anche degli otto impiccati, ma dovremmo andare a vedere cosa fanno i nostri principali alleati. L'Iran infatti è a tutti gli effetti considerato uno Stato canaglia, un membro della minoranza di Paesi paria con cui non si parla perché estremista e terrorista. Ma i nostri veri amici che fanno?

Alla viglia dell'esecuzione iraniana, in Arabia saudita sistemavano l'ennesima questione penale condannando a morte un pachistano reo di aver portato eroina nella monarchia del Golfo. A Riad non hanno la mano leggera. In quel Paese, dove i diritti umani e di genere sono un optional poco frequentato (dove, per dirne una, è vietato ai sauditi sposarsi con donne di Pakistan, Myanmar, Ciad e Bangladesh), Burtha Mushtaq è stato ucciso portando a tre i pachistani ammazzati su condanna per traffico di stupefacenti nelle ultime due settimane: rapidi e indolori.

E, per dirla tutta, dall'inizio dell'anno, Riad ha giustiziato 59 persone, un po' meno dell'ano scorso (78) ma, insomma, c'è ancora tempo.

venerdì 6 dicembre 2013

LETTURE CONSIGLIATE: L'IRAN DI ARCHIVIO DISARMO

Tra le pubblicazioni di Archivio Disarmo (l'istituto di ricerca fondato da Luigi Anderlini  che studia i problemi del controllo degli armamenti, della pace e della sicurezza internazionale) è uscito da poco L’accordo di Ginevra sul nucleare iraniano del 24 novembre 2013 di Roberta Daveri, una ricercatrice che fa il punto sul negoziato, sul dietro le quinte dell'accordo esui suoi fautori e detrattori, fuori e dentro i Paesi che l'anno siglato.


L'abstract:
Al termine di due mesi di intenso negoziato, nella notte tra il 23 e il 24 novembre 2013, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania (P5 +1) hanno siglato con l’Iran il primo elemento di un accordo quadro in grado di portare nel corso dei prossimi sei mesi alla negoziazione di un “accordo complessivo” sul tema del nucleare. In cambio, il gruppo P5 +1 hanno deciso di eliminare parte delle sanzioni contro Teheran. L’accordo siglato a Ginevra può giustamente essere visto come prodromico a una fase di “limbo” in cui l’Iran e gli Stati Uniti valuteranno l’affidabilità delle intenzioni e delle azioni della controparte. Tutto ciò allo scopo di individuare concretamente i termini e le modalità di una graduale ripresa delle relazioni per la normalizzazione dei rapporti diplomatici. Nell’entusiasmo generale, tuttavia, non mancano già gli ostacoli causati dalla presenza di diversi interessi in gioco.


(in inglese)
After two months of intense negotiation, during the night between 23 and 24 November 2013, the five permanent members of the UN Security Council plus Germany (P5 +1) have signed with Iran the first element of a framework agreement that can lead, in the next six months, to parley a comprehensive agreement about the Iranian nuclear issue. In return, the P5 +1 have decided to remove part of the sanctions against Teheran. This ultimate agreement signed in Geneva, moreover, can rightly be seen as forerunner to a limbo phase in which Iran and the United States will assess each other the reliability of their intentions and actions, in order to identify concretely terms and conditions for a gradual resumption of diplomatic relations. In the general enthusiasm for this first result, however, there are already obstacles caused by the existence of different interests at stake.

lunedì 25 novembre 2013

PERCHE' L'ACCORDO DI GINEVRA AIUTA ANCHE KABUL


E' difficile che, nell'opinione comune, si metta in relazione la guerra in Afghanistan con l'Iran. Di solito si pensa, per restare nella regione, al Pakistan. O, per i più avveduti, all'India, che gioca via Afghanistan il suo poker con il Pakistan che, a sua volta, considera il Paese di Karzai come la pedina da giocare strategicamente in caso di guerra con l'India (la famosa teoria della profondità strategica cara ai generali di Islamabad). Ma anche per Teheran l'Afghanistan ha un'importanza strategica. Sia rispetto al Pakistan, con cui non corrono ottimi rapporti, sia rispetto agli Stati uniti. Col Pakistan è abbastanza evidente: i pachistani non solo sono sunniti ma tollerano una pletora di gruppi settari che fanno strage di sciiti. Gruppi settari che godrebbero anche del sostegno dell'Arabia saudita, acerrimo nemico di Teheran. Quanto agli Stati Uniti, l'Iran ha mandato segnali chiari: in caso di attacco, Teheran giocherebbe la sua carta afgana. Come? Attraverso un'alleanza tattica stretta con alcuni gruppi talebani che secondo l'intelligence afgana sono sostenuti da Teheran, specie nel settore Ovest del Paese che confina con l'Iran. Ora, l'idea che vada in porto l'accordo con gli Usa, dibattuto in questi giorni e poi approvato dalla Loya Jirga, per Teheran significava due cose: che gli americani sarebbero rimasti ancora a lungo alle porte di casa e che avrebbero (come avranno) debito accesso alla base aerea di Shindand, a un pugno di chilometri dalla frontiera. Teheran finanzia parte della stampa afgana, sostiene parte dell'insurrezione (benché per anni abbia osteggiato e temuto i talebani, cosa che farebbe ancora se tornassero al potere) e da anni guida una crociata contro l'invasione e il Bsa non le sarebbe proprio piaciuto. Ma dopo l'accordo di Ginevra le cose potrebbero cambiare e la posizione ammorbidirsi. Anche per quel che riguarda l'Afghanistan.

sabato 24 agosto 2013

VIAGGIO ALL'EDEN 3 / LE PORTE DELL'ASIA / TURCHIA E IRAN

Turchia e Iran: i tempi del golpe a Istanbul e quelli dello scià a Teheran. L'Iran di Khomeini e gli oppiomani nascosti. Alberghi, ostelli e deserti. Istanbul ieri e oggi a piazza Taksim. Mashhad la città sacra degli sciiti alle porte dell'Afghanistan. Merda di cavallo al posto del fumo. Alcolici vietati da Erdogan. Un viaggiatore ripercorre la strada per l'Oriente quarant'anni dopo cercando di far ordine tra appunti, ricordi e inevitabili trasformazioni

Istanbul la magica, Costantinopoli la bella, Bisanzio la grandiosa, la magica, la sublime, Porta d'oro d'Oriente. Eccola che appare alle prime luci dell'alba. Dietro, alle spalle, la frontiera greca e l'ultimo baluardo dell'Occidente che si infrange su una bandiera con la mezza luna del sultano. Il profumo d'oltreconfine ti ha già investito e il primo minareto, nella città di Edirne che l'autobus per Istanbul ha appena attraversato, promette il sogno che sta per avverarsi. Ai primi abbagli del nuovo sole, tra una nebbia estiva e calda che fatica a diradarsi, appaiono le lunghe braccia al cielo delle moschee della Sublime porta, il primo vero passaggio a Est, la prima vera tappa esotica del “Viaggio all'Eden”, il percorso che negli anni Settanta migliaia di giovani adolescenti e non intraprendevano per scoprire se stessi, la cultura di un altro continente e tutta la possibile gamma di droghe che si incontrava lungo quel cammino...

segue in un libro di prossima pubblicazione


domenica 9 giugno 2013

COSA CAMBIA PER L'ITALIA DOPO IL SUMMIT NATO DI BRUXELLES

Non c'è bisogno di fare una telefonata all'Aise, i servizi di sicurezza che si occupano dell'estero, per capire che, da qualche giorno a questa parte, gli italiani sono nel mirino più del solito. Precisamente da quando il vertice della Nato del 5 giugno a Bruxelles ha dato luce verde alla “nuova” missione dell'Alleanza Resolute Support. Che di nuovo, salvo la riduzione numerica dei militari di stanza in Afghanistan e la vocazione non combattente della truppa, non ha nulla. Tutto è infatti rimasto come prima e il comando italiano nell'Ovest è già un dato di fatto come lo è quello tedesco nel Nord. Il fatto è che il vertice assegna a Italia e Germania (e forse Turchia) un ruolo “mediaticamente” più esposto pur se dal punto di vista operativo e politico non cambia di fatto quanto già oggi esiste sul terreno. Così come è altrettanto vero che un ruolo di nazione “leader” significa avere più truppa di altri nel teatro.

Bombardamento italiano nel Gulistan

I tedeschi hanno già dato i loro numeri in aprile (600-800 unità) e i talebani hanno risposto che ciò avrebbe esposto Berlino a maggiori ritorsioni. Ora tocca all'Italia (in cui la Difesa concorda una cosa e il premier ne pensa un'altra...) che numeri non ne fa. Ma è difficile mettere in relazione l'attentato di ieri con una nuova direttiva strategica talebana contro gli italiani. Basta però fare due più due per capire che siamo più esposti e già da l'altroieri circolava un'allerta sulla possibilità di attacchi mirati contro chi rappresenta il tricolore.

Discorso diverso per Ankara: basta leggere quanto il sito dell'Emirato talebano Voce della Jihad (VoJ) scriveva il 13 maggio in occasione della liberazione di quattro prigionieri turchi grazie «alla buona volontà, umanità e islamica simpatia» nei confronti «della nazione musulmana turca». Del resto a un Paese che è orgoglioso di non aver ucciso un solo afgano e che si trova defilato in una regione del Nord, finora è andata bene: ebbe due morti nel 2009 ma per un incidente stradale. Altri 12 soldati morirono nello schianto di un elicottero ma i talebani non c'entravano. Se ora riprenderanno la responsabilità della capitale (come già in passato) le cose cambieranno?
Il quadro si complica per il fatto che i talebani sono una compagine disomogenea, come dimostra l'attacco alla Croce rossa (Icrc) di fine maggio. In un comunicato apparso sempre su VoJ i talebani hanno reso nota la loro estraneità a un attentato che hanno condannato ribadendo che non è un target «chi aiuta la popolazione senza avere legami con l'intelligence». A riprova di questa visione confermavano la loro apertura ai programmi di vaccinazione antipolio, fortemente osteggiati invece dai loro cugini in Pakistan. Le diverse fazioni, che rispondono a logiche o finanziatori diversi, rendono complessa la lettura di una strategia che ha comunque cambiato la sua tattica comunicativa senza che ciò possa però rappresentare tutte le fazioni della galassia in turbante, più o meno jihadista, qaedista o semplicemente legate a traffici politici o criminali.

Se dunque le azioni talebane non rappresentano mai tutte le anime del movimento (così come le rivendicazioni non si sa mai bene a quale fazione corrispondano), la delegazione che nei giorni scorsi si è recata a Teheran indica però come si sta muovendo il segmento più numeroso, nazionalista e diplomaticamente attivo e che è riconducibile alla cerchia di adepti di mullah Omar, definita più o meno impropriamente “Shura di Quetta”.

Non è la prima volta che un esponente talebano viene invitato in Iran, ma in questa occasione è stata una missione ufficiale dell'ufficio politico dell'Emirato, qualcosa in più rispetto ad altre “visite”, in Giappone e in Francia l'anno scorso. Sarebbe avvenuta su «invito formale» iraniano. La lettura corrente è che – dice a Killid magazine l'analista politico Wahid Muzhda - questo incontro serviva a Teheran per mostrare i muscoli a Washington, indicando che gli ex nemici (i talebani) sono ora possibili collaboratori in caso di attacco alla repubblica islamica. Ma la lettura può anche essere ambivalente: i talebani mostrano a Karzai la loro capacità di “governo ombra” e forse anche al Pakistan che l'Emirato non è poi così dipendente da Islamabad.

martedì 19 ottobre 2010

IL PUNTO PRIMA DI PARTIRE

A dirla tutta fuori dai denti, facendo un bilancio per tra giornali, voci, commenti di analisti, ipotesi varie, l'ormai quotidianamente sbandierato processo di pace sembra poca cosa. Si, certo, ci sono stati contatti, incontri semi ufficiali e un gran roteare di dichiarazioni in positivo, ma nella realtà dei fatti un negoziato tra governo e talebani sembra davvero ancora lontano o, quantomeno, alle mosse iniziali. Domani torno in Italia e dunque è tempo di tirare le fila di quel che ho capito. Non molto, come sempre, perché il quadro è difficile, complesso, pieno di sgambetti. Ma provo a fare il punto

Gli americani
Certo qualcosa è cambiato. Soprattutto l'atteggiamento degli americani anche se, questi ultimi, un giorno dicono una cosa e un giorno ne dicono un'altra (ad esempio non è affatto chiaro se Washington abbia dato luce verde ai contatti con la “cupola”. Sì secondo il Post, no secondo il portavoce del dipartimento di Stato Philip Crowley secondo cui con mullah Omar non si tratta). Gli Usa sono l'attore principale del conflitto e dunque ci vorrebbe un po' di chiarezza mentre si ha l'impressione che la lotta interna, tra chi se ne vuole andare domani o dopo (Obama), chi vorrebbe rimanere sine die (i militari) e chi non sa bene che pesci prendere (Holbrooke che tutti danno in caduta libera) deve ancora finire. Ma ciò nuoce da una parte e, dall'altra, agli occhi degli afgani (e non solo ai loro) dice chiaramente che Washington vuole pilotare il processo. Altro che afganizzazione

Il governo afgano

Il disegno è abbastanza chiaro: in superficie mettere un mucchio di paletti, sotto sotto cercare di trattare con tutti: mullah Omar, la rete Haqqani, Hekmatyar (diciamo, per semplificare, i tre fronti della guerriglia) eintanto cercare di isolare i gruppi qaedisti (diciamo cosi ancora per semplificare) e fare in modo di eliminare, dove possibile, quel manipolo di arabi, uzbeki, ceceni che spesso crea problemi agli stessi talebani. Ma Karzai è debole internamente e con un appoggio ondivago della Comunità internazionale. Adesso sì domani no, oggi corrotto domani unico punto di riferimento. Il segnale attuale è però che può andare avanti: la sua famiglia, implicata in scandali a vario titolo, si beccherà solo una multa. Sulla corruzione si batterà un po' di meno e sulle elezioni, le cui frodi manifeste dovrebbero garantirgli parlamentari fedeli nella futura Wolesi Jirga, si chiuderà un occhio, come si è già fatto nei mesi scorsi.


Il Pakistan

Poi ci sono i pachistani. Sembrano seriamente intenzionati a lavorare a una soluzione ma a patto che la possano pilotare. Sanno di avere l'asso nella manica, ossia il controllo dei movimenti dei capi talebani che stanno, con buona probabilità, a Karachi e di cui sono a loro note le abitazioni, i movimenti, gli incontri. Il conto che i pachistani non fanno o che non vogliono fare, riguarda il controllo reale sul terreno in Afghanistan dove il Pakistan è detestato e la cui influenza viene percepita come una forte ingerenza (anche dai molti talebani). C'è dunque un rapporto di reciproca utilità ma legato a un filo. Nondimeno Islamabad può giocare un ruolo chiave e lo sa. Ma sa anche che, in certi termini, non può giocare tutta la partita da sola (come le piacerebbe) tenendo sempre in mano il mazzo

Sauditi
Riad e i Paesi del Golfo sono giocatori importanti. L'Arabia saudita ha una forte influenza sui partiti pachistani e in generale sui fedeli, oltreché sui combattenti. Garantisce autorevolezza e denaro. E per il Pakistan Riad è un Paese amico purché non si metta in testa di essere il protagonista della soluzione e non solo uno degli attori. Il Golfo gioca di conserva. Procura le sedi negoziali all'occorrenza, può garantire esilii dorati e infine è la grande banca dietro ogni affare. Ci sono anche loro

Iran e Turchia
Il ruolo del'Iran è fondamentale nel quadrante Ovest, quello per intendersi, sotto controllo italiano. Teheran è un attore difficile ma ineludibile come ha detto bene qualche giorno fa il premier turco Erdogan. Che parte abbia poi la Turchia non è chiaro ma potrebbe essere un gran facilitatore, come si dice: sta nella Nato ma non spara un colpo, è vicina a Islamabad, Riad e Teheran. Ha acquistato punti tra i musulmani dopo il confronto con Israele su Gaza e pensa in termini un po' più che solo regionali. Ha un forte interesse in Afghanistan dove vivono popolazioni turcofone

Il quadro regionale
Ci sono ovviamente altri attori in circolo: l'India, la Cina e i Paesi dell'ex Urss e la Russia. Purtroppo la (buona) idea di una conferenza regionale, che fu lanciata dal governo Prodi, non ha fatto un passo avanti. Il governo italiano attuale non ha saputo o voluto rilanciarla e nella Ue nessuno si è preso la briga di lavorarci. Ma senza la Cina e l'India non si va da nessuna parte. La Cina sta investendo miliardi in Afghanistan, non vuole un governo oltranzista, non è interessata a un bubbone di tensione tra Pakistan, Iran, India ed ex Urss. Ma l'India è ancora più importante. Anche se la soluzione dei problemi tra Islamabad e Delhi è di là da venire, sia il Pakistan sia l'Unione vanno rassicurati e, in una certa misura, una conferenza regionale che si trasformasse poi in una sorta di forum regionale stabile (con Onu e Paesi occidentali come osservatori con diritto di parola) potrebbe essere un'idea. Mosca per ora tiene un ruolo abbastanza defilato per ovvi motivi. Ma adesso la Russia può dire la sua visto che la rete di supporto logistico per la Nato già passa dall'ex Urss e acquisterà sempre più importanza. E gli afgani le sorridono. Mosca vuole tornare in ballo

Parola, parole, parole
Intanto la guerra continua. Stando al Nyt, si è tornati alla vecchia strategia controinsurrezionale: arresti , omicidi mirati, operazioni delle squadre speciali. Moltiplicandoli. Nessuna spallata per ora (tipo la fallimentare Operazione Marjah) ma un aumento del 50% dei bombardamenti e operazioni territoriali mirate di altri contingenti (vedi l'Italia nel Farah e la Germania al Nord in questi giorni) che tendono a consentire agli americani di disimpegnarsi in alcune aree e di impiegare più forza nell'Helmand. Si parla di pace ma si fa più guerra e i talebani non sono da meno. Fanno la guerra e continuano a smentire qualsiasi incontro o avvicinamento. Eppure...

Eppure la capitale è tranquilla, come se si fosse perlomeno stato eletto un domicilio negoziale possibile. I talebani e altri gruppi avrebbero ottenuto anche dalla Nato il salvacondotto per entrare in città. E in città si tratta. Ai colloqui del Serena e dell'Intercontinental dei giorni scorsi, oltre a pachistani, ex talebani e gente vicina al governo, c'era anche l'Onu e alcune ambasciate europee, tra cui, dicono qui, tedeschi e italiani. Qualcosa si comincia in effetti a muovere. Poco, pochino, meno di quel che sembra. Ma è l'unica speranza, seppur flebile, cui possiamo attaccarci.

lunedì 29 giugno 2009

I MISTERI DI TEHERAN

Sul sito della Sapienza il documento in italiano,non si sa quanto attendibile, che inchiodava Ahmadinejad. E che gira tra i seguaci di Musavi

Nell'accusare di brogli la macchina elettorale ma soprattutto il neo presidente Ahmadi Nejad, l'opposizione iraniana, benché sempre in forma non ufficiale, fa riferimento a un documento che, la sera del 13 giugno, fu inviato dal ministro dell'Interno Sadeq Mahsuli all'ayatollah Ali Khamenei. Documento che attestava la vittoria senza se e senza ma di Musavi e la sonora sconfitta di Ahmadi Nejad. Il testo, di cui per primo parlò Robert Fisk sull'Independent, sarebbe stato fatto “uscire” dalle maglie della censura da un funzionario del ministero che la notte stessa morì... in un incidente.
Ora quel documento – sulla cui attendibilità nessuno può scommettere – si può leggere in italiano sul sito della Facoltà di Studi Orientali dell'Università di Roma La Sapienza (cliccando qui).Gli studiosi spiegano di aver pubblicato e tradotto il testo “per informazione” e che sulla sua “autenticità ognuno è libero di pensarla come crede”. Nel documento i numeri dicono che su 42 milioni di lettori, 19.075.633 avevano votato per Mir Hoseyn Musavi, 13.387.104 per Mehdi Karrubi e solo 5.698.417 per Mahmud Ahmadi Nejad.

domenica 28 giugno 2009

LA GUERRA E IL TOPOLINO DI TRIESTE

La diplomazia italiana la considera una sua vittoria e probabilmente anche un recupero sulle critiche piovute sulla dichiarazione del G8 dei ministri degli Esteri conclusosi ieri a Trieste, e resa nota venerdi, accusata di esser stata molto blanda sull'Iran e priva di indicazioni sull'Afghanistan. Ma dalla riunione “informale” e allargata sull'AfPak (acronimo che indica Afghanistan e Pakistan) - tenutasi tra venerdi sera e ieri mattina nella città friulana - qualcosa sarebbe uscito anche se, in realtà, sembra trattarsi più di un'indicazione di metodo che non di merito.
Trieste attesta che l'appuntamento della diplomazia (24 paesi) avrebbe stabilito una nuova azione coordinata verso l'Afghanistan da parte di tutti i paesi in qualche modo interessati alla stabilizzazione della regione. Così sintetizza il ministro degli Esteri Franco Frattini, in partenza per Corfù per il vertice Nato-Russia in cui è stato preceduto, a sorpresa, da Berlusconi.

Grazie alla tre giorni a Trieste – dice il ministro - può esserci adesso più «coerenza e concretezza» negli sforzi verso l'Afghanistan che fino a oggi «non sempre sono stati coordinati fra di loro». L'Afghanistan, aggiunge Franco Frattini, rimane «un'area di preoccupazione» per la comunità internazionale che però merita «aiuto, sostegno e incoraggiamento» attraverso una più stretta «collaborazione regionale» con il coinvolgimento anche dei paesi vicini.
Il capo della diplomazia italiana dice in sostanza quel che si va ripetendo da anni e la sua sintesi sembra più che altro far stato dell'avvio di un processo regionale negoziato, per altro già in corso, che sembra restar tanto più faticoso quanto più è stata sottolineata la grande assenza di Teheran. Frattini minimizza: «l'Iran è solo uno dei molti paesi vicini, tutti gli altri hanno collaborato costruttivamente» e aggiunge «ci sono temi come il traffico di droga sul quale credo che l'Iran abbia grande interesse a cooperare e spero che in futuro coopererà». Berlusconi da Corfù aggiunge la ciliegina: «Adesso abbiamo bisogno anche della federazione russa per l'Afghanistan, visto il suo ruolo centrale nella regione da cui potrebbero partire le missioni terroristiche». Un'ultima novità: per le presidenziali Roma manderà 500 soldati, 100 in più del previsto.

Il summit però sembra aver tralasciato i temi veri: dove va la guerra e dove va, se c'è, il negoziato, internazionale ma soprattutto interno, per certificarne la fine. Esiste insomma una strategia o, per meglio dire una exit strategy, seppur sotto banco invocata persino dagli americani? Una mezza novità arriva da Kabul dove il presidente Hamid Karzai ha ieri fatto appello ai «fratelli talebani» perché si registrino nelle liste elettorali e si rechino a votare alle elezioni presidenziali e provinciali di fine agosto. Frattini apprezza e, dice, la strategia di Karzai per qualche forma di riconciliazione nazionale è «da incoraggiare fortemente». In fondo anche questo è un segno dei tempi. Ma da Trieste non esce molto di più soprattutto su una strategia di riconciliazione nazionale che faccia tacere le armi. La montagna, anche questa volta, partorisce un topolino.

Intanto però la guerra va avanti. Ieri un ennesimo ordigno è esploso al passaggio di una pattuglia di militari italiani a 40 chilometri a NordEest di Farah, nell'Ovest dell'Afghanistan, area di competenza del Comando Ovest di Isaf/Nato comandato dagli italiani: nessuno è rimasto ferito grazie alla blindatura del Lince su cui viaggiavano anche se il mezzo è stato invece gravemente danneggiato. E non è stato l'unico episodio: un attacco con armi automatiche è avvenuto sempre nella stessa area di Farah mentre una pattuglia di paracadutisti della Folgore era in perlustrazione. Quanto al primo incidente, la pattuglia si stava recando nella località di Bala Bolok dove una caserma dell'esercito afgano era stata assaltata da un gruppo di guerriglieri.
Bala Bolok è il luogo dove, agli inizi di maggio, un raid a tappeto dell'aviazione americana ha fatto strage di civili per colpire dei talebani: sarebbero almeno 140 secondo le autorità locali (bilancio respinto al mittente dai militari Usa), la strage numericamente più rilevante dall'inizio della presenza occidentale (2001) in Afghanistan.

L'attacco agli italiani (che bombardamenti non ne fanno) rientra nella gran confusione che circonda la due missioni parallele: Isaf/Nato (cui partecipa anche Roma) e Enduring Freedom (Oef, a sola partecipazione americana) completamente disgiunte (benché, si dice, coordinate) come catena di comando e decisioni operative. Ma a Trieste di questo, uno dei maggiori problemi della guerra e che rimanda alle responsabilità per le stragi di civili, non si è fatto parola. Come al solito. As usual, direbbero gli americani.

martedì 23 giugno 2009

L'IRAN FUORI DALLA PORTA

L'Iran non ci sarà alla Conferenza diplomatica del G8. E in effetti nessuno li vuole gli iraniani a trieste, invitati davvero scomodi. Ma ha senso tener fuori dalla porta Teheran, attore primario din Afghanistan, proprio quando di quel paese si discute?

Se non fosse per Karl Bildt, il ministro degli Esteri della Svezia, paese che avrà la prossima presidenza Ue, il clima che circonda la tre giorni di Trieste, non dei più sereni. Soprattutto per l'inviato numero uno – l'Iran – alla Conferenza diplomatica organizzata dalla presidenza italiana del G8 per discutere, in chiave regionale, del conflitto afgano e delle turbolenze che attraversano il Pakistan. Secondo Bildt «abbiamo interesse a impegnare l'Iran non solo sul dossier nucleare, ma su altre questioni, come l'Afghanistan e il Pakistan», lasciando aperto il canale del dialogo. In una parola, condannare si, ma non chiudergli in faccia la porta di Trieste, dove la Conferenza sull'”AfPak” si terrà da giovedi a sabato prossimo. Ma quella di Bildt è apparsa come l'unica nota fuori da un coro che invece la porta vorrebbe tenerla chiusa, se si esclude il basso profilo degli americani (dovrebbe essere presente la Clinton) mantenuto anche sull'appuntamento di Trieste.

Il fuoco di fila lo inizia il ministro Frattini in mattinata dichiarando che «in un momento del genere, noi non sappiamo quale tipo di contributo l'Iran potrebbe dare alla nostra discussione di venerdì... è una questione di concretezza e pragmatismo». In seguito la Farnesina ha chiarito che si aspettava una risposta da Teheran sull'invito a partecipare al G8 dei ministri degli Esteri di Trieste e che «se entro oggi (ieri per chi legge) non ci sarà una risposta - spiegava il portavoce della “Casa” Maurizio Massari – interpreteremo questa non risposta con una non disponibilità a partecipare ». Inoltre, aggiungeva Massari chiosando il ministro “sarebbe difficile in questa situazione pensare che l'Iran possa portare un valore aggiunto all'esercizio sulla stabilizzazione dell'Afghanistan». Gli faceva eco l'ufficio del portavoce del ministero degli Esteri di Teheran secondo cui – riferiva l'Ansa - l'Iran «non ha ancora deciso» se partecipare (e in effetti la decisione non è arrivata). Tutto in effetti rema contro.

«Credo davvero che sarebbe cosa giusta e saggia ritirare l'invito nei confronti dell'Iran», dice a Radio Radicale la vicepresidente del Senato Emma Bonino, facendosi portavoce di posizioni simili soprattutto nella maggioranza (Fiamma Nirenstein in primis). E se i membri della Ue dovrebbero pensare a convocare gli ambasciatori dell'Iran accreditati nelle rispettive capitali - suggerisce la presidenza di turno (ceca) da Praga - in Italia il centrodestra propone una manifestazione, ovviamente bipartisan (l'idea è del ministro Bondi), che già raccoglie le prime adesioni. Difficile per un governo mandare i suoi emissari in presenza della convocazione del suo ambasciatore e mentre il Palazzo italiano manifesta contro quello iraniano...

A sinistra si resta più cauti, forse continuando a pensare che, anche se molto delegittimato, il governo dell'Iran è, in Afghanistan, pur sempre un attore primario e del quale è difficile fare a meno. Solo Gianni Vernetti del Pd, proponendo uno scenario cileno, chiede di aprire la nostra ambasciata a feriti e oppositori perseguitati dal regime. Bildt che direbbe? Certe cose forse è meglio farle senza dirle. Questione di concretezza e pragmatismo, come ha detto Frattini.