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giovedì 26 maggio 2022

Appuntamenti: la scelta delle armi


La geografia della guerra e gli accordi sui traffici di armi 

Roma 4 Giugno  18:30 - 19:30
Verano Bertha Kinsky (von Suttner)

La guerra viene con le armi 
Incontro-Dibattito organizzato da OGzero; Atlante delle Guerre;  Afgana. 

 Il 2022 si è aperto con una crisi internazionale che riporta venti di guerra in Europa. Ma il mondo è teatro di infinite proxy war; conflitti a sfondo religioso sostenuti da milizie o eserciti irregolari; scontri regionali tra stati vicini; lotte contro il neocolonialismo predatore. Qual è in questo momento la geografia di questi conflitti? Da cosa ci distrae quello in Ucraina oggi, e ieri quello in Afghanistan, prima ancora in Iraq, infine Siria? Quel che è certo è che c’è comunque una costante: il traffico e la vendita di armi. OGzero e Atlante delle Guerre dedicano il 2022 ad accendere un faro sul traffico di armi, legale o illegale che sia. Su un’apposita sezione del sito www.ogzero.org a partire da gennaio, sono pubblicati articoli, inchieste, leaks che riguardano il commercio di armi globale. È un progetto editoriale comune che verrà presentato nel corso del Festival dove verranno illustrati anche i contenuti dell’Atlante delle guerre e dei conflitti del Mondo edizione 2022, strumento per disegnare una geografia della guerra.

Interverranno: 

Adriano Boano (OGzero)
Alessandro De Pascale (Atlante delle Guerre) 
Emanuele Giordana (Afgana) 

mercoledì 15 giugno 2016

Dopo Orlando: oltre la pista islamo qaedo daeshista. Le armi in pugno

La piaga della diffusione di pistole e fucili tra i privati. Negli Usa sono 89 ogni cento abitanti. La percentuale più alta del pianeta


Negli Stati Uniti ogni giorno in media 36 persone vengono uccise da armi da fuoco. La metà di loro sono giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni; un terzo sono giovanissimi con meno di 20 anni. Per aggiungere un altro dato, tra queste trentasei vittime quotidiane (il bilancio esclude i suicidi), nel 2015 circa il 50% sono stati afroamericani che rappresentano solo il 6% della popolazione. E son stati proprio i controversi omicidi di afroamericani ad aver rialimentato, negli ultimi 12 mesi, il dibattito e la polemica sulla diffusione delle armi in America.

Anche la strage di Orlando ha finito, per forza di cose, per riportare il problema del possesso diffuso di armi nel dibattito pre elettorale. Ma l’insieme dei commenti, in America e altrove, sembra prestare poca attenzione al fatto che gli Stati Uniti sono il Paese dove circola liberamente il maggior numero di piccole (e grandi) armi del pianeta. La ricerca del “lupo solitario”, della pista islamo qaedo daeshista o dei motivi, materiali o psicologici, che spingono qualcuno ad ammazzare uomini come formiche, è più seducente che risollevare una vecchia polemica con la quale gli americani non riescono a fare i conti e con la quale anche Obama ha perso un’altra battaglia. Se però si dà un’occhiata alle tabelle, i dati parlano chiaro. I Paesi dove si muore di più per colpa di un’arma da fuoco sono quelli in guerra: Afghanistan o Irak ma, appena dopo le nazioni in conflitto, appaiono gli Usa. Nel mondo girano - secondo lo Small Arms Survey- circa 875 milioni di armi leggere (pistole, fucili, carabine e mitragliatrici), prodotte da oltre un migliaio di aziende in circa cento Paesi per un giro d’affari di circa sei miliardi di dollari all’anno. Chi le possiede? Soldati, poliziotti, guardie? In minima parte

lunedì 22 febbraio 2016

Armi: chi vende e chi compra

Una bella compagnia

cliccare sulle mappe per ingrandirle


I migliori clienti


Vai al sito del Sipri e ai nuovi dati forniti oggi dall'organismo che monitora il commercio mondiale

martedì 17 marzo 2015

Armi, chi compra e chi vende

I dati contenuti nel rapporto annuale del Sipri, istituto internazionale che studia il commercio delle armi e ha base a Stoccolma,  sono sempre una lettura importante e interessante. Soprattutto per noi, Paese a vocazione pacifista. Archivio Disarmo ne ha fatto una sintesi che mi permetto di riportare proprio perché puntualizza la posizione del nostro Paese. I  cinque maggiori esportatori nel 2010-14 sono stati Stati Uniti, Russia, Cina, Germania e Francia e i cinque maggiori importatori sono stati India, Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti (EAU) e Pakistan. E l'Italia? Come si vede dal grafico accanto è ben piazzata: all'ottavo posto (non eravamo appunto l'ottava potenza mondiale?).



Vediamo intanto i big: l'export armato  statunitense ha visto un incrementato del 23% tra il 2005–2009 e il 2010–14, diretto a 94 acquirenti. L'export cinese è cresciuto del 143% tra il 2005–2009 e il 2010–14 e così la Cina passa dal 3 a 5% delle esportazioni mondiali. Anche Mosca ha aumentato il suo export del 37 % tra il 2005–2009 e il 2010–14, fornendo armi a 56 stati (e alle forze ribelli in Ucraina) nel 2010–14. Le esportazioni tedesche dei maggiori sistemi d'arma, invece, sono diminuite del 43% tra il 2005– 2009 e il 2010–14. Invio a 55 stati. Eccoci a noi: Roma si piazza all'ottavo posto a livello mondiale prima di Ucraina e Israele, esportando agli EAU (9% del suo export totale), India (9%) e Turchia (7%). L'Italia si segnala per l'accresciuto export di UAV (droni). In totale, le esportazioni italiane tra il 2005–2009 e il 2010–14 sono cresciute di oltre il 30% (a sinistra la tabella degli importatori).

Archivio Disarmo sottolinea che si  è in attesa della relazione governativa sull'export militare italiano nel 2014, che a breve dovrebbe essere consegnata - ai sensi della legge 185/90 - al Parlamento italiano. "Peraltro, nel corso degli anni, tale relazione - scrive Maurizio Simoncelli di AD -   è diventata sempre meno trasparente e più opaca, mentre la rispondenza ai criteri fondanti la legge (non esportazioni a paesi in guerra, dittature o assenza di rispetto dei diritti umani) appare sempre meno stringente, come hanno dimostrato lo scorso anno la consegna dei caccia da addestramento e da bombardamento leggero M346 ad Israele, proprio all'inizio dell'ennesimo conflitto "Margine di protezione" contro i palestinesi, o le forniture all'Arabia Saudita (48 contratti), agli Emirati Arabi Uniti (23 contratti) e all'Oman (8 contratti), noti per il loro scarso rispetto dei diritti umani".




sabato 13 settembre 2014

L'Is, gli Usa e il gioco dei Saud

Le spade, la palma e un preciso
disegno geostrategico
Dopo la decisione di Obama di sradicare il califatto in fieri dell'Is (Stato islamico) e dopo che il ministro degli esteri statunitense John Kerry si è recato l'altro ieri a Gedda - in Arabia saudita - per formare l'ennesima grande coalizione di volenterosi, emerge chiaramente chi è il vero vincitore della partita: la monarchia dei Saud, minacciata in novembre dalla svolta pro iraniana di Washington a Ginevra, dall'influenza della Repubblica islamica negli affari mediorientali dalla Siria al Bahrein, dalla marea delle primavere arabe. Dietro quel che accade in queste ore c'è con tutta probabilità un piano. Che viene da lontano e che ha un obiettivo preciso: contenere Teheran.


Bush con l'allora ambasciatore saudita
Bandar ben Sultan al Saud, dal 2012 al 2014
a capo dell'intelligence saudita
Parte diligente nella creazione dell'Is, cresciuto con finanziamenti privati sauditi e del Golfo, Riad ha allevato l'ennesimo mostro salvo poi prenderne le distanze e offrire le sue basi per una nuova campagna antiterroristica contro i jihadisti tenuti a battesimo solo qualche mese fa. Il piano è chiaro: contenere Teheran e mettere al riparo la retriva e oscurantista monarchia wahabita da movimenti, laici o islamisti, che potrebbero insidiare la sua monolitica stabilità. Ne hanno fatte le spese i Fratelli musulmani egiziani, prima finanziati da Riad e poi dichiarati “terroristi”, e la stessa Hamas, tenuta a bada dal nuovo governo di Al Sisi e da Tel Aviv. Adesso è arrivata l'ora di fermare il jihad anche in Irak e Siria, visto che ormai Riad ha ottenuto di portare dalla sua parte Washington e l'Europa, scalzando il paventato rientro sulla scena di Teheran come attore universalmente accettato. Quando John Kerry ha chiarito a Bagdad qualche giorni fa che, nel contro jihad, non c'è bisogno dell'Iran, i Saud hanno capito che era fatta. C'era solo da mettersi d'accordo per apparire i pilastri di un islam ragionevole (e sunnita) in barba al lungo sostegno fornito, dall'Africa all'Afghanistan, a tutti i movimenti più radicali.

domenica 31 agosto 2014

Come nasce l'Is e le nostre responsabilità

Maryam al Khawaja 
Mi è stata chiesta recentemente un'opinione sull'Is, lo Stato islamico, quel plotone di jihadisti sunniti che impazza in Iraq e Siria. La risposta, secondo me, la si trova in questo articolo di AlJazeera sull'arresto - al suo arrivo a casa (Bahrein) - di Maryam al Khawaja, condirettrice del Gulf Centre for Human Rights. Colpevole di aver insultato il monarca, Maryam non è soltanto un'attivista ma è anche sciita ed è la figlia di Abdulhadi Abdulla Hubail al-Khawaja,  dal 2011 in galera in Bahrein, ridente democrazia del Golfo a conduzione familiare  (come tutte le altre). Che c'entra, direte voi? Provate a seguire il mio ragionamento anche se, su questa materia, son solo un osservatore non certo un ferrato analista.

Ebbene nel 2011 in Bahrein scattò una rivolta. Era guidata dalla “minoranza” sciita in un Paese dove la casa regnante è sunnita, oltre l'80% della popolazione è di religione musulmana e gli sciiti sono circa due terzi, dunque una considerevole maggioranza. Sono anche i più poveri e si ribellarono sull'onda delle rivolta arabe. Li seguivano con attenzione anche quelle migliaia di immigrati che costituiscono la forza lavoro dei petroregni mediorientali. Ma, mentre gli occhi erano puntati su Tahrir, nel piccolo reame (1,2 milioni di abitanti) si scatenò una feroce repressione peggiore di quella egiziana. Di più, temendo che l'Iran approfittasse della svolta protestataria i sauditi, forti dell'appoggio del Consiglio del Golfo, inviarono i carri armati. La famiglia reale dei Khalifa era ovviamente d'accordo, perché soldati e polizia non erano in grado di contenere la rivolta. A parte qualche timido distinguo, lasciammo correre: nessuna condanna, nessuna sanzione. Un silenzio dorato come i petrodollari sauditi. Demmo il via libera. E cominciarono li anche le nostre responsabilità sulla non ancora imminente creazione dell'Is

Il generale presidente Abdel Fattah al-Sissi 
E si, perché la piccola vicenda del Bahrein rivela molto più di quanto non sembri e spiega perché i sauditi e gli emirati abbiano appoggiato prima i Fratelli musulmani (che poi Riad ha bollato di terrorismo) e adesso l'Is. Mai apertamente sia chiaro. In forma “privata”, come spiega bene una convincente ricostruzione dell'Independent. All'epoca delle rivolte arabe, il Golfo e Riad pensarono che l'unico modo di contenere le folle fosse puntare sui Fratelli musulmani. Ciò avrebbe contenuto le spinte rivoluzionarie e cambiato gli equilibri dando forza a chi da sempre ha sostenuto la Fratellanza. Ma a Riad poi non piacque più quel Morsi che, seppur in modo univoco e autoritario, diventava un modello di democrazia arabo islamica. Era stato eletto e la Fratellanza aveva sposato la nefasta idea di libere elezioni, nel bene o nel male. Riad abbandonò Morsi al suo destino e gli preferì un generale. I generali, si sa, sono sempre fedeli e chiudono la bocca a chi ha troppi grilli per la testa. Anche in quel caso restammo a bocche semicucite. Qualche timida condanna ma, in fondo, sempre meglio un generale di un islamista.

mercoledì 13 agosto 2014

Perché non dare le armi ai curdi

Dare armi ai peshmerga curdi è una delle opzioni al vaglio dei ministri degli Esteri dell'Unione. I favorevoli sono parecchi e in prima fila c'è anche l'Italia. A Pierferdinando Casini il merito di averlo chiesto per primo in un'intervista. Ma io non credo sia una buona idea. Armare le persone, anche quando sono in pericolo, non è una buona soluzione. Se un vostro amico fosse in balia di una banda di assassini che hanno circondato casa sua, gli paracadutereste un lanciafiamme o chiamereste la polizia?

La polizia che non c'è

Qualcuno dirà che in questo caso non c'è una polizia da chiamare e questo è un punto che esamineremo. Tal altro dirà che questa è un'emergenza ma qui la risposta è facile. Le emergenze di questo tipo sono continue. C'è appena stata una guerra a Gaza, è in corso un conflitto in Siria e in Libia e così via, la lista è lunga. Dunque bisogna lasciar morire yazidi, cristiani e sunniti nonché curdi e peshmerga? No, certo, vanno sostenuti. Io credo persino con una soluzione militare, ma non con la foglia di fico delle armi che è il modo più semplice di sbarazzarsi del problema dando lavoro a Finmeccanica. E allora?