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domenica 7 luglio 2024

L'Afghanistan e le nostre responsabilità




La presidente della Commissione Diritti umani della Camera Laura Boldrini ha reso nota lasua intenzione di presentare un'interrogazione al governo per “chiarire qual è la posizione dell'Italia nei confronti dell'Afghanistan, quali misure intenda intraprendere per sostenere la popolazione stremata e tutelarne i diritti - anche ripristinando aiuti allo sviluppo - e come intenda garantire la protezione internazionale alle afgane e agli afgani in fuga dai Talebani". Lo ha fatto dopo aver incontrato i responsabili della “Rete 26 febbraio” (strage di Cutro ndr) e quelli di 4 associazioni italiane e internazionali: Emergency, Intersos, Unitad Against Inhumanity (Uai) e Afgana. Durante un’audizione parlamentare abbiamo riassunto le condizioni in cui vive un popolo già vessato da leggi discriminatorie e dai postumi di una guerra infinita condotta con l’illusione di mettere le cose a posto e conclusasi con un fallimento. Cui è seguito un assordante silenzio. 

Riparlarne tre anni dopo la fuga del 15 agosto 2021 da Kabul, significa obbedire all’imperativo etico che obbliga un Paese che ha investito nella guerra afgana circa 10 miliardi (di cui il 90% in spesa militare) a non tradire la promessa fatta allora e che suonava più o meno così: “Non dimenticheremo l’Afghanistan”. Ma poi i soldi per l’emergenza si sono assottigliati, quelli per la ricostruzione sono scomparsi e la diplomazia europea – come quella americana - si è limitata a osservare la situazione da Doha, dove anche la nostra ambasciata è stata trasferita quell’estate, benché l’ambasciatore di allora a Kabul, Vittorio Sandalli, avesse ipotizzato che la nostra legazione in Afghanistan potesse rimanere aperta. Battaglia persa con la Farnesina e col governo.  

Ora ci si chiede se si può lasciar morire di fame la popolazione di un Paese solo perché non ne riconosciamo il regime. I numeri lo testimoniano: Emergency e Intersos – presenti sul territorio – ricordano che 23,7 milioni di afgani, oltre metà della popolazione, hanno bisogno di aiuti umanitari per sopravvivere e che oltre l’80% delle famiglie vive con meno di un dollaro al giorno. I tassi di malnutrizione materno-infantile sono fra i più alti al mondo così come l’incidenza di morti per ordigni esplosivi o da parto, conseguenza di una sanità  fragile con le carenze croniche di un sistema pubblico in cui l’accesso alle cure essenziali è un percorso a ostacoli. Uai ha ricordato il tema  della confisca delle riserve della Banca centrale afgana (Dab) da parte degli Usa e dei suoi  alleati (Italia compresa), col congelamento di 9,5 mld di dollari. Soldi del governo talebano? No, dei cittadini afgani che ora non possono metterli a garanzia per commerciare con l’estero. Tagliata fuori dal sistema bancario internazionale la Dab non è più in grado di svolgere le sue normali attività per garantire il funzionamento dell’economia. Uno scongelamento graduale con monitoraggio internazionale di quei fondi è urgente e necessario per il benessere dell’economia afgana. E non significa riconoscere il regime talebano.

Ma non c’è solo la crisi umanitaria, sanitaria ed economica, la repressione interna e la  discriminazione di genere. La società afgana sconta anche la mancanza di coraggio e creatività politica della diplomazia euro-atlantica. Di fronte all’impasse c’è bisogno di uno scarto: una diplomazia dei piccoli passi, che non sia declamatoria e basata su ultimatum ma che ricerchi l’opzione che più tutela i diritti e i bisogni della popolazione afgana e delle donne. Parlarsi non significa accettare le politiche talebane perché tra inazione e legittimazione esiste un ampio spettro di possibilità. Serve dunque un coinvolgimento attivo che comprenda anche il dialogo coi Talebani. In nome di quei diritti che da vent’anni proclamiamo di voler difendere.

Questo commento è apparso ieri su ilmanifesto accanto al pezzo di Giuliano Battiston

lunedì 16 dicembre 2013

REALITY E REALTA', PERCHE' DIFENDO MISSION

Voglio fare una premessa: non posseggo la televisione e odio i reality e non solo quelli italiani. Amo la carta stampata e la radio. Ma ne ho sentite e lette così tante su Mission, la trasmissione Rai (giunta alla sua seconda puntata) dedicata alla situazione dei rifugiati, che qualche curiosità mi è venuta. Anche perché conosco l'Unhcr e soprattutto Intersos, di cui ho sentito dire tutto e il contrario di tutto, persino - bufala che ha faticato ad estinguersi in Rete - che avesse costruito un ospedale a Kabul che poi era andato in pezzi per colpa loro. Era talmente una bufala che, alla prima rimostranza dell'organizzazione, il Guardian ha rimosso un video superficiale e diffamatorio postato sul suo sito e che attribuiva all'organizzazione umanitaria responsabilità non sue. Ma questa è un'altra storia. Torno a Mission.

Per tante ragioni non amo i reality (in realtà a chi ha scritto Mission il termine reality non piace e gli preferiscono il più tradizionale documentario),  la prima delle quali risiede nel mezzo televisivo in sé che, per sua stessa natura, deve sempre costruire (come il cinema) perché una scena abbia un senso, non sia noiosa e anzi ben accettabile scenograficamente dal suo pubblico. La tele non è realtà per default, semmai una sua ricostruzione, come appunto sono anche i reality. Ma la tele esiste e la guarda un mare di gente. E' sacrosanto servirsene per un nobile fine. E se il reality funziona meglio perché c'è il principe o la soubrette, ben venga il reality con principe e soubrette.

Faccio mie le considerazioni del collega Ugo Tramballi che sul suo blog ha difeso Mission. Con una riflessione: "Anche se appare come controsenso, il successo di “Mission” è provato dall’insuccesso del suo share. La prima puntata, riferisce l’Auditel, ha avuto 2.165.000 spettatori, l’8,16% di share. Quando mai - si chiede Tramballi -  leggono un mio pezzo in due milioni?". Per la Tv in effetti due milioni è poca cosa  ma per quei disgraziati della Rdc, dico io, è davvero  molto se questo significa conoscere la situazione, finanziare l'assistenza con 1 euro, spingere il nostro governo a fare di più, cominciare a chiedersi se non sia giusto offrire asilo in casa nostra. Quanti leggeranno  il suo o il mio pezzo sul Congo sul 24Ore o su il manifesto? Cento, mille, duemila persone? Diecimila? La tv di occhi ne becca due milioni di paia  e probabilmente sveglia le coscienze dietro a quei bulbi oculari. Bene, male, in modo politicamente corretto? Non è molto importante. Le sveglia. E devo aggiungere che è  persino una scelta coraggiosa visto che di solito è lo share a comandare e dunque per Mission c'è il rischio che dalla prima slitti alla seconda serata. Con lei principi ma anche i rifugiati.

mercoledì 8 febbraio 2012

COSA PENSANO DI NOI GLI AFGANI

A oltre dieci anni dall'inizio del conflitto che determinò la fine dell'Afghanistan dei talebani, gli afgani pensano di essere stati ignorati dalla comunità internazionale nelle loro scelte e aspirazioni. Pensano di esser stati tenuti a margine di processi decisionali presi sula loro testa e credono che poco sia stato fatto in termini di sviluppo, stabilità e sicurezza. Ciò non di meno, temono che l'uscita di scena degli eserciti che occupano adesso il suolo afgano possa nuovamente precipitare il Paese nel caos e, al contempo, paventano che l'abbandono dell'opzione militare si trasformi in un abbandono definivo dell'Afghanistan e della sua gente.

E' quanto emerge con crudezza da Le truppe straniere agli occhi degli afghani. Opinioni, percezioni e rumors a Herat, Farah e Badghis, una ricerca condotta, per conto della Organizzazione non governativa italiana Intersos, da Giuliano Battiston, giornalista e saggista con una lunga esperienza nel Paese dell'Hindukush. Battiston ha messo insieme lavori precedenti al suo, ricerche e sondaggi, incrociando il lavoro di ricerca in biblioteca con una lunga permanenza sul campo nella regione sotto comando italiano, il Regional Command West. Ne esce un quadro in parte già noto e in parte inedito. Comunque sconfortante e che dimostra che, al di là della propaganda, gli afgani hanno sempre meno fiducia nei loro “salvatori”, pur se preferiscono al caos una loro più prolungata permanenza, anche oltre il 2014, data finale per il ritiro delle truppe straniere.

Battiston spiega che il dato più evidente che emerge dalla ricerca è “uno scollamento tra le opinioni espresse ufficialmente dai rappresentanti delle cancellerie occidentali e quelle degli afghani”. I primi sostengono di aver stabilizzato il Paese, i secondi dichiarano al contrario che la comunità internazionale ha “fallito nel garantire la sicurezza alla popolazione” senza produrre “i risultati sperati”. Quei pochi “risultano fragili e temporanei”, percezione che si traduce in un “sentimento molto diffuso di sfiducia verso le forze internazionali, anche tra coloro che gli avevano accordato credito all’inizio dell’intervento militare, nel 2001”. Diffusa poi la convinzione che le attività militari siano state “negativamente condizionate dalla pluralità di orientamenti, di tattiche, agende e obiettivi perseguiti dai singoli contingenti”. Molti lamentano inoltre uno squilibrio “tra i fondi allocati e distribuiti per le operazioni militari e quelli destinati all’aiuto allo sviluppo e all’assistenza delle comunità locali” e rivendicano “un maggiore coinvolgimento nella progettazione, nella realizzazione e nel mantenimento dei progetti, giudicati comunque insufficienti”. Per gli afgani infatti, “sicurezza” è anche “autosufficienza e sostenibilità del sistema economico; piani di ripristino di un quadro istituzionale funzionante e trasparente; strategie per edificare un sistema di diritto efficiente, garanzia di giustizia, uguaglianza e di tutela dagli abusi”. Un tema che ritorna quando alcuni degli intervistati spiegano al ricercatore che “la rivendicazione di giustizia per i crimini passati” non deve essere “subordinata del tutto alla ricerca della pace”. Un chiaro no, insomma, all'impunità.

Alle forze internazionali viene anche imputata una scarsa considerazione delle conseguenze che le loro operazioni hanno sulla popolazione civile: “l’incapacità di distinguere i civili innocenti dai “ribelli”, l’uso indiscriminato di bombardamenti e raid notturni, la violazione degli spazi domestici” messe in atto da soldati che sembrano agire “ fuori di ogni quadro giuridico certo, rispondendo soltanto ai propri codici di condotta” il che ha fatto crescere sfiducia e diffidenza nei loro confronti, “insieme all’idea che siano in Afghanistan per promuovere o difendere i propri obiettivi strategici” anche se “la maggior parte degli intervistati ritiene che non vadano ritirati e che, anzi, debbano restare oltre la data annunciata del ritiro, il 2014” (Vedi la sintesi dell'ultimo rapporto Onu sulle vittime civili) .

E la pace possibile? Pur sottolineando l’inefficacia della soluzione militare, gli afgani “sostengono la via della riconciliazione (e) della soluzione politico-diplomatica, e ritengono che escludere a priori ogni ipotesi negoziale significhi condannare il paese a un conflitto permanente”. Ma le idee a riguardo restano abbastanza vaghe e confuse anche fra gli afgani, spiega Battiston. Come forse lo sono, aggiungiamo noi, anche nelle nostre teste.

Anche su Il Fatto Online

martedì 31 gennaio 2012

COSA PENSANO GLI AFGANI DELLE TRUPPE INTERNAZIONALI?

Presentazione della prima ricerca sulle percezioni degli afghani, realizzata nella regione Isaf-Nato sotto responsabilità italiana


«Le truppe straniere agli occhi degli afghani. Opinioni, percezioni e rumors a Herat, Farah e Badghis» è una ricerca promossa dall’organizzazione umanitaria Intersos, attiva in Afghanistan, e realizzata da Giuliano Battiston, giornalista e ricercatore, già autore di ricerche e reportage dall’Afghanistan. Tenendo presente la letteratura accademica in materia, essa si basa su una serie di interviste realizzate nel 2011 nelle tre province citate, che si trovano nell’area del comando regionale occidentale Isaf-Nato, sotto responsabilità italiana...Leggi tutto su Lettera22

(la foto è di Romano Martinis)

mercoledì 20 ottobre 2010

PROVIAMO A FARE UN BILANCIO

Tornando a casa. Questo l'artciolo uscito oggi anche su il manifesto. Sintesi-reportage con qualche ipotesi e begli incontri dell'ultimo viaggio in Afghanistan

Al parco di Sharenaw, dove c'è persino qualche pianta, il sole ancora caldo batte sui turbanti degli afgani accovacciati a bere una tazza di te. La guerra sembra lontana e la gente maledice il traffico come in qualunque capitale. La guerra è alle porte però, appena qualche chilometro più a Sud: Logar, Wardak...
Gli americani sembrano essere tornati alla vecchia strategia controinsurrezionale: arresti, omicidi mirati, squadre speciali. Moltiplicandoli. Nessuna “spallata” (tipo la fallimentare Operazione Marjah) ma un aumento del 50% dei bombardamenti, ha scritto il New York Times, e operazioni territoriali mirate di altri contingenti come quella in corso coi tedeschi in questi giorni a Nord. All'Italia gli americani hanno riservato il Farah, nel tentativo di disimpegnarsi da alcune aree per impiegare più forza nel Sud. A sentire gli analisti afgani, il Farah è una brutta faccenda. E' guerra vera: altro che “approccio italiano”. E agli americani non dispiacerebbe affatto qualche bomba sui cacciabombardieri Amx. Anche se poi i raid seri li riservano ai propri piloti.

La guerra alle porte, la pace in città

La capitale però è tranquilla, come se vi fosse stato eletto un domicilio negoziale possibile. I talebani e altri gruppi avrebbero ottenuto anche dalla Nato il salvacondotto per entrare in città. E in città si tratta. Ai colloqui negli hotel Serena e Intercontinental dei giorni scorsi, oltre a pachistani, ex talebani e gente vicina al governo, c'era anche l'Onu e alcune ambasciate europee, tra cui, dicono qui, tedeschi e italiani. Qualcosa dunque si muove. Poco, meno di quel che sembra. Ma è l'unica speranza, seppur flebile. In questi giorni, facendo la tara tra articoli, voci, commenti di analisti, ipotesi varie, l'ormai quotidianamente sbandierato processo di pace sembra poca cosa. Si, certo, ci sono stati contatti, incontri semi ufficiali e un gran roteare di dichiarazioni in positivo, ma nella realtà dei fatti un negoziato tra governo e guerriglia sembra davvero ancora lontano o, quantomeno, alle mosse iniziali.
Certo qualcosa è cambiato. Soprattutto l'atteggiamento degli americani anche se questi ultimi un giorno dicono una cosa e un giorno un'altra (ad esempio non è affatto chiaro se la Casa Bianca abbia dato luce verde ai contatti con la “cupola” talebana. Sì secondo il Washington Post, no secondo il portavoce del dipartimento di Stato Philip Crowley, per il quale con mullah Omar non si tratta). Gli Usa sono l'attore principale del conflitto e dunque ci vorrebbe un po' di chiarezza mentre si ha l'impressione che la lotta interna tra chi se ne vuole andare domani o dopo (Obama), chi vorrebbe rimanere sine die (i militari) e chi non sa bene che pesci prendere, debba ancora finire. Ma se ciò nuoce in generale, agli occhi degli afgani (e non solo ai loro) dice chiaramente che Washington vuole pilotare il processo. Altro che afganizzazione.

Processo di pace?

Per Karzai il disegno è abbastanza chiaro. In superficie mettere un mucchio di paletti, sotto sotto cercare di trattare con tutti: mullah Omar, la rete Haqqani, Hekmatyar (per semplificare, i tre fronti maggiori della guerriglia) e intanto cercare di isolare ed eliminare, dove possibile, quei gruppi jihadisti o qaedisti di arabi, uzbeki, ceceni che spesso creano problemi agli stessi talebani. Ma Karzai è debole internamente e con un appoggio ondivago della Comunità internazionale. Adesso sì domani no, oggi corrotto domani unico punto di riferimento. Il segnale attuale è però che può andare avanti: la sua famiglia, implicata in scandali a vario titolo, si beccherà solo una multa. Sulla corruzione si batterà un po' di meno e sulle elezioni, le cui frodi manifeste dovrebbero garantirgli parlamentari fedeli nella futura Wolesi Jirga, si chiuderà un occhio, come si è già fatto nei mesi scorsi.
Poi ci sono i pachistani. Sembrano seriamente intenzionati a lavorare a una soluzione ma a patto che la possano pilotare. Sanno di avere l'asso nella manica, ossia il controllo dei movimenti dei capi talebani (residenti, con buona probabilità, a Karachi) e di cui sono note a Islamabad le abitazioni, i movimenti, gli incontri. Il conto che i pachistani non fanno o che non vogliono fare, riguarda il controllo reale sul terreno in Afghanistan, dove il Pakistan è detestato e la cui influenza viene percepita come una forte ingerenza (anche da molti talebani). C'è dunque un rapporto di reciproca utilità ma legato a un filo. Nondimeno Islamabad può giocare un ruolo chiave e lo sa. Ma sa anche che, in certi termini, non può dirigere tutta la partita da sola (come le piacerebbe) tenendo sempre in mano il mazzo. Ecco che spunta Riad...

Congetture e ipotesi si dimenticano in fretta prendendo la strada del Panjshir per una visita all'ospedale di Emergency ad Anaba. In questa vallata, dove i mujaheddin di Massud avevano dato filo da torcere ai sovietici e sbarrato il passo a mullah Omar, è come essere in un piccolo paradiso: niente filo spinato, né contractor, né muraglioni di ferro-cemento. Fiumi che scorrono schiumeggianti e puliti sotto montagne a picco che un gigante sembra aver formato facendo cadere dal pugno soffi di sabbia calcarea.

Angeli bianchi, diavoli rossi

Territorio degli angeli umanitari o dei diavoli rossi, a giudicare dal caschetto di capelli amaranto di Michela Paschetto
, attivissima responsabile di un ospedale, l'unico della provincia, dove si fanno 8mila ammissioni l'anno e 250/300 parti al mese (più che in un medio nosocomio italiano), il Panjshir fa riflettere sull'azione umanitaria. Che, oltre a salvar vite, fa educazione preventiva e famigliare ed è riuscita a convincere qui le famiglie che in ospedale i figli non muoiono e le madri sopravvivono.
La domanda legittima è dunque se il risparmio generato dal ritiro del contingente militare, che costa circa 1,5 milioni di euro al giorno, l'Italia lo destinerà a Tremonti o a un investimento di lungo periodo per ricostruire questo Paese. Emergency soldi dallo Stato non ne prende ma adesso la Farnesina, per mancanza di fondi, ha sospeso la convezione con cui pagava i contributi degli operatori sanitari italiani e garantiva loro l'aspettativa dall'ospedale. Un problema. Gli umanitari non hanno vita facile. Più a Nord nel Faryab, Intersos, l'unica altra Ong che ha una presenza costante in Afghanistan (soprattutto nel sostegno ai profughi rimpatriati e nella formazione), lavora in condizioni sempre più stressanti, perché la sicurezza è diminuita negli anni e l'unica vera protezione sembra quella di affidarsi alla capacità di stringere relazioni forti con le comunità locali. Alda Cappelletti, una veterana dell'organizzazione, fa la spola tra Maimana, Herat e Kabul con una determinazione e una passione che il suo apparente distacco professionale non riesce a nascondere. Di Ong ce ne sono altre: Cesvi, Gvc, Aispo, l'Ics di Alessandria, Pangea e mille altre piccole grandi realtà (senza contare gli interventi della Cooperazione italiana). Ma sembra una goccia nel mare. Per le Ong c'è sempre da far conti con bilanci risicati, la pressione continua che paventa sequestri e attacchi, una burocrazia locale diventata sempre più diffidente verso gli stranieri. Investirci di più sarebbe il segno di una svolta vera.

Le immagini sono tratte da vecchie stampe o dall'archivio di Romano Martinis