Dopo il recentissimo raid americano nel Nord della Libia lo spettro della guerra si avvicina. Ma quali sono gli obiettivi di una missione spacciata per lotta a Daesh e quali i pericoli di un intervento militare? Sono le domande che si è fatto un gruppo di lavoro di ricercatori e analisti che hanno presentato ieri al Centro Balducci di Zugliano (Udine) un dossier al convegno “Conoscere e spiegare le guerre dei nostri giorni” organizzato dalla Regione Friuli Venezia Giulia e dalla Tavola della pace.
L'Italia – dice in sintesi il documento - corre un grosso rischio in caso di intervento in Libia: il quadro politico locale resta confuso, la catena di comando è incerta, le incognite e le variabili sono numerose, la possibilità di perdita di vite umane sul terreno e tra la forza militare internazionale è molto elevata, le alleanze infine fanno riferimento a obiettivi e agende differenti. Il dossier analizza il quadro attuale e - al di là di considerazioni etiche o ideologiche – cerca di capire in che contesto si muoverebbe un eventuale intervento militare, agitato da mesi come spettro ed elemento di pressione e da molti ritenuto imminente anche attraverso azioni mirate unilaterali (di cui abbiamo appena avuto un assaggio ndr) in un contesto dove non è ancora chiaro né chi avrebbe in mano le redini della catena di comando né quale sarebbe il ruolo dell'Italia.
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domenica 21 febbraio 2016
sabato 20 febbraio 2016
Libia: perché evitare una nuova guerra. Conoscenza, saggezza e buon senso di uno storico
Questa video intervista è stata registrata alla vigilia del seminario nazionale “Conoscere e spiegare le guerre dei nostri giorni” — che si tiene da stamattina al Centro di accoglienza Ernesto Balducci di Zugliano (Udine) — in cui verrà presentato un documento di analisi sui rischi di un conflitto in Libia frutto della riflessione di un gruppo di lavoro.
Nel video, realizzato col contributo di Alex Rocca per la Tavola della pace, lo storico Angelo Del Boca mette in guardia sul rischio di una “guerra a terra” per cui “non basterebbero 300mila soldati”.
La guerra area per altro – dice Del Boca – si racconta da sola ogni giorno per le vittime innocenti che comporta. Lo storico si augura che prevalga la cautela rispetto a quella che, nel caso di intervento unilaterale, si configurerebbe “come un’aggressione”. Quanto all’Italia, Roma dovrebbe astenersi dal conflitto e semmai sostenere la costruzione di un esercito e polizia nazionali: se ci dev’essere una guerra in Libia, “quella va fatta dai libici non da noi”. Senza contare il fatto che comporterebbe un “costo enorme di vite umane”.
Quanto al quadro politico, è difficile – sostiene lo storico che ha all’attivo 58 libri — che “anche in caso di un accordo tra Tobruk e Tripoli sul piano disegnato dall’Occidente” le cose restino in equilibrio. Nessuno infatti, come aveva fatto Gheddafi (“errore gravissimo abbatterlo”), riesce ora a “tenere unito un Paese con 140 tribù” che il regime tenne assieme per 42 anni. Del Boca ritiene infine che vada recuperato il ruolo del figlio di Gheddafi.
Al seminario di oggi intervengono tra gli altri:
il missionario comboniano padre Kizito Sesana, il generale Fabio Mini; i giornalisti Eric Salerno, Roberto Savio, Raffaele Crocco (Atlante dei conflitti), Francesco Cavalli, don Pierluigi Di Piazza, Fondatore del Centro Ernesto Balducci di Zugliano; Flavio Lotti, Coordinatore Tavola della pace, Aluisi Tosolini, Coordinatore della Rete Nazionale delle Scuole di Pace; Loredana Panariti, Assessore all’Istruzione della Regione Friuli Venezia Giulia; Pietro Biasiol, Direttore Ufficio Scolastico Regionale FVG, Federico Pirone, Presidente del Coordinamento FVG Enti Locali per la pace e i diritti umani.
Nel video, realizzato col contributo di Alex Rocca per la Tavola della pace, lo storico Angelo Del Boca mette in guardia sul rischio di una “guerra a terra” per cui “non basterebbero 300mila soldati”.
La guerra area per altro – dice Del Boca – si racconta da sola ogni giorno per le vittime innocenti che comporta. Lo storico si augura che prevalga la cautela rispetto a quella che, nel caso di intervento unilaterale, si configurerebbe “come un’aggressione”. Quanto all’Italia, Roma dovrebbe astenersi dal conflitto e semmai sostenere la costruzione di un esercito e polizia nazionali: se ci dev’essere una guerra in Libia, “quella va fatta dai libici non da noi”. Senza contare il fatto che comporterebbe un “costo enorme di vite umane”.
Quanto al quadro politico, è difficile – sostiene lo storico che ha all’attivo 58 libri — che “anche in caso di un accordo tra Tobruk e Tripoli sul piano disegnato dall’Occidente” le cose restino in equilibrio. Nessuno infatti, come aveva fatto Gheddafi (“errore gravissimo abbatterlo”), riesce ora a “tenere unito un Paese con 140 tribù” che il regime tenne assieme per 42 anni. Del Boca ritiene infine che vada recuperato il ruolo del figlio di Gheddafi.
Al seminario di oggi intervengono tra gli altri:
il missionario comboniano padre Kizito Sesana, il generale Fabio Mini; i giornalisti Eric Salerno, Roberto Savio, Raffaele Crocco (Atlante dei conflitti), Francesco Cavalli, don Pierluigi Di Piazza, Fondatore del Centro Ernesto Balducci di Zugliano; Flavio Lotti, Coordinatore Tavola della pace, Aluisi Tosolini, Coordinatore della Rete Nazionale delle Scuole di Pace; Loredana Panariti, Assessore all’Istruzione della Regione Friuli Venezia Giulia; Pietro Biasiol, Direttore Ufficio Scolastico Regionale FVG, Federico Pirone, Presidente del Coordinamento FVG Enti Locali per la pace e i diritti umani.
mercoledì 26 ottobre 2011
CHI HA PAURA DELL'ISLAM?
Forse dovremmo prendere atto del fatto che democrazia è libera scelta dei propri rappresentanti, anche quando non ci piacciono. Forse dovremmo interrogarci su cosa significa, in un Paese musulmano, fare riferimento ai valori della tradizione. Possono non piacere, ma quelli sono. Ora, la vera questione è – come sempre – l'interpretazione del testo sacro. Una vicenda per cui siamo passati – e ancora passiamo - anche noi, popolo di Santa romana chiesa. Così tanto ci passiamo che in Italia un laico o un ateo devono leggere sui giornali, ogni due o tre giorni, di un richiamo ai valori etici del Vangelo, di un dibattito sulle radici cristiane della cultura europea, di quel che del governo pensa o non pensa la Conferenza episcopale. Non di meno, l'influenza d'Oltretevere in Italia si è molto ridotta anche se questo è un Paese che resta moralmente pregiudicato proprio dall'esistenza, Oltretevere, di uno Stato la cui ingerenza si è limitata nel tempo ma che continua a contare in termini di etica e morale. Non per questo andremmo a picconare le colonne di San Pietro o esterneremmo preoccupazioni fuor di misura visto che, bene o male, l'Italia ha scelto ad esempio il divorzio o l'aborto nonostante gli strali vaticani.
Ogni Paese deve fare il suo corso o non si può sperare di influire sul divenire della storia nazionale di un Paese importando esempi che in molti casi, l'Afghanistan lo dimostra, stenterebbero ad affermarsi. Detto questo ogni preoccupazione resta legittima. Ma è davvero il caso di preoccuparsi? I tempi sono cambiati anche nel mondo musulmano. Può darsi che la sharia vi dia la possibilità di avere quattro mogli e se queste ultime sono consenzienti, la pratica può non piacere ma non è per forza la discesa agli inferi. Anche perché, nelle società moderne dove il diritto viene amministrato nei tribunali e non dai sacerdoti del tempio, bisogna mantenerle quattro mogli. E' la modernità – si passi un termine denso di possibili malintesi – che tramuta in positivo una regola la cui interpretazione pedissequa può apparire oscurantista. E del resto, se un uomo paga gli alimenti, la legge italiana, una volta separato e divorziato, non gli consente di avere una nuova moglie? E magari un'altra ancora e un'altra come avviene, nella realtà dei fatti, solo per i divi del cinema?
La paura non ci renderà più sicuri e non aiuterà i giovani libici, tunisini, egiziani a liberarsi dal lato oscuro della tradizione e a tenerne semmai l'aspetto positivo (la finanza islamica è un esperimento tentato vent'anni fa in Malaysia: e non c'è in sé nulla di male nel vietare l'usura, come spesso si configura essere un prestito bancario). La risorsa maggiore sono le nuove generazioni di quei Paesi e che quei Paesi cambieranno, Non preoccupatevi della quattro mogli. Preoccupatevi semmai di quel blogger egiziano in galera per un articolo. Quello è il vero lato oscuro della tradizione.
CHI HA PAURA DELL'ISLAM?
Le affermazioni del premier ad interim della nuova Libia su sharia e poligamia e la vittoria con largo margine di Ennahda in Tunisia, hanno resuscitato in Italia e altrove l'ennesimo spettro islamista. Accidenti! Questi rivoluzionari mediorientali, che pure son cresciuti a pane e facebook, vogliono il ritorno alle origini, mettere il velo alle donne e magari sposarne più d'una da tenere nel serraglio di casa a governare stuoli di pargoli urlanti, nati magari già con la barba a pizzetto che piace alle moschee. Una reazione che già abbiamo visto all'indomani delle elezioni in Algeria, vent'anni fa, quando vinse il Fis. E' uno spettro che abbiamo visto resuscitare con bin Laden e la sua rete del terrore. L'islam continua a fare paura.
Forse dovremmo prendere atto del fatto che democrazia è libera scelta dei propri rappresentanti, anche quando non ci piacciono. Forse dovremmo interrogarci su cosa significa, in un Paese musulmano, fare riferimento ai valori della tradizione. Possono non piacere, ma quelli sono. Ora, la vera questione è – come sempre – l'interpretazione del testo sacro. Una vicenda per cui siamo passati – e ancora passiamo - anche noi, popolo di Santa romana chiesa. Così tanto ci passiamo che in Italia un laico o un ateo devono leggere sui giornali, ogni due o tre giorni, di un richiamo ai valori etici del Vangelo, di un dibattito sulle radici cristiane della cultura europea, di quel che del governo pensa o non pensa la Conferenza episcopale. Non di meno, l'influenza d'Oltretevere in Italia si è molto ridotta anche se questo è un Paese che resta moralmente pregiudicato proprio dall'esistenza, Oltretevere, di uno Stato la cui ingerenza si è limitata nel tempo ma che continua a contare in termini di etica e morale. Non per questo andremmo a picconare le colonne di San Pietro o esterneremmo preoccupazioni fuor di misura visto che, bene o male, l'Italia ha scelto ad esempio il divorzio o l'aborto nonostante gli strali vaticani.
Ogni Paese deve fare il suo corso o non si può sperare di influire sul divenire della storia nazionale di un Paese importando esempi che in molti casi, l'Afghanistan lo dimostra, stenterebbero ad affermarsi. Detto questo ogni preoccupazione resta legittima. Ma è davvero il caso di preoccuparsi? I tempi sono cambiati anche nel mondo musulmano. Può darsi che la sharia vi dia la possibilità di avere quattro mogli e se queste ultime sono consenzienti, la pratica può non piacere ma non è per forza la discesa agli inferi. Anche perché, nelle società moderne dove il diritto viene amministrato nei tribunali e non dai sacerdoti del tempio, bisogna mantenerle quattro mogli. E' la modernità – si passi un termine denso di possibili malintesi – che tramuta in positivo una regola la cui interpretazione pedissequa può apparire oscurantista. E del resto, se un uomo paga gli alimenti, la legge italiana, una volta separato e divorziato, non gli consente di avere una nuova moglie? E magari un'altra ancora e un'altra come avviene, nella realtà dei fatti, solo per i divi del cinema?
La paura non ci renderà più sicuri e non aiuterà i giovani libici, tunisini, egiziani a liberarsi dal lato oscuro della tradizione e a tenerne semmai l'aspetto positivo (la finanza islamica è un esperimento tentato vent'anni fa in Malaysia: e non c'è in sé nulla di male nel vietare l'usura, come spesso si configura essere un prestito bancario). La risorsa maggiore sono le nuove generazioni di quei Paesi e che quei Paesi cambieranno, Non preoccupatevi della quattro mogli. Preoccupatevi semmai di quel blogger egiziano in galera per un articolo. Quello è il vero lato oscuro della tradizione.
venerdì 15 aprile 2011
LEZIONE LIBICA
La corsa della diplomazia internazionale, da Doha a Bruxelles passando per il Cairo, non solo sembra senza fiato ma appare soprattutto col fiato corto. Quel che la campagna di Libia mette infatti senza pietà sotto gli occhi di tutti è il fatto che la comunità internazionale parla con una coralità di voci che, a dispetto di quanto vorrebbe Hillay Clinton, mostra più che pluralismo di opinioni una dissonante strategia del dopo, a distanza ormai di quasi un mese dalla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza sulla protezione dei civili libici. Ma andiamo con ordine.
La riunione dell'altro ieri di Doha ha fissato il paletto che invita la comunità internazionale a sostenere i “ribelli” del comitato di transizione. Ma come? Niente armi dicono alcuni, aiuti contro petrolio dicono altri, sostegno umanitario aggiungono altri ancora, più raid e bombardamenti dicono all'unisono Francia e Gran Bretagna (che adesso l'Italia si sia invece decisamente allineata su posizioni negoziali e su un rifiuto dei bombardamenti è una scelta che, ancorché tardiva, non può che farci piacere)....Segue, leggi tutto su Lettera22
La riunione dell'altro ieri di Doha ha fissato il paletto che invita la comunità internazionale a sostenere i “ribelli” del comitato di transizione. Ma come? Niente armi dicono alcuni, aiuti contro petrolio dicono altri, sostegno umanitario aggiungono altri ancora, più raid e bombardamenti dicono all'unisono Francia e Gran Bretagna (che adesso l'Italia si sia invece decisamente allineata su posizioni negoziali e su un rifiuto dei bombardamenti è una scelta che, ancorché tardiva, non può che farci piacere)....Segue, leggi tutto su Lettera22
venerdì 1 aprile 2011
LA CAPACITA' DI PRESTARE ORECCHIO
Ascoltare le voci che provengono dal basso dovrebbe forse diventare uno dei nuovi strumenti della diplomazia moderna soprattutto se, com'è successo a Kabul, tra quei 150 delegati non c'erano soltanto le solite tre o quattro Ong che parlano il dialetto convenzionale dei summit ma i rappresentanti di associazioni e sindacati (ebbene si, ci sono anche in Afghanistan), fondazioni culturali e think tank nazionali (ebbene si, ci sono anche quelli), club di poeti e leghe di avvocati e giornalisti. Se dunque per società civile si intende non una semplice accozzaglia di sigle ma un insieme di idee e di vivacità che, sorprendentemente, animano anche un panorama sociale devastato da trent'anni di guerra, forse è bene prestare orecchio.
Questo genere di presenze, questo tipo di attori, questa razza disomogenea e vivace è qualcosa in più della semplice “generazione facebook” con cui abbiamo derubricato le rivoluzioni del Maghreb e del mondo arabo, che non solo non abbiamo visto arrivare ma che stentiamo a capire. La nostra diplomazia, i nostri governi, buona parte dei media, abituati al fatto che “ormai tutto si decide a quattr'occhi nei G20 o nei G2”, a questo mormorio non prestano orecchio col risultato che quando accade qualcosa non conosciamo gli interlocutori, ci sfuggono i motivi, non sappiamo nulla di quel mondo sommerso che ci pare sia comparso sul web come d'incanto.
L'istruzione sempre più diffusa, masse di neo laureati che entrano in mercati del lavoro asfittici, cittadini che malsopportano regimi autocratici o falsamente democratici, fanno di questo mormorio una lenta marea montante che, apparentemente in modo improvviso, fa saltare pentole e coperchi di fronte alle facce stupite di ambasciatori e analisti, ministri e sottosegretari, algidi funzionari delle più svariate commissioni. Eppure il mormorio, nelle strade del Cairo o di Kabul, nei vicoli di Avenue Bourghiba o dietro ai centri commerciali di Manama, si sarà pur sentito. E' difficile prevedere una rivoluzione e sarebbe anzi più augurabile che le turbolenze pre rivoluzionarie fossero percepite da un ascolto attento che le trasformi in un dialogo aperto anziché in movimento antagonista. E spesso è solo questione di ascoltare. Ma per farlo bisogna scendere in strada. Ai piani alti certi mormorii proprio non arrivano.
martedì 22 marzo 2011
LA NO FLY ZONE E LA MORTE DELLA POLITICA
Senza andare ai tempi dell'Impero romano basterebbe la dichiarazione Balfour del 1917 per chiarire che un conto sono le carte scritte e un conto la loro interpretazione. Così che la risoluzione dell'Onu 1973 viene tirata in queste ore a destra e a sinistra (e non solo in senso figurato) come una coperta troppo stretta che cerca di coprire appunto le più diverse interpretazioni. Prendete ad esempio la lettura che ne fa il ministro degli Esteri britannico William Hague, secondo cui la 1973 autorizza la possibilità di attacchi contro Muhammar Gheddafi ( “...le cose consentite dipendono dai comportamenti, dalle circostanze...”) o la lettura più prudente dell'ammiraglio americano Mike Mullen secondo cui l'obiettivo della risoluzione non è la caduta del colonnello. O quanto vi ha letto la Lega araba, correttamente, ossia che un conto è proteggere i civili, un'altra bombardarli, posizione ripresa ieri dalla Tavola della pace (“...una cosa è la Risoluzione dell’Onu, un’altra è la sua applicazione. Una cosa è difendere i diritti umani, altra è scatenare una guerra....la Carta dell’Onu autorizza missioni militari, non qualsiasi missione militare...). Insomma lo spettro della guerra si aggira sui cieli libici e sulle cancellerie di mezzo mondo. E, giustamente, fa paura.

Quel che tutti si chiedono, forse un po' tardivamente, è cosa sta facendo la diplomazia. Abbiamo saputo che gli spagnoli hanno ascoltato dall'opposizione libica la richiesta di armi, che gli 007 si muovono ma non c'è molto altro. Ban Ki-moon agita la necessità (sacrosanta) di un cessate il fuoco ma, da varie capitali (come ahinoi quella italiana), già si spalleggia una presa in carico della consegna da parte della Nato, organizzazione regionale assai poco comunitaria e che non ha fornito ottime performance negli ultimi anni. La politica, assente, resta ostaggio ormai da troppi anni della soluzione militare ancorché il ricorso alle armi per fermare la guerra, negli ultimi anni, abbia semplicemente portato al suo prolungamento.
Il dramma di questo ennesimo conflitto è che la politica rischia di uscirne ancora sconfitta e che il buon risultato di una risoluzione condivisa (pur se con cinque astensioni) venga vanificato dalle troppe letture di un testo che a Parigi e Londra si legge in un modo e al Cairo o a Giacarta in un altro. Se l'obiettivo è la protezione dei civili, le operazioni di sorvolo dovrebbero essere mirate a non far alzare i caccia libici. Se invece (ma dov'è scritto?) l'obiettivo è cacciare Gheddafi o fulminarlo nel suo bunker allora è giusto bombardare Tripoli costi quel che costi. Su questa interpretazione che contiene una bella differenza e che centra in pieno la fragile frontiera tra l'ingerenza umanitaria e l'esportazione della democrazia sulla punta dei carri armati si gioca la credibilità delle istituzioni sovranazionali che ci siamo dati e forse ci offrono anche l'occasione di ripensarne ruolo e autorità. Ma sotto il fragore delle bombe che rischiano di mischiarsi alle urla delle vittime civili discutere diventa di ora in ora sempre più difficile.
domenica 20 marzo 2011
LA NFZ E IL BICCHIERE MEZZO PIENO
Abbiamo già espresso alcune preoccupazioni sull'applicazione di una No Fly Zone sulla Libia: il meccanismo militare, malamente maneggiato e non sostanziato da una forte opzione politico negoziale, rischia infatti di trasformarsi nell'anticamera di un'operazione terrestre e, dunque, di un ennesimo conflitto dagli esiti incerti. La prudenza dunque è bene mantenerla senza pensare che il fucile risolva i problemi della politica.
Ma a voler vedere il bicchiere mezzo pieno ci sono diversi elementi positivi nella decisione presa all'Onu tre giorni fa. Innanzi arriva da un Consiglio di sicurezza nel quale, al netto di cinque astensioni, Cina e Russia hanno rinunciato al diritto di veto avallando in buona sostanza l'operazione. E gli Stati uniti, avvezzi a proporsi come il traino di ogni operazione politico militare degli ultimi decenni in nome di qualche giusta causa, hanno fatto un passo indietro, rinviando a una decisione multilaterale quel che un tempo sarebbe invece stata la crociata di un solo Paese. Infine, per la prima volta, la Lega araba si è espressa ancor prima dell'Onu a favore della NFZ, dando quindi ancor più legittimità alla scelta.
Chi ha criticato però l'eccessiva timidezza della comunità internazionale, si sbagliava. Non era solo imbarazzo, timidezza, ignavia ma forse, per la prima volta, la coscienza che una decisione grave richiede di pensarci non due ma tre volte, al punto che qualche Paese, come la Germania, ha preferito farsi da parte.
C'è dunque un fatto positivo da registrare e forse un'inversione di tendenza a cui ci piacerebbe credere, pur restando intatte tutte le nostre perplessità su un attore, l'Onu, depotenziato con tale abilità negli ultimi vent'anni, da essere una scatola vuota dal punto di vista politico e militare: non saranno suoi gli aerei né le navi e un corpo di caschi blu richiede tempo, mezzi e determinazione. Che Londra o Parigi, e forse Roma, ci mettano i caccia va bene fino a un certo punto e il tempo delle “coalizioni di volenterosi” dovrebbe tramontare per sempre.
Può essere la NFZ in Libia anche l'occasione per ripensare all'Onu, alla riforma del Consiglio di sicurezza, alle regole d'ingaggio dei suoi eserciti disarmati e dipendenti dalla volontà di pochi? Se sì la NFZ avrà ottenuto due risultati: fermare il colonnello (ci auguriamo con la sola forza della dissuasione) dal compiere una strage e aver ripescato lo spirito che dopo la seconda guerra mondiale fece credere che un nuovo mondo fosse ancora possibile.
Ma a voler vedere il bicchiere mezzo pieno ci sono diversi elementi positivi nella decisione presa all'Onu tre giorni fa. Innanzi arriva da un Consiglio di sicurezza nel quale, al netto di cinque astensioni, Cina e Russia hanno rinunciato al diritto di veto avallando in buona sostanza l'operazione. E gli Stati uniti, avvezzi a proporsi come il traino di ogni operazione politico militare degli ultimi decenni in nome di qualche giusta causa, hanno fatto un passo indietro, rinviando a una decisione multilaterale quel che un tempo sarebbe invece stata la crociata di un solo Paese. Infine, per la prima volta, la Lega araba si è espressa ancor prima dell'Onu a favore della NFZ, dando quindi ancor più legittimità alla scelta.
Chi ha criticato però l'eccessiva timidezza della comunità internazionale, si sbagliava. Non era solo imbarazzo, timidezza, ignavia ma forse, per la prima volta, la coscienza che una decisione grave richiede di pensarci non due ma tre volte, al punto che qualche Paese, come la Germania, ha preferito farsi da parte.
C'è dunque un fatto positivo da registrare e forse un'inversione di tendenza a cui ci piacerebbe credere, pur restando intatte tutte le nostre perplessità su un attore, l'Onu, depotenziato con tale abilità negli ultimi vent'anni, da essere una scatola vuota dal punto di vista politico e militare: non saranno suoi gli aerei né le navi e un corpo di caschi blu richiede tempo, mezzi e determinazione. Che Londra o Parigi, e forse Roma, ci mettano i caccia va bene fino a un certo punto e il tempo delle “coalizioni di volenterosi” dovrebbe tramontare per sempre.
Può essere la NFZ in Libia anche l'occasione per ripensare all'Onu, alla riforma del Consiglio di sicurezza, alle regole d'ingaggio dei suoi eserciti disarmati e dipendenti dalla volontà di pochi? Se sì la NFZ avrà ottenuto due risultati: fermare il colonnello (ci auguriamo con la sola forza della dissuasione) dal compiere una strage e aver ripescato lo spirito che dopo la seconda guerra mondiale fece credere che un nuovo mondo fosse ancora possibile.
venerdì 11 marzo 2011
PERCHE' NON MI PIACE (E MI FA PAURA) LA NO FLY ZONE

A metà degli anni Novanta l'Onu vietò lo spazio aereo sopra la Bosnia senza riuscire però a evitare la mattanza di Srebrenica o lo stillicidio di Sarajevo. Agli inizi di quel decennio invece, una coalizione di volenterosi, che allora non si chiamava ancora così, aveva deciso, in barba all'Onu che definì “illegale” quella scelta, di imporre una no fly zone sui cieli dell'Irak. Stati uniti, Gran Bretagna e Francia (che nel 1998 si ritirò dalla missione) ottennero qualche effetto nella protezione dei curdi nel Nord del Paese, ma non riuscirono a impedire le stragi di sciiti che Saddam Hussein aveva ordinato nel Sud agli squadroni di elicotteri che, volando bassi, sfuggivano ai radar nemici perseguendo senza difficoltà i propri obiettivi. La no fly zone sull'Irak, infine, fu l'anticamera della guerra più nefasta che l'inizio di questo secolo abbia visto.
Se l'esperienza insegna qualcosa bisognerebbe dunque pensarci due volte, come per fortuna Stati uniti e Europa stanno facendo, prima di fare un passo pericoloso come l'istituzione di una no fly zone. Tecnicamente impedire il sorvolo dei cieli libici ai caccia del rais può apparire come una scelta “umanitaria” tesa a impedire un possibile massacro di civili. Ma di fatto è una dichiarazione di guerra e prelude a veri e propri atti di guerra come sono le azioni di intercettazione e abbattimento dei velivoli posti sotto tutela. Gli atti bellici spingono di solito ad altri atti bellici e a un'esibizione muscolare che tende a trasferirsi dal cielo alla terra con conseguente invio di truppe. Preludio insomma a un'ennesima palude in cui, per evitare una strage di civili, si prepara in grande stile la loro futura e certa morte per mano amica.
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mercoledì 2 marzo 2011
LEZIONE MEDITERRANEA
Del senno di poi son piene le fosse e sarebbe dunque un esercizio inutile dar colpa alle diplomazie occidentali e americane di non aver previsto la “vague méditerranéenne” che ha colto tutti impreparati. Né è stato molto generoso Bill Emmott che, sulle pagine de La Stampa, ha ricordato come, sin dal 2009, l'Economist avesse previsto il “risveglio dal sonno” del mondo arabo. Per noi giornalisti gettare lo strale è facile e non c'è Paese al mondo del quale non potreste dire “succederà qualcosa”, per poi rivendicarlo qualche anno dopo con la caduta della borsa, una sommossa di piazza, la fine del partito di maggioranza. “Io l'avevo detto...”. La questione è un'altra.
Quando una situazione, per quanto imperscrutabile e imprevedibile, precipita, la diplomazia si mette al lavoro. E' nelle crisi che si vede la stoffa, la preparazione e di quanti e quali strumenti è in possesso. La rivolta del Mediterraneo, dall'Egitto alla Tunisia passando per la Libia, ci ha visto solidamente impreparati, con qualche gaffe notevole (come indicare durante la crisi a Tunisi il modello Gheddafi), un esagerato prendere tempo (non disturbiamo il colonnello) e poi, improvvisamente, un'esibizione muscolare che ci vorrebbe fautori della “no fly zone”, opzione su cui in queste ore si esercitano analisti e generali, osservatori e opinionisti. Non è il caso di dilungarsi sui rischi insiti in questa scelta, ben presenti in primis all'Amministrazione Obama e ai vertici delle Nazioni unite, sulla quale conviene invitare, questa volta sì, alla prudenza, se non si ha troppa fretta di innescare l'ennesimo conflitto dagli esiti incerti: un altro Afghanistan dietro l'angolo nel quale sperimentare nuovi sistemi d'arma mettendo in conto, nel centrare gli aerei del rais, qualche quotidiano bilancio di effetti collaterali civili.
Ma il vero punto, come in particolare segnalano bene le difficoltà della diplomazia francese e italiana, è come attrezzarsi nell'epoca in cui, con eccessiva semplicità, abbiamo liquidato schiere di funzionari pubblici con la feluca in nome del fatto che la “politica estera adesso la fanno presidenti e primi ministri” e in una fase in cui la società civile, assai più di ministri e cancellieri, tiene banco sulla scena politica come la vague méditerranéenne sembra indicarci.
Sul primo punto è chiaro che la semplificazione è quantomeno superficiale: se premier e capi di stato decidono nei vari G declinati numericamente (G2, G8, G10, G20 e via moltiplicando), sono ambasciatori e consiglieri, segretari e consoli a tessere una tela diventata sempre più intricata. La diplomazia ha assai meno bisogno di cene ufficiali e cerimoniali ma assai più necessità di orecchie e occhi attenti. In una crisi come quella libica sarebbero i rapporti con gli ex ministri di Gheddafi, quelli antichi col rais, quelli nuovi con gli emergenti capi popolo a salvare il salvabile. Altro che fly zone. Per un Paese la cui Costituzione impone il ripudio della guerra “come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, la diplomazia è un'arte sacra, un'opzione irrinunciabile, la spina dorsale stessa del Dna del nostro Paese. E qui si viene al secondo punto.
Quanto siamo attrezzati oggi (noi, i francesi, i tedeschi, gli americani) a comprendere il mondo in cui viviamo? Quanto siamo in grado di capire, non tanto quando un regime dittatoriale cadrà, ma quali saranno i suoi becchini? Quanti contatti abbiamo, in una parola, con la società reale dei Paesi in cui operiamo? Quanto conosciamo le sue associazioni, i suoi centri culturali, le sue espressioni nascoste di dissenso, i circoli, i ritrovi, i luoghi dove il malessere si esprime e dove nascono, maturano, si fanno strada i nuovi leader? Una salda diplomazia coltiva empirei e bassifondi, il “Circolo della caccia” e le associazioni di quartiere, i salotti dei notabili e i luoghi di ritrovo al parco pubblico dove si diffonde il pensiero antagonista che non trapela sui giornali di regime, nelle discussioni dei politici ammaestrati, nei finti reportage delle tv di Stato.
Questa conoscenza, che si fa metodo e strategia, ha naturalmente bisogno di una direzione e di un ripensamento dei vecchi strumenti diplomatici che il mondo moderno ha messo in crisi: un ripensamento che guidi i giovani studenti della scienza diplomatica nei meandri di facebook tanto quanto nell'abile capacità di stendere un valido “trattato di amicizia”. La Libia è un buon banco di prova. Ma non per mostrare muscoli tardivi, velleitarie opzioni sull'uso della forza, lo stantio ricorso all'ingerenza umanitaria che trasforma le missioni di pace in guerre senza fine. Su questo banco di prova si può misurare la statura di un Paese, la sua capacità di mediare, di proporre soluzioni, di individuare referenti e protagonisti. Un esercizio che ben fatto ci salverebbe dall'ennesimo pericoloso slancio militare e da una retorica che rischia di far male a noi quanto al povero popolo libico. Che vorremmo salvare dalle mani insanguinate del colonnello a costo di cacciarlo in una nuova guerra.
Quando una situazione, per quanto imperscrutabile e imprevedibile, precipita, la diplomazia si mette al lavoro. E' nelle crisi che si vede la stoffa, la preparazione e di quanti e quali strumenti è in possesso. La rivolta del Mediterraneo, dall'Egitto alla Tunisia passando per la Libia, ci ha visto solidamente impreparati, con qualche gaffe notevole (come indicare durante la crisi a Tunisi il modello Gheddafi), un esagerato prendere tempo (non disturbiamo il colonnello) e poi, improvvisamente, un'esibizione muscolare che ci vorrebbe fautori della “no fly zone”, opzione su cui in queste ore si esercitano analisti e generali, osservatori e opinionisti. Non è il caso di dilungarsi sui rischi insiti in questa scelta, ben presenti in primis all'Amministrazione Obama e ai vertici delle Nazioni unite, sulla quale conviene invitare, questa volta sì, alla prudenza, se non si ha troppa fretta di innescare l'ennesimo conflitto dagli esiti incerti: un altro Afghanistan dietro l'angolo nel quale sperimentare nuovi sistemi d'arma mettendo in conto, nel centrare gli aerei del rais, qualche quotidiano bilancio di effetti collaterali civili.
Ma il vero punto, come in particolare segnalano bene le difficoltà della diplomazia francese e italiana, è come attrezzarsi nell'epoca in cui, con eccessiva semplicità, abbiamo liquidato schiere di funzionari pubblici con la feluca in nome del fatto che la “politica estera adesso la fanno presidenti e primi ministri” e in una fase in cui la società civile, assai più di ministri e cancellieri, tiene banco sulla scena politica come la vague méditerranéenne sembra indicarci.Sul primo punto è chiaro che la semplificazione è quantomeno superficiale: se premier e capi di stato decidono nei vari G declinati numericamente (G2, G8, G10, G20 e via moltiplicando), sono ambasciatori e consiglieri, segretari e consoli a tessere una tela diventata sempre più intricata. La diplomazia ha assai meno bisogno di cene ufficiali e cerimoniali ma assai più necessità di orecchie e occhi attenti. In una crisi come quella libica sarebbero i rapporti con gli ex ministri di Gheddafi, quelli antichi col rais, quelli nuovi con gli emergenti capi popolo a salvare il salvabile. Altro che fly zone. Per un Paese la cui Costituzione impone il ripudio della guerra “come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, la diplomazia è un'arte sacra, un'opzione irrinunciabile, la spina dorsale stessa del Dna del nostro Paese. E qui si viene al secondo punto.
Quanto siamo attrezzati oggi (noi, i francesi, i tedeschi, gli americani) a comprendere il mondo in cui viviamo? Quanto siamo in grado di capire, non tanto quando un regime dittatoriale cadrà, ma quali saranno i suoi becchini? Quanti contatti abbiamo, in una parola, con la società reale dei Paesi in cui operiamo? Quanto conosciamo le sue associazioni, i suoi centri culturali, le sue espressioni nascoste di dissenso, i circoli, i ritrovi, i luoghi dove il malessere si esprime e dove nascono, maturano, si fanno strada i nuovi leader? Una salda diplomazia coltiva empirei e bassifondi, il “Circolo della caccia” e le associazioni di quartiere, i salotti dei notabili e i luoghi di ritrovo al parco pubblico dove si diffonde il pensiero antagonista che non trapela sui giornali di regime, nelle discussioni dei politici ammaestrati, nei finti reportage delle tv di Stato.
Questa conoscenza, che si fa metodo e strategia, ha naturalmente bisogno di una direzione e di un ripensamento dei vecchi strumenti diplomatici che il mondo moderno ha messo in crisi: un ripensamento che guidi i giovani studenti della scienza diplomatica nei meandri di facebook tanto quanto nell'abile capacità di stendere un valido “trattato di amicizia”. La Libia è un buon banco di prova. Ma non per mostrare muscoli tardivi, velleitarie opzioni sull'uso della forza, lo stantio ricorso all'ingerenza umanitaria che trasforma le missioni di pace in guerre senza fine. Su questo banco di prova si può misurare la statura di un Paese, la sua capacità di mediare, di proporre soluzioni, di individuare referenti e protagonisti. Un esercizio che ben fatto ci salverebbe dall'ennesimo pericoloso slancio militare e da una retorica che rischia di far male a noi quanto al povero popolo libico. Che vorremmo salvare dalle mani insanguinate del colonnello a costo di cacciarlo in una nuova guerra.
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