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domenica 15 luglio 2012

SE LE BOMBE NON FANNO RUMORE

La guerra, forse, è anche un fatto di abitudine. Ci si abitua ai morti, dunque anche alle bombe. La notizia che gli Amx italiani hanno bombardato, probabilmente molte volte, la provincia di Farah, riportata una settimana fa dal Sole24Ore, non ha suscitato grandi polemiche. Anzi, nessuna. Un silenzio assordante assai simile a quello che seguì le dichiarazione di Giampaolo Di Paola nel gennaio scorso, quando al ministro ammiraglio in abiti civili riuscì quello che al ministro civile in divisa Ignazio La Russa non era riuscito: nel novembre del 2010 aveva incautamente proposto di armare i nostri aerei in Afghanistan. Allora ci fu una levata di scudi. Adesso nulla.

Abbiamo appreso che non si tratta di giocattolini ma di bombe da 250 chili (500 libbre), ma la vera notizia è il silenzio che ha circondato la vicenda. Scritta da Gianandrea Gaiani (direttore di Analisi Difesa) per il giornale di Confindustria, la notizia gli viene riferita da fonti anonime che obbligano però il generale Luigi Chiapperini, comandante della missione in Afghanistan, a confermarla a una giornalista di Libero che si trova con altri colleghi “embedded” a Camp Arena, la base militare Nato di Herat sotto comando italiano. A Camp Arena si erano ben guardati però dall'avvisare i colleghi delle operazioni in corso. Ma una volta denudato il re, le conferme piovono come l'acqua: dal comandante della Task Force South, colonnello Francesco Paolo D'Ianni (su Cybernaua.it) a Francesco Tirino, portavoce del contingente italiano in Afghanistan, che candidamente spiega a E-il mensile che le missioni si sarebbero addirittura «moltiplicate» nelle ultime settimane con il «lancio dell’operazione Shrimp Net». Ancora Chiapperini conferma al Giornale «che i bombardamenti sono iniziati subito dopo il 28 gennaio» con il via libera del ministro Di Paola. Mancava solo la voce ufficiale dello Stato maggiore della Difesa (vedi intervista a fianco) su una vicenda a dir poco controversa e che sembra far carta straccia, nel silenzio più assoluto, delle prerogative del parlamento. Tutto comincia il 18 gennaio scorso.

Il protagonista è l'ammiraglio Di Paola, l'autore di una riforma del sistema di Difesa contro cui è stata scatenata la campagna “Tagliamo le ali alle armi”, forte di 75mila mail inviate ai parlamentari perché si sveglino sulle intenzioni del ministro. Si presenta a una sessione congiunta di Camera e Senato con un linguaggio sibillino: «Intendo far sì che i nostri militari e tutti i loro mezzi schierati in teatro siano forniti delle dotazioni e capacità necessarie a garantire la massima sicurezza possibile del nostro personale e dei nostri amici afgani e alleati...». Nessuno obietta. Qualche giorno dopo però una nota dell'Ansa – è il 28 gennaio – spiega che «le bombe andranno sugli Amx italiani, ma non sui predator». Poi Di Pala va oltre: «Tutti i mezzi che abbiamo verranno utilizzati sulla base di tutte le loro capacità, perché noi abbiamo il dovere oltre che il diritto di difendere i nostri militari, i nostri amici afgani e i nostri alleati ... i predator italiani non hanno queste capacità e quindi non le possono usare». Di Paola si guarda bene dall'usare la parola “bombe” ma qualcuno se ne accorge lo stesso: la frase non piace al senatore Pd Marco Perduca che (con la radicale Poretti e gli Idv Pedica e Caforio) propone un ordine del giorno che impegni il governo «a rimettere al Parlamento la decisione sull'uso di ordigni bellici a caduta libera o guidata da parte dei velivoli dell'Aeronautica militare italiana impiegati in Afghanistan». L'Odg però non viene accolto.

Cala il sipario fino a luglio, quando “esplode” la notizia proprio mentre è in corso il vertice di Tokyo sull'Afghanistan. La rete «Afgana» rileva come il governo giochi una partita «bifronte»: a Tokyo l'Italia si spende per la pace e i diritti di donne e società civile mentre a Farah bombarda. Flavio Lotti, della Tavola della pace, che già in gennaio si era infuriato e che, proprio nei giorni scorsi, ha incontrato i responsabili del Pd delle commissioni di esteri e difesa di Camera e Senato, chiede loro ufficialmente di fare un'interrogazione al ministro. «Ma – dice oggi – finora non ho registrato nessuna azione, se non, quel giorno, un discreto imbarazzo. Se è questo quello che facciamo in Afghanistan, credo che sia la goccia che fa traboccare il vaso. Bisogna ritirare immediatamente i nostri soldati anche perché, a quanto pare di capire, questi bombardamenti non sono un novità». Lo dice anche il generale Mini, autore di “Perché siamo così ipocriti sulla guerra?”. «Bombardiamo con gli Amx? Se è per quello, gli elicotteri Mangusta possono fare anche più male. Hanno fatto almeno 300 missioni. Proprio qualche settimana fa un collega mi ha parlato di un'operazione con 60 “insorti” uccisi. Non erano Amx ma elicotteri».

Secondo Mini «a quanto sembra di capire gli americani hanno fatto la voce grossa con gli alleati. Hanno chiesto di dimostrare unità di intenti. Ecco la risposta: per dimostrare loro che l'Italia c'è». Gli chiediamo cosa ne pensa della voce secondo cui il ministro Di Paola, che ha già un passato Nato alle spalle, concorrerebbe volentieri per la poltrona del dopo Rasmussen. «Se fosse davvero così – risponde - allora altro che venir via presto.... Vorrebbe dire che dovremmo rimanere anche dopo il 2014. Perché un italiano diventi segretario generale della Nato bisogna offrire in cambio qualcosa».

martedì 10 aprile 2012

"LA BIBLIOTECA DI AMANULLAH": PIETRO DE CARLI

Nei confronti di Pietro De Carli nutro una grande stima professionale ma anche un grande affetto umano. Non sarei dunque tra le persone più adatte a parlare di un suo libro ma poiché anche “Afghanistan nella tempesta” è entrato a far parte della “Biblioteca di Amanullah”, fatta questa debita premessa, voglio segnalarlo all'attenzione dei miei lettori.

De Carli è stato responsabile per la Cooperazione italiana delle operazioni di emergenza in Afghanistan dal 2004 al 2008, quando lasciò l'incarico per trasferirsi in Mozambico e venne istituita l'Utl, l'unità tecnica presso l'ambasciata. De Carli – lo conobbi nel 2007 – aveva fatto, con l'aiuto di Arif Oryakhail , del contabile Raffaele De Martino, dello staff locale e di sua moglie Maria Rubino, un lavorone. Era sempre in ufficio a far conti perché la sua missione gli sembrava quella di raggiungere il massimo obiettivo con la minima spesa (affronta spesso il tema nel suo libro). Ma De Carli si arrovellava anche sul destino degli afgani e sulla follia della guerra, un'ossessione etica che attraversa tutte le pagine del libro.

Il suo libro
(450 pagine!, forse un po' eccessivo nel volume) è un lungo raccontone della sua esperienza locale. C'è parecchio di cooperazione ma anche la disamina approfondita di alcuni fatti, come la ricostruzione del sequestro Mastrogiacomo e delle polemiche a seguire. Forse il capitolo più illuminante riguarda la “rivolta di Kabul” del 2006, il segno evidente che qualcosa non andava. Direi che non ho letto altrove quasi nulla a riguardo di quell'episodio che invece avrebbe dovuto essere preso come caso studio per capire che la rotta andava invertita. Si era allora ancora in tempo. Fu il primo vero campanello d'allarme.

La tesi di fondo del libro è che la ricostruzione è stata una farsa e che l'investimento militare (lo spiega bene nella prefazione Fawzia Koofi) andò a discapito di quello civile: tradì le aspettative popolari e convinse gli afgani che più che per difendere i loro interessi eravamo li a difendere i nostri. Nel 2006 quel germoglio di disillusione cominciò a diventare una fogliolina. Ora è una pianta.


Molte delle cose di De Carli le conoscevo bene (con Attilio Scarpellini avevamo utilizzato i suoi preziosi rapporti e le belle foto di Romano Martinis per farne un libro per il Mae: “Amicizia”, ai tempi di Patrizia Sentinelli) anche perché ero stato più volte ospite suo e di Arif a Sharenaw, nella sede della Cooperazione italiana dove, De Carli lo spiega bene, non c'era bisogno di un dispiegamento militare a difesa, di sacchetti di sabbia e filo spinato. Gli afgani, dice, sapevano bene – talebani compresi – quel che facevamo e proprio per questo – sostiene – non correvamo rischi. Ora De Carli conta di girare l'Italia e di fare del suo libro un'arma pacifica contro la guerra. Con la speranza che serva in futuro e smettere di ripetere i soliti errori.



Afghanistan nella tempesta
Pietro De Carli

€15.50
pagine: 459
Albatros 2011

sabato 11 febbraio 2012

IL SILENZIO SULLE BOMBE DELLA SINISTRA ITALIANA

"La sinistra italiana che fa? Si limita - ha scritto Giuliano Battiston su il manifesto - a reclamare, sempre più sommessamente, il ritiro delle truppe, finendo per adottare paradossalmente quella che è la posizione della Nato, o prova a immaginare qualcosa di diverso e più articolato? Nell’attesa che l’Europa possa finalmente affermarsi come attore politico regionale, in Italia si potrebbe cominciare con due cose: chiedere conto al governo Monti della promessa fatta a Karzai il 26 gennaio, durante la firma dell’accordo di partenariato (ancora off-limits per i giornalisti), di invertire la rotta, sostenendo l’Afghanistan soprattutto in ambito civile (senza che questo voglia dire affari per le ditte italiane e per Finmeccanica e nulla per gli afghani). E poi fare un po’ di chiarezza, distinguendo con più precisione la politica estera da quella della difesa. Per capire meglio dove vuole andare l’Italia, e con quali strumenti vuole farlo: se con le armi o con la cooperazione.


Alla riflessione, che qui riporto sinteticamente, di Battiston aggiungo almeno un elemento. La strategia americana - dunque Nato - in Afghanistan si basa su raid "mirati" per colpire i talebani, anzi i loro capi. L'effetto, come dimostra l'ultimo Rapporto Unama sulle vittime civili è che, dopo una battura d'arresto dovuta alla diminuzione dei raid dall'aria, l'anno scorso gli effetti dei bombardamenti si son fatti di nuovo sentire perché si è tornato a teorizzarli. E i civili morti sono aumentati. Credo che l'Italia, o almeno i partiti della Sinistra, dovrebbero farne una battaglia: basta con i bombardamenti aerei.

Personalmente non credo che il ritiro entro il 2014 sia la soluzione. Ma lo stop ai bombardamentoi lo sarebbe: impedirebbe l'aumento delle vittime civili di cui in gran parte sono responsabili i talebani (a cui il rapporto ha dato ben più fastidio di una bomba come dimostra la loro piccata reazione). Ciò però richiede un imopegno non spot in parlamento e una pressione sul governo perché faccia sua la tesi riportandola in sede nato. Faremmo un favore anche ai nostri alleati americani.

Nella foto: aerei Nato nei cieli afgani (Romano Martinis)

lunedì 12 settembre 2011

AFGHANISTAN E 11/9, DIECI ANNI DOPO


All'inizio fu l'Afghanistan. Le schermaglie con bin Laden erano ben precedenti e Washington aveva reagito bombardando Karthum e la frontiera afgano pachistana. Ma è l'11 settembre a dare il via all'operazione militare Enduring Freedom e alla guerra condotta da una “coalizione di volenterosi” tra cui anche l'Italia.

Qualcuno – pochi, pochissimi – aveva messo in guardia. Non solo per motivi ideologici ma ricordando a militari e politici le lezioni della Storia: un posto maledetto, senza una pianta ma zeppo di anfratti. Un popolo fiero e capace di lunga resistenza: affabile ma che può diventare maledettamente ostile e nazionalista benchè la vulgata insista sull'autonomia etncio/tribale. I britannici ci persero qualche guerra. E con loro i sovietici in quella riedizione infinita del “Grande gioco” che piaceva a Kipling e che aveva visto spiarsi, sulle montagne dell'Hindukush, inglesi e russi per tentare di dominare quell'inutile paese di sassi, dove cresce bene solo il mandorlo e il pistacchio, così strategico sulle rotte dell'Asia.

Ma intanto, e prima che il deserto afgano si trasformi un pantano, l'ideologia dell'esportazione della democrazia fa un altro passo avanti: in Irak. L'Irak non solo porta via risorse e attenzione dalle terre dove, a breve, si riorganizzeranno i talebani ma diventa presto un'avventura sottovalutata. La “missione compiuta” che con un sorriso compiaciuto il presidente Bush annuncia sulla tolda di una portaerei è solo l'inizio di un capitombolo politico (per non parlare della tragedia di migliaia di vittime) che si abbatte sugli Stati uniti, un po' alla volta abbandonati da “volenterosi” sempre più riottosi.

Per un lungo periodo le cronache si occupano principalmente dell'Irak, una guerra che sembra non insegnare nulla. Gli americani l'hanno pianificata a tavolino e hanno fatto uscire dal cappello una ricetta che, applicata, si rivela un fallimento. Ma in Afghanistan (dove il “nuovo” era già stato enucleato a Bonn nel 2001 ma che, vista l'arretratezza del paese, necessitava di una terapia più lunga) gli americani trasferiranno più o meno la stessa ricetta irachena. Un parlamento fatto a nostra immagine e somiglianza, l'investimento su questa o quella fazione, il gioco pericoloso delle divisioni etnico religiose, la sfaldamento dell'esercito, la presenza di un governatore pro tempore per curare gli interessi (petroliferi) dell'Impero. In Iraq qualcosa funziona. Ma il Paese tra i due fiumi era anche con Saddam una nazione avanzata, con un'amministrazione moderna e tassi di analfabetismo irrilevanti. In Afghanistan è diverso. Un popolo abituato alla presenza formale di un monarca e che da almeno trecento anni è uso a decidere attraverso l'assemblea dei suoi capi tribali, non sa che farsene di un parlamento bicamerale. I vecchi generali dell'epoca sovietica vengono mandati a casa e si continua a puntare sui signori della guerra, sostenuti dal solido mito di Ahmad Shah Massud, il martire del 9 settembre 2001 i cui epigoni si spartiscono, Karzai volente o nolente, il Paese.
Le macerie di quelle guerre originate da un mix di vendetta e desiderio di riaffermazione, illuminate dalla sacra fiamma della missione umanitaria e democratica, sono ancora lì come un altro ground zero coperto di cadaveri: oltre 100mila in Iraq, forse trentamila in Afghanistan.

Solo una responsabilità americana? Troppo facile. Gli europei, nonostante i distinguo, i se e i ma, chinano sempre il capo. Racconta un diplomatico dei corridoi di Bruxelles, nel quartier generale della Nato, dove si sommano i malumori degli alleati. Che, appena entra il responsabile americano, chinano il capo e ammutoliscono. Non una parola sui bombardamenti che uccidono i civili, non una sulla striminzita missione di polizia europea, né una sul ruolo dell'Onu che andrebbe rafforzato, allargato, sostenuto. Va bene così e, semmai, appena possibile si va via dalla porta secondaria. E' successo in Irak.
In Afghanistan? Anche li silenziosamente stiamo facendo le valigie. Attenti a non inciampare sulle macerie dell'11 settembre.

lunedì 29 agosto 2011

OPPIO, TERRA E GUERRA IN AFGHANISTAN


Nel giugno dell'anno scorso Viktor Ivanov, a capo del Servizio narcotici della Federazione russa, spiegò in un forum internazionale sul narcotraffico che Mosca intendeva sostenere la creazione di un archivio della proprietà terriera in Afghanistan. In altre parole la costruzione di un catasto. Che non esiste o esiste solo in forma ridotta.

Ivanov diceva dunque quel sarebbe stato opportuno spiegare diversi anni fa: come si può mettere mano al problema della produzione di oppio se non si conosce chi possiede e protegge i campi coltivati a papavero? Apparentemente una banalità ma così a lungo ignorata che il catasto afgano è ancora quello – monco – cui mise mano con un riforma, una quarantina d'anni fa, re Zaher Shah. L'ultimo monarca afgano.

In Afghanistan infatti, oltre ai “ignori della guerra” ci sono anche dei “signori della terra”, proprietari terrieri che spesso sono anche “signori della guerra”. Oppure ci sono dei signori della guerra a vario titolo (commander più o meno importanti) che, col tempo, sono diventati signori anche della terra.
Il rapporto tra terra e guerra, proprietà fondiaria e conflitto, potere (militare) sul territorio e relazioni sociali, costituiscono alcuni degli aspetti meno indagati della storia recente del Paese: lacuna che finisce per far ignorare, e/o considerare come secondario, il problema del possesso della terra, delle relazioni economiche tra possidenti, affittuari o contadini poveri e la catena di relazioni sociali connesse (non ultimo il ruolo delle donne nei matrimoni combinati e il loro valore come merce di scambio nel mondo rurale). Elementi che in un Paese eminentemente agricolo contano in maniera preponderante: la proprietà della terra e il suo controllo, sembrano invece fattori tanto importanti quanto sotto stimati e studiati, salvo rarissime eccezioni. Eppure proprio il “nuovo ordine” economico e sociale, importato in Afghanistan con la cacciata dei talebani nel 2001, ha innestato o favorito liberalizzazioni e alienazioni di beni pubblici, utilizzo del suolo (un aspetto strettamente connesso alla produzione di oppio e al narcotraffico), speculazione edilizia e occupazione di terreni demaniali in assenza quasi totale di regole e di archivi di riferimento e in un quadro di scarsa attenzione al problema della legislazione in materia di diritti di proprietà. Temi che hanno ottenuto scarsa considerazione nel processo di state-building (o rebuilding) da parte della comunità internazionale e dello stesso governo afgano.

Quanto all'oppio in sé, il problema della sua produzione ci sembra solo in parte risolvibile con strategie di eradicazione, sostituzione o monopolio di Stato delle coltivazioni, che sono i temi su cui si incentra il dibattito: affrontato in sostanza come un problema di contadini poveri che, per sfamarsi, preferiscono l'oppio alle patate. In gran parte ci sembra invece che si tratti di un nodo che ha a che vedere più con il possesso della terra che co di ruolo di agricoltori bisognosi che, il più delle volte, sono solo mezzadri, braccianti e landless. E' ai loro “padroni” che bisognerebbe guardare. E dunque al catasto - se ci fosse - che certifica proprietà e gestione della terra...(segue su Lettera22*

*Dossier pubblicato sul quotidiano "Terra"

martedì 22 marzo 2011

LA NO FLY ZONE E LA MORTE DELLA POLITICA


Senza andare
ai tempi dell'Impero romano basterebbe la dichiarazione Balfour del 1917 per chiarire che un conto sono le carte scritte e un conto la loro interpretazione. Così che la risoluzione dell'Onu 1973 viene tirata in queste ore a destra e a sinistra (e non solo in senso figurato) come una coperta troppo stretta che cerca di coprire appunto le più diverse interpretazioni. Prendete ad esempio la lettura che ne fa il ministro degli Esteri britannico William Hague, secondo cui la 1973 autorizza la possibilità di attacchi contro Muhammar Gheddafi ( “...le cose consentite dipendono dai comportamenti, dalle circostanze...”) o la lettura più prudente dell'ammiraglio americano Mike Mullen secondo cui l'obiettivo della risoluzione non è la caduta del colonnello. O quanto vi ha letto la Lega araba, correttamente, ossia che un conto è proteggere i civili, un'altra bombardarli, posizione ripresa ieri dalla Tavola della pace (“...una cosa è la Risoluzione dell’Onu, un’altra è la sua applicazione. Una cosa è difendere i diritti umani, altra è scatenare una guerra....la Carta dell’Onu autorizza missioni militari, non qualsiasi missione militare...). Insomma lo spettro della guerra si aggira sui cieli libici e sulle cancellerie di mezzo mondo. E, giustamente, fa paura.

Quel che tutti si chiedono, forse un po' tardivamente, è cosa sta facendo la diplomazia. Abbiamo saputo che gli spagnoli hanno ascoltato dall'opposizione libica la richiesta di armi, che gli 007 si muovono ma non c'è molto altro. Ban Ki-moon agita la necessità (sacrosanta) di un cessate il fuoco ma, da varie capitali (come ahinoi quella italiana), già si spalleggia una presa in carico della consegna da parte della Nato, organizzazione regionale assai poco comunitaria e che non ha fornito ottime performance negli ultimi anni. La politica, assente, resta ostaggio ormai da troppi anni della soluzione militare ancorché il ricorso alle armi per fermare la guerra, negli ultimi anni, abbia semplicemente portato al suo prolungamento.

Il dramma di questo ennesimo conflitto è che la politica rischia di uscirne ancora sconfitta e che il buon risultato di una risoluzione condivisa (pur se con cinque astensioni) venga vanificato dalle troppe letture di un testo che a Parigi e Londra si legge in un modo e al Cairo o a Giacarta in un altro. Se l'obiettivo è la protezione dei civili, le operazioni di sorvolo dovrebbero essere mirate a non far alzare i caccia libici. Se invece (ma dov'è scritto?) l'obiettivo è cacciare Gheddafi o fulminarlo nel suo bunker allora è giusto bombardare Tripoli costi quel che costi. Su questa interpretazione che contiene una bella differenza e che centra in pieno la fragile frontiera tra l'ingerenza umanitaria e l'esportazione della democrazia sulla punta dei carri armati si gioca la credibilità delle istituzioni sovranazionali che ci siamo dati e forse ci offrono anche l'occasione di ripensarne ruolo e autorità. Ma sotto il fragore delle bombe che rischiano di mischiarsi alle urla delle vittime civili discutere diventa di ora in ora sempre più difficile.

mercoledì 2 marzo 2011

LEZIONE MEDITERRANEA

Del senno di poi son piene le fosse e sarebbe dunque un esercizio inutile dar colpa alle diplomazie occidentali e americane di non aver previsto la “vague méditerranéenne” che ha colto tutti impreparati. Né è stato molto generoso Bill Emmott che, sulle pagine de La Stampa, ha ricordato come, sin dal 2009, l'Economist avesse previsto il “risveglio dal sonno” del mondo arabo. Per noi giornalisti gettare lo strale è facile e non c'è Paese al mondo del quale non potreste dire “succederà qualcosa”, per poi rivendicarlo qualche anno dopo con la caduta della borsa, una sommossa di piazza, la fine del partito di maggioranza. “Io l'avevo detto...”. La questione è un'altra.

Quando una situazione, per quanto imperscrutabile e imprevedibile, precipita, la diplomazia si mette al lavoro. E' nelle crisi che si vede la stoffa, la preparazione e di quanti e quali strumenti è in possesso. La rivolta del Mediterraneo, dall'Egitto alla Tunisia passando per la Libia, ci ha visto solidamente impreparati, con qualche gaffe notevole (come indicare durante la crisi a Tunisi il modello Gheddafi), un esagerato prendere tempo (non disturbiamo il colonnello) e poi, improvvisamente, un'esibizione muscolare che ci vorrebbe fautori della “no fly zone”, opzione su cui in queste ore si esercitano analisti e generali, osservatori e opinionisti. Non è il caso di dilungarsi sui rischi insiti in questa scelta, ben presenti in primis all'Amministrazione Obama e ai vertici delle Nazioni unite, sulla quale conviene invitare, questa volta sì, alla prudenza, se non si ha troppa fretta di innescare l'ennesimo conflitto dagli esiti incerti: un altro Afghanistan dietro l'angolo nel quale sperimentare nuovi sistemi d'arma mettendo in conto, nel centrare gli aerei del rais, qualche quotidiano bilancio di effetti collaterali civili.

Ma il vero punto, come in particolare segnalano bene le difficoltà della diplomazia francese e italiana, è come attrezzarsi nell'epoca in cui, con eccessiva semplicità, abbiamo liquidato schiere di funzionari pubblici con la feluca in nome del fatto che la “politica estera adesso la fanno presidenti e primi ministri” e in una fase in cui la società civile, assai più di ministri e cancellieri, tiene banco sulla scena politica come la vague méditerranéenne sembra indicarci.

Sul primo punto è chiaro che la semplificazione è quantomeno superficiale: se premier e capi di stato decidono nei vari G declinati numericamente (G2, G8, G10, G20 e via moltiplicando), sono ambasciatori e consiglieri, segretari e consoli a tessere una tela diventata sempre più intricata. La diplomazia ha assai meno bisogno di cene ufficiali e cerimoniali ma assai più necessità di orecchie e occhi attenti. In una crisi come quella libica sarebbero i rapporti con gli ex ministri di Gheddafi, quelli antichi col rais, quelli nuovi con gli emergenti capi popolo a salvare il salvabile. Altro che fly zone. Per un Paese la cui Costituzione impone il ripudio della guerra “come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, la diplomazia è un'arte sacra, un'opzione irrinunciabile, la spina dorsale stessa del Dna del nostro Paese. E qui si viene al secondo punto.

Quanto siamo attrezzati oggi (noi, i francesi, i tedeschi, gli americani) a comprendere il mondo in cui viviamo? Quanto siamo in grado di capire, non tanto quando un regime dittatoriale cadrà, ma quali saranno i suoi becchini? Quanti contatti abbiamo, in una parola, con la società reale dei Paesi in cui operiamo? Quanto conosciamo le sue associazioni, i suoi centri culturali, le sue espressioni nascoste di dissenso, i circoli, i ritrovi, i luoghi dove il malessere si esprime e dove nascono, maturano, si fanno strada i nuovi leader? Una salda diplomazia coltiva empirei e bassifondi, il “Circolo della caccia” e le associazioni di quartiere, i salotti dei notabili e i luoghi di ritrovo al parco pubblico dove si diffonde il pensiero antagonista che non trapela sui giornali di regime, nelle discussioni dei politici ammaestrati, nei finti reportage delle tv di Stato.

Questa conoscenza, che si fa metodo e strategia, ha naturalmente bisogno di una direzione e di un ripensamento dei vecchi strumenti diplomatici che il mondo moderno ha messo in crisi: un ripensamento che guidi i giovani studenti della scienza diplomatica nei meandri di facebook tanto quanto nell'abile capacità di stendere un valido “trattato di amicizia”. La Libia è un buon banco di prova. Ma non per mostrare muscoli tardivi, velleitarie opzioni sull'uso della forza, lo stantio ricorso all'ingerenza umanitaria che trasforma le missioni di pace in guerre senza fine. Su questo banco di prova si può misurare la statura di un Paese, la sua capacità di mediare, di proporre soluzioni, di individuare referenti e protagonisti. Un esercizio che ben fatto ci salverebbe dall'ennesimo pericoloso slancio militare e da una retorica che rischia di far male a noi quanto al povero popolo libico. Che vorremmo salvare dalle mani insanguinate del colonnello a costo di cacciarlo in una nuova guerra.

martedì 20 luglio 2010

LA MONTAGNA E IL TOPOLINO

Alla fine, la data tanto attesa, 2014, salta fuori. La dice Karzai ed è contenuta nel documento annacquato e sostanzialmente povero di grandi novità siglato dagli emissari della diplomazia di 70 paesi che ieri hanno tenuto a battesimo la prima Conferenza internazionale sull'Afghanistan che si sia svolta a Kabul. Atto fortemente simbolico, promessa di transizione ma, in sostanza, montagna che partorisce un topolino.

Ma quella data, 2014, salta fuori. Non significa che le truppe occidentali lasceranno il paese ma qualcosa che si avvicina all'idea. E dunque all'idea che, poiché la richiesta nasce a Kabul e da Kabul, si possa onorevolmente iniziare a fare le valige. La frasetta sta al punto 18 del documento finale e recita testualmente che: “La comunità internazionale esprime il suo sostegno all'obiettivo della Presidenza afgana per cui le forze di sicurezza nazionali dovranno guidare e condurre le operazioni militari in tutte le province per la fine del 2014”. Largo adesso alle interpretazioni....

venerdì 14 maggio 2010

PACIFISTI, GENERALI E LA PERUGIA ASSISI

Pensierini a cielo aperto (e aihmé) nuvoloso alla vigilia della Marcia per eccellenza del movimento per la pace italiano. Eccellenza che però non è condivisa da tutti. Nel darne sommariamente conto mi chiedo se non sia colpa anche di quell'incontro tra Vincenzo Camporini e Flavio Lotti

Nell'articolo Il pacifista e il genereale, scritto a due mani con Ritanna Armeni, ho dato conto di un incontro storico, non tanto tra Flavio Lotti e Vincenzo Camporini tre giorni fa a Roma, quanto tra un personaggio assai rappresentativo e intellettualmente onesto del pacifismo italiano e un generale che non è un soldato qualsiasi ma il capo di Stato maggiore della Difesa, ossia il capo dei capi dei soldati. Considero anche lui, che conosco assai meno di Lotti col quale condivido anche l'impegno per la pace e contro la guerra, intellettualmente onesto e, se devo dirla tutta, anche piuttosto coraggioso ad aver accettato quell'invito.

La cosa infatti non è passata inosservata e non tanto per la buona copertura di stampa ma per le reazioni che ha suscitato. Molto interesse in alcuni, ostracismo in altri. Parlo ovviamente del movimento pacifista, non di quello militare di cui non sappiamo per una tradizionale reticenza ad affrontare in pubblico dibattiti interni che però l'incontro deve aver suscitato (anche nel governo credo: cosa ne avrà pensato il “ministro in divisa” Ignazio La Russa?). Riporto qui la lettera che mi ha inviato Massimo Paolicelli, presidente Associazione Obiettori Nonviolenti mi ha mandato per mail. E' uno spunto di riflessione, come si dice

Per motivi di lavoro non ho potuto seguire tutto l’incontro di ieri, se non la parte andata in diretta su Rai news 24, ma, ho letto tutte le agenzie e gli articoli usciti sulla stampa di oggi. Proprio per questo sono pronto a ricredermi della lettura se alcune cose che dico non corrispondono alla realtà del dibattito. Premesso che condivido le opinioni già espresse in Rete Disarmo sull’assenza della Nonviolenza e del Disarmo, tanto che si è addirittura arrivati a dire che in fondo siamo uguali, abbiamo gli stessi obiettivi (la pace) e che in fondo i migliori pacifisti sono i militari che conoscono la guerra (questo lo ha detto il Generale)! Io posso tranquillamente dialogare con un militare, ma con la consapevolezza delle molte diversità, che oltretutto sono una ricchezza. Il mio fine ultimo è quello che il pacifismo scompaia perché non ci sono più guerre, ma il fine ultimo delle Forze Armate non è la loro scomparsa perché non ci sono più guerre. Anzi vale il motto del buon Albertone nazionale (Sordi) “finchè c’è guerra c’è speranza”!
Allora trovo aberrante scaricare tutta la colpa sull’assenza della politica, perché proprio di questa assenza si nutre il potere militare e non li rende di certo vittime. Si decide di fare la Cavour, salvo poi affermare (quando è pronta) che è inutile, ma questa scelta l’hanno fatta al 90% i militari. Quegli stessi che poi magari a fine carriera transitano per consigli di amministrazione dell’industria bellica. Mi fermo qui, perché abbiamo trattato ampiamente la questione con Francesco sul “Caro armato”. Tranne il Generale Mini, non trovo altri supporter nei vertici militari che sostengano FFAA dell’Unione Europea, perché ovviamente vorrebbe dire una enorme perdita di poteri e privilegi. Allora l’obiettivo è tutelare la pace o tutelare la “casta”? E’ difficile poi mandare giù l’accostamento del nostro Paese al Giappone sconfitto nel dopoguerra…!!!
In quanto allo zaino con i libri sull’Afghanistan mi ha riportato alla memoria l’assoluzione totale fatta alla Folgore dal sottosegretario alla Difesa Brutti (DS) perché ci aveva trovato un iscritto ai giovani del suo partito. Da quando in qua una rondine fa primavera? E’ di buon auspicio, ma da qui a farne una questione di “cambiamento climatico…”
!

Non è stata l'unica reazione: una pacifista ha scritto a Lotti piuttosto inviperita e Lotti le ha garbatamente risposto. A partire da quella missiva, il sito Pelapace.it ha postato un sondaggio su “abbiamo fatto bene o male?”, i cui risultati sono da vedere.
Cosa ne concludo? Che l'incontro ha sortito l'effetto desiderato: far discutere e anche forte. Non so quanto ciò sia utile per i militari (anche se penso che in molti lo apprezzino) ma certo fa bene al movimento per la pace. Quando si mettono in crisi le certezze, quando si avanzano dubbi (cercando soluzioni) si va, mi pare, avanti.
E visto che siamo in tema di passi, dirò che sto scrivendo da Perugia, alla vigilia della Perugia Assisi, la più nota camminata del pacifismo italiano. O no? Già, perché per qualcuno è no: tempo di distinguo e non è la prima volta. Ma chissà (come per altro ha scritto l'inviperita pacifista), chissà che Camporini non abbia aiutato chi vuole prendere le distanze da Lotti e compagni da molti considerati troppo “moderati”. Emergency ad esempio.

Fino a ieri tutti abbiamo detto, scritto, vestito “Io sto con Emergency” ma oggi mi accorgo che Emergency non sta con noi. Anzi, che ha vietato ai ragazzi di Perugia, che volevano mettere il banchetto alla marcia con gadget e magliette, che no, alla passeggiata multicolore non si va nemmeno col banchetto. Non è piaciuta molto questa mossa a cui per altro la Tavola della pace ha evitato di dare pubblicità. Ha me però la decisione ha lasciato molto perplesso. Spero che sia un caso limite. Anzi, spero che Emergency mi smentisca e dica, scriva che ho preso un abbaglio. O, al contrario, spieghi perché non vuole venire a braccetto con me fino alla Rocca di Assisi. Che sia davvero colpa di Camporini, di quella stretta di mano, di un colloquio anomalo cui ho provveduto anch'io con l'inchiesta sui soldati messa in piedi con Ritanna per Radio3?

Ora scusate, lucido gli scarponi. 24 chilometri non sono pochi. Posso solo assicurarvi che non chiederò la tessera o la carta di identità al mio vicino di marcia. Potrei scoprire che è un alpino della Taurinense.

martedì 18 agosto 2009

NOTE A MARGINE, LA POLEMICA "MECCANICA" SULL'AFGHANISTAN



In Italia la polemica sull'Afghanistan che infuria altrove sembra attestata, come al solito, su un livello più basso: a parte la polemica sul codice di pace o di guerra (che come puntualizzava ieri su “Repubblica” Antonio Cassese ignora che forse ci si dovrebbe dotare del diritto umanitario dei conflitti armati dove “umanitario” non significa portare caramelle ma avere, prima di tutto, rispetto die civili inermi), la discussione è soprattutto orientata su problemi di “meccanica”, come prova il polverone sui Lince bloccati dalla magistratura che, aveva spiegato il ministro la Russa, impedisce ai soldati di usare i pezzi dei mezzi sinistrati come ricambio. Anziché discutere della corsa e di come si fa a vincerla, è come se alla Ferrari continuassero a parlare per giorni della pressione delle gomme...In questo davvero la stampa italiana non aiuta (fatta esclusioni per pochi pochissimi tra cui Guido Rampoldi che, si può essere d'accordo o no, ma si sforza di pensare)

Ieri La Russa è però tornato sul tema afgano ribadendo una cosa già affiorata tra le righe in alcune sue interviste: il ritorno a casa del contingente che, tra spese, pezzi di ricambio e intralci leghisti, comincia a diventare un grattacapo anche per il ministro che più di tutti ama la mimetica. “L'impegno del contingente internazionale per garantire agli afghani la possibilità di esprimere liberamente il loro voto – ha detto fra l'altro - va nella direzione di avvicinare il momento in cui sarà possibile affidare completamente al Governo, alle forze armate e alle forze di polizia afghani il controllo del territorio e della legalità, con il ritorno in Patria quindi dei nostri soldati”. Detto in altre parole, finalmente ce ne potremmo andare....

Sebbene resti il vuoto su cosa esattamente stiamo facendo laggiù e in mezzo a dichiarazioni ondivaghe anche molto belliciste (come armare i Tornado e far fare dunque al nostro contingente operazioni ad altissimo rischio per i civili) per una volta la polemica meccanica” è stata messa in secondo piano. Chissà la mimetica.