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giovedì 16 gennaio 2020
Afghanistan 2019: l'anno peggiore
sabato 2 novembre 2019
Afghanistan: squadroni della morte targati CIA
Quattordici casi documentati e 53 pagine di rapporto fanno luce sulle tenebre delle notti afgane in cui paramilitari locali, che rispondono alla Cia, si sono macchiati di gravi abusi e crimini di guerra. Piomba sull’incerto paesaggio politico e militare dell’Afghanistan un rapporto di Human Rights Watch, accurato e impietoso, che disegna quanto avvenuto negli ultimi due anni, tra la fine del 2017 e la metà del 2019: in parte gli anni del negoziato di pace ora nelle secche mentre il Paese è alle prese con l’incertezza delle ultime elezioni presidenziali avvelenate dalle reciproche accuse di brogli tra candidati.Il rapporto “They’ve Shot Many Like This”: Abusive Night Raids by CIA-Backed Afghan Strike Forces, sostiene che milizie locali appoggiate dalla Cia hanno commesso esecuzioni sommarie e altri gravi abusi impunemente… ucciso illegalmente civili durante i raid notturni, fatto scomparire detenuti, attaccato strutture sanitarie perché si riteneva curassero ribelli”. Le vittime civili di queste incursioni accompagnate da raid aerei americani – aggiunge il rapporto - sono aumentate notevolmente negli ultimi due anni. Se si dovesse arrivare a un accordo politico, conclude HRW, il futuro governo dovrà disarmare ogni tipo di milizia compresi i paramilitari che rispondono teoricamente all’intelligence del Paese ma che sono in realtà “in gran parte reclutati, formati, equipaggiati e controllati dalla Cia”. Funzionari, società civile, attivisti locali, operatori sanitari afgani e stranieri, giornalisti e anziani “hanno descritto – scrive il dossier - incursioni abusive e attacchi aerei indiscriminati quotidiani nella vita di molte comunità, spesso con conseguenze devastanti...”. Un diplomatico le ha definite operazioni da “squadroni della morte".
Il rapporto mette il dito nella piaga del lato più oscuro della guerra e arriva a pochi giorni dalle dichiarazioni di Amdullah Mohib, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Ashraf Ghani. Mohib ha fatto sapere che, se finora non c’erano precondizioni per il dialogo con i Talebani, ora le cose sono cambiate: serve almeno un mese di cessate il fuoco “per verificare che i Talebani controllino davvero i comandanti” militari. Il movimento, accusa Mohib, non è unitario. Richiesta bizzarra e inaspettata, che complica ulteriormente il compito di Zalmay Khalilzad, l’inviato del presidente Donald Trump che deve far ripartire i negoziati con gli studenti coranici, interrotti a sorpresa da Trump il 7 settembre, quando la firma dell’accordo negoziato a Doha sembrava imminente.
Oltre che a Kabul, l’inviato di Trump ha ripreso a girare per le capitali della regione, alla ricerca di un consenso sul processo di pace. Sulla carta, tutti si dicono d’accordo. Così, per esempio, i rappresentanti dei governi di Stati Uniti, Unione europea, Francia, Germania, Italia e Regno Unito, che il 22 ottobre in un comunicato congiunto hanno incoraggiato la ripresa dei colloqui. E sollecitato il governo a nominare la delegazione che dovrà incontrare i Talebani nel prossimo dialogo “intra-afghano” da tenersi a Pechino tra qualche giorno, dopo quello dello scorso luglio a Doha. Difficile che la richiesta venga accolta in fretta: a Kabul e in tutto il Paese si aspettano ancora i risultati preliminari delle elezioni presidenziali del 28 settembre. Sarebbero dovuti arrivare a metà ottobre, ma arriveranno il 14 novembre. I due candidati principali, il presidente Ghani e il primo ministro Abdullah Abdullah si dicono entrambi convinti di aver vinto. La commissione elettorale, intanto, ha rivisto le stime: al voto sarebbero andati meno di 2 milioni di cittadini. Su 30 milioni di abitanti.
A 4 mani con Giuliano Battiston per il manifesto
venerdì 30 agosto 2019
I “non detto” dell’accordo di Doha. E Trump spariglia
Il presidente Trump ha sparigliato ieri nuovamente le carte sostenendo che dai 14mila soldati americani in Afghanistan ne dovranno rimanere almeno 8.600: una riduzione dunque e non un totale ritiro come vogliono i Talebani che a Doha negoziano con gli americani. I 4 punti principali, sui quali c’è un’intesa sin dallo scorso gennaio, spono infatti: ritiro delle truppe straniere, garanzia da parte della guerriglia di smarcarsi del tutto dal jihadismo globale, dialogo intra-afghano, cessate il fuoco. Ma le parole di Trump fanno prevedere una strada ancora in salita.Del resto, nonostante i buoni propositi e un clima apparentemente disteso c’è da sempre qualcosa di segreto e oscuro nel negoziato in corso a Doha. A parte il governo afgano, un fantasma cui per ora non è concesso alcun ruolo, ci sono molti “non detto” sull’accordo in corso oltre a quanto sappiamo più o meno ufficialmente. Tra i tanti fantasmi c’è infatti il convitato di pietra che va sotto il nome di “basi militari”, dossier strettamente collegato al numero di soldati (oggi 14mila) che gli americani vorrebbero conservare sul suolo afgano.
Stando a rare indiscrezioni, Talebani e Americani avrebbero già concordato anche il futuro di Bagram - la grande base militare a Nord di Kabul, principale hub militare Usa nel Paese - e l’utilizzo delle basi aeree dell’esercito afgano sparse per l’Afghanistan da cui l’Us Air Force potrebbe controllare il fianco orientale iraniano e il fianco meridionale dell’Asia centrale ex sovietica, leggi il confine Sud della cintura protettiva russa. Per sorvegliare le basi e garantire il loro utilizzo serve però una forza di alcune migliaia di soldati. Dove stazionerebbero? L’ipotesi è che ci sia un vincolo su Bagram o un trasferimento dei soldati americani nella vasta area dove si trova l’ambasciata Usa e l’attuale comando Nato, vincolata a un accordo ultradecennale di affitto col governo di Kabul e vicina all’aeroporto militare afgano di Kaya dove già stazionano i caccia americani.
Tra i tanti non detto c’è anche un altro esercito con cui fare i conti. Un esercito allevato dall’intelligence americana di milizie paramilitari. Nel loro recente saggio The CIA’s “Army”, Astri Suhrke e Antonio De Lauri scrivono che “le milizie sostenute dalla Cia sono una versione particolarmente problematica di milizie locali sviluppate in Afghanistan negli anni”: un piccolo potere armato afgano sostenuto dall’esterno. Dal 2001 in avanti “le forze militari statunitensi e la Cia hanno organizzato milizie per combattere i militanti islamisti. Quasi due decenni dopo, la Cia gestisce ancora milizie locali nelle operazioni contro Talebani e altri islamisti”: gruppi armati responsabili di “gravi violazioni, tra cui numerose uccisioni extragiudiziali di civili”. Violazioni impunite grazie alla “sponsorizzazione della Cia che assicura la copertura del segreto (militare)… senza alcuna supervisione pubblica...”. La stima varia da 3 a 10mila unità. Tutte cose su cui per ora è meglio regni il silenzio.
mercoledì 25 ottobre 2017
Luce verde ai raid segreti della Cia in Afghanistan
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| Mike Pompeo: muscolare come Trump |
venerdì 22 maggio 2015
E se avesse davvero ragione Seymour Hersh?
Un centinaio di file desecretati dalla Cia e appartenuti a Osama bin Laden che non dicono nulla sul personaggio che già non fosse noto. La ricostruzione di come il film su bin Laden sia stata un'operazione di propaganda della stessa Cia. E infine anche qualche novità sul racconto che Seymour Hersh ha fatto della morte dello sceicco del terrore contraddicendo la versione ufficiale. Il dossier su Osama e il mistero di Abbottabad diventa ogni giorno più confuso e quella che sembra uscirne a pezzi è la verità sulla morte del padre di Al Qaeda. Andiamo con ordine.
Mercoledi la Cia ha rilasciato dai suoi archivi 103 file tradotti in inglese sulla corrispondenza di Osama più una lista di letture di vario tipo. Ne esce un quadro dottrinario scarso (da cui in sostanza emerge che l'unico vero nemico di Al Qaeda è l'America) ma soprattutto un profilo umano: dalle schede per associarsi al qaedismo, al compendio di dottrina islamica fino alle lettere alla moglie (manca solo una collezione di Tex), il bin Laden che ne vien fuori sembra più appagare la cronaca rosa che non i ricercatori di sostanza. Tutto qui o gli 007 si son tenuti in saccoccia la ciccia lasciandoci con un po' di spazzatura e l'immagine di un vecchio di spalle che guarda la tv il cui corpo è sepolto nell'Oceano?
mercoledì 20 maggio 2015
Tutta colpa della fantasia di Hersh
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| La Cia ha desecretato 103 files rinvenuti ad Abbottabad |
mercoledì 2 aprile 2014
Tutti i segreti della Cia
Salt Pit era una delle prigioni segrete di Kabul. Buchi neri dove si svolgevano interrogatori a colpi di acqua gelata nelle vie respiratorie sino al soffocamento. Adesso una nuova luce rivela non solo la rete di quei black site ma anche l'inganno che per oltre dieci anni li ha coperti.Se gli americani sono spesso disposti a chiudere un occhio sulle malefatte di chi li governa o dovrebbe difenderne diritti e sicurezza, detestano essere ingannati, fuorviati, presi in giro. E invece così è stato per anni da parte della Cia le cui zone d'ombra erano note ma che adesso sono l'oggetto di un'accusa precisa, documentata e super dettagliata contenuta in un rapporto preparato dal Senate Intelligence Committee, i cui contenuti sono stati rivelati ieri dal Washington Post in prima pagina.
sabato 9 marzo 2013
BRENNAN, PETRAEUS E LE OMBRE DELLA CIA
La vittoria di Obama nel far passare al Senato la nomina alla Cia di John Brennan, il successore a Langley del generale David Petraeus, è accompagnata da ombre pesanti. E non tanto per il boicottaggio repubblicano che, come nel caso del titolare della Difesa Chuck Hagel, è stato in realtà una battaglia più contro Obama che contro le due nomine (anche se Hagel è indigesto al Grand Old Party che lo considera un traditore). Il fatto è che lo scambio Petraeus-Brennan somma le polemiche sui droni, fiore all'occhiello del pupillo di Obama, all'inchiesta che The Guardian e la Bbc hanno appena pubblicato sui lati più oscuri della guerra in Irak: torture e illegalità con la certezza che Petraeus sapeva.
Quanto a Brennan, i repubblicani hanno fatto ostruzionismo per ore dibattendo se sia possibile che un drone uccida un cittadino statunitense nella stessa America. La risposta è stata logicamente no ma in realtà, oltre alle polemiche che non solo negli Stati uniti accompagnano la politica degli omicidi mirati coi velivoli senza pilota, sono in tanti a interrogarsi sul sistema di sorveglianza anti terroristica che la Cia tiene in piedi e che, oltre a spiare il resto del mondo, classifica e archivia due miliardi di mail al giorno. Ma questo non preoccupa i repubblicani anche se su questa vecchia storia, trama di film, memoriali e thriller, adesso si torna a parlare: l'economista americana di origini olandesi Saskia Sassen ha scritto che l'apparato di sorveglianza è aumentato a dismisura negli ultimi dieci anni e comprende almeno diecimila edifici, un milione di funzionari addetti e circa due miliardi di mail tracciate ogni giorno.
Brennan comunque ha superato l'impasse al Senato (63 a 34) dopo rassicurazioni ufficiali che i droni non si useranno mai in territorio Usa se non in casi “eccezionali”. E per altro ai repubblicani, il programma non dispiace affatto, specie se ci va di mezzo un “traditore”, come quel Anwar al-Awlaki, leader islamico yemenita nato negli Usa e ucciso nel settembre del 2011 nello Yemen. Da due droni.
Brennan, 58 anni di cui 25 passati alla Cia, già consigliere del presidente per l'antiterrorismo che in quel posto lo voleva dal 2008, è uno dei padri putativi del programma droni: fu il primo l'anno scorso a rivendicarne pubblicamente i successi dal Pakistan alla Libia. Il programma piace al presidente anche se le stime sui civili uccisi sono elevate: secondo un'inchiesta del Bureau of Investigative Journalism, le operazioni dei droni sono migliaia. Solo in Pakistan, nel periodo 2004-2013, i dati raccolti danno un bilancio totale di 362 azioni (310 imputabili all'amministrazione Obama). I morti oscillano tra 2.629 e 3.461. I civili tra 475 e 891 (di cui 176 sarebbero bambini). I feriti tra 1.267 e 1.431. Nello Yemen? Tra 43 e 53 attacchi, tra 228 e 325 civili uccisi tra cui oltre una dozzina sono bambini. L'incertezza sui numeri denuncia la difficoltà di valutare esattamente gli effetti del programma.
Quanto alle ombre sull'ex direttore della Cia (dal settembre 2011 al novembre 2012, quando fu travolto dallo scandalo delle mail rosa), David Petraeus era solo un generale quando andò in Irak ma lì aveva il compito di dirigere tutto, appena un passo dietro al titolare della Difesa Donald Rumsfeld. Come ha rivelato la stampa britannica, Rumsfeld aveva scelto un tal colonnello James Steele, che era stato nelle forze speciali ed era uno “specialista” nelle guerre sporche centramericane, per stroncare con ogni mezzo, e cominciando dai campi di detenzione, soprattutto i miliziani sunniti. Gli fu affiancato un altro specialista: il colonnello in pensione James Coffman. Ebbero soldi e carta bianca e fecero i supervisori di quello spicchio di guerra che fu il più oscuro di tutta l'occupazione. Petraeus era lì. Un'altra macchia sulla sua divisa. E su quella della Cia.
Quanto a Brennan, i repubblicani hanno fatto ostruzionismo per ore dibattendo se sia possibile che un drone uccida un cittadino statunitense nella stessa America. La risposta è stata logicamente no ma in realtà, oltre alle polemiche che non solo negli Stati uniti accompagnano la politica degli omicidi mirati coi velivoli senza pilota, sono in tanti a interrogarsi sul sistema di sorveglianza anti terroristica che la Cia tiene in piedi e che, oltre a spiare il resto del mondo, classifica e archivia due miliardi di mail al giorno. Ma questo non preoccupa i repubblicani anche se su questa vecchia storia, trama di film, memoriali e thriller, adesso si torna a parlare: l'economista americana di origini olandesi Saskia Sassen ha scritto che l'apparato di sorveglianza è aumentato a dismisura negli ultimi dieci anni e comprende almeno diecimila edifici, un milione di funzionari addetti e circa due miliardi di mail tracciate ogni giorno.
Brennan comunque ha superato l'impasse al Senato (63 a 34) dopo rassicurazioni ufficiali che i droni non si useranno mai in territorio Usa se non in casi “eccezionali”. E per altro ai repubblicani, il programma non dispiace affatto, specie se ci va di mezzo un “traditore”, come quel Anwar al-Awlaki, leader islamico yemenita nato negli Usa e ucciso nel settembre del 2011 nello Yemen. Da due droni.
Brennan, 58 anni di cui 25 passati alla Cia, già consigliere del presidente per l'antiterrorismo che in quel posto lo voleva dal 2008, è uno dei padri putativi del programma droni: fu il primo l'anno scorso a rivendicarne pubblicamente i successi dal Pakistan alla Libia. Il programma piace al presidente anche se le stime sui civili uccisi sono elevate: secondo un'inchiesta del Bureau of Investigative Journalism, le operazioni dei droni sono migliaia. Solo in Pakistan, nel periodo 2004-2013, i dati raccolti danno un bilancio totale di 362 azioni (310 imputabili all'amministrazione Obama). I morti oscillano tra 2.629 e 3.461. I civili tra 475 e 891 (di cui 176 sarebbero bambini). I feriti tra 1.267 e 1.431. Nello Yemen? Tra 43 e 53 attacchi, tra 228 e 325 civili uccisi tra cui oltre una dozzina sono bambini. L'incertezza sui numeri denuncia la difficoltà di valutare esattamente gli effetti del programma.
Quanto alle ombre sull'ex direttore della Cia (dal settembre 2011 al novembre 2012, quando fu travolto dallo scandalo delle mail rosa), David Petraeus era solo un generale quando andò in Irak ma lì aveva il compito di dirigere tutto, appena un passo dietro al titolare della Difesa Donald Rumsfeld. Come ha rivelato la stampa britannica, Rumsfeld aveva scelto un tal colonnello James Steele, che era stato nelle forze speciali ed era uno “specialista” nelle guerre sporche centramericane, per stroncare con ogni mezzo, e cominciando dai campi di detenzione, soprattutto i miliziani sunniti. Gli fu affiancato un altro specialista: il colonnello in pensione James Coffman. Ebbero soldi e carta bianca e fecero i supervisori di quello spicchio di guerra che fu il più oscuro di tutta l'occupazione. Petraeus era lì. Un'altra macchia sulla sua divisa. E su quella della Cia.
venerdì 8 marzo 2013
BRENNAN ALLA CIA, LA SPUNTA OBAMA
John Brennan, 58 anni di cui 25 passati alla Cia, è il nuovo capo della Central Intelligence Agency. L'ha spuntata dopo un lungo braccio di ferro al Senato, che ha l'ultima parola sulle nomine del presidente degli Stati uniti. Già consigliere di Obama per l'antiterrorismo e che alla Cia lo voleva già nel 2008, è uno dei padri putativi del programma droni: fu il primo l'anno scorso a rivendicarne pubblicamente i successi in Pakistan, Yemen, Somalia, Libia e Afghanistan. Del resto è noto che il programma piace al presidente anche se le stime dei civili uccisi sono elevate. Ha ha superato l'impasse (63 voti a 34) dopo una filippica di lunga durata (un “filibustering” di 13 ore) condotta dal senatore repubblicano Rand Paul sulla possibilità che i droni siano usati in territorio americano cosa possibile, secondo l'Amministrazione, solo in casi “eccezionali”. Non che ai repubblicani il programma, prediletto da Obama e perfezionato da Brennan, non piaccia, ma qui si trattava di mettere in difficoltà Obama più che Brennan, che è del resto già stato nell'occhio del ciclone diverse volte proprio per i posti che ha occupato, sia alla Cia, sia alla Casa bianca. Più che Brennan, l'ha spuntata Obama
sabato 9 febbraio 2013
RAID SOTTO ACCUSA: TROPPI MORTI TRA I BAMBINI AFGANI
Proprio mentre il Congresso lo metteva sulla graticola per l'utilizzo dei droni e per le “tecniche” in uso dalla Cia, Jhon Brennan– il consigliere di Obama in tema di anti terrorismo e l'aspirante alla poltrona più importante di Langley - si è visto arrivare addosso l'ennesima tegola che mette sotto accusa la strategia militare americana in Afghanistan e i suoi effetti sulle vittime civili. Tornano sotto i riflettori i bombardamenti e soprattutto i loro “danni collaterali”: che in molti casi riguardano bambini.
La tegola che fa diretto riferimento a un argomento così sensibile, è un rapporto dell'Onu che lancia l'allarme su centinaia di bambini che sarebbero stati uccisi in Afghanistan negli ultimi cinque anni. Morti dovute «alla mancanza di misure precauzionali e a un uso indiscriminato della forza» e che sono l'effetto di «attacchi e raid aerei delle forze armate americane» nel Paese asiatico nel periodo oggetto di studio da parte del Committee on the Rights of the Child, un comitato per la difesa dei diritti dei bambini (Crc) che è stato istituito dall'Ufficio dell'Alto commissario per i diritti umani, la signora Navi Pillay, una delle figure più risolute e assertive della grande famiglia Onu. Il rapporto del Comitato (che di solito commenta ed esprime pareri e raccomandazioni) argomenta una «grave preoccupazione derivata del fatto che tra il 2010 e il 2011 il numero di incidenti che hanno coinvolto bambini è raddoppiato». Così almeno sostiene chi ha potuto leggere le carte (ieri l'Associated Press ma già il 5 febbraio – quando il rapporto sarebbe stato reso noto al governo americano – la stessa Human Rights Watch) perché il dossier non è di dominio pubblico. Sul sito dell'Ohchr (l'uffico di Pillay) il rapporto non c'è anche se non sono soltanto i guardiani del rispetto dei diritti umani a citarlo. E se Victoria Nuland, la portavoce del dipartimento di Strato, ha detto di non averlo ancora letto, il quartier generale delle forze statunitensi in Afghanistan (Usfor-A) ha definito ieri a Kabul «categoricamente infondate, prive di sostanza e totalmente false» le informazioni contenute nelle raccomandazioni fatte a Washington dal rapporto targato Crc.
Secondo Hrw il governo degli Stati Uniti dovrebbe immediatamente rendere effettive le raccomandazioni del Comitato di esperti dell'Onu per migliorare la protezione dei bambini coinvolti all'estero in un conflitto armato, un aspetto che chiaramente non riguarda solo l'Afghanistan. Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, che ha reso note le sue raccomandazioni martedi scorso – dice Hrw – non si è espresso però solo rispetto al problema delle «centinaia» di bambini uccisi ma nell'aggravarsi di una situazione (l'ultimo lavoro del comitato sull'Afghanistan risale al 2008) che solleva «profonda preoccupazione» anche per l'arresto e la detenzione di bambini in Afghanistan. Un elemento che fa riferimento a un lavoro a firma congiunta dell'ufficio della Pillay e di Unama, la missine Onu a Kabul, uscito nel gennaio scorso (Treatment of Conflict-Related Detainees in Afghan Custody. One Year On) in cui si dà conto di decine di casi di interrogatori, detenzioni illegali e maltrattamenti di minorenni.
Quanto all'unica reazione ufficiale al momento, i militari americani sostengono che la forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato e in cui gli americani sono la maggioranza), hanno «ridotto nel 2012 del 49% le vittime civili rispetto all'anno precedente». In particolare, si dice ancora, «il numero di bambini che sono morti o sono rimasti feriti come risultato delle nostre operazioni aeree è sceso del 40% lo scorso anno rispetto al 2011» perché, dicono ancora gli americani a loro difesa, «nel rapporto sulle vittime civili pubblicato in agosto 2012 da Unama si sostiene che l'84% di tutti i civili uccisi o feriti nel Paese sono caduti per mano degli insorti». Sia l'Isaf sia l'Usfor-A, si dice ancora, «utilizzano specifici sistemi di valutazione e controllo tecnico, tattico e procedurale» per ridurre il rischio di vittime civili e «si preoccupano di impiegare la forza solo quando necessario, ed in un modo adeguato».
La tegola che fa diretto riferimento a un argomento così sensibile, è un rapporto dell'Onu che lancia l'allarme su centinaia di bambini che sarebbero stati uccisi in Afghanistan negli ultimi cinque anni. Morti dovute «alla mancanza di misure precauzionali e a un uso indiscriminato della forza» e che sono l'effetto di «attacchi e raid aerei delle forze armate americane» nel Paese asiatico nel periodo oggetto di studio da parte del Committee on the Rights of the Child, un comitato per la difesa dei diritti dei bambini (Crc) che è stato istituito dall'Ufficio dell'Alto commissario per i diritti umani, la signora Navi Pillay, una delle figure più risolute e assertive della grande famiglia Onu. Il rapporto del Comitato (che di solito commenta ed esprime pareri e raccomandazioni) argomenta una «grave preoccupazione derivata del fatto che tra il 2010 e il 2011 il numero di incidenti che hanno coinvolto bambini è raddoppiato». Così almeno sostiene chi ha potuto leggere le carte (ieri l'Associated Press ma già il 5 febbraio – quando il rapporto sarebbe stato reso noto al governo americano – la stessa Human Rights Watch) perché il dossier non è di dominio pubblico. Sul sito dell'Ohchr (l'uffico di Pillay) il rapporto non c'è anche se non sono soltanto i guardiani del rispetto dei diritti umani a citarlo. E se Victoria Nuland, la portavoce del dipartimento di Strato, ha detto di non averlo ancora letto, il quartier generale delle forze statunitensi in Afghanistan (Usfor-A) ha definito ieri a Kabul «categoricamente infondate, prive di sostanza e totalmente false» le informazioni contenute nelle raccomandazioni fatte a Washington dal rapporto targato Crc.
Secondo Hrw il governo degli Stati Uniti dovrebbe immediatamente rendere effettive le raccomandazioni del Comitato di esperti dell'Onu per migliorare la protezione dei bambini coinvolti all'estero in un conflitto armato, un aspetto che chiaramente non riguarda solo l'Afghanistan. Il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, che ha reso note le sue raccomandazioni martedi scorso – dice Hrw – non si è espresso però solo rispetto al problema delle «centinaia» di bambini uccisi ma nell'aggravarsi di una situazione (l'ultimo lavoro del comitato sull'Afghanistan risale al 2008) che solleva «profonda preoccupazione» anche per l'arresto e la detenzione di bambini in Afghanistan. Un elemento che fa riferimento a un lavoro a firma congiunta dell'ufficio della Pillay e di Unama, la missine Onu a Kabul, uscito nel gennaio scorso (Treatment of Conflict-Related Detainees in Afghan Custody. One Year On) in cui si dà conto di decine di casi di interrogatori, detenzioni illegali e maltrattamenti di minorenni.
Quanto all'unica reazione ufficiale al momento, i militari americani sostengono che la forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato e in cui gli americani sono la maggioranza), hanno «ridotto nel 2012 del 49% le vittime civili rispetto all'anno precedente». In particolare, si dice ancora, «il numero di bambini che sono morti o sono rimasti feriti come risultato delle nostre operazioni aeree è sceso del 40% lo scorso anno rispetto al 2011» perché, dicono ancora gli americani a loro difesa, «nel rapporto sulle vittime civili pubblicato in agosto 2012 da Unama si sostiene che l'84% di tutti i civili uccisi o feriti nel Paese sono caduti per mano degli insorti». Sia l'Isaf sia l'Usfor-A, si dice ancora, «utilizzano specifici sistemi di valutazione e controllo tecnico, tattico e procedurale» per ridurre il rischio di vittime civili e «si preoccupano di impiegare la forza solo quando necessario, ed in un modo adeguato».
giovedì 18 febbraio 2010
CHI E' MULLAH BARADAR
Due parole in più su Mullah Abdul Ghani Baradar che ha adesso le manette ai polsi. L'uomo che viene ritenuto il braccio destro del capo talebano mullah Omar è stato arrestato una settimana fa, l'8 febbraio, a Karachi, in Pakistan. Operazione congiunta dei servizi segreti pachistani e americani.
La notizia è uscita l'altro ieri sul New York Times e si è propagata su tutti i siti di informazione con tutte le domande che una simile bomba solleva proprio mentre è in corso l'offensiva militare più improntante messa in campo dalla Nato in Afghanistan dal 2001. Mullah Baradar non è infatti un talebano qualsiasi.
Nel 2004 autorizza una delegazione di negoziatori del movimento a recarsi nella capitale per trattare con Karzai, come ha rivelato a Newsweek nell'agosto scorso Maulvi Arsala Rahmani, un ex dirigente del movimento talebano che ora vive a Kabul e che allora ne fece parte. Fu Baradar a dare la luce verde e a pagare le spese di viaggio di quello che, evidentemente, fu un viaggio fallimentare. Ma secondo il webmagazine AsiaTimes fu sempre Baradar a rappresentare mullah Omar in tutti i negoziati con il governo e gli americani che, più o meno direttamente, sono stati avviati con la mediazione saudita da due anni a questa parte. La sua fama infatti dice che sarebbe lui l'anima flessibile e pragmatica del movimento: l'uomo che, già vice ministro della Difesa all'epoca dell'emirato, dirigeva tutte le orazioni militari, ne decideva la strategia e la seguiva personalmente sul terreno, senza per questo rinunciare ad essere una delle anime più importanti del dibattito politico nel movimento. Dibattito che gli avrebbe fruttato diversi nemici: i puri e duri come, ad esempio, mullah Dadullah, il sequestratore di Daniele Mastrogiacomo poi misteriosamente ucciso dalle forze internazionali. Secondo alcuni grazie a una “spiata” degli stessi talebani.

Ma se il numero due della cupola talebana viene arrestato l'8 febbraio, perché la notizia non viene resa pubblica? Il Times sostiene di averlo saputo l'11 ma di non aver pubblicato su richiesta di funzionari della Casa bianca che avrebbero imposto il silenzio per non mettere a rischio una più vasta operazione di intelligence mirata proprio a catturare Omar. Secondo alcune fonti l'arresto di questo possibile mediatore avrebbe dunque guastato qualsiasi nuovo piano negoziale. Per altri invece, l'arresto configurerebbe proprio la possibilità di aprire una strada alternativa al conflitto.
Un profilo di Abdul Ghani Baradar, personaggio che rifugge da sempre i riflettori della cronaca, è un puzzle complesso: classe 1968, è nato nel villaggio di Weetmak nel distretto meridionale di Dehrawood (provincia di Uruzgan). Noto anche come Baradar Akhund, è uno dei fondatori del movimento talebano con Omar con il quale condivideva le stanze della madrasa di Maiwand e con cui prese parte alle prime azioni in Afghanistan e alla direzione strategica di tutte le operazioni militari successive. Pashtun come Omar (ma non dello stesso clan), Baradar segue tutta la parabola del suo capo. Fugge in Pakistan dove entrerà a far parte della Shura di Quetta, la città del Belucistan pachistano dove avrebbe sede il “Gran consiglio” talebano, ed entra di diritto nella lista nera dell'Onu. I suoi beni vengono congelati e i suoi movimenti spiati.

I suoi rapporti con l'Isi, i servizi segreti pachistani sono buoni. Compete a lui nominare – o licenziare - i comandanti regionali e persino i “governatori” talebani nelle aree sotto il controllo della Shura di Quetta. Ma è anche l'uomo delle decisioni politiche e delle grandi scelte strategiche. E' inoltre il tesoriere dei talebani, l'uomo che controlla il flusso finanziario di denaro che arriva dal fiorente mercato degli stupefacenti e che viene utilizzato dalla guerriglia per il traffico d'armi. Controlla i quattrini che affluiscono nelle casse del movimento grazie a sequestri, pedaggi sulle strade, taglieggiamenti inflitti alle stesse forze della Nato quando, seppur indirettamente, i talebani pretendono una tangente per consentire ai camion del rifornimento logistico per le truppe di viaggiare “sicuri” nel Sud del paese.
Il suo arresto è dunque un duro colpo per l'organizzazione. E segna forse l'inizio di una nuova stagione.
Nelle (rare) immagini: da sinistra in alto Baradar, Omar, Dadullah
La notizia è uscita l'altro ieri sul New York Times e si è propagata su tutti i siti di informazione con tutte le domande che una simile bomba solleva proprio mentre è in corso l'offensiva militare più improntante messa in campo dalla Nato in Afghanistan dal 2001. Mullah Baradar non è infatti un talebano qualsiasi.Nel 2004 autorizza una delegazione di negoziatori del movimento a recarsi nella capitale per trattare con Karzai, come ha rivelato a Newsweek nell'agosto scorso Maulvi Arsala Rahmani, un ex dirigente del movimento talebano che ora vive a Kabul e che allora ne fece parte. Fu Baradar a dare la luce verde e a pagare le spese di viaggio di quello che, evidentemente, fu un viaggio fallimentare. Ma secondo il webmagazine AsiaTimes fu sempre Baradar a rappresentare mullah Omar in tutti i negoziati con il governo e gli americani che, più o meno direttamente, sono stati avviati con la mediazione saudita da due anni a questa parte. La sua fama infatti dice che sarebbe lui l'anima flessibile e pragmatica del movimento: l'uomo che, già vice ministro della Difesa all'epoca dell'emirato, dirigeva tutte le orazioni militari, ne decideva la strategia e la seguiva personalmente sul terreno, senza per questo rinunciare ad essere una delle anime più importanti del dibattito politico nel movimento. Dibattito che gli avrebbe fruttato diversi nemici: i puri e duri come, ad esempio, mullah Dadullah, il sequestratore di Daniele Mastrogiacomo poi misteriosamente ucciso dalle forze internazionali. Secondo alcuni grazie a una “spiata” degli stessi talebani.

Ma se il numero due della cupola talebana viene arrestato l'8 febbraio, perché la notizia non viene resa pubblica? Il Times sostiene di averlo saputo l'11 ma di non aver pubblicato su richiesta di funzionari della Casa bianca che avrebbero imposto il silenzio per non mettere a rischio una più vasta operazione di intelligence mirata proprio a catturare Omar. Secondo alcune fonti l'arresto di questo possibile mediatore avrebbe dunque guastato qualsiasi nuovo piano negoziale. Per altri invece, l'arresto configurerebbe proprio la possibilità di aprire una strada alternativa al conflitto.
Un profilo di Abdul Ghani Baradar, personaggio che rifugge da sempre i riflettori della cronaca, è un puzzle complesso: classe 1968, è nato nel villaggio di Weetmak nel distretto meridionale di Dehrawood (provincia di Uruzgan). Noto anche come Baradar Akhund, è uno dei fondatori del movimento talebano con Omar con il quale condivideva le stanze della madrasa di Maiwand e con cui prese parte alle prime azioni in Afghanistan e alla direzione strategica di tutte le operazioni militari successive. Pashtun come Omar (ma non dello stesso clan), Baradar segue tutta la parabola del suo capo. Fugge in Pakistan dove entrerà a far parte della Shura di Quetta, la città del Belucistan pachistano dove avrebbe sede il “Gran consiglio” talebano, ed entra di diritto nella lista nera dell'Onu. I suoi beni vengono congelati e i suoi movimenti spiati.

I suoi rapporti con l'Isi, i servizi segreti pachistani sono buoni. Compete a lui nominare – o licenziare - i comandanti regionali e persino i “governatori” talebani nelle aree sotto il controllo della Shura di Quetta. Ma è anche l'uomo delle decisioni politiche e delle grandi scelte strategiche. E' inoltre il tesoriere dei talebani, l'uomo che controlla il flusso finanziario di denaro che arriva dal fiorente mercato degli stupefacenti e che viene utilizzato dalla guerriglia per il traffico d'armi. Controlla i quattrini che affluiscono nelle casse del movimento grazie a sequestri, pedaggi sulle strade, taglieggiamenti inflitti alle stesse forze della Nato quando, seppur indirettamente, i talebani pretendono una tangente per consentire ai camion del rifornimento logistico per le truppe di viaggiare “sicuri” nel Sud del paese.
Il suo arresto è dunque un duro colpo per l'organizzazione. E segna forse l'inizio di una nuova stagione.
Nelle (rare) immagini: da sinistra in alto Baradar, Omar, Dadullah
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