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giovedì 10 ottobre 2019

Settembre nero in Afghanistan

La verità su una strage di civili un anno fa e un aumento pauroso dei raid aerei nel mese di
settembre. Mentre il conteggio dei voti delle presidenziali va a rilento, le notizie dall'Afghanistan non promettono tempo di pace.

Il 5 maggio dell’anno scorso un’ondata di raid aerei colpì più di 60 siti nel distretto di Bakwa nella provincia di Farah e nel vicino distretto di Delaram (Nimruz). Ieri gli investigatori della missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) hanno reso noto il bilancio dell’operazione che aveva l’obiettivo di colpire alcuni laboratori di metanfetamina controllati dai talebani: ci furono quasi 80 vittime civili e tra loro 60 morirono. Risultati ben diversi dal proclama del ministero dell’Interno afgano che, riferendosi agli attacchi di Farah, aveva affermato che erano stati uccisi 150 talebani. Un rapporto congiunto di Unama e dell’Ufficio per i diritti umani dell’Onu (Ohchr) smentisce quella baldanza. A Farah ci furono ben 39 vittime civili: 30 morti, cinque feriti e quattro dispersi. Tra loro 14 bambini e una donna. L’Ohchr sostiene inoltre di aver ricevuto anche rapporti attendibili e credibili di almeno altre 37 vittime civili - 30 morti e sette feriti - la maggior parte delle quali donne e bambini. Conteggi molto diversi.

Mentre alcuni dei civili uccisi o feriti negli attacchi aerei lavoravano nei laboratori gli altri erano fuori dagli edifici, ricorda il rapporto che cita anche le dichiarazione della Usfor-A (le forze atatunitensi nel Paese) secondo cui non c'erano state vittime civili negli attacchi aerei. La reazione di stizza degli americani all’uscita del rapporto si è trasformata in una critica diretta a Unama e al modo "in cui ha raggiunto le sue conclusioni" poiché sulla base delle regole d’ingaggio "il personale nei laboratori era membro dei talebani e obiettivo militare legittimo". Punti di vista.

Il rapporto non deve far credere che sia una storia solo del passato come dimostrano, per citarne solo un paio, i raid stragisti recenti su un matrimonio e in un campo agricolo mentre la gente si recava alle nozze o stava dormendo dopo il raccolto. Come riportava ieri Air Force Magazine: “Gli aerei statunitensi in Afghanistan hanno registrato il secondo numero più alto di attacchi aerei in un solo mese negli ultimi 10 anni... A settembre, aerei americani con e senza equipaggio hanno condotto 948 attacchi aerei, il totale più alto da quando il conteggio ha raggiunto 1.043 nell'ottobre 2010”. I raid sarebbero stati da gennaio 1.838, quattro volte di più rispetto ai 500 dell’anno scorso. Numeri resi noti l'8 ottobre dal Comando centrale delle forze aeree (Afcent) che ha conteggiato assieme raid aerei statunitensi e della coalizione. Ed è questo un elemento che confonde le acque. Non è chiaro infatti se a Farah furono solo aerei americani (spesso in coppia con l’aviazione afgana) e quante siano state nel 2019 le sortire di aerei Nato, tra cui figurano in servizio anche elicotteri e caccia italiani.




martedì 26 febbraio 2019

India vs Pakistan, la grande paura

E’ difficile dire dove porterà l’escalation di tensione tra India e Pakistan che ieri mattina ha visto l’aviazione di Delhi colpire obiettivi – campi di addestramento guerriglieri - a Balakot, in territorio pachistano.

 Le versioni dei due Paesi sono contrastanti: l’India dice di aver distrutto basi della guerriglia Jaish-e-Mohammad, il gruppo che ha rivendicato l’attentato a Pulwana, in Kashmir, il 14 febbraio scorso. Un autobomba che ha ucciso oltre 40 uomini delle forze paramilitari indiane. Il Pakistan sostiene che non ci sono stati danni né vittime e che anzi l’aviazione indiana, inseguita dai caccia del Pakistan, ha gettato il suo carico esplosivo nella foresta.

La realtà dei fatti è che comunque – benché Islamabad abbia fatto riferimento solo a una violazione della LoC, la linea di controllo che divide il Kashmir indiano da quello pachistano o Azad Kashmir - non si tratta solo di quello. Non è solo la prima violazione della LoC dalla guerra tra i due Paesi nel 1971 (quando Delhi compì diversi raid in territorio pachistano durante la secessione del Pakistan Orientale poi divenuto Bangladesh): si tratta della prima volta che, da allora, caccia indiani colpiscono un territorio del Pakistan violandone la sovranità. Un atto che, nel linguaggio militare, chiama guerra.

Il Pakistan per ora ha risposto solo con il tono fermo che si addice a chi è stato preso alla sprovvista ma minacciando ritorsioni a tempo debito. Quali? Il Paese con l’arma nucleare, tanto quanto l’India, sa che colpire con un raid aereo l’India sarebbe un passo che potrebbe davvero innescare un conflitto. Un conflitto di cui Islamabad non ha affatto bisogno. I toni, nei giorni scorsi, sono stati quelli di una Paese che non vuole prendere le armi. Imran Khan, il neo premier, ha offerto a Delhi collaborazione nelle indagini sulla strage di Pulwana ma l’India ha rispedito la proposta al mittente. Gruppi come Jaesh-e-Mohammad, che da anni è fuori legge, sono probabilmente appoggiati e sostenuti da una parte dei militari e dell’intelligence, ma sono per Imran Khan e il suo governo un problema. Che continua a lasciare il Pakistan tra i Paesi a rischio: tra i Paesi “paria”, per usare un’espressione indiana... continua su atlanteguerre.it


mercoledì 22 agosto 2018

Bombe e confusione a Kabul nel giorno di Eid

Figlia della grande confusione politica che regna sotto il cielo afgano, la guerra infinita si è arricchita ieri - nel giorno della celebrazione di Eid al-Adha, il sacrificio di Abramo - di un nuovo capitolo. E mentre Ashraf Ghani stava mandando al popolino il suo messaggio di “Eid Mubarak” - a due giorni dalla richiesta del presidente afgano di una nuova tregua - i miliziani dello Stato islamico hanno lanciato razzi sul palazzo presidenziale e sulla “zona verde” delle ambasciate. Arrivati in città con un paio di furgoncini si sono nascosti nell’area vicina alla grande moschea di Eidgah e hanno iniziato a sparare: una trentina di razzi, che hanno colpit la zona del palazzo e quella dove si trova il quartier generale Nato, l’ambasciata americana (e la nostra). Poi hanno ingaggiato una battaglia durata tre ore che ha visto intervenire anche gli elicotteri da combattimento dell’esercito afgano a pochi giorni dall’ennesima prova di forza nella città di Ghazni: un attacco della guerriglia talebana durato cinque giorni. Quattro dei nove miliziani sono stati uccisi. Sei i feriti. In altre zone del Paese invece la festa e la preghiera non hanno registrato incidenti.

In attesa di avere un bilancio più preciso (come insegna la battaglia di Ghazni che dalle venti vittime
Ashraf Ghani: in cerca
di una tregua 
civili iniziali ha visto salire il bilancio a 200-250 di cui molti uccisi dal fuoco amico dei raid statunitensi) qualche considerazione va fatta. Quando lunedi Ghani ha lanciato l’idea di una nuova tregua che, a partire dalla vigilia di Eid, avrebbe dovuto estendersi sino al 21 novembre (capodanno del Profeta) e quindi coprire il periodo elettorale, non molti avevano scommesso sull’adesione dei talebani anche se alcune fonti la davano per possibile. L’idea del presidente è piuttosto sembrato l’atto di chi conta forse su un movimento guerrigliero disomogeneo da cui è lecito aspettarsi di tutto. Forse anche una spaccatura. Ma la decisione unilaterale, condizionata all’adesione talebana, si è rivelata alla fine una dimostrazione di debolezza: i talebani non hanno risposto, a pochi giorni dalla prova di forza di Ghazni dove hanno tenuto in scacco la città quasi una settimana. I razzi di Daesh sono stati la cigliegina sulla torta e la tregua di Eid el-Fitr di metà giugno scorso, durata tre giorni e figlia della pressione popolare pacifista che si va allargando nell’intero Paese, è rimasta una goccia nel mare quando gli americani – a sorpresa – han fatto sapere di essere pronti a colloqui diretti coi talebani.

Concordata o meno con Ghani, la mossa ha per forza spiazzato il governo di Kabul che ha sempre fatto dei negoziati interafgani un punto fermo. Gli americani han sparigliato le carte senza però prendere una posizione ufficiale chiara: con contatti più o meno segreti e aprendo un canale che non contempla la presenza del governo di Kabul né di rappresentanti pachistani. Con quale effetto? Quello di aumentare la confusione.

Lo si capisce dal messaggio per Eid al-Adha che mullah Akhundzada, il capo della shura di Quetta, ha appena scritto: “... Eid-ul-Adha si avvicina mentre il nostro jihad contro l'occupazione americana è alle soglie della vittoria grazie ad Allah… gli invasori infedeli hanno perso ogni volontà di combattere, la loro strategia è fallita… gli arroganti generali americani sono stati costretti a piegarsi...”. I talebani hanno in effetti appena ridicolizzato i militari stellestrisce, che si eran detti sicuri che la guerriglia non sarebbe più entrata nelle città. Inoltre, vorrebbero negoziare ma continuano i raid, come è successo a Ghazni, con case distrutte e famiglie decimate come denunciato dai residenti.

Se mai i talebani volessero aderire a una tregua, possono ora farlo da una posizione di forza anche se la prudenza è d’obbligo. La guerriglia non ha infatti alcun interesse a creare condizioni pacifiche per le elezioni di ottobre che si svolgeranno in questo quadro confuso e violento che già ha caratterizzato l’iscrizione alle liste elettorali. Lo stesso quadro con cui Kabul andrà a Ginevra in settembre per stabilire le priorità che la  comunità internazionale dovrà in seguto finanziare. Con documenti, dice una fonte locale, che contengono esattamente gli stessi problemi del 2001. Gli stessi di... diciotto anni fa

Articolo uscito oggi su il manifesto

domenica 3 dicembre 2017

L'escalation nella guerra infinita (e silenziosa)

Un Falcon F-16. I bombardamenti
in Afghanistan sono triplicati
La guerra infinita sta vivendo una nuova escalation purtroppo solo sotto gli occhi degli afgani. E’ stato Trump a dare il via libera a quella che sembra ormai - oggi assai più di ieri - completo appannaggio di generali e 007. Trump ha dato ascolto alle sirene più guerrafondaie del Pentagono e autorizzato la Cia ad estendere le sue operazioni segrete lasciando del tutto in secondo piano il lavoro dei suoi diplomatici, il cui unico mantra attuale è accusare il Pakistan di essere uno dei maggiori responsabili della guerra, blandendo l’India, ritenuta un contraltare chiave per osteggiare le mire di Islamabad. L’effetto appare per ora solo quello di imbaldanzire Delhi e deprimere Islamabad, i due fratelli-coltelli cui servirebbe un mediatore forte e non certo un colosso che prende le parti di uno solo dei contendenti.

Quanto alla guerra sul terreno, i dati parlano da soli: secondo fonti statunitensi citate dalla stampa afgana, al 31 ottobre di quest’anno l’aviazione americana avrebbe sganciato 3.554 bombe in Afghanistan contro le 1.337 dell’anno scorso e le “sole” 947 del 2015. L’Us Air Force ha dunque triplicato le operazioni dall’aria su obiettivi talebani o dello Stato islamico (compresa la madre di tutte le bombe, un ordigno da 11 tonnellate di esplosivo, sganciato l’aprile scorso). Al dato ufficiale va poi aggiunto il dato ufficioso: le operazioni coperte con droni dell’esercito e della Cia (che ora ha luce verde per bombardare anche in Afghanistan oltreché in Pakistan). L’effetto è per adesso quello di aver fatto salire almeno settimanalmente il numero delle vittime civili causate da bombardamenti chirurgici solo per definizione. L'ultimo (cinque morti tra cui tre bambini) è solo di qualche giorno fa. Ma c’è di più.

Il generale John Nicholson, diventato il vero (e praticamente l'unico) portavoce della guerra, non perde occasione per spiegare la nuova strategia americana che normalmente dovrebbe essere resa nota dal presidente o dal suo segretario di Stato. Nicholson, cui si deve sia la scelta di aumentare le truppe sul terreno, sia la nuova escalation di bombardamenti, ha spiegato anche che adesso nel mirino ci sono i laboratori che raffinano oppio e lo trasformano in eroina. Poiché i dati dicono che la produzione aumenta, Nicholson sembra aver deciso in completa autonomia che bisogna smetterla con la diversificazione della produzione – offrendo ai contadini incentivi per terminare di coltivare il redditizio papavero – ma che conviene bombardare. Una strategia che già si è dimostrata fallimentare sia in Afghanistan sia altrove (Colombia). L'ingegnoso generale ha anche informato l’opinione pubblica che non si perderà più tempo a incendiare i campi coltivati a papavero ma che le bombe punteranno direttamente sui laboratori.

mercoledì 25 ottobre 2017

Luce verde ai raid segreti della Cia in Afghanistan

Mike Pompeo: muscolare come Trump
Il viaggio lampo del segretario di Stato americano Rex Tillerson, che dopo Irak e Afghanistan è arrivato ieri in Pakistan per visitare poi Nuova Delhi, è la prima vera offensiva diplomatica in casa dell’amico-nemico. L’amico nemico è il Pakistan verso cui Tillerson - assai più morbido a Islamabad - ha avuto parole durissime durante i suoi colloqui afgani. Accusati di essere la sentina della guerra, i pachistani - colpevoli di dare rifugio ai talebani afgani - non la prendono molto bene questa offensiva diplomatica preceduta dalle parole di fuoco di Trump e della sua ambasciatrice all’Onu che sul Paese dei puri han sparato duro. I pachistani – messi in imbarazzo anche da un’intervista di Caitlan Coleman (un’americana liberata col marito canadese Joshua Boyle che ha appena detto al Toronto Star, smentendo Islamabad, che il rapimento afgano si è trasformato in una cattività in Pakistan per più di un anno) sono allarmati soprattutto da due cose: una diplomatica e l’altra militare. Quella diplomatica riguarda l’India, il fratello-coltello oltre confine, la cui espansione in Afghanistan preoccupa molto Islamabad. E da che gli americani hanno addirittura chiesto a Delhi di “tenere d’occhio” il Pakistan, il furore è difficile da nascondere. La seconda è che il viaggio di Tillerson inaugura anche un nuovo stadio della guerra afgana e della sua scia pachistana.

giovedì 21 settembre 2017

Come ti insegno a uccidere meglio

Dopo l'assurdo errore del volantino sganciato dal cielo in cui un cane "cattivo", animale impuro per l'islam, portava una frase del Corano sul corpo mentre era inseguito da un leone "buono" (l'idea era che il cane fossero i talebani), a dimostrazione di una confusa strategia anche mediatica, l'unica certezza all'orizzonte del nuovo surge trumpiano è  che dal cielo non cadranno solo volantini ma sempre più bombe


Volantini dal cielo bombe dall’aria

Dai cieli afgani non piovono solo volantini. La nuova strategia americana, fumosa e incerta, una sicurezza l’ha data: più bombe, più omicidi mirati, miglior utilizzo dell’arma aerea e un maggior impegno – con l’aiuto dei partner Nato – per costruire una forza aerea nazionale con più aerei e piloti meglio addestrati. Non è una novità perché è la stessa politica di Obama (meno soldati più bombe) ma con almeno tre differenze: la prima è che l’impegno di “stivali sul terreno” aumenterà: per ora siamo a oltre 15mila soldati ma potrebbero crescere; la seconda è che l’Afghanistan può essere un buon teatro dove testare nuove armi (come quella da 11 tonnellate sganciata nell’aprile scorso nella provincia orientale di Nangarhar, nella foto a sinistra); la terza è che sono tornati i B-52, le “fortezze volanti” rese note dalla guerra nel Vietnam. Già utilizzati in passato, non erano stati più usati a partire dal 2005 ma sono riapparsi nel 2012 quando giunsero a sganciare sino a 600 bombe nel mese di agosto di quell’anno. Poi c’è stato un nuovo arresto e ora sono ricomparsi con una media di 150 bombe al mese: ad agosto 2017 hanno superato quota 500. I B-52, gli stessi da cui sarebbero stati sganciati i volantini, portano normalmente bombe da 220 chili (Gbu-38/B) fino a una tonnellata (Gbu-31/B). Ogni aereo ne può portare sino a una trentina per un totale di 31 tonnellate, salvo che non si tratti della Gbu-43 Moab da 11 tonnellate di Tnt – quella utilizzata nel Nangarhar - che per la dimensione deve essere lanciata da un C-130.

Il totale delle bombe sganciate nel 2017 è 2.487, più della metà di quelle lanciate in tutto il 2012 ma solo 271 in meno che in tutto il 2013 e quasi il doppio di quelle del 2016. I B-52 sono coadiuvati nei bombardamenti da caccia F-16 e droni MQ-9. In totale 761 missioni con bombe (su 2.861 uscite) nel 2017. Sul fronte interno – spiega l’Air Power Summary americano del 31 agosto - “ L’Afghan Air Force ha espanso la sua capacità aerea con la prima operazione di sganciamento notturno il 22 agosto con propri C-208”. Train Advise Assist, come vuole l’imperativo della missione Nato “Supporto risoluto”.

Insegnare a bombardare meglio in un paese dove nei primi mesi del 2017, guarda caso, l’Onu ha segnalato un aumento del 43% negli incidenti dovuti ai raid aerei.

martedì 14 febbraio 2017

La guerra infinita. Espulsi dal Pakistan e sotto le bombe degli alleati


Espulsi dal Pakistan in 6oomila in un Paese - il loro, che in molti non vedono da quarant’anni o non hanno mai visto - dove l’ennesimo raid aereo della coalizione alleata al governo di Kabul ha ucciso almeno 18 persone. Civili. In maggioranza donne e bambini.
Tra le due notizie, che hanno un tragico nesso, è difficile stabilire qual è la più grave: da una parte il Pakistan continua il suo programma di rimpatrio forzato di un milione di afgani, dall’altro, in Afghanistan, si continua a morire mentre il comandante della Nato e delle truppe Usa nel Paese, il generale statunitense John Nicholson, invoca più truppe - Nato e americane – e accusa Russia e Iran di appoggiare i talebani. Il risultato è quello di un innalzamento dei toni in questa guerra silente che nel 2016 ha mietuto più vittime da quando la missione Onu a Kabul (Unama) ha iniziato nel 2009 a tenerne il bilancio.

Ed è proprio un rapporto preliminare di Unama ad esprimere «grave preoccupazione» per i raid aerei che, tra il 9 e il 10 febbraio, avrebbero ucciso almeno 18 persone nel distretto di Sangin (Helmand); Resolute Support, la missione Nato in Afghanistan, avrebbe aperto un’inchiesta. Altre sette civili sarebbero invece stati uccisi dai talebani l’11 febbraio durante un attacco a militari afgani a Lashkargah, capitale della provincia. Sangin è una delle aree più guerreggiate e nel solo 2016 l’Helmand ha visto morire 891 civili, una delle percentuali più elevate della guerra. In un Paese dove l’anno scorso le vittime civili sono state oltre 11mila: 3512 morti (tra cui 923 bambini) e 7.920 feriti (di cui 2.589 bambini) con un aumento del 24% rispetto al periodo precedente.

venerdì 5 agosto 2016

Libia, Siria, Afghanistan: la saggezza dell'esperienza

Mentre i caccia americani volano sui cieli libici e quelli russi sui cieli siriani, qualcuno che di bombardamenti se ne intende commenta i raid che sull'Afghanistan non sono mai smessi. «Sbagliati – dice in un'intervista al britannico Guardian l'ex presidente Karzai – molto sbagliati. Chi chiede agli stranieri di bombardare l'Afghanistan non rappresenta il popolo e i suoi interessi». Furberia post presidenziale? No, il discorso è più articolato perché – dice - la presenza straniera è la negazione dell'autodeterminazione e «provoca frustrazione e rabbia che alimentano il conflitto... Se non possiamo combattere da soli, non possiamo chiedere agli stranieri di farlo per noi», dice l'ex presidente che, come ora Faraj, avallò la presenza straniera. Da sempre contrario ai raid, rincara la dose: «Ho detto al governo di non chiedere agli Usa nuovi raid. Usano prodotti chimici ogni giorno: uccidono i nostri campi e diffondono malattie senza por fine alla guerra». La Nato è stata qui per 14 anni, dice ancora, ma le forze straniere stanno combattendo per gli stessi distretti come quando c'erano 150mila soldati... «Stiamo meglio? C'è più sicurezza? No. Vuol dire che qualcosa non va». Per Karzai le forze straniere devono ritirarsi e semmai concentrarsi sui sostenitori stranieri dei talebani.

domenica 1 maggio 2016

Il raid su Msf a Kunduz? Errore tecnico dice il Pentagono

Fu un “errore di procedura”, un errore “tecnico e umano” il bombardamento che nella notte fra il 2 e il 3 ottobre del 2015 prese ripetutamente di mira l’ospedale di Medici senza frontiere a Kunduz in Afghanistan. Un raid aereo in cui furono uccise 42 persone e altre decine furono ferite. E’ questa la conclusione presentata venerdi dal generale americano Joseph Votel in una conferenza stampa in cui sono stati resi noti i risultati di un rapporto di 3mila pagine con cui il Pentagono ritiene di aver scritto la parola fine sulla vicenda. La reazione di Msf, che si riserva nuovi commenti alla fine di un esame approfondito del dossier, non si è fatta attendere: l’organizzazione umanitaria ritiene infatti che molte domande siano rimaste senza risposta e continua a chiedere un’indagine indipendente che stabilisca nettamente le responsabilità e soprattutto il peso di una delle pagine più buie della storia recente del conflitto afgano.

Pazienti e membri dello staff di Msf (14) furono dunque vittime di un errore perché l’equipaggio del bombardiere “non sapeva” che stava colpendo un nosocomio ma era invece convinto di stare sbaragliando un covo di talebani situato a 400 metri dall’ospedale. L’azione all’origine della strage non fu pertanto “intenzionale” anche se non è chiaro come mai l’equipaggio non abbia avuto accesso alla lista degli edifici in città che non andavano colpiti (il rapporto fa riferimento a problemi di comunicazione) tra cui era stato da tempo segnalato il centro medico di Msf a Kunduz. E’ molto chiaro invece come i militari abbiano deciso di non procedere penalmente ma solo amministrativamente dal momento che, ha spiegato Votel, l’accusa di crimine di guerra si può applicare solo in presenza di atti deliberati.

domenica 25 ottobre 2015

Kunduz, abbiamo un problema (aggiornato)

Il Lockheed AC-130 macchina da guerra aerea
Mentre il bilancio del raid del 3 ottobre che ha interamente devastato l'ospedale di Msf a Kunduz in Afghanistan è salito a 30 vittime, il Pentagono ha fatto sapere che il rapporto interno della Difesa americana (un'altra inchiesta viene condotta dalla Nato e un'altra ancora dal governo di Kabul) non è ancora pronto. Nel giustificare il ritardo, il segretario alla Difesa Ashton Carter ha detto che il Pentagono vuole un lavoro «fatto bene», in linea con l'assunzione di responsabilità e trasparenza nei confronti delle vittime. Il rapporto, o quantomeno le prime risultanze dell'indagine, erano attese entro questa settimana, a quasi un mese ormai da quello che Washington e la Nato hanno definito un «tragico incidente» e Msf una patente «violazione del diritto internazionale umanitario». In altre parole un crimine di guerra.

martedì 20 ottobre 2015

Incidente criminale

Il bombardamento americano dell'ospedale di Msf a Kunduz in Afghanistan non è stato un incidente. Il raid del 3 ottobre, «esteso e preciso», suggerisce un'ipotesi ben più inquietante su cui è necessaria un'indagine indipendente: il crimine di guerra. E' la versione  che i Medici senza frontiere han sostenuto sin dal primo giorno di quell'attacco - il cui bilancio alla fine è stato di 22 morti e oltre 30 dispersi - ma che adesso viene rilanciata con più forza dall'Afghanistan dal direttore di Msf Belgio e già direttore generale di Msf Christopher Stokes. Stokes è andato di persona a vedere gli effetti del bombardamento e, dal luogo del delitto, le sue parole acquistano più forza. Lo segue, nella macabra ricognizione tra muri crollati e anneriti (visibile anche su youtube), una troupe di ToloTv, una delle più seguite emittenti del Paese. Ed è la stessa Tv a raccogliere le accuse di Stokes e a rilanciarle nelle case degli afgani che finora hanno ascoltato soprattutto la voce del governo, le scuse della Nato e di Obama, la versione che si sarebbe trattato di un incidente per cercare di snidare guerriglieri rifugiatisi nell'ospedale. Versione che Stokes sconfessa.

«La distruzione estesa e assolutamente precisa di questo ospedale - ho passato tutta la mattina ad attraversarlo con i miei colleghi osservando l'entità dei danni - non suggerisce, non sembra, non indica un errore. L'ospedale – dice Stokes davanti alle telecamere afgane - è stato ripetutamente colpito, sia nella parte anteriore sia in quella posteriore e ampiamente distrutto e danneggiato anche se avevamo fornito tutte le coordinate e le informazioni corrette a tutte le parti armate in conflitto. Per questo vogliamo una spiegazione chiara: perché tutto quel che è successo indica una grave violazione del diritto umanitario internazionale e, di conseguenza, un crimine di guerra».




martedì 12 agosto 2014

Afghanistan, il buco nero sulle vittime civili

Nel nuovo dossier che Amnesty International dedica all'Afghanistan si torna a discutere sulle vittime civili. Avevamo imparato dal'ultimo rapporto di Unama che era la guerriglia talebana la responsabile del maggior numero di vittime ma Left in the Dark- un titolo che da solo spiega molte cose - punta il dito sulle responsabilità occidentali e dunque sulla qualità (i numeri sono comunque alti) di un intervento fatto all'insegna del rispetto dei diritti degli afgani. Il dossier, che si concentra in particolare su attacchi aerei e sui raid notturni compiuti dalle forze statunitensi, denuncia che persino ciò che appare come un crimine di guerra è rimasto impunito. La ricerca, attraverso interviste a vittime e parenti, dice che nessuno dei casi esaminati, riguardanti oltre 140 civili afgani uccisi, è stato sottoposto a indagine da parte della giustizia militare americana.

giovedì 20 febbraio 2014

Bombe sul Waziristan. Defunge il processo negoziale coi talebani

La copertina dell'ultimo
numero di Hilal, pubblicazione
dell'esercito del Pakistan
I caccia son partiti poco dopo la mezzanotte: destinazione l'agenzia del Nord Waziristan, nelle aree tribali (Fata) e in dettaglio le località di Dattakhel, Shawan, Mir Ali. L'avevano detto, l'hanno fatto. E i rumor di un attacco militare, se il negoziato tra il governo e il  Teheerek-e-Taleban Pakistan (Ttp) fosse fallito, sono diventati il rombo dei jet che, dicono i bollettini militari, avrebbero colpito i santuari della guerriglia, uccidendone alcuni capi e distruggendo in parte le basi di comandi "stranieri": uzbechi, turcmeni e tagichi. Il bilancio ufficiale per ora dice che i militanti morti sono 35 ma le vittime del raid potrebbero essere molte di più. Nell'operativo sono entrati in azione anche elicotteri da combattimento. E' stato il premier Nawaz Sharif ha dare luce verde all'azione. Ma i militari scalpitavano.

domenica 19 gennaio 2014

STRAGE AL RISTORANTE

Alzano il tiro i talebani che agiscono nella capitale. E mettono a segno un attentato che, per la prima volta, sceglie come obiettivo un ristorante di alto bordo comunemente frequentato da internazionali. Il colpo riesce in piena regola venerdi sera perché il bilancio è elevatissimo: 21 persone di cui 13 sono internazionali e, tra questi, due funzionari di rango: il rappresentante a Kabul del Fondo monetario, il libanese Wabel Abdallah, e Vadim Nazarov, incaricato degli affari politici di Unama, la missione Onu a Kabul. Tra le altre vittime internazionali – tutte civili - altri funzionari delle Nazioni Unite, due studenti americani, altre nazionalità che lavorano nella capitale. I morti afgani invece, a parte Kamal Hamade, padrone della Taverna du Liban, il ristorante preso d'assalto, sono sguatteri o personale della sicurezza. Effetti collaterali dell'azione terroristica.

La taverna libanese, aperta da qualche anno e considerata uno dei ristoranti più cari e charmant della capitale, è una delle poche mete dove è consentito ai funzionari internazionali andare a cena per uscire ogni tanto dalle maglie di una vita segregata condotta tra macchine blindate e ostelli con muraglioni in cemento. La taverna muraglioni non ne ha. Solo una porta di metallo attraverso cui si passa il tradizionale check e si depositano, per chi le ha, le armi in custodia. Poi si accede a un paio di ampi saloni, uno dei quali affaccia sulla strada, una piccola traversa del quartiere di Wazir Akbar Khan, zona esclusiva e tranquilla di palazzine, sedi di ambasciate, residenze di diplomatici, uffici tra cui quello di un'importante network televisivo, case di ministri o funzionari. Per passare la porta, l'unica vera separazione tra la strada e il rinomato locale di delicatezze libanesi, un kamikaze si fa esplodere. Immediatamente due “martiri”, destinati di lì a poco a essere falciati, entrano nel locale e sparano all'impazzata. Colpiscono nel mucchio. Poi vengono abbattuti. Intanto cuochi e camerieri, rifugiatisi al secondo piano, hanno chiamato la polizia e si sono messi in salvo gettandosi dalla finestra. Il quartiere è ipersorvegliato e forse i due kamikaze, se non sono stati abbattuti da qualche guardia riuscita a sfuggire ai loro colpi, son stati falciati da uno dei tanti contractor che presidiano metro per metro il quartiere.

venerdì 17 gennaio 2014

IL RAID "ECCEZIONALE" E LA NEBULOSA COLLATERALE


Il distretto di Siahgird si trova a un centinaio di chilometri da Kabul e a una settantina dalla base americana di Bagram. Il fiume, le montagne, villaggi e villaggetti che affacciano sulla strada principale fiancheggiata dal corso d'acqua o su pendi scoscesi e spesso malamente asfaltati come in mille altri villaggi afgani. Siahgird (o Siah Gerd) non è però un luogo così sperduto in qualche gola o deserto ed è così vicino alla capitale, che, con un po' di immaginazione, potresti udire il rombo degli aerei che lo sorvolano. E che tra martedi e mercoledi hanno fatto terra bruciata in una vasta area del distretto. Il bilancio provvisorio conta già una ventina di cadaveri. Guerriglieri? Si alcuni; oltre una decina secondo quanto risulta al governo afgano, cinque secondo i talebani. Sul terreno sono rimasti anche un soldato di Isaf, un militare afgano e, naturalmente, dei civili. Si era detto di sei persone inizialmente ma poi il bilancio è salito a una donna e sette ragazzi. L'età non è nota. I nomi nemmeno. Nebulosa da effetti collaterali.

lunedì 8 aprile 2013

SE A PAGARE SONO BAMBINI

Almeno dieci bambini e una donna sono morti ieri, domenica, nel distretto di Shigal (Kunar,) vittime di un bombardamento aereo di supporto a un'operazione congiunta Nato-afgana dove sono stati uccisi una decina di talebani ma, al solito, anche un certo numero di civili (ferite altre quattro donne). Karzai ha condannato l'episodio ma, se la memoria non ci tradisce, aveva detto ben altro dopo la strage del 13 febbraio scorso sempre nella stessa zona e dove un raid aereo aveva ammazzato dieci civili tra cui cinque bambini. Aveva detto che, per decreto, gli afgani non avrebbero mai più fatto ricorso al sostegno aereo della Nato. Certo, magari questa volta il sostegno aereo lo ha richiesto la Nato direttamente, ma ciò significa davvero scherzare col fuoco. Ed essere, caro presidente, poco credibili quando si alza la voce ma poi alle parole non seguono i fatti.

sabato 16 febbraio 2013

MAI PIU' BOMBE "CONGIUNTE"

Ieri, mentre era in visita all'Accademia militare nazionale a Kabul, il presidente afgano Hamid Karzai ha annunciato che «nessuna istituzione militare afgana e per nessun motivo potrà più chiamare in aiuto forze dell'aria straniere a sostegno di operazioni nel Paese». Un vero e proprio veto cui il presidente vuole dare ancora più forza, questa volta, con un decreto che intende emanare nei prossimi giorni. La dichiarazione senza precedenti, arriva a pochi giorni dalla strage di civili a Kunar del 12 febbraio scorso.

Leggi tutto su Lettera22

mercoledì 13 febbraio 2013

ENNESIMA STRAGE DI CIVILI IN AFGHANISTAN

Una decina di civili, in gran parte donne e bambini, sono stati uccisi ieri notte in un raid nel distretto di Shigal, nella piccola provincia di Kunar. Colpite due famiglie del villaggio di Chawgam. La Nato conferma ma non le vittime civili: il portavoce dell'Alleanza, il maggiore Adam Wojack, spiega ad Al Jazeera: «Sappiamo dell'incidente e prendiamo tutte le informazioni sulle vittime civili con scrupolo ma in questo momento stiamo ancora raccogliendo informazioni».

Secondo l'agenzia afgana Tolonews si sarebbe trattato di un attacco aereo congiunto ma, spiega il governatore di Kunar Fazlullah Wahidi, «le forze straniere hanno fatto tutto da sole, senza informarci». Sarebbe stata una caccia al talebano e avrebbe ucciso, secondo l'Isaf/Nato, quattro guerriglieri tra cui un comandante importante di nome Shahpoor. I conti sono confusi: secondo le autorità locali, ci sono cinque bambini uccisi e quattro donne, oltre ad altri due uomini. Appartengono a due famiglie del villaggio che conta adesso anche alcuni feriti: almeno quattro tra cui tre ragazze.

lunedì 9 aprile 2012

I PUNTI OSCURI DELL'ULTIMO ACCORDO TRA WASHINGTON E KABUL

Domenica scorsa Abdul Rahim Wardak, il ministro della Difesa afgano, e il generale John Allen, che comanda i soldati americani in Afghanistan, hanno firmato un accordo (memorandum of understanding) che passa la sovranità sui raid notturni all'esercito afgano. L'accordo, entrato in vigore da subito (vedi l'articolo di ToloNews), è l'ultimo tassello della maratona che, entro il 20 maggio, dovrà mostrare al vertice Nato di Chicago che Washington e Kabul hanno ormai un accordo definitivo che fissa le regole tra i due protagonisti del gioco afgano. Resta in sospeso solo la questione delle basi Usa in Afghanistan perché, dopo il passaggio di autorità sui raid notturni e, già in marzo, l'accordo sul trasferimento dei detenuti sotto l'autorità giudiziaria afgana, quasi tutto il resto sembra risolto. Quasi.

Il memorandum dà agli afgani il ruolo guida nei raid notturni, argomento sensibile da sempre, che devono essere fatti su mandato del procuratore 72 ore prima, salvo casi eccezionali in cui il mandato viene firmato ex post. Gli americani daranno solo sostegno militare, logistico o di altro tipo solo su richiesta afgani che possono anche consentire loro di entrare nelle case di privati cittadini, previa però autorizzazione locale. Ma il New York Times spiega che l'accordo non include le operazioni speciali che potrebbero essere messe in campo dalla Cia o da afgani che lavorano sotto sua indicazione. Insomma resta un punto oscuro. Ovviamente “speciale”. Anzi due.

A quanto si capisce
non si fa menzione dei raid aerei (notturni o diurni) che sono l'altro argomento sensibile. E' un punto controverso che continua a mietere vittime innocenti in aumento, l'anno scorso, rispetto al 2010.
Come che sia si sta tentando il possibile per arrivare a una pressoché totale autonomia della forze di sicurezza afgane, per ora circa 300mila uomini che entro l'anno aumenteranno di altre 50mila unità. Il vertice Nato di Chicago dovrà fare il punto sul ritiro occidentale entro il 2014 e sulle forme prolungate di sostegno militare, sia finanziario sia sotto l'aspetto della formazione, ai soldati di Kabul. E, come si vede, sotto il profilo delle “operazioni speciali” off the record che, immaginiamo, non saranno sulla carta ufficiale che uscirà dal summit.

giovedì 1 marzo 2012

NON CHIUDETE QUELLE SEDI (APRITENE SEMMAI DI NUOVE)

Tanto per cambiare la Rai il risparmio aziendale lo vuol fare sulla qualità e sui servizi dall'estero.

E' un po' più che un dispiacere o una semplice miopia. E' qualcosa che pagheremmo a caro prezzo. Grazie a un'iniziativa della tavola della pace però...

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