Visualizzazioni ultimo mese

Cerca nel blog

Translate

Visualizzazione post con etichetta mullah Omar. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mullah Omar. Mostra tutti i post

sabato 1 agosto 2015

Tutte le spine dei talebani (aggiornato)

Mullah Akhtar Mansur, nuovo amir dei talebani
Anche le sue immagini sono una raraità
Nonostante il neo leader talebano Akhtar Mansur abbia inciso un nastro di oltre mezz'ora per chiamare all'unità i combattenti in quello che è il primo messaggio ufficiale del nuovo Amir, le perplessità sull'unità del movimento permangono.

Nella concitata  riunione di Quetta dove il Gran Consiglio talebano si era frettolosamente riunito tra mercoledi e giovedi e che ha deciso la nomina di mullah Akhtar Mansur, le spine sono uscite tutte. Secondo una ricostruzione dell'agenzia Pajhwok, una delle più attendibili, c'erano molti personaggi di rango ma tanti avrebbero disertato: tra i presenti Abdul Razzaq, già governatore di Nimruz, mullah Mohammad Rasul, già governatore di Kandahar, mullah Mohammad Hassan e mullah Abdul Salam, segretario di mullah Omar (che però secondo altra lettura non vi avrebbero invece partecipato). Eppoi la famiglia, rappresentata dal figlio Yacub e dal fratello di Omar, mullah Abdul Manan. Contrari questi ultimi alla nomina di Mansur, avrebbero lasciato l'incontro quando è stato fatto il nome dell'uomo che già da tempo guiderebbe l'ala politica del movimento e cui vengono attribuiti gli ultimi documenti “firmati” da Omar, tra cui quello che dà luce verde al negoziato. Anche Sheikh Habibullah con Qayum Zakir  (che le cronache davano schierato per Yacub contro Mansur), avrebbero gettato la spugna in disaccordo sulla scelta. Qayum Zakir però ha poi  smentito.

giovedì 30 luglio 2015

Mullah Omar è morto. Viva mullah Mansur

Le cronache (tutte pachistane) dicono che il Gran consiglio dei talebani, chiusosi a chiave per in concilio d'emergenza dopo che la notizia della morte di mullah Omar è diventata virale, ha deciso che il nuovo leader (non emiro ma solo numero uno)* debba essere mullah Akhtar Mansur, che Omar avrebbe a suo tempo indicato (con mullah Baradar ora fuori gioco e mullah Obaidullah Akhund ucciso nel 2010) come successore.  Sotto sorveglianza stretta dell'Isi il primo, morto il secondo, Mansur avrebbe avuto gioco facile. L'ex ministro dell'aviazione civile dell'emirato è una garanzia: è nella manica dei pachistani ed è favorevole al processo negoziale. E' stato forse lui a scrivere il famoso via libera al negoziato firmato da mullah Omar. Mansur avrà due secondi: uno potrebbe essere Yakub figlio di Omar (che molti avrebbero voluto al posto di Mansur) mentre l'altro sarebbe per certo Sirajuddin Haqqani, il figlio senior della rete creata dal vecchio padre mujahedin Jalaluddin e di cui sono noti i buoni anzi ottimi rapporti coi sauditi. Al suo fianco come secondo vice, sostiene l'agenzia Pajhwok, ci sarebbe mullah Haibatullah Akhunzada, già titolare della Difesa durante l'emirato. La scelta fatta sarebbe indigesta alla famiglia di Omar, scrive sempre Pajhwok.
Il processo di pace andrà avanti? Doveva tenersi proprio oggi il secondo round negoziale ma poi i  talebani  ne hanno preso le distanze stamane con una nota ufficiale. E', dicono Islamabad e Kabul, solo rinviato. Poi si vedrà.

ps I talebani hanno ammesso la morte di mullah Omar: ma risalirebbe solo a qualche giorno fa e non sarebbe avvenuta in Pakistan

* Amir e non Amir-ul-Momineen

mercoledì 29 luglio 2015

Dov'è finito Mullah Omar? Un macigno sul processo di pace

Vera o falsa che sia la notizia diffusa in queste ore (leggila sul sito della  Bbc), la morte presunta di mullah Omar (già nuovamente data per certa alcuni giorni fa) getta un macigno sul processo negoziale appena iniziato e che avrebbe dovuto avere un nuovo sviluppo, dopo un primo incontro  a Murree in Pakistan, proprio nei prossimi giorni.

Che Islamabad abbia un ruolo più che rilevante nell'avvio del processo negoziale è fuor di dubbio, come fuor di dubbio è che la notizia della morte di un leader che aveva appena dato luce verde ai colloqui rompe tutti gli esili fili sinora tessuti. Che il Paese dei puri avesse in animo di cambiare strategia e di favorire una pace afgana seppur sotto egida pachistana lo si è capito due anni fa: quando i pachistani, resisi conto che il “contagio talebano” aveva ormai creato problemi anche in casa (con la nascita del Tehrek-e-Taleban Pakistan, i talebani pachistani ben più agguerriti, qaedisti e sanguinari dei cugini afgani), hanno cominciato a bombardare il Nord Waziristan, sede non solo dei gruppi radicali locali ma anche santuario dei talebani afgani e dei colleghi jihadisti uzbechi, ceceni o cinesi.

mercoledì 15 luglio 2015

Mullah Omar: negoziare col nemico si può

Cieco e malato, secondo alcuni già morto,
secondo altri prigioniero dei servizi pachistani.
Mullah Omar, primula rossa dei talebani
afgani continua a però essere la voce
autorevole della guerriglia in turbante
Alla vigilia di Id-al-fitr, la festa dell'interruzione (del digiuno) che si celebra alla fine del mese lunare che conclude la purificazione ottenuta col Ramadan, mullah Omar approfitta del suo rituale messaggio di celebrazione della festività islamica per commentare i colloqui di pace col governo afgano che l'alta autorità talebane ritiene "legittimi". E' dunque il si ufficiale dopo anni di tentativi, mesi di colloqui e, alla fine, qualche giorno fa, un vero e proprio incontro ufficiale in Pakistan. Il passaggio dice:

"In concomitanza con il Jihad armato, sforzi politici e percorsi pacifici per il raggiungimento di questi obiettivi (la liberazione dallo straniero e l'istituzione dell'emirato ndt) sono principi islamici sacri e legittimi e parte integrante della politica del Profeta. Così come il nostro santo capo, l'amato Profeta (pace e benedizioni a lui), è stato attivamente impegnato nella lotta contro gli infedeli sui campi di 'Badr'  (Arabia, nel marzo del 642 ndt) e 'Khyber' (qui il riferimento sembra riportare all'espansione della conquista islamica a Oriente ndt), ha contemporaneamente partecipato ad accordi vantaggiosi per i musulmani, ha tenuto riunioni con gli inviati degli infedeli, ha inviato loro messaggi e delegazioni e, in varie occasioni, ha anche intrapreso la politica del faccia a faccia in colloqui con la controparte infedele. Se guardiamo nei nostri regolamenti religiosi, possiamo trovare che le riunioni e anche l'interazione pacifica con i nemici non sono vietati, ma ciò che è illegale è (semmai)  deviare dai nobili ideali dell'Islam e violare i decreti religiosi" (il neretto è nostro). 

giovedì 18 dicembre 2014

Peshawar, il giorno dopo

La bandiera del Ttp, i talebani pachistani
La mattina dopo il massacro della scuola militare a Peshawar che si è chiuso con un bilancio di oltre 130 studenti e una decina di insegnanti uccisi, non è solo una giornata di dolore, cortei funebri e bandiere a mezz'asta nel primo dei tre giorni di lutto nazionale. Molto si muove: tra le intelligence, i capi militari, gli esponenti politici pachistani e internazionali. E l'onda lunga di Peshawar muove anche gli americani a prestar maggior attenzione a quel che avviene nel quadrante dove si incastrano le vicende afgano-pachistane: Obama ha convocato ieri una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza nazionale per valutare «potenziali minacce». Preoccupazioni diffuse dopo una delle stragi più clamorose della storia del Pakistan. Per gli americani del resto, Islamabad è un alleato scomodo ma fondamentale, una pedina sulla quale ogni anno il Pentagono gioca un chip milionario. Per l'anno fiscale 2014 sono stati chiesti al Congresso 766 milioni, la metà dei quali sono per assistenza militare il che fa del Pakistan il quarto beneficiario dell'aiuto Usa dopo Afghanistan, Israele e Irak.

Ma se a Washington qualcosa si muove, molto di muove anche a Islamabad – dove il premier Nawaz Sharif ha decretato la fine della moratoria sulle esecuzioni capitali in caso di terrorismo – e tra Islamabad e Kabul dove ieri è volato Raheel Sharif, il capo dell'esercito pachistano, che ha incontrato il neo presidente Ashraf Ghani e il comandante Nato John Campbell. Questa volta, anziché assistere all'ennesima reprimenda di Kabul per l'ospitalità concessa ai talebani afgani, le parti si sono invertite. Raheel ha chiesto aiuto a Kabul proprio per i santuari afgani che ospitano i talebani pachistani tra cui il capo del Tehreek-e-Taleban Pakistan (Ttp), mullah Fazlullah (noto come Radio mullah). Secondo Raheel gli ordini per la strage di martedì sarebbero partiti proprio dall'Afghanistan: dal cellulare di Umar Naray (alias Umar Khalifa Adinzai, comandate della piccola fazione Tariq Geedar con base nella zona di Darra Adam Khel e già responsabile di un attacco contro un aereo della Pakistan Airlines a Peshawar in giugno). Anche lui è rifugiato sulle montagne afgane. La sua fazione ha anche mostrato immagini del commando stragista: sei uomini tra cui il comandante Omar Mansoor, tutti uccisi nell'operativo nell'esercito per liberare la scuola.

giovedì 27 novembre 2014

Le diverse tattiche e strategie della guerriglia afgana (aggiornato)

Questa mattina un terrorista suicida ha preso di mira a Kabul l'ambasciata britannica colpendo un convoglio nella zone Est della città sulla Jalalabad Road  (l'ambasciata si trova  invece nel lungo vialone che collega Shar-e-Naw a Wazir Akhbar Khan). Le vittime sono già almeno sei e tantissimi i feriti. Praticamente tutti civili anche se non è ancora chiaro chi c'era nell'auto presa di mira dal kamikaze davanti alla legazione del Regno unito e che apparteneva appunto all'ambasciata (a quanto pare un funzionario della stazione diplomatica). Per ora non c'è rivendicazione  ma probabilmente arriverà (la rivendicazione è arrivata in effetti qualche ora dopo): per quanto odioso, l'attentato rientra nella tattica dei talebani dal momento che l'auto di un'ambasciata cui fanno capo gli invasori è un obiettivo militare. Infine, come nel pomeriggio si è capito, faceva parte di un piano preordinato che nella tarda giornata ha colpito il centralissimo quartiere di Wazier Akbar Khan, non molto lontano proprio dal luogo in cui si trova l'ambasciata del Regno unito (è stata colpita la International Relief & Development, una Ong americana che per l'80% utilizza fondi Usaid. Anche questo elemento è in parte una novità ma va considerato che l'Ird è uno dei principali colossi umanitari americani che gestisce un budget - in una quarantina di Paesi tra i quali l'Afghanistan fa la parte del leone - di circa 500 milioni di dollari l'anno. Solo nel settore delle costruzioni stradali ha gestito un progetto triennale nel Sud del Paese dell'Hindukush del valore di 400 milioni di dollari).

martedì 28 ottobre 2014

La strategia di mullah Omar

Oggi, anche se un po' in ritardo, prenderemo in esame il messaggio di mullah Omar del 2 ottobre scorso per la celebrazione di Eid-ul-Odha ( o  Eid al-Adha, Sacrifico di Abramo). Ci sono alcuni passi significativi che vale la pena di analizzare. Dopo aver sciorinato la disfatto di Nato, americani e loro marionette (già abbiamo segnalato la posizione dei Talebani dopo la conclusione delle elezioni), il capo taleb fa alcune raccomandazioni: Focus on keeping unity among the Jihadic flanks; have good conduct with the common people; show them compassion and keep with them close relations.

La prima  raccomandazione riguarda l'unità del movimento (un problema reale), la seconda e terza il codice di condotta e la relazione con il popolo (anzi le "masse" come scritto nel documento) tanto che Omar ne fa discendere che the support of the general Muslims (people) is pivotal in gaining victory. In una parola non perdere il consenso, anzi favorirlo. E ancora Since the invaders have faced defeat, therefore, they are bent on flaring up various differences among the Afghan people, based on faction, ethnicity, geography and religion. Thus, they want to take revenge on the Afghans for the defeat. Our sagacious people and Mujahideen should try to foil this conspiracy of the enemy by maintaining their unity and utterly desist from actions posing harm to the unity of the Afghan Muslim people. Interessante l'accento sulle divisioni etniche geografiche e religiose: il nuovo volto dei mujahedin è dunque interreligioso e per il superamento delle istanze etniche e tribali. Un salto di qualità già visto nel tentativo di non essere percepiti some sola forza pashtun sunnita. 

mercoledì 25 dicembre 2013

REGALO DI NATALE ALL'AMBASCIATA AMERICANA

I talebani afgani hanno festeggiato il natale con una salva di granate sparate dalle montagne che circondano la conca di Kabul: una ha raggiunto la collina dei mausolei, dove sono sepolti diversi re afgani, altri due missili sono invece arrivati fin dentro l'ambasciata americana. Secondo i talebani, che hanno rivendicato l'azione menzionando 4 missili, provocando feriti. Secondo l'ambasciata solo una gran paura e una fuga nei compound sotterranei. Nessun ferito. L'azione dice solo un paio di cose: che è sempre più difficile attaccare le città se non da lontano, e che però la guerriglia sta aggiustando mira e gittata e riesce ancora difficile intercettarli. I missili son stati tirati all'alba e probabilmente piazzati col favore del buio. Ma sotto l'albero c'è altro.

Il sito internet dei talebani la notizia dell'attacco all'ambasciata ce l'ha in poche righe. Gli aggiornamenti son sempre lenti. In compenso il 22 han pubblicato una smentita che nega le indiscrezioni di stampa su mullah Baradar che, liberato dal Pakistan (cosa che secondo i talebani non è vera), sarebbe stato incaricato da mullah Omar di trattare con gli emissari di Karzai. Per quel che si sa, Baradar (ex numero 2 della shura di Quetta) li ha incontrati ma, dicono i talebani, senza alcun mandato ufficiale o ufficioso dei talebani. Un'unica nota: il mullah è citato in modo rispettoso e non certo come un traditore.

martedì 24 maggio 2011

MISTERO OMAR

Se la supposta morte di mullah Omar, sbandierata dall'emittente afgana ToloTv, sia un regalo avvelenato dei servizi segreti afgani, che ne sono la fonte anonima, resta da dimostrare. Tanto quanto la morte del leader guercio e in turbante, l'ultima pedina del Grande gioco della guerra al terrore, o almeno la pedina chiave per dare scacco matto e dichiarare la partita, se non vinta, chiusa. La partita da chiudere è la guerra d'Afghanistan che troppo sta costando al governo di Washington, come a quelli di Roma o di Madrid, alle prese con una crisi di consenso su quel conflitto lontano e una crisi di portafoglio sempre più difficile da gestire.

Morto bin Laden non resta in effetti che il mullah Omar: defunto anche lui, verrebbe meno la ragione prima della guerra al terrore, che originò l'occupazione del 2001, e dunque si potrebbe tranquillamente iniziare il ritiro delle truppe già in agenda per luglio ma evitando che i repubblicani e qualche democratico inizino a lamentarsi sugli ideali traditi e su una missione incompiuta. Erroneamente mullah Omar viene ritenuto la prosecuzione del jihadismo con altri mezzi e questo tanto basta. Non è importante che i talebani, almeno dal 2006 se non prima, si siano smarcati dall'islam politico dello sceicco del terrore cercando di accreditarsi come un esercito di liberazione nazionale, interessato a cacciare gli stranieri e non a esportare la rivoluzione islamica. Se nell'immaginario collettivo Omar è figlio di bin Laden (e non solo il suo anfitrione), morto lui si potrebbero fare le valige in fretta. La sua morte inoltre dimostrerebbe che i pachistani collaborano nonostante tutto e che dunque persino sul quel fronte l'America di Obama sta mettendo le cose a posto. La sua morte potrebbe anche significare che Stati uniti e Pakistan hanno raggiunto l'accordo finale: la pace in Afghanistan a patto che Islamabad, con la luce verde di Washington, ne controlli percorso e indirizzo. Un indirizzo ovviamente favorevole al Paese dei puri.

Ma per adesso di certezze sulla morte del mullah non ce ne sono. Può darsi che la notizia sia un ballon d'essai dei servizi afgani per rivelare un gioco che forse è in agenda: il patto scellerato che scambia la testa di mullah Omar con la primogenitura pachistana sul futuro di Kabul e il tutti a casa per gli occidentali. Se è morto davvero invece e si sta solo cercando di aggiustare i particolari per una presentazione mediatica d'effetto, allora non resta che aspettare. Se il chierico di Kandahar è vivo emetterà uno dei suoi rari e asettici comunicati e una smentita un po' più decisa di quella affidata al solito portavoce talebano raggiunto al telefono in qualche assolata pietraia afgana (o pachistana).

Ma morto e non morto che sia, Omar sembra in effetti avere i giorni contati. Il suo cadavere è in effetti ciò che manca per terminare una partita che ormai tutti vogliono chiudere il più in fretta possibile. Checché questo voglia dire per i poveri cittadini afgani.

martedì 16 febbraio 2010

ARRESTATO IL BRACCIO DESTRO DI MULLAH OMAR

E' una notizia clamorosa arresto di mullah Abdul Ghani Baradar, ai cui polsi le manette sarebbero scattate l'8 febbraio a Karachi, il grande porto del Sud del Pakistan. Baradar è il numero 2 della filiera che fa capo a mullah Omar e alla Shura di Quetta, il gran consiglio della guerriglia afgana: è l'uomo che molti indicano – benché il suo nome sia poco noto - come il delfino di mullah Omar, il gran capo semcieco, di cui Baradar è uno dei più antichi compagni, fondatore con lui del movimento nei primi anni Novanta.

La notizia è arrivata oggi quando il New York Times ha l'ha data con rilievo. Secondo alcuni osservatori l'arresto di un personaggio più morbido e flessibile di Omar e che viene visto come un possibile”pontiere” tra gli emissari del governo Karzai e la cupola di Quetta, avrebbe mandato all'aria qualsiasi piano negoziale. Ma secondo altri, l'arresto preluderebbe proprio alla possibilità di aprire un'altra via oltre la guerra. Ipotesi di un certo fascino se si mette in relazione l'uscita della notizia proprio con l'offensiva nell'Helmand destinata, nelle intenzioni della Nato, a dare un colpo pesante sul piano militare ai talebani. Forse anche per indurli a negoziare.

Un ritratto completo di un personaggio che rifugge da sempre i riflettori della cronaca è difficile da comporre: molte le voci riferite o le informazioni di seconda mano le quali sembrano però concordare sul fatto che Baradar sia più flessibile e pragmatico di mullah Omar della cui stima godrebbe appieno e che avrebbe comunque su di lui un forte ascendente. Baradar sarebbe l'uomo cui era affidata la direzione della strategia militare e il comandante in capo in grado di verificare sul terreno se gli ordini venivano eseguiti. Ma non sarebbe mai stato in disparte nelle decisioni politiche.